Scatti dal Batti

Pane e mugo a colazione

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foto: Marco Battistutta

Testo di Saverio D’Eredità

Ore 7.30. Pane, mughi e neve verticale per colazione.

Potrebbe essere riassunta così la nostra sveglia per quella che avrebbe dovuto essere la gran giornata della salita al Fuart. L’ultima giornata d’inverno – per il calendario – in realtà la prima della primavera nella sua veste più ruggente.

Lasciamo le auto ai primi albori, l’assetto è quello da grande salita e la testa, forse, anche. Occhi puntati all’obiettivo, gambe che si mettono in moto, testa bassa sulla strada e i pensieri ossessivamente impostati sui tempi e i passaggi della salita, come a riannodare di volta in volta una trama da definire. “Se siamo al Corsi prima delle 8 siamo a metà dell’opera”…”Speriamo il traverso delle Gocce non ci faccia perdere tempo”…”Speriamo la galleria non sia tappata”. Quanti se. Quante incertezze. Eppure è questo che ci attira.

C’è un tipo di scialpinismo che oggi risulta difficilmente catalogabile. Decisamente fuori dalle mode e dalle tendenze, uno scialpinismo da non raccontare troppo perché a vederli – poi – storcerebbero il naso sulla scelta dell’itinerario, sulla troppa strada forestale da percorrere e un numero eccessivo di metri di dislivello con gli sci in spalla. Questa forma di scialpinismo porta con sé un elevato margine di incertezza, che ne è la caratteristica principale e distintiva. In qualche maniera riavvicina questa pratica alle sue origini quando lo scialpinismo era il raggiungimento di una vetta con gli sci, o la traversata di colli e valli. Forse a scapito della sciata, del non perfetto bilanciamento qualità/prezzo. E di qualche costo aggiuntivo chiamato “possibilità di fallire”.

In un periodo contrassegnato dalla tendenza alla ricerca dell’opzione migliore (economica, sociale, esistenziale, politica) è questo genere di scelte “fallimentari” che risultano recessive, minoritarie  – vorremmo dire antagoniste, di sicuro resistenti – ad essere affascinanti.

Il sapore dell’opzione migliore è insipido, l’esito scontato. Abbiamo alte aspettative e basse possibilità di realizzazione. Nel delta aperto tra questi due estremi dovrebbe trovarsi quella strana arte dell’alpinismo. Se avessimo la ricetta perfetta forse non ne saremmo così morbosamente interessati. Ci attira il margine, lo iato, il delta, l’interstizio. Qui non si applica la migliore offerta. L’esito di queste salite è in genere determinato dalla minore quantità di errori commessi più che dalla maggior perfezione possibile.

Sono in equilibrio su un ramo di mugo dissotterrato, con la pianta dello scarpone posso apprezzarne ancora una volta elasticità e resistenza. L’altro piede sprofonda nella neve già molla e sto cercando in tutte le maniere di afferrare un altro braccio di mugo che sbuca dalla neve come un salvagente provvidenziale. Bastoncini, piccozza…tutto inutile. La neve pesante e inclinata ad oltre 60° non permette di avanzare se non  nuotando oppure…lanciando! Sto pensando che tutta questa esibizione ci costerà caro e che ci stiamo giocando alcuni preziosi bonus.

“Questa scena l’ho già vista” sento mormorare da sotto un esitante Nicola. Per sbloccare l’imbarazzante incrodamento decido di applicare la più canonica delle posizioni di arrampicata: un passo al centro, spingo sul mugo elastico e op! lancio ad afferrare il rametto. Bisogna aver gran confidenza con questa specie vegetale per permettersi tali libertà, del resto.

Qualche minuto dopo esplodevo in un urlo di dolore per le mani temporaneamente congelate, il cui rapido riscaldamento portava vita e bruciore. E la sensazione che questo piccolo “imprevisto” potrebbe costarci caro. Questo tipo di salite infatti è strettamente legato al verificarsi di una serie di coincidenze ben intrecciate, in cui anche solo una piccola nota dissonante potrebbe vanificare il tutto. Un castello di carte costruito su un balcone al soffio dei venti.

Qualche ora dopo la nostra corsa, incalzata dal sopravanzare dei raggi solari lungo i fianchi della montagna, si arrestava. Il mio sguardo sconsolato incrociava quello scettico di Nicola, rannicchiato nella sosta prima della “Galleria”. La ciambella non aveva il buco, infatti, e ci aveva costretto al delicato passo di misto per aggirare il tunnel tappato dalle nevicate invernali. L’ora tarda e la temperatura montante ci stavano lasciando sempre meno spazio. La porta era aperta ma noi non potevamo entrarci. Le regole non scritte sanno essere dolorose ed inflessibili.

Il ritorno fu mesto, persino rancoroso. Alla prima domanda avremmo risposto evasivamente.

“Cosa abbiamo fatto oggi? Siamo andati a mangiare pane e mughi a colazione”.

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