Cicale

di Saverio D’Eredità

Se aprite un libro di fiabe per bambini noterete come gli animali possano trovarvi un riscatto dalla loro condizione di (presunta) inferiorità con l’essere umano. Quale specchio capovolto della realtà, in quelle storie fantasiose ci addentriamo in un mondo fatto di personaggi curiosi: asini intellettuali, gufi dottori, simpatici serpentelli e affidabili topolini. Però c’è un animale che se la passa male praticamente sempre, almeno dai tempi di Esopo. La cicala.

Fateci caso, la cicala se la passa malissimo. Non solo ne esce regolarmente sconfitta dall’impietoso confronto con quella rompicoglioni saccente della formica. Ma viene pure sbeffeggiata, dipinta come una bohemien, vestita di stracci e robe logore, pure un poco svampita e magari scroccona. In questo mondo che esalta la formica, la cicala viene costantemente derisa. Pure nelle fiabe.
Non so perché sto pensando alle cicale, forse è il sole sulla testa che pare estate in questo vallone che pare un calderone. Forse penso alle cicale perché mi viene più naturale solidarizzare con coloro che vengono derisi, insultati o degradati.
Io sto con le cicale, insomma.
Anche se da bambino, devo dire, anche io non sopportavo le cicale. Passavo le ore – quelle ore senza sonno nel dopo pranzo estivo, di sole implacabile, sprofondate nel silenzio immoto rotto dallo stridio di un canto che pareva un pianto – a dar loro la caccia, tirando sassi contro i pini sperando di zittirle. In realtà, non volevo proprio ucciderle, quanto piuttosto vederle, le cicale. Voi le avete mai viste le cicale?

“Sono come dei grilli, ma non verdi”

“Come dei mosconi giganti, ma non così brutti”

Mistero su queste cicale. Sentirle, ma non vederle, era insopportabile. Forse sto con le cicale perché la loro inutilità oggi mi assomiglia.
Da un paio d’ore mi sto chiedendo infatti quando arriva questa forcella e soprattutto per cosa sto facendo tutta questa fatica. È una domanda che ritorna ogni volta che mi trovo a galleggiare con queste due assi sotto e ai piedi. E in particolare a primavera.
In fondo in fondo, me lo sapete spiegare a cosa serve, sciare?
Per dire, oggi, potevi andare in falesia no? E poi non ti lamentare se quest’estate ti trovi appeso come al solito a piagnucolare che non sei abbastanza allenato o che è bagnato o che è unto o che ne so. Potevi pensarci prima.
E poi, dai, ne vale la pena? Con questa sveglia disperata che ti manda in tilt i cicli di sonno tutta la settimana – hai una brutta settimana davanti ci hai pensato?
E proprio quest’anno, poi, che non c’è neve, dove te ne vai?
Eccolo quindi, il coro delle formiche, con i loro consigli che mi ronzano in testa, non mi fanno pensare, non mi fanno osservare.
Insomma, abbiamo capito, sciare non serve a niente.
Non c’è nessun traguardo da tagliare, nessun obiettivo da raggiungere. Non un tempo da battere o un grado da superare.
Un gesto del tutto fine a sé stesso. Un canto di cicale.
Come le cicale riempiono il cielo con il loro canto stridulo e insistente, così gli sciatori lasciano la loro traccia sui pendii stesi nel sole. Una traccia destinata a svanire, frutto di una fatica inutile e di una gioia effimera. Come le cicale gli sciatori disegnano grandi linee pur essendo esseri minuscoli nel teatro della montagna. Come le cicale, qualche volta, sono anche invisibili.
Ma questo è un mondo governato dalle formiche. Gente previdente, che sa sempre cosa fare. Gente organizzata, che non lascia spazio alle incertezze, men che meno alle improvvisazioni. Che detesta questo nostro essere superficiali, scanzonati, questa nostra ostentata leggerezza. Come cicale, si sa, siamo destinati a perdere e pure malamente.
Eppure in questo nostro essere superficiali, talvolta pare di cogliere un’imperscrutabile profondità.
Che non vi sia nulla come questo scivolare che restituisca la montagna nella sua totalità. Soprattutto adesso, che il sole è di nuovo alto all’orizzonte e pare che ogni cosa si rimetta in movimento.
E allora diventa chiaro che tutto in qualche modo si tiene, tutto si compone. L’odore di resina e di bosco nuovo con l’alito gelido della neve, le rocce riaffioranti nel sole e le ultime bave di ghiaccio appese alle pareti.
In questo scivolare c’è la montagna nella sua interezza nel suo essere fatica e gioco, gioia e rivoluzione.

Nei lunghi pomeriggi d’estate, assuefatti da quel canto narcotico, vi erano brevi istanti in cui le cicale si fermavano di colpo, tutte insieme. Senza motivo apparente. Il sollievo non era che breve. Presto ci guardavamo smarriti, come se d’improvviso si facesse vuoto anche il silenzio. Come abissi spalancati in quelle giornate eterne.
E come le cicale, senza saperne il motivo, anche noi ad un certo punto sappiamo che dopo alcune curve dobbiamo fermarci, respirare e guardare. Non c’è una regola, non c’è una ragione. Si scende un pendio, si tracciano linee che tra un istante non esisteranno più, come il canto delle cicale abbiamo la presunzione e il desiderio irrefrenabile di riempire questo spazio immenso. Per poi di colpo fermarci. Voltarci. Alzare le maschere e – senza dire niente- guardarci negli occhi come fosse la prima volta.
Sciare non ha prospettiva né futuro. Ogni stagione finisce e riparte da zero, ogni stagione diversa, ogni neve irripetibile. È questo che lo rende inutile. È questo che lo rende infinito.

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Di piccoli gesti, silenzi e pigrizia

Pensieri sparsi di una reclusione

di Nicola Narduzzi

Dicono che durante questi giorni di quarantena dobbiamo riscoprire i piccoli gesti. Penso sia una delle cose più sensate da fare, suppongo, visto che praticamente ogni altra cosa è vietata e per chi come me vive in un appartamento le occasioni di fare qualcosa di interessante sono davvero limitate.

Il mio piccolo gesto riguarda il solo affacciarsi ad una finestra, o forse sarebbe meglio dire alla finestra. Non una qualunque, bensì quella che mi ha visto crescere per anni da bambino e ora mi vede, spero, da uomo adulto. Sul suo davanzale ho passato lunghe ore da bambino, chiuso in quella che allora era la mia cameretta, appoggiato alla ringhiera per leggere o anche solo per guardare le montagne. Sì, perché una persona qualsiasi potrebbe pensare che Fagagna, dolcemente adagiata sui primi rilievi collinari nel cuore del Friuli, non abbia niente a che fare con le montagne, mentre in realtà esiste un filo invisibile che le lega. Le montagne sono distanti, tuttavia fanno parte della quotidianità di tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Delimitano il nostro orizzonte quotidiano come in un grande abbraccio, dalle solari montagne di Piancavallo protese verso la laguna veneziana all’immenso scivolo del monte Nero e poi ancora, più giù, verso le alture del Carso che poi si perdono diventando Istria. Continua a leggere

La stanza blu

di Saverio D’Eredità

A Francesca e a Federico
a tutti i bambini che guarderanno il mondo per la prima volta

L’estate era stata inaspettatamente lunga. Avevamo sfruttato tutti i giorni possibili, anche quelli sbagliati. Veniva ora il tempo, di luci radenti ed un certo rammarico. Veniva quel tempo e uno ad uno scioglievo i nodi che mi legavano agli amici. Ricordo ancora l’ultima volta. La schiena addossata alla parete, gli anelli di corda sparsi per terra, nebbie che salivano come una lenta marea e nient’altro da aspettare se non te. Continua a leggere

Estasi e tormento

di Saverio D’Eredità

Ci sono strade che ti portano giù senza che tu te ne accorga. Lo capisci davvero quando avverti che le gambe non spingono più e l’aria si fa più leggera sul viso. Quando la mente si sgombra e il cuore rallenta. E tutto è in qualche maniera come dovrebbe essere. Semplicemente perfetto. Quell’istante è la ricompensa del sacrificio. La spiegazione plausibile ad ogni tua rinuncia. È la ragione per cui. È tutto quello che serve.

Eravamo dunque giunti alla fine delle montagne. Profili indistinti di valli e di dorsali emergono, nel chiarore del giorno che si espande. Sprofondi di valli delle quali più non ci curiamo di dare un nome. Ci sovrasta, ovunque, il Sassolungo. Ultimo frammento della regione dolomitica, faraglione arenato nei docili altipiani dell’Alpe di Siusi.
Eravamo giunti alla fine delle montagne e forse non solo. Pure in questa mattina leggera e luminosa grava la sensazione che qualcosa volga alla fine. È un pensiero che cerchi di scacciare come mosche e invece ritorna. È una maglietta appiccicosa di sudore. Un rumore bianco.
Finiscono le montagne, come pare stia già finendo quest’estate. In questi ultimi giorni lo potevo sentire dentro ogni mattina andando a lavoro, nell’odore di terra che pareva marcire, di campi schiantati dal caldo o da qualche temporale abbattuto senza pietà su alberi innocenti. Continua a leggere

Titoli di coda

di Saverio D’Eredità

Quando arrivò la pioggia, pensai davvero che fosse finita. Ma non finita perché troppo duro o troppo pericoloso. Finita proprio perché non avevamo altro da aggiungere.
Avevamo fatto trecento chilometri per quattro tiri. Trecento chilometri per cercare un triangolo di sole in mezzo a valli brune, incenerite dall’autunno precoce. Nemmeno quella poca neve, sui monti, riusciva a rallegrarci.
Del resto, pensai, quest’anno ho iniziato la stagione un pomeriggio di marzo in coda sull’A4, a chiacchierare con un camionista e un agente di commercio dei problemi della mobilità sulle grandi reti. Due ore di permesso e una di coda. Come pretendevo che andasse, questa stagione? Continua a leggere

La parodia dei Falliti

di Saverio D’Eredità

Un tizio che scala una parete – rigorosamente ambio, rigorosamente corda dall’alto – per poi calarsi direttamente sul suo SUV compatto dove può caricare tutto senza pensieri, pure il cane e la fidanzata.
Una coppietta che si sveglia felice nella monovolume adattata a VAN in mezzo ad un romantico bosco nordico con cappellino di lana colorato stile Manolo (o Manu Chao?).
L’arrogantissimo manager che si collega in conference call, impartisce due ordini e poi sgomma in mountain bike (cagando in testa a tutti, nda).
Una normale prima serata davanti alla TV.
Non sarà un caso che mi trovi in una fascia oraria particolarmente appetibile al target di quel consumatore (probabilmente di là a pochi secondi sarebbe andato in onda Pechino Express o Alle Falde del Kilimangiaro, quindi hashtag #sport#nature#life#outdoor#travel etc).
Dovrei riflettere sul fatto che forse la mia macchinina per nulla crossover e dal bagagliaio molto ordinario mal si addice al mio lifestyle di alpinista della domenica ed amante dell’outdoor. Eh sì, sarebbe ora di cambiarla, se no, che figura ci fai con gli amici se arrivi con la berlina o la citycar?

“Certo che ci sono un sacco di pubblicità con gente che arrampica” commento distrattamente. Ma la mia interlocutrice – con capacità di sintesi e acutezza tipicamente femminili – osserva “bè, non mi stupisce. I nuovi stronzi siete voi”. Continua a leggere

Il vento non può essere catturato dagli uomini

di Carlo Piovan

Forse non dovrei scrivere questa recensione, dal momento che non ho ancora il libro in mano; ma supero l’indugio dal momento che l’autore mi ha permesso di vivere l’esperienza del correttore di bozze, pertanto mi assumo l’onere di scrivere la (forse) prima recensione di questo testo di narrativa ancor prima di averlo letto nella sua versione stampata. Una recensione dietro le quinte.

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Giorni inutili

di Saverio D’Eredità

C’è sempre una cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire da Chamonix. Esco di casa, ancora senza colazione (perché la facciamo al bar, l’ultima mattina, “per non sporcare che abbiamo già messo a posto”) e vado a spedire le cartoline. So che può sembrare retrò come cosa, ma ci sono persone cui ancora piace ricevere le cartoline. Non fosse altro che per prolungare l’attesa del rientro e, una volta rientrati, stupirsi ancora dei luoghi che qualcuno dei nostri amici o parenti ha visitato. È una cosa vintage, la cartolina, ma secondo me funziona ancora. Le foto di Whatsapp, per dire, mica le appendete al frigo.
È un momento un po’malinconico, quello delle cartoline. Pensi al viaggio che hai da fare, le ore di autostrade, pedaggi, caselli e brutture varie o come non farsi prendere dalla tristezza pensando a tutto quello che ancora avresti voluto fare. La classica sindrome ben rappresentata nel spot “Costa crociere”, con la gente che piange alla cassa del supermercato. Il classico turista che se ne va e torna alla sua vita piatta, insomma. Niente di più standardizzato.
Cammino spedito lungo Rue Payot verso le Poste Centrali e mentre do un’occhiata alle pasticcerie e baretti per individuare quello più adatto alla colazione, incrocio gli sguardi di altri turisti o alpinisti diretti chi alla Midi, chi al Flegére o altri ancora al Montenvers. È ancora presto, e su questo versante del Bianco il giorno è un’onda di luce che si spande oltre l’orizzonte delle Aiguilles, mentre la valle dell’Arve è ancora avvolta in ombre di rugiada.
Dai loro sguardi posso intuire smarrimento, indecisione, determinazione. Dalla postura o dall’abbigliamento, dal tipo di zaino o dalla direzione, posso supporre le mete che hanno in programma.
Il polacco con lo zaino più grande di lui stasera andrà a bivaccare da qualche parte sotto il Dru o semplicemente si sposta dal campeggio? E quel tipo col berretto con visiera e la cicca in bocca di prima mattina che non gli daresti niente, non potrebbe invece aver progetti molto strani sulle Jorasses?
C’è il classico soggetto in tenuta d’ordinanza “normale al Bianco” e quelli più squinternati che ti danno sempre l’aria di combinarla grossa, ma è facile trovarli dopo alla Microbrasserie che ancora non hanno deciso. C’è il tipo pulito da “arrampicata plaisir sulle Aiguille Rouges” e facce convinte da ultratrail.
È un po’così, Chamonix. Ci si mescola e ci si confonde. Si fa la coda per le giostre più alla moda o ci si ritrova per caso e da soli in angoli incantati che ti chiedi come-mai-nessuno-qui.
È il riproporsi di un rito, da decenni, che nonostante mode, tendenze, innovazioni sembra trovare ogni volta il modo di rigenerarsi.

C’è un’altra cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire, chiudere casa e consegnare le chiavi. Nel baretto ben individuato, seduto nell’angolino con qualche burrosissima brioche e la voglia di un caffè vero, rileggo la guida. Sì, lo so che sono un fanatico, ma meglio questo di altri fanatismi, credo.
Ripercorro le vie salite, segno quelle che la prossima volta mi sentirò in grado di fare, scovo altre che non avevo considerato.
Perchè lo spigolo Nord della Blaitière dev’essere un vione, e forse la Contamine al Dru se siamo in forma possiamo pensarci. Mi piace sfogliare voluttuosamente le prime pagine, quelle di introduzione storica, quelle normalmente ignorate all’inizio perché presi dalla foga di compilare i listoni, pianificare orari, giornate, materiali e strategie. È in questo momento che assumono una loro dimensione, quasi riesca a vederle in prospettiva.
Dai Ravanel e Lépiney a Mummery, da Young e Knubel avanti fino a Terray e Contamine, Rebuffat e poi gli inglesi. I primi spit di Piola e gli exploit di Profit e Gabarrou. Altri nomi di ignoti su cime meno note che eccitano la fantasia. Le rocce che hai toccato, le doppie buttate nella rabbia o nella fretta, rinunce e piccole soddisfazioni ritrovano una collocazione. Le metti in fila, le dai un nome e provi a infilarle nello zaino, come materiale indispensabile per il futuro.
Vedi? Abbiamo sbagliato quella mattina sulla Blaitière, ma eravamo sull’antico attacco della Ryan. E quei ragazzi sbucati d’improvviso sotto la cuspide del Peigne, che salivano lo spigolo Nord, avevano ragione a dire che era “6a ma per niente facile”, visto i nomi degli apritori, veri specialisti delle fessure chamioniarde. Ti senti anche tu parte di quella storia. È vero, sei solo un turista, ma cos’era in fondo lo stesso Mummery?
Chiudi la guida, è tempo di saldare il conto, rivedere ancora una volta l’assetto dell’auto stracarica, cercando un equilibrio tra i friends e i giochi di tua figlia. Da sotto il sedile spunta la seconda picca che anche stavolta non è servita.
È fresco stamani. Mentre ripercorro indietro la strada alzo lo sguardo sulle Aiguilles. L’occhio scorge qualcosa di nuovo ed inedito. È scesa la prima neve.
Nei cupi canali battuti dalle scariche per giorni, sulle placche scure, una raggiera di linee si rivela. Un occhio allenato e anche un po’fissato, può intuire possibili traiettorie di discesa o di salita. La ruota riparte. Sorrido. Non conosco un modo più stupido ed eccitante per ingannare il tempo come l’alpinismo. Nient’altro che uno stratagemma per sopravvivere, tenere la mente aperta e non lasciarsi scoraggiare.
Che la cosa bella, in fondo, è proprio lasciarsi ingannare ogni volta da un trucco che già conosciamo. Dopo tutto, diceva Nick Hornby, c’è sempre una prossima stagione.

Chiudo il bagagliaio. Un colpo secco e sta dentro tutto. Cosa riportiamo a casa? A far una lista, ben poco. Era più lunga quando siamo partiti. Dieci giorni fa, al secondo pedaggio pagato e mentre cercavo di divincolarmi tra le auto in ripartenza alla barriera di Milano Certosa mi ero ripromesso che per un po’non ci sarei tornato, a Chamonix. Che mi aveva stufato. Troppi soldi, troppe code, troppo tutto. E invece sono rimasto di nuovo fregato. Perché è qui che ti rimetti di nuovo in discussione. Riparti da zero. La tua presunzione, le tue certezze, la aspirazioni, è più facile che vengano smentite piuttosto che confortate; è il valore della paura, che riscopri. L’essere piccolo non ti fa sentire inferiore. L’essere pavido può essere la tua miglior difesa. L’essere debole la tua maggiore forza.

Ma, in fondo, non stiamo parlando che di giorni inutili. Giorni passati a parlare di fessure e di diedri, di condizioni ed avvicinamenti. Di meteo ed orari. Ma sono questi giorni inutili che ci mancheranno. E allora in queste cartoline che infiliamo nella buca credo che in fondo stiamo scrivendo un po’anche a noi stessi.
Che sia concessa anche a noi, ogni tanto, un’insolita leggerezza. Questo stupore bambino. Questa lucida stoltezza.
Siano concessi a noi questi pensieri lievi, questa stupida euforia. Torneremo domani ai vostri doveri, alla vostre carte, ai vostri conti sempre in ordine – sempre a scapito di qualcuno.
Sia concesso a noi il tempo del silenzio, per dire una parola in meno e pensarne una in più. Testimoni del saccheggio della parola, assuefatti al vuoto dei proclami, alla violenza delle menzogne, portiamo fieramente in mano i nostri giorni inutili.
Le nostre mani sono ruvide e spellate. La pelle racconta una storia con le rughe. In fondo al sacco l’odore dei vestiti da lavare è memoria di giorni vissuti.
Che sia concesso a noi ancora una volta questo privilegio insolito, di tutti il più prezioso. Il privilegio della nostra inutilità.

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Enrico Biasotto e un’alba sul Bianco

Due foto, 2 di 2.

di Carlo Piovan

Sol Do Re Sol Do Re Sol. Sol Alice guarda i gatti e i gatti. Do guardano nel sole. mentre il sole …. Clic. Spengo la sveglia del cellulare e lentamente, con movimenti automatici, accendo la lampada di sale che tengo sul comodino e faccio scivolare le gambe verso il pavimento di legno. I piedi, nudi, prendono contatto con la superficie verniciata e le palpebre iniziano a far filtrare la luce rossastra che proviene dal comodino. Prendo coscienza di essere ancora al mondo, mi alzo e la prima cosa che vedo, come ogni giorno, sono quelle due foto sul comodino, capitate li, quasi per caso.

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