Estasi e tormento

di Saverio D’Eredità

Ci sono strade che ti portano giù senza che tu te ne accorga. Lo capisci davvero quando avverti che le gambe non spingono più e l’aria si fa più leggera sul viso. Quando la mente si sgombra e il cuore rallenta. E tutto è in qualche maniera come dovrebbe essere. Semplicemente perfetto. Quell’istante è la ricompensa del sacrificio. La spiegazione plausibile ad ogni tua rinuncia. È la ragione per cui. È tutto quello che serve.

Eravamo dunque giunti alla fine delle montagne. Profili indistinti di valli e di dorsali emergono, nel chiarore del giorno che si espande. Sprofondi di valli delle quali più non ci curiamo di dare un nome. Ci sovrasta, ovunque, il Sassolungo. Ultimo frammento della regione dolomitica, faraglione arenato nei docili altipiani dell’Alpe di Siusi.
Eravamo giunti alla fine delle montagne e forse non solo. Pure in questa mattina leggera e luminosa grava la sensazione che qualcosa volga alla fine. È un pensiero che cerchi di scacciare come mosche e invece ritorna. È una maglietta appiccicosa di sudore. Un rumore bianco.
Finiscono le montagne, come pare stia già finendo quest’estate. In questi ultimi giorni lo potevo sentire dentro ogni mattina andando a lavoro, nell’odore di terra che pareva marcire, di campi schiantati dal caldo o da qualche temporale abbattuto senza pietà su alberi innocenti. Continua a leggere

Il ragazzo che era in noi – un ricordo per Tom

di Saverio D’Eredità

Talvolta pare che anche le montagne abbiano dei sentimenti. Guarda le Tre cime adesso, ad esempio. Paiono rabbuiate, chiuse in un silenzio livido e pieno di dolore. Eppure non ci sarebbe motivo, in questa giornata mite che fluttua leggera sopra un inverno mai compiuto. Fa caldo, la neve già crocchia nel sole.
Non è vero che non provano niente, le montagne. O se non altro, provano i nostri stessi sentimenti. Ci fanno da specchio.
E sento anche io come un’oppressione, una nuvola che passa ad oscurare quest’angolo di luce.
Perché ricordo il giorno in cui Carlo mi scrisse chiedendomi se qualcuno avesse mai salito da solo e d’inverno la “Comici” alla Grande. “Sai, c’è un ragazzo inglese che la sta facendo proprio adesso”, mi disse.
Ci volle poco a scoprire che sì, qualcuno aveva già fatto la prima solitaria e invernale, ma  allora come mai quel ragazzo inglese si era scelto il giorno più corto dell’anno per salirla? Se non per la gloria, allora per cosa?

La domanda rimase sospesa ancora qualche giorno, finché quello stesso ragazzo inglese me lo ritrovai appiccicato come una mosca alle placche smaltate di ghiaccio del Badile. Quindi, o è un vizio, o c’è una storia dietro, pensai.
Senza capire perché, le scalate di quel ragazzo sentivo che mi toccavano da vicino. Non capivo perché, ma mi affascinavano più degli altri titoli che noiosamente capitava di leggere sui siti e riviste di alpinismo. Niente Himalaya niente mete da guinness. Solo le vecchie care nord delle Alpi. Roba da libri di storia.
Ne parlammo su queste pagine, perché ci sembrava bello raccontare la storia di un ragazzo che riempie lo zaino e decide in un inverno di scrivere il suo pezzo di storia, riprendendo dal punto lasciato sospeso nemmeno trent’anni prima dalla mamma. Le 6 storiche nord delle Alpi, da solo e in inverno. Giusto questo dettaglio a significare quel gradino in più che lui, Tom Ballard, voleva salire rispetto alla mamma Alison. Alison Hargreaves.
Quello che ci affascinava, in quel ragazzo, era forse il fatto che lui stava realizzando i sogni che potevano essere miei e di chiunque altro abbia passato l’adolescenza a fantasticare di pareti nord, ghiaccio, roccia, stelle e tempeste. Tom era il ragazzo che è in tutti noi.

Passarono pochi mesi prima di poterlo conoscere. Di quella serata a Mestre conserviamo il ricordo un’ottima birra, due spalle d’acciaio e un trascurabile errore. Davanti alla birra parlammo delle sue scalate come avrei potuto farlo con chiunque altro dei nostri amici. Ricordo di aver avuto davanti un ragazzo come tanti, la faccia pulita e un sorriso un po’timido, che semplicemente cercava di realizzare tutto ciò che noi nel nostro piccolo avevamo solo osato sognare. In quei pochi momenti (avremmo dovuto concentrarci sulla serata, la scaletta, le domande del pubblico!) fu davvero stupido, ma parlammo di altre montagne. Perché sono fatti così, gli alpinisti.

Di quella serata porto ancora il rimorso di un piccolo errore. Era andata bene, tutto sommato, ma proprio alla fine incappai in uno scivolone. Me lo fece notare Stefania alla fine, che avevo tradotto male l’espressione “I’ve got a cold” (avevo preso un raffreddore) con “avevo freddo”. Che pirla. Cadere sul più classico dei “false friend”. Che a pensarci, poteva mai essere un problema, il freddo, per uno che stava facendo la Nord dell’Eiger?
In questi anni, trovando ogni tanto le notizie sulle imprese che man mano Tom stava realizzando, ho pensato spesso a quello stupido errore. Leggevo di lui, dalle Dolomiti all’Oberland, passando per il Pakistan, sempre con quel suo stile originale negli obiettivi e silenzioso nei modi e pensavo a quello stupido errore. Magari l’avrei rivisto un giorno e mi sarei scusato.
Invece mi trovo di nuovo davanti a quella parete dove è iniziato il suo viaggio con questo senso di smarrimento. Le montagne forse non provano sentimenti, ma sanno porci molte più domande che risposte. E’ questo che ci attrae, in loro. E’ questo che ci inquieta, di loro.

Di risposte, invece, pare pieno il mondo. Risposte che siamo pronti a dare senza nemmeno ascoltare le domande. Per allontanarle, quelle domande.

In questi casi crediamo che sia molto facile dire qualcosa di sbagliato. Spargere melassa o seminare rancore, sprecarsi in giudizi o peggio ancora aprire dibattiti o estenuanti analisi. Quando sarebbe forse più onesto accettare il fatto che non su ogni cosa si debba avere un’opinione. Che non ogni cosa pretenda una parola. Che qualche volta semplicemente non deve rimanere nulla da dire. Nulla se non i ricordi di chi rimane. Di chi l’ha accompagnato per una vita, per pochi anni o anche solo per un giorno. Sono uno spazio che ciascuno tiene per se, dietro un limite invalicabile che la pietà umana dovrebbe conoscere.

A noi di Tom rimane quel ricordo, quella serata con panino birra e a dirsi “oh ma hai visto quanto è forte?” Anche di quell’errore, sì.
E noi Tom vogliamo ricordarlo così, come quel ragazzo con il quale, una sera, abbiamo semplicemente parlato di montagne e delle eterne domande che esse ci pongono.

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Tom Ballard sulla Colton McIntyre

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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Il Desiderio di Infinito – vita di Giusto Gervasutti

di Saverio D’Eredità

C’è un angelo triste che osserva il destino confuso degli uomini dalla stretta vetta del Requin. Le mani, grosse e nodose di alpinista, stringono asole di canapa. E’ vestito secondo lo stile dell’epoca. Semplicemente. Una giacca di panno e pantaloni di fustagno. In vita è stretta una corda. Il volto, bruciato e corrugato dal sole, pare come torvo e pensoso. A cosa penserà, l’angelo triste?

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Point Lenana

 

di Saverio D’Eredità

“Ma cosa sa di alpinismo chi sa solo di alpinismo?”

Con una epigrafe del genere un libro del genere va preso assolutamente! Prima ancora di capire di cosa tratti e di come lo tratti. E a prescindere dal fatto che trattandosi di un’opera targata Wu Ming di per se non potrà lasciare indifferenti. Talvolta mi capita di scegliere un libro per motivi del tutto futili ed occasionali, come il titolo, l’editing della copertina o appunto una citazione in retrocopertina. Un modo per lasciarsi sorprendere o per declinare ogni responsabilità forse. Che talvolta funziona. Sulla citazione iniziale torneremo più avanti, per procedere in maniera più ordinaria. Continua a leggere

1974

di Saverio D’Eredità

Mi portò un pacco di vinili in una busta di carta con un foglietto scritto a mano

To feed your free spirit

La mia amica aveva la passione per i messaggi un po’criptici ed allusivi e dal canto mio la domanda era più che altro come poter ascoltare quei vinili non avendo alcun supporto per farli girare, quindi più prosaicamente le chiesi di farmi una copia cd che non si sapeva mai.

La partenza per l’Erasmus a Bruxelles stava diventando quasi come il saluto prima di partire per la naja, ed in un certo senso lo era, comparato ai tempi moderni. L’unico problema era far stare le robe per i primi 3 mesi senza sforare il limite bagaglio di Ryanair. Tempi moderni, appunto. C’erano molte cose passate che stavo portando in quel borsone, fossero libri o cd o magari maglioni che non avrei più avuto il coraggio di mettere. In questo senso quei polverosi vinili dal consolante fruscio si inserivano benissimo. Tra gli album in quella busta di carta spiccavano Led Zeppelin IV, un Pearl di Janis Joplin e un paio di Stones quali Sticky Fingers e Exile on Main Street. Tutta roba che sarebbe servita a “nutrire il mio spirito libero”, pubblicata nella prima metà degli anni settanta.

Ma serviva qualcos’altro per alimentare il “mio spirito libero” e così un altro pezzo degli anni settanta, precisamente del 1974, scivolò lestamente nel borsone a discapito di un bignamino di verbi francesi, ovvero la prima edizione della guida “Alpi Giulie” di Gino Buscaini, la cui copertina grigia telata già presentava i segni di un’usura sproporzionata alle effettive realizzazioni alpinistiche. Quante volte era stata nel mio zaino? Tirata fuori e appoggiata a qualche attacco, consultata persino a metà di una cengia. Una guida nel vero senso della parola, quasi un breviario da portare nel taschino per recitarne un salmo a metà salita. Continua a leggere

Tom Ballard – Una questione personale

di Saverio D’Eredità

Ci sono foto che dicono molto più di tanti racconti, di sentenze, pensieri definitivi o citazioni enciclopediche. Foto in cui la potenza e al tempo stesso la semplicità di un’immagine possono restituirci un senso che cerchiamo di esprimere senza mai raggiungere, senza poter dare quella famosa risposta alla domanda che non dovrebbe essere mai posta.

Tom Ballard 02
Tom Ballard impegnato sulle placche della Cassin al Badile; foto ruggeroarena GM su concessione Ballard

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