Sirene/2

Sirene parte seconda ( parte prima )

70 anni dopo

Scivolo veloce nel buio con il solito passo felpato. 4.50, notte profonda in questa domenica che scollina il ferragosto. Poche pattuglie in giro, quelle di una normale domenica mattina, in una normale giornata del 2014. Le onde radio sfumano man mano mentre passo veloce paesi addormentati, valichi e valli, riportandomi solo frammenti di guerre ormai lontane. Sorseggio caffè dal termos, sulle labbra ancora il sapore di un saluto nella penombra e una piccola bugia. Non l’avevo mai fatto prima, mentire sulla meta per non accumulare le preoccupazione di chi sta a casa. Troppo difficile spiegare che tra qualche ora, se tutto andrà bene, starò penzolando in qualche maniera poco decorosa tra i tetti della Tofana. Perché è sempre stupefacente osservare la nostra capacità di mentire innanzitutto a noi stessi. Quasi come un gioco in cui si cambiano e ridefiniscono regole di volte in volta. Regole che noi e solo noi stabiliamo, ponendoci limiti e vincoli per poi infrangerli e nuovamente ristabilire nuovi confini.

Alba del 17 agosto 2014, direttamente disteso nel retro della mia auto mi godo, attraverso il parabrezza posteriore bagnato di rugiada, il sorgere del sole sulla monolitica piramide dell’ Antelao. Il mio compagno dorme ancora e cerca di ripararsi dai raggi del nuovo giorno infilando la testa ancora più a fondo nel cappuccio del sacco a pelo. Mi godo lo spettacolo veramente unico e per di più senza dover fare alcun sforzo, che non sia lasciarmi coccolare dai tiepidi raggi del nuovo giorno, ancora comodamente disteso. Con il sole oramai sorto, esco dall’auto , mettendomi addosso tutto quello che trovo a disposizione nello zaino. Nonostante il mese possa suggerire temperature tiepide e confortevoli anche la mattina presto, oggi il termometro dista molto di più dalla doppia cifra che dal fatidico 0. Ancora intorpidito dal freddo, osservo le altre cordate che si preparano. Facce buie o assonnate, movimenti che tradiscono tensione ed un eccitazione che è quasi fretta di arrivare il prima possibile con le mani sulla solida dolomia. Chissà se trasmetto anche io queste sensazioni visto dall’esterno? Attendiamo l’arrivo di Luca e Saverio ed il pilastro della Tofana si incendia nella luce del mattino rivelandosi in tutta la sua verticalità e luminosa bellezza. Sembra fatto per essere scalato. I nostri amici arrivano e le cordate si formano, in rigoroso ordine geografico. Saverio e Nicola i friulani io e Luca i veneziani.

 

Eccomi di nuovo qui, in quest’ora che rivela il giorno e una curva mi prepara all’incontro. La colonna rosata del Pilastro emerge dal mare scuro della notte. La stessa emozione di qualche anno fa, al primo incontro. Sono tornato per una promessa che in realtà è l’ennesima prova delle mie contraddizioni. In un pomeriggio inoltrato di settembre quando quasi in cima al Pilastro della Rozes dopo aver salito la Costantini-Ghedina allo spigolo osservavo quasi inconsapevolmente l’uscita di un’altra via del “Vecio”. La via perfetta, quella del Pilastro. Eravamo felici ed appagati dalla salita appena conclusa e l’aria leggera di settembre sembrava aver persino svuotato gli zaini, o forse era solo la consapevolezza che le difficoltà erano ormai finite. Ma questo mondo è fatto di sirene pronte a cantare ed ammaliarci ogni volta al nostro passaggio, pronte a scovare le nostra fragilità ed inconsistenze. Le nostre umanissime debolezze.

Dubbi, pensieri, ansie, aspettative. Tutto finisce di colpo, alla vista dei compagni. La faccia di Nicola è piuttosto sbattuta (vorrei vedere dopo essersi bevuto lo spigolo Strobel ieri come aperitivo!), ma confido nei suoi avambracci per superare i passaggi chiave.

Lungo l’avvicinamento si parla, si ride, si sta zitti, senza guardare negli occhi le sirene. Io e Carlo siamo particolarmente silenziosi. Sappiamo entrambi cosa vuol dire trovarsi qua, oggi, in questo sole che sembra un miracolo o un puro caso, catapultati d’improvviso da una profonda depressione alpinistica all’eccitazione da grande salita. In un certo condensiamo attese, speranze, delusioni in questi 600 metri gialli e grigi che ci sovrastano e come sempre riescono a trasmettermi una particolare energia positiva. Ma è solo all’attacco, poggiando le mani sulla pancia dell’elefante che improvvisamente ci si immerge nell’azione. Ci distendiamo come serpi lungo la linea regolare della fessura grigia, assaporando il piacere quasi sensuale della pietra rugosa sotto i polpastrelli, per poi raggomitolarci sotto la fascia di strapiombi. Siamo andati veloci quasi scherzando tra uno strapiombo e l’altro, ma ora la faccenda si fa seria e le facce si scuriscono.

Partiamo veloci lungo il breve avvicinamento che ci deposita sotto la parete, fortunatamente siamo i primi. Le corde si distendono e tutta la prima parte della salita scorre vie abbastanza velocemente con una bellissima arrampicata su solida dolomia grigia, applicando sistematicamente di fronte ad ogni strozzatura strapiombante che incontriamo, il noto metodo “cinghiale” , che come un mantra Nicola ci ripeterà per gran parte della salita : Rifiuta la tecnica, abbandona il laterale, lancia e stai frontale, usa il metodo cinghiale!.

Con questa tecnica di progressione sopraffina, ci troviamo presto sotto la fascia strapiombante gialla centrale. L’entusiasmo cala e le i nostri sguardi si incrociano con un filo di preoccupazione. Sopra di noi penzolano nel vuoto spezzoni di cordoni e fettucce appesi a qualche pezzo di ferro dolce, infisso nelle spaccature della dolomia da almeno cinquant’anni. La progressione, per i capi cordata, passa da cinghiale a circense solo un po’ più elegante per i secondi che azzardano a tirar la libera, con la serenità di una corda ben tesa dall’alto.

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– Iniziano i tetti –

Il vuoto si fa sentire, ma i tiri intermedi ai due tetti, sono strepitosi , grazie alle infinite ripetizioni la roccia è ben ripulita e qualche zampata bianca suggerisce, ogni tanto, l’appiglio migliore.

In breve ci ritroviamo sotto il secondo tetto, all’apparenza meno pronunciato del primo ma in quanto a vetustà delle protezioni ancor più impressionante, tanto che in fase di uscita non mi capacito come sia possibile che il rinvio che tiravo furiosamente per alzarmi oltre il bordo del tetto, si ritrovi semplicemente appoggiato su un piccolo ripiano d’erba. Presto detto, l’ultima protezione in uscita dal tetto è costituita da un piolo di ferro conficcato verso il basso.

La visita nel museo del chiodo prosegue. Come usciti dal giro della morte nelle montagne russe, riacquistiamo la dimensione orizzontale guadagnando la cengia , dove Costantini e Appollonio hanno bivaccato, sotto la mitica Schiena di Mulo.

 Nicola conduce sicuro e preciso anche nei tiri “gialli”. L’esposizione si fa particolarmente scenografica, mi sento come la  macchietta dell’alpinista nel dipinto ad acquerello di una baita di montagna. Staffe, corde, acrobazie. Manca solo camicia di flanella e berretto rosso e sono a posto. La realtà è meno pittoresca e fatta di respiri affannosi, bestemmie ed imprecazione variegate e, almeno per il secondo al traino, la nenia regolare del “TIRA!”. Il primo tetto lo passo senza guardare, nei gialli cerco di recuperare la dignità di un alpinista provando persino a scalare bene. Passo al centro, sfalsata, triangolo. Il fatto di essere in due cordate oggi è come la brezza fresca che asciuga il sudore. C’è sempre uno sguardo amico cui affidare le proprie preoccupazioni, una battuta da fare, un consiglio da chiedere o regalare. Al secondo tetto cedo ogni pudore. Mollo i piedi e mi aggrappo in maniera scomposta ad un “qualcosa” che esce dall’erba. Ma cos’è? Un paletto di ferro! Non voglio guardare. Gomiti, ginocchia, denti. Ogni articolazione ed asperità è utile. Riemergo dal vuoto come un naufrago ripescato da un mare in tempesta. Siamo alla seconda cengia.

 Il silenzio cala, la tensione sale. Quasi in religioso silenzio osserviamo tutti con sommo rispetto, quello che da sempre ha rappresentato un luogo mitico, nell’immaginario collettivo di ogni dolomitista, i racconti, le impressioni e gli aneddoti, raccolti da chi è passato prima di noi su questo tiro, sono stati snocciolati lungo tutta l’ascensione. Il tiro più bello, il più brutto, non si può parlare di arrampicata etc. etc. Tutto in questi quaranta metri.

Io e Nicola sediamo, spalle alla parete, sul mucchio di corde ammassate come un improvvisato sofà. La pausa si prolunga oltre il dovuto, mentre ogni tanto storciamo il collo per osservare la bocca spalancata dell’antro che ci sovrasta, da cui penzolano cordini bavosi di vario tipo. Per alleggerire la tensione provo ad osservare che in fondo “si tratta di un camino: e come sempre in un camino un modo per arrabattarsi lo si trova!”. Questa magra consolazione da quartogradista sempre a caccia del passaggio meno esposto e possibilmente meno elegante, verrà clamorosamente smentita da lì a poco. Il tiro sembra averle tutte: stretto non abbastanza da incastrarsi, ma tanto da impedire una arrampicata sciolta. Maledettamente esposto sebbene si parta da una comoda cengia. Liscio eppure friabile. E comunque strapiombante e freddo. Serve altro? Nicola indugia, ma contiamo tutti su di lui quale testa di un bruco che man mano si aprirà la strada dentro e attraverso la “Schiena di Mulo”.

Se il tratto chiave è costituito dalla Schiena del Mulo, la partenza invece ne affronta le viscere. Nicola si alza invocando la benevolenza del sistema gastroenterico della bestia, fino a che non raggiunge i primi cordini penzolanti appesi dove solo l’equino sa. Signori e signore: il circo ha inizio. Si allunga, si slancia, staffa sbuffa, fino a quando sembra stia per uscire da quello che pensiamo tutti l’ultimo passo impegnativo, e li urla “blocca!!” Riposa e riparte ma poi pronuncia quello che nessuno di noi avrebbe voluto sentire. Ho finito la benzina! Il mio sguardo si incrocia con quello di Saverio e tutti e due ci chiediamo – E adesso ? – Se l’uomo dello spigolo Strobel in sei ore, ha finito la benzina nel bel mezzo del tiro chiave, qui non c’è più tanto da ridere. Nel frattempo volgo lo sguardo verso il mio compagno, che dall’ingegneristica flemma, accenna al fatto di come il giovinastro friulano non possieda ancora tutte le doti del bravo artificialista dolomitico, essendo maggiormente dotato a salire in arrampicata libera. Questioni anagrafiche insomma, penso, mentre realizzo che il più vecchio capocordata sulla piazza per il momento rimango io. Sic !. Mentre ci trastulliamo con ragionamenti poco utili al superamento del tiro, Nicola riparte e sale veloce la seconda parte arrivando in sosta. Parte Saverio dietro al quale mi metto all’inseguimento, usandolo come apripista e godendo di qualche rinvio lasciato nei punti strategici per risparmiare qualche sforzo. Tanto è gradito il servizio, che salgo quasi divertendomi e incalzando Saverio ad ogni passaggio. L’uscita dal tiro, rimette di buon umore tutti, oramai siamo fuori dalle difficoltà e si inizia ad assaporare, il piacere della vetta.

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– Le viscere del Mulo 

Seguono altri tiri, tutt’altro che banali, ma il fatto di essere usciti dalle difficoltà maggiori ed aver portato il nostro omaggio a quella formidabile cordata di Cortinesi (Vecio e Nano) ci rilassa e ci conduce velocemente all’uscita dal Pilastro, avvolto nelle nuvole pomeridiane. Nel frattempo, il sole se è andato, le nuvole salite, il tempo volato, la temperatura abbassata. Una giornata è cambiata attorno a noi nei colori, nei paesaggi e nel clima, ma non ce ne siamo resi conto fino a quando non siamo usciti in vetta, troppo concentrati fino ad all’ora su appigli e appoggi. Ora seduti sulle pietre della cima, i muscoli e la testa si rilassano e lasciamo che salga quella bella sensazione di euforia e ubriachezza che ti sale quando sai di esserti messo in gioco ed aver superato, una salita impegnativa. Grazie Ettore e Romano per averci fatto un così bel regalo.

 Quando finisce una via?

I più sportivi potrebbero dire che superato il passaggio chiave questa perde importanza. I più prudenti osserverebbero che la via finisce a casa nel proprio letto dato che discesa, birra e corsa in auto sono altrettanto pericolose. I più classici direbbero senz’altro in cima!

Anni fa, un vecchio alpinista mi raccontava con un velo di saccenza che i traversi sono la vera misura della qualità di un’alpinista. Se non possiedi un adeguato “frame” emozionale non potrai mai affrontare serenamente i traversi. E quindi nemmeno essere un vero alpinista. Con aria boriosa mi raccontò del volo di un suo compagno su una famosa via e della conseguente ritirata. Il compagno, evidentemente, non era all’altezza.

In tutta questa salita più volte ho percepito e confermato la mia inadeguatezza. Dalla prestazione poco decorosa dei due tetti all’indecifrabile scalata della Schiena di Mulo. Di fronte alla sfilata di camini diedri d’uscita passo davanti in silenzio più per una forma di ringraziamento al mio compagno di cordata. Mantengo alta la concentrazione, sento che non è veramente finita.

Perché c’è un momento in cui la via finisce, è un istante brevissimo che è difficile vedere quasi come la scheggiatura invisibile di un bicchiere.

Affronto il lungo traverso di uscita dalla parete. A dispetto della difficoltà sulla carta più che abbordabile mi sembra piuttosto lungo e per nulla banale. Passo passo mi allontano dal compagno e dalle certezze.

Tasto, saggio, osservo. Non siamo in Carniche o in Giulie, ma evidentemente le porto nel DNA visto che non mi fido mai di nulla. Un passo è delicato, afferro un pilastrino la cui forma tonda pare affidabile, ma è un attimo. Allento la morsa e lo tengo nel palmo della mano. Un gelo mi assale. Guardo dietro di me. I compagni annidati nella nicchia della sosta mi osservano in silenzio, senza capire probabilmente. Lancio il sasso nel vuoto, non seguo la sua traiettoria ma proseguo oltre finalmente sollevato, libero. Finisce, una via, in questi istanti impercettibili, quando a noi si rivela l’errore, in cui possiamo vedere la linea di rottura, e comprenderlo.

Pochi minuti dopo mi ritrovo nello stesso luogo di quel pomeriggio di settembre. E sorrido. E mi rassegno. Perché vincono sempre, le sirene.

Gransi e Scoiattoli 1979 – Enigmantico sguardo tra l’Orso vincitore della parete Nord del Campanile di Val Montanaia e il Vecio domatore del Pilastro della Tofana                                                                                                                                    – foto arch. Gruppo Rocciatori Gransi.

 

 

 

 

 

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Sirene

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

Sirene – Parte prima

In tempo di guerra

Le finestre rimanevano aperte, com’era oramai un’abitudine, in quell’inizio estate del 1944. Il suono della sirena si alzava come un lamento lento, lontano, ma crescente e non c’era tempo se non per avvolgere il pane in un panno e precipitarsi per le scale, sobbalzando per il tremore delle pareti, ascoltando attoniti il muggito delle bombe che sibilano nell’aria, di echi di morte tra appartamenti svuotati, come se un gigantesco verme stesse scavando il ventre stesso della terra. La prima scossa era sempre la peggiore.

Poco più in là, oltre l’orizzonte di pianure fumanti, si alzavano ancora immote le montagne. Eppure anch’esse sembravano cupe, come le facce della gente di fronte all’ennesimo rastrellamento. Camion che arrivano vuoti e ripartono pieni. Spari e silenzi.

Anche le finestre della casa del Vecio erano aperte, ma altre erano le sirene che lui ascoltava in quei giorni. Da qualunque angolo lo guardasse, in qualunque situazione, dovunque lui alzasse gli occhi nella Cortina che si preparava alla quinta estate di guerra, le sirene del Pilastro non smettevano di intonare il loro canto.

Non era lui ad osservare la parete, ma la parete stessa a interrogarlo. Come una conversazione che solo loro potevano intendere, il Vecio e il Pilastro si parlavano.

“Quando verrai a trovarci?” sembravano dire quelle pietre cangianti dal grigio al rosso al giallo al nero. Un caleidoscopio di calcari che rinnovava ogni sera il suo invito. Eppure il Vecio sapeva, aveva visto tutto. La montagna sembrava avergli rivelato ogni indizio. Ora non restava che comporre il mosaico.

“Nano” come era soprannominato Romano Apollonio, uno dei più promettenti Scoiattoli in quel periodo, era appena rientrato da una licenza del servizio di leva militare. Ormai la guerra sembrava la condizione permanente della gente, sebbene si avvertisse nell’aria qualcosa in arrivo. I tedeschi stessi sembravano aver perso quella sicurezza dei primi mesi di occupazione. I rastrellamenti si erano fatti più crudi ed intensi.

Aveva sognato a lungo le sue montagne, il Nano.

Le immaginava nell’enrosadira del tramonto, o nelle prime giornate di estate alle Cinque Torri, odore dei crochi che spuntano dalla neve e prime scalate. Ma sapeva di non essere in grado di affrontare niente di impegnativo al momento. Nessuno lo era, lo si leggeva nelle facce dei compagni, dei pochi rimasti, dei pochissimi tornati. Perché le montagne erano gioia, erano libertà, e quella libertà quella gioia mancava da troppo tempo.

Però il Vecio – ah! – lui non mollava un colpo. Era difficile schiodarlo quando si piantava un’idea in testa.  Lo incontrò per caso, una sera rientrando a casa. A dire vero il Nano sperava che accadesse qualcosa per non tornare in caserma, un qualsiasi espediente per rimandare ancora, sperare …

Ci pensò il Vecio a distrarlo. Sembrava parlasse come niente fosse accaduto. Come se tutti quegli anni fossero passati su binari paralleli, la guerra, la morte, i compagni persi appartenessero ad una altra dimensione. Ascoltava le sirene, il Vecio.

Gli raccontò del primo tentativo, nel 1943 con Igi Menardi e un secondo nel luglio del 1944 naufragato in partenza a causa di un temporale. Ci volle poco, alla fine, a convincere Nano se a cantare erano le sirene…

 Scoiattoli veci, nani e schiene di muli…

13 luglio 1944, all’alba di una Cortina ancora sotto il dominio germanico ed in pieno secondo conflitto mondiale, Ettore Costantini e Romano Apollonio conosciuti dai loro compagni del gruppo rocciatori Scoiattoli come Vecio e Nano, si muovono veloci verso la parete sud della Tofana di Rozes, più precisamente verso il secondo dei pilastri, il più verticale e repulsivo con quella grande fascia gialla centrale.

La linea sembra fatta apposta per essere scalata. Una lunga, regolare, fessura taglia come un’incisione di bisturi le possenti placche basali, infrangendosi contro una sfuriata di tetti e muri giallastri aperti come una ferita nel cuore della parete. E oltre questa nota dissonante, ancora fughe di diedri, camini, fessure nella vertiginosa altezza del pilastro. La linea perfetta.

In paio d’ore raggiungono il punto massimo raggiunto nei due tentativi precedenti. Ettore si trova alla base della fessura che taglia tutta la parete nera, prima di raggiungerla bisogna superare una decina di metri di rocce gialle e friabili che costituiranno le prime difficoltà della giornata. Ricorda Romano

Ci aspetta, ora, una fessura nera torva e minacciosa, solcata da parecchi tetti … La roccia, per fortuna, permette l’uso dei chiodi e così, con duro lavoro, e l’uso di questi ultimi, il Vecio riesce a superare i primi tre tetti.”

Si ritrovano a mezzogiorno alla base della fascia gialla e strapiombate.

Racconta Ettore:

“è mezzogiorno, mangiamo un boccone ammirando la bella parete tutta gobbe e soffitti che abbiamo sopra di noi. Lo spuntino è breve, ho fretta di attaccare, la roccia è rossa e assai friabile e quindi devo avanzare molto cautamente. Molti chiodi si staccano appena non hanno più su il mio peso; altri devo solo appoggiarli in qualche buco sperando che non mi facciano qualche brutto scherzo; la difficoltà è sempre al massimo grado.”

La cordata di scoiattoli prosegue lentamente, tra colpi di abile chiodatura e qualche slancio di coraggio. Del resto, allenati com’erano a quel genere di scalata, i due cortinesi non temevano certo le ore appesi alle staffe e a martellare chiodi.

Ettore: “… mi attacco con le mani al di fuori dell’orlo del tetto su un buon appiglio e lascio andare i piedi nel vuoto sperando di poter salire a forza di braccia; mi alzo mezzo metro poi appoggio un chiodo in fessura, gli do un paio di colpi di martello aggancio la corda e mi lascio andare … “

Romano:  “ Attento Salto! . Stringo spasmodicamente la mano attorno alla corda ed aspetto li strappo, forse fatale per entrambi. Invece, nulla. Poi, sento la sua voce più calma: Molla tutto! “

Così è vinto il primo tetto, Vecio prosegue lungo verticalissimi muri gialli fino a che una placca bianca di tre metri ne blocca la progressione, tanto da fargli dubitare di poter proseguire. Un placca breve ma liscissima che lo separa da un diedrino che lo condurrebbe sotto il secondo tetto. Nano da dei suggerimenti da sotto e gli fa avere un chiodo spuntato, che forse può essere risolutivo per superare quello specchio.

Ettore lo appoggia in un buco, quel tanto che gli basta per alzarsi e piantarne un secondo nella fessurina strapiombante del diedro. Ancora qualche metro e raggiunge il secondo tetto dove è costretto a sostare scomodamente sulle staffe.

Con non poca fatica superano anche il secondo tetto e raggiungano la cengia che definiranno il più bel posto di tutta la parete. Sono le venti ed il bivacco è inevitabile.

I due scoiattoli si preparano a passare la notte. Prima di dormire discutono della via e delle difficoltà superate, Ettore ha ben chiaro che il tratto più duro deve ancora arrivare.  Quella che diventerà la famosa e temuta “schiena di mulo” incombe sopra le loro teste.

La notte passa senza disturbi, alle sei Ettore è nuovamente attaccato alla roccia.

Ettore: “ In poco tempo, raggiungo la base della parete dello strapiombo, salgo tre o quattro metri piantando dei chiodi poco sicuri. Sono a metà degli strapiombi e non riesco a proseguire perché la corda non scorre, deve essersi attaccata da qualche parte. Sono obbligato a fermarmi là e aspettare Romano.”

Romano: “ Col martello raddrizziamo i pochi chiodi che ci restano e, poco dopo, il Vecio è già alle prese con una fessura, che minaccia di rovinare da sola tutti nostri progetti. I chiodi non ne vogliono sapere d’entrare e gli appigli microscopici e, da un quarto d’ora, sta lavorando per piantare un chiodo, che gli permetta di superare un forte strapiombo di un paio di metri. I chiodi entrano si e no un centimetro o due e poi, sotto il colpo di un martello un po’ più forte sono finiti così. Ad un tratto, mi dice: « Io tento tutto per tutto O la va, o la spacca! » “

Ettore: “Appena arriva lui cerco di proseguire, ma i chiodi non attaccano; alcuni hanno già raggiunto il ghiaione alla base della parete. Mi viene un‘idea: tra la grande schiena e la parete c’è una fessura troppo larga per piantare i chiodi, perciò stacco alcuni sassi dove la roccia è friabile, li incastro nella fessura legandovi attorno dei cordini cosi posso proseguire arrivando in un camino alto sessanta metri. […]

Romano: “ il Vecio sembra un felino in agguato, è tutto rannicchiato e si prepara allo scatto finale. Si alza rapidamente e riesce ad afferrare un appigli, sul quale, con sforzo sovrumano, si solleva. In quel momento, la staffa si leva e mi passa alle spalle fischiando. […] Poco dopo tocca a me, e mi accorgo che il Vecio aveva ragione. È questo il tratto più difficile della via e, se non ci fosse stata la provvidenziale corda fissa, non so come avrei fatto a raggiungerlo”

Ancora un camino non facile e poi inizia la lunga traversata verso sinistra, fino a che Romano vede sparire il Vecio dietro un spigolo, dal quale poco dopo arriva un urlo liberatorio “La vetta è qua. Abbiamo vinto”.

Ancora un centinaio di rocce facili per poi uscire velocemente sulla cima del pilastro.

Alle due del pomeriggio del quattordici luglio 1944, Ettore Costantini “Vecio” e Romano Appollonio “Nano” concludono l’apertura di quella che diventerà una delle più belle vie di VI° delle Dolomiti.

In tempi in cui venivano commessi tra i più grandi crimini contro l’umanità e in cui molti coetanei dei due Scoiattoli morivano per i motivi più folli, sembra quasi paradossale che due giovani andassero volutamente a prendersi dei rischi per salire una parete. In realtà come tutti gli alpinisti cercavano solo di vivere in modo più intenso la vita; quell’intensità che Romano si portò sicuramente dentro fino alla fine della sua purtroppo, breve esistenza. Richiamato al servizio militare non farà più ritorno da quella folle guerra.

Il pilastro oggi – Rfilessioni storiche

Con la fine delle ostilità e il ritorno alla normalità, quello che oggi definiremmo un “exploit” della cordata cortinese trovò rapidamente la giusta considerazione nell’ambiente alpinistico. Non a caso, ancora oggi la salita di Costantini e Apollonio rientra pienamente nel “Pantheon” delle salite di sesto grado immancabile nel curriculum di ogni dolomitista e non solo. Anche se si tratta di una scalata ultranota, abbondantemente ripetuta, ripulita e chiodata nonché stagliata nello skyline più bello di Cortina, merita aggiungere alcune considerazioni per collocare questa via nel suo contesto storico.

Della guerra si è già detto. Di fatto si trattò di un periodo di particolare “calma” alpinistica gioco forza condizionata dalla chiamata alle armi di un’intera generazione e dalla difficoltà di muoversi in un’Europa devastata. Il pilastro quindi appare come una cometa isolata in un periodo tragico non solo per la comunità alpinistica e riaccende l’attenzione dei pochi scalatori “abili”. Viene facile collocare questa salita a fianco di altre note vie del periodo d’oro del 6° grado dolomitico, prima fra tutte la “Comici-Dimai” alla Nord della Grande di Lavaredo. In un teorico e del resto mai del tutto condiviso “curriculum di riferimento” le due salite rappresentano una tappa obbligata anche per i moderni climber. Un viaggio nella storia ma anche e soprattutto su due stupende linee che con grande logica vincono due pareti a loro modo e al loro tempo “impossibili”. 11 anni dividono le due salite: anni di guerra, certamente, ma anche anni in cui “infranto” quel muro dell’impossibile che aleggiava sulla Nord delle Lavaredo si susseguiranno diverse salite che hanno segnato l’epoca d’oro del 6° grado in Dolomiti. Difficile ed ingiusto fare anche solo una scelta delle più significative. Basterà ricordare le “risoluzioni” di Cassin sulla Nord della Cima Ovest delle stesse Lavaredo come sullo spigolo della Torre Trieste. O ancora l’impresa di Vinatzer sulla Marmolada, dello stesso Comici di ritorno in Lavaredo tra la Piccola e lo Spigolo Giallo, o sulla misteriosa Cima d’Auronzo. E infine la caduta, una ad una delle maggiori e più naturali linee sulla Nord Ovest della Civetta. Un comune denominatore di tutti questi “capisaldi” dell’alpinismo classico è comunque quello di seguire, seppure su difficoltà sempre più sostenute linee il più possibile naturali che offrissero comunque all’arrampicatore un suggerimento nella vastità e severità dei versanti scelti. Fessure, diedri, spigoli o aree traversate venivano sempre meglio e con maggiore astuzia collegati tra loro a formare linee di salita ancora oggi stupefacenti. Sulla Nord della Grande il “grande passo” fu fatto soprattutto nell’idea di affrontare una parete così verticale ed esposta e con un uso se non sistematico quantomeno abbondante delle tecniche di artificiale.

Si tratta di un passaggio importante nella storia dell’alpinismo dolomitico che infrange la percezione della parete impossibile e rende gli alpinisti molto più determinati e smaliziati nell’affrontare pareti di quel genere. Tuttavia, volendo cercare una sorta di continuità con il passato la salita di Comici e dei Dimai ancora sfrutta una serie di linee naturali nella sezione di parete più articolata e fratturata, sul suo margine destro dove le colate nere di dolomia più lavorata e meno strapiombante sono più continue ed evidenti. Quella linea era stata strenuamente inseguita dai Dimai e infine raggiunta con l’apporto di Comici. La Nord della Grande è ancora una salita “naturale” seppure artificiale nella realizzazione.

Undici anni dopo gli Scoiattoli, nel silenzio e nello sconforto della guerra che devasta l’Europa, riprendono quella ricerca ma con due essenziali differenze. La prima, seppur apparentemente meno importante, è quella della scelta della parete. Il Pilastro è una struttura rocciosa imponente e definita, ma non una cima né una torre. È parte di una parete vasta, complessa, articolata, imponente e solenne come un tempio in cui i diversi pilastri si alzano quali enormi colonne, eppure illuminata dal sole. Niente a che fare con le tenebrose Nord ossessione di alpinisti pur sempre fedeli al “credo” della vetta.  Una parete rappresentava un problema solo se questa rappresentava il versante di una cima, torre o guglia che si voglia.

Ma il Pilastro? Ecco quindi che Costantini ed Apollonio spostano l’attenzione dell’alpinismo dalla pura vetta alla “parete” quindi al “problema”. Un passaggio forse non totalmente percepito. Non è un caso, infatti, che la grandiosa parete all’epoca vedeva ben poche tracciati sulle sue rocce. Il lungo, avvolgente ed avventuroso giro della cordata Dimai-Eotvos, la “diretta” di Stosser (in linea con l’epoca del resto lungo il percorso più logico e diretto verso la vetta) e la Julia, una via tutt’oggi misteriosa e poco ripetuta, che già sposta l’attenzione sulla parete pur tendendo a salirla nella sua massima altezza, opera anch’essa del lungimirante “Vecio”. Dopo il Pilastro cadono con sorprendente rapidità tutte le strutture “minori”, gli ormai celeberrimi spigoli oggi meta quasi esclusiva degli scalatori (raggiungere la cima anche solo per la Dimai è ormai questione da intenditori …). Primo, Secondo (quello a lato del pilastro) e Terzo Spigolo vengono saliti in impressionante successione tutti nell’estate del 1946! Come se si fossero accesi i riflettori la Tofana rivela man mano ai suoi pretendenti nuovi ed invitanti linee e ancora continua a farlo …

Secondo e altrettanto importante passaggio è quello della linea prescelta. Se è vero che il Vecio e Nano sfruttano per buona parte la linea più naturale data dalla lunga e regolare fessura grigia in basso e dalla successione di camini e diedri dalla seconda cengia in su, bisogna rilevare il coraggio nel “buttarsi” in mezzo ai gialli e per giunta tra i tetti della parte centrale. Non c’era ancora una via in Dolomiti all’epoca che superasse strutture strapiombanti così pronunciate. In Lavaredo Comici e Dimai si erano trovati a confrontarsi con piccoli strapiombi su una parete di per sé strapiombante ma con numerosi punti di riposo. Lo stesso Cassin sulla Ovest sfrutta con astuzia i punti deboli letteralmente attraversando la parete (un solo passaggio, sul muro giallo prima del traverso è paragonabile). Solo Carlesso forse, sia sulla Trieste che sulla Valgrande era riuscito ad anticipare l’epoca moderna con vie di grande visione e coraggio nell’affrontare pareti aperte e con pochissimi compromessi. Si trattava nel caso di Cassini e Carlesso di singoli tiri che permettevano di risolvere il problema più ampio della salita della parete. Nel caso del Vecio e del Nano invece i due si buttano nel cuore del problema, la fascia gialla, che per l’epoca rappresentava ancora uno scoglio psicologico non indifferente. Niente fessure, né diedri né camini: Costantini sale con abilità quegli 80 metri sfruttando le sue doti di chiodatore, ma anche azzardando singoli passaggi in libera con la tecnica del “o la va o la spacca” ed altrettanto bravo era Apollonio nel recuperare i chiodi, preziosissimi. I due tiri tra i due tetti sono già nell’era moderna: parete apertissima, esposta con fessure esili e passaggi obbligati ancora oggi valutabili di 6° pieno. I due tetti poi rappresentano anche due porte “chiuse” ad un’eventuale ritirata che dalla seconda cengia in poi diventa assai problematica anche oggi. La schiena di mulo, che costituisce il tratto forse più duro in libera per continuità e interpretazione del tiro (soprattutto al giorno d’oggi in cui la tecnica di camino sta man mano scomparendo dai manuali…) rientra però nell’ordine delle strutture che gli alpinisti del primo Novecento già conoscevano. Forse per questo il Vecio, pur consapevole che quel budello strapiombante sarebbe costato sudori e fatica, sapeva che la via non poteva che passare da lì. La tecnica dei sassi incastrati “artificialmente” invece era ben nota e anche esponenti più moderni come Don Whillans e Joe Brown sulla Blaitiere l’avrebbero adottata… venti anni dopo!

Ecco quindi che il Pilastro proietta l’arrampicata dolomitica nella nuova dimensione moderna. Apre la stagione delle direttissime per linea, tecnica, perseveranza: affronta i problemi al di là della vetta  e della struttura. Impone la direttiva alla parete e non viceversa. Un passaggio epocale.

Come i grandi festival del cinema sono passaggio obbligato per i registi in cerca di affermazione, altrettanto è per il Pilastro che riceve le visite dei migliori scalatori del dopoguerra. La prima, per questione di orgoglio, non può che essere ancora degli Scoiattoli. Ghedina e Lacedelli che avrebbero poi stupito – sebbene  non convinto – la comunità alpinistica alcuni anni dopo con la ripetizione lampo della Bonatti al Capucin nonché con la prima della Scotoni, sono i primi a tornare sul Pilastro. In giornata. Dopodiché il Pilastro è il turno dei “foresti”. Erich Abram nel 1951 e Hermann Buhl nel 1952 firmano la terza e la quarta salita. La Costantini – Apollonio arriva dunque alla ribalta che merita. Anche ad ovest. La considerazione è infatti tanto alta che questa via diventa il “test” utilizzato da due promettenti e ormai discretamente famosi ragazzi lombardi. Si tratta di Bontatti, Mauri, che nell’inverno del 1953 affrontano il Pilastro in versione invernale. Ma se per Bonatti e Mauri il primo tentativo (interrotto per una nevicata a circa metà via) è solo un allenamento prima di spostarsi sulle Nord di Lavaredo, sono sempre due monzesi della nuova generazione quali Oggioni ed Aiazzi, a mettere a segno la prima invernale in 3 giorni dal 16 al 18 marzo.

Nei decenni successivi il Pilastro rimane un riferimento mentre attorno è tutto un fiorire di linee sempre più spinte. Saranno di nuovo gli Scoiattoli di casa a spostare in avanti il limite, nel culmine dell’epoca delle direttissime e delle lunghe permanenze in parete guadagnando metro su metro i settori più inaccessibili. A destra, in una impressionante sezione gialla, sono Lorenzi, Menardi, Michielli, Gandini e Zardini in 5 giorni nel 1963 ad aprire la via “Paolo VI”. La scalata è quella in voga all’epoca. Artificiale spinta, grande opera di chiodatura, esperienza e intuito nel seguire i pochi punti deboli di una parete repulsiva, sulla quale la libera oggi è valutata 7b! Impresa notevole, pochissimo ripetuta negli anni successivi, oggi rivalutata dopo la (parziale e assai parsimoniosa) riattrezzatura dell’estate 2013. Poi sarà il turno delle nuove leve come Leviti con la sua Gilles Villeneuve che segue parallela la Costantini-Apollonio in piena parete e di Da Pozzo che nel 2005 apre la bellissima Sognando l’Aurora. Difficoltà spinte, spittaggio obbligatorio e grande esposizione sono gli ingredienti che fanno delle vie di “Mox” dei capolavori moderni.

Ma una classica non è mai per caso. La Costantini-Apollonio potrà forse subire la concorrenza delle linee moderne dove predomina la ricerca della difficoltà e della bella roccia, magari attrezzando a spit soste o tiri per rendere accettabili i margini di sicurezza, ma la via dei due Scoiattoli è ancora un passaggio obbligato. Ne sono prova le “stratificazioni” di chiodatura che si possono osservare ancora oggi a dimostrazione che se è vero che il Vecio e Nano erano ancora figli dell’epoca del chiodo come strumento di progressione, questo non è stato disdegnato nemmeno dai ripetitori. I vetusti fasci di cordini che avvolgono massi o adornano i chiodi d’antan, penzolando dai tetti gialli lasciano ancora interdetti, nell’epoca della sbandierata “sicurezza”. Sono ancora tanti i pellegrini della dolomia che passano ad omaggiarli non disdegnando di chieder loro pazienza e un piccolo aiuto. Attorno al Pilastro sono fiorite non solo vie, ma anche discussioni. “Valorizzazione” a spit o tradizione ferrea? A Cortina si è discusso e si discuterà ancora ad ogni spit tolto o discretamente aggiunto. Gli alpinisti vi torneranno, sempre e comunque, chiedendosi ancora come si fa a passare quel dannato tratto della Schiena di Mulo.

Una classica non è mai per caso…

Continua…. Sirene/2

Bibliografia: Luciano Viazzi, Le Tofane biografia di una montagna, ed. Manfrini 1983.

LA SPADA DEL SAMURAI

di Saverio D’Eredità

Scrisse una volta Dino Buzzati che se Walter Bonatti fosse vissuto ai tempi di Omero, le sue imprese ci sarebbero state consegnate oggi come un poema epico. Questa affermazione mi ha sempre colpito, forse perché più di altre riassumeva il senso dell’alpinismo di Bonatti ed in un certo senso conferiva ad esso una dimensione quasi mitica.

Bonatti, del resto, stava al pari di altri miti d’infanzia come potevano essere Indiana Jones o l’Uomo Ragno, ma che a differenza degli altri poteva giocare una carta decisiva. Bonatti era vissuto realmente e le sue imprese sono pagine ancora oggi luminose della storia dell’alpinismo e delle montagne. Non solo. A differenza dell’Uomo Ragno potevo vantare la sua firma sulla mia copia de “Le mie montagne”, cosa che più che attribuire un particolare valore al libro stabiliva soprattutto un indissolubile legame tra me e Walter.

Credo sinceramente che i suoi racconti possano contribuire in maniera decisiva alla formazione del carattere, nella stessa misura di quelli di Conrad o della musica rock. Ecco diciamo che I “Giorni Grandi” stanno all’alpinismo allo stesso modo in cui  “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd sta al rock degli anni settanta, un album che ad ogni ascolto sembra assumere ulteriore spessore, nuovi significati, altri echi, persino.

Il diedro sinuoso del Gran Capucin, la “candela” del Freney, il Pilastro Rosso, la Traversata degli Angeli sul Cervino o l’abside del Dru. Non so se fosse la sua abilità di scrittore o cos’altro ma le montagne di Bonatti sembravano porsi in una regione sconosciuta e quasi fantastica, popolata di immagini talmente potenti da occupare totalmente l’ingenua fantasia del neofita. I “Giorni Grandi” segnarono così il passaggio della linea d’ombra, che dall’infanzia conduce alla vita adulta, svelandomi qualcosa che andava oltre la montagna verso il desiderio degli spazi, della ricerca, qualcosa di meno riduttivo e più intenso dell’alpinismo in sé. O che forse ne è l’essenza stessa.

Sul fatto che fosse il più grande di tutti, credo ci sia poco da discutere. Era il più grande perché non serve l’elenco delle sue salite o l’accademico, ed in buona parte sterile, confronto sui gradi per restituire la cifra del suo alpinismo. Forse proprio perché alpinista, alla fine dei conti, non era: un viaggiatore, piuttosto.

E prova ne è proprio quel “tradimento” che lo vide scendere dalla croce del Cervino per salpare verso diversi ma non per questo meno incogniti spazi. A differenza di altri, Bonatti è riuscito a sopravvivere al suo stesso mito ed è possibile che la cosa gli abbia provocato ancora più nemici ma anche che una parte della sua grandezza risieda proprio nell’ammissione di aver trovato un proprio limite. E che lo ha reso, in fondo, un po’più umano.

***

C’è sempre un momento, per chi è affetto dal morbo della montagna, che potremmo definire dell’imprinting alpinistico. Ebbene quel momento per lui  fu la lettura dei “Giorni Grandi”  di Walter Bonatti. I problemi dei figli, si sa, nascondono quasi sempre colpe dei padri, magari indirette o non volute ma comunque ad essi riconducibili. Quando la mamma, quel giorno, entrò  con quel libro in mano forse non sapeva che stava dando fuoco ad una miccia collegata ad un cumulo di dinamite.

“È di un famoso alpinista dei nostri anni” – disse quasi a giustificarsi mentre gli porgeva il libro – “si chiama Walter Bonatti… scriveva anche sui giornali”. Il libro era spesso, un volume solido con una copertina dura di cartone e tante foto a colori all’interno. La sovra copertina immortalava l’alpinista nei colori delle prime Kodak ancora piuttosto accesi e senza il controllo dei contrasti del digitale. Spiccava il maglione rosso, con quell’aria d’antan contro le rughe del seracco segnate come la pelle di un drago delle fiabe. La figura dell’alpinista era come sospesa nell’aria nell’atto di compiere il salto del crepaccio. La piccozza stretta nella mano, eroica e splendente, come la spada di un samurai nell’atto di affondare il fendente nel corpo del drago.

Si poteva a lungo discutere della prospettiva, del sapiente uso del teleobiettivo e dell’effetto drammatico del rosso sul bianco scuro del ghiaccio o della piccozza brandita come un’ascia di guerra. Negli occhi del ragazzo rimase lo stupore e la meraviglia per il gesto di quell’uomo lanciato nel vuoto. Quell’uomo, in quella foto, era Walter Bonatti. Quel pomeriggio il libro lo lesse d’ un fiato, il che bastò per rimanerne folgorato. Da quel giorno nulla fu più lo stesso.

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Agosto ha mattini di miele che sembrano colare dal cuore delle pareti per irradiarsi alle valli. La Tofana emergeva sola nel cielo del mattino, come uno scoglio di corallo abbandonato da oceani trapassati.  L’auto filava veloce e Andrea dormiva placidamente accanto a me.

Il pezzo finale di Stairway to Heaven incalzava nelle casse e mi chiedevo anch’io, come la canzone, se fosse possibile essere roccia e non rotolare. Sarebbe stata la preoccupazione della giornata, eppure in quel momento l’incanto dell’alba superava ogni altra cosa. La parete sud della Tofana si mostrava ai nostri occhi, immensa nei drappeggi disegnati dall’alternarsi di spigoli e pilastri, come di vele spiegate nel vento. La nostra vela era l’ultima, il pilastro estremo dell’architettura.

“Ecco il Pilier Bonatti!” dissi con un certo compiacimento ad Andrea, mentre riprendeva conoscenza e stiracchiandosi osservava la parete. Avevo trovato questa definizione in una delle tante ricerche internet dei giorni precedenti, alla disperata caccia di indizi e relazioni che potessero placare la mia ansia pre-salita e in qualche modo prepararmi all’arrampicata. Si sa che tutto ciò è piuttosto inutile e che per quanto ci si possa documentare nessuna foto aiuterà mai a superare un certo passaggio. Ma questa volta contava poco: “Pilier Bonatti” suonava talmente evocativo e prepotentemente esaltante che per una volta tutte le preoccupazioni antecedenti lasciarono spazio ad una inconsueta energia positiva. Anche perché da lì ad un mese il grande Walter ci avrebbe lasciato, ma questo noi ancora non lo sapevamo.

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La scuola distava esattamente un chilometro e mezzo da casa. Abbastanza per lasciare scorrere il diorama dei sogni sullo schermo delle camminata del mattino e dell’ora di pranzo. Qualche volta arrivava a scuola senza nemmeno accorgersi, ancora fantasticando della cresta del Brouillard o dello sperone della Brenva. 

Un chilometro  e mezzo che gli bastava per metter da parte i soldi dell’autobus per comprare una corda tutta sua (anche se non sapeva che farsene) che sarebbe stata rossa, come quella di Bonatti. O ancora meglio una piccozza, corta, che già riusciva ad immaginare stretta nella sua mano, agile e veloce come la spada del samurai. Come la piccozza di Walter Bonatti.

***

L’idea di poter percorrere una via di Bonatti rimaneva da sempre confinata in un limbo, a metà tra la consolante realtà del sogno oggettivamente irrealizzabile e la lucida follia di mettersi alla prova con la materia stessa di quel sogno. Poi il tutto veniva banalmente superato dalla considerazione che le vie di Bonatti son quasi tutte tra le Alpi Graie e le Retiche, in quel “lontano Ovest” che noi dall’estremo opposto delle Alpi fantastichiamo neanche fosse l’Himalaya o le Ande. Quindi decisamente poco fattibile.

Perché ci si sarebbe dovuti allenare, magari d’inverno o sul misto. O almeno una volta provare a mettere mani su granito. E poi, in un angolo dove confiniamo tutto ciò che non riusciamo ad ammettere a noi stessi, c’era l’intima convinzione che i miti non dovessero essere profanati. Le vie di Bonatti erano belle così, da leggere, da ripercorrere con la fantasia, alimentando in altro modo le nostre pazzie.

Tutto ciò finché scartabellando tra le guide alla ricerca di un’ispirazione che ci permettesse di sfruttare al meglio il rinnovato anticiclone estivo, non saltò fuori questa semi-sconosciuta via “della Tridentina” alla Tofana di Rozés. Letteralmente, una rivelazione. Una via di Bonatti del 1952, l’unica aperta in Dolomiti, e per di più (al solito occhio ottimista del lettore di relazioni) nemmeno eccessivamente estrema! Nessun pendolo nel vuoto, nessun tetto da superare con acrobatici passaggi in staffa. Il limbo era violato, oramai. Non restava che arrendersi ad una nuova ossessione.

Il “Pilier bonatti” è l’ultimo dei pilastri verso occidente della grande muraglia della Tofana, ma certamente non tra i più noti e gettonati dagli alpinisti, nonostante la prestigiosa firma dell’apritore. Il motivo non è certo riconducibile alla mezzoretta in più che si deve fare per portarsi all’attacco. E nemmeno difetta di eleganza il profilo dello sperone che, sebbene non fendente come il primo spigolo o imponente come il Pilastro, sembra quasi nascondersi agli occhi degli arrampicatori. Viene da pensare che la scarsa fama sia dovuta al fatto che il buon Walter, di questa salita, non lascia traccia alcuna nei suoi libri. Praticamente una via oscurata dalla fama stessa del suo apritore!

Lo capisco, d’altronde. Nessun tribolato ghiacciaio da attraversare, nessuna marcia nella neve e nel gelo dell’inverno. Forse questa salita, scappata tra le tante al giovane Bonatti nell’anno del servizio militare era rimasta così, poco valorizzata come certe tele dimenticate negli scantinati degli Uffizi non tanto per lo scarso valore, ma perché al pari di altre non riuscivano a trovare collocazione in qualche sala.

Ci avviammo dunque verso il “Pilier”, in scarpe da ginnastica e senza “bonattismi” d’occasione. E sebbene nel porre le mani sulla roccia per un attimo il pensiero non potesse che correre agli anni delle grandi letture, la prima parte di salita scivolò via agile come raramente accade.

Salimmo, coinvolti, in un crescendo di sole, di luce. Trionfante il nostro sperone come il dorso di una proboscide ci innalzava. La scalata si svelava man mano, fluida e piacevole e ad ogni tiro una maggiore ampiezza grandangolare della conca di Cortina ci invogliava a salire, portandoci verso la parete finale dove sapevamo essere concentrate le maggiori difficoltà in un assortimento di quinti e sesti sostenuti.

All’ultima sosta prima della muro finale arrivai con un certo affanno, non tanto per la fatica quanto per l’emozione di confrontarsi con i passaggi chiave della parete. Vi avrei trovato forse degli indizi, delle tracce, qualcosa che mi avrebbe riportato la grandezza del mio mito d’infanzia? Forse l’aspettativa era eccessiva, comunque alla base vi trovai, più utilmente, un vecchio chiodo saldamente piantato fino all’occhiello, di quelli in cui riporresti una fiducia millenaria. Era forse il chiodo di Bonatti? Nel dubbio, con reverenza, vi passai il mio moschettone e allestii la sosta. Sorrisi, ripensando alla dedica di Bonatti sulla mia copia delle “Mie Montagne”. Vedi, Walter, che un giorno ci saremmo incrociati?

***

Da bambino si addormentava ascoltando la voce di suo padre che gli narrava le gesta di Ulisse. Non c’era per lui fiaba più bella. Non cavalieri di cappa e spada, né gesta di moschettieri o eroi da cartoni animati. L’eroe per definizione non era che Ulisse. Chiedeva ripetutamente di riascoltare la storia di Polifemo, tra tutte la più straordinaria ed emozionante. Un senso di rabbia e smarrimento invece lo percorreva sentendo dei trucchi della maga Circe, perché non poteva forse capire un bambino il dolore inflitto dalle debolezze dei  compagni e dalla subdola potenza dell’inganno. Scendeva sempre una lacrima da lieto fine sugli ultimi passi del ritorno ad Itaca, e l’avrebbe chiamata commozione se solo fosse stato più grande da capire cos’era questa cosa, enorme e struggente, che è il ritorno a casa. Perché di eroi ce ne sono tanti. Ma nessun eroe è spinto alle sue gesta da una cosa tanto poco eroica come la casa.

Gli altri personaggi delle fiabe gli sembravano quasi noiosi. Tutti disposti a rischiare la vita per qualcosa di stupido come un regno, una donna bellissima o una cassa di dobloni. Non c’era paragone con chi navigava per i mari, avverso agli dei, il cuore a casa eppure la mente all’incessante, inappagata, ricerca di sé.

Oggettivamente Paride appariva come una mezza calzetta ed Achille troppo narciso. Solo Ettore tra le file nemiche poteva competere, per senso tragico e nobiltà. Ma Ulisse superava tutti.

Lo accompagnava la condanna dell’ingiustizia divina e l’invincibile arma che è la ragione.
Le gesta degli eroi con i super poteri e il cuore senza macchia non lo emozionavano. La forza è terrena, il cuore impavido una finzione. La potenza della mente invece era soggiogante.

Scoprire Bonatti  era stato un po’come ritrovare un Ulisse moderno, reale, con nome e cognome. Stessa sembrava essere la metrica, il senso tragico  dell’uomo che per inseguire la conoscenza attraversa molti dolori e molte vittorie, le quali non sono che momenti di una vita che assume  man mano un senso superiore. Non era forse quella, la tensione del passaggio in mezzo a seracchi pericolanti nella notte, la stessa nel navigare attraverso le isole delle sirene? E nei pendoli del Dru, non  rivedeva forse la ponderata astuzia di Odisseo nell’uscire dall’antro di Polifemo? E quella struggente ritirata del Freney, con i compagni che uno ad uno cedono, non aveva la stessa profonda tragicità e la forza catartica del ritorno ad Itaca?
In lui ritrovava la nobiltà che risiede nella lotta contro quelle avversità cui non possiamo opporci , com’era l’ira degli dei sulla rotta di Ulisse e le bassezze ed invidie degli uomini. Il caso del K2 lo colpì così tanto, e così grande gli parse l’ingiustizia che prese  carta e penna e  scrisse proprio a lui, al grande Walter Bonatti.

***

La parete soprastante si palesò spietata e violenta come un pugno in faccia. Diritta sopra di noi contraddiceva la morfologia espressa dal monte, che pur ripido non aveva fin lì offerto particolari problemi, semmai invitandoci lungo quella “scala verso il cielo” in maniera bonaria. Essa si imponeva verticale e resa ancor più vivida dalla caratteristica roccia rosso-giallastra della Tofana. Più in alto, un acuto di strapiombi giallastri opprimeva il nostro slancio verso l’alto. Andrea partì e con meticolosa calma risalì la parete, seguendo una linea invisibile, eppure presente, fatta di appoggi e fessure che sembravano offrirsi parsimoniosamente alla tenacia di chi sale. Il tiro era bellissimo ed avvertii la sua felicità nel muoversi con naturalezza sul tipico sesto grado dolomitico.

Non potevo che pensare al Bonatti giovane che con lo stesso entusiasmo del mio compagno si apprestava a superare questa parete. Si sarebbe potuto vedere già qui quella che era la sua firma, il suo stile, nel superare il problema con lucidità ed in maniera essenziale. Forse quella stessa parete avrebbe potuto essere vinta lungo certe agghiaccianti fessure friabili che aprono nel giallo, senza dubbio una linea “tedesca” da Scuola di Monaco per intenderci, di quell’alpinismo sturm und drang degli anni’30.

O forse ancora un Comici sarebbe salito lassù, presso il profilo estremo degli strapiombi, nella sua tipica, quasi auto compiaciuta eleganza. Comici avrebbe imposto la linea alla montagna, dall’alto di una tecnica ed una confidenza con la roccia ed il vuoto che fa ancora venire i brividi.

Bonatti no. Era un logico, Bonatti, non un estetico. In lui c’era la calma del marinaio che studia i venti ed asseconda le correnti. Che sa dove vuole arrivare ma attende dal mare un segnale. Era un viaggiatore, lui, uno che nella montagna “passava attraverso”, la interpretava, senza tuttavia ridurla mai ad un mero numero o ancora peggio un’esibizione. Era un alpinismo “mentale”, di analisi e raziocinio, e forse è sempre stata questa la cosa che mi ha più affascinato. L’idea che non tanto la forza fisica, l’imperscrutabile talento del genio, ma l’applicazione metodica delle risorse della mente potesse fare la differenza è qualcosa che sembra rendere persino possibile una immedesimazione. Che potessimo essere anche noi dei Bonatti per un giorno, per intenderci. Un modo come un altro per non rinunciare ai nostri sogni di bambini, alle ambizioni di quei giorni grandi che mai potranno essere soggette alla svalutazione del grado o alle oscillazioni del mercato.

***

La scuola distava esattamente un chilometro e mezzo e l’unica cosa che al mattino lo spingeva ad alzarsi, vestirsi, trangugiare malvolentieri del caffelatte e lasciarsi abbottonare il giaccone dalla mamma cercando di sfuggire a qualche saluto amorevole era la voglia di lasciare navigare la mente tra ghiacciai sospesi, pilastri di granito. Stelle e tempeste. Ogni mattina andava in scena una nuova puntata nel teatro dei sogni. Aveva disegnato tutta una vita, ispirato dalle gesta di Bonatti in cui si  immaginava vincere strapiombi in mezzo alla bufere, ideare stratagemmi di astuzia per superare pericolosi traversi. In cui ogni vetta era gloria, ogni ritirata un’epopea. Non si contavano i bivacchi, le scariche di ghiaccio notturne, le cornici pericolanti.  In un anno scolastico aveva salito almeno 3 volte il Pilier d’Angle e inanellato delle solitarie estreme sulle Jorasses. Poi vennero gli orizzonti sterminati. Foreste millenarie e deserti della disperazione scavavano un solco sempre più profondo con la realtà, tra la vita vissuta e la vita immaginata. Qualche volta era proprio quella dimensione tutta sua a scacciare via certe lacrime, la tristezza per il brutto voto o le cattiverie dei compagni di scuola. In quel chilometro e mezzo poteva essere ciò che voleva, senza timore.

***

Scartammo leggermente a sinistra, come a divincolarci dallo strapiombo più violento, mentre la sfuriata di muri rossastri sembrava attenuarsi. Una cengia conduceva in là, esile, proprio al margine degli strapiombi, mentre sotto i nostri piedi sfuggiva un vuoto magnetico. L’intuito dell’apritore si rivelava non tanto nel passaggio roboante, nel gesto atletico, quanto nella sapienza, antica, del sapere svelare la montagna a sé stessa con la logica delle normali di un tempo.

Cortina in fondo ammiccava benevola, mentre dense di grigio le nubi s’addensavano oltre gli altipiani bianchi e neri del Sella. Sarebbero state su di noi a breve. Un ritmo serrante di fessure e diedrini ci accompagnò alla porta d’uscita della via, il diedro strapiombante. Vivevo, nel mio piccolo, certe emozioni appena accarezzate il giorno che passai sotto la Est del Grand Capucin e in cui capii che probabilmente le vie di Bonatti le avrei potuto al massimo fotografare.

***

Non aveva ancora scalato una montagna vera eppure conosceva a menadito ogni angolo della Brenva e non avrebbe avuto senz’altro difficoltà a scendere dalla cima del Bianco con qualunque tempo. Non aveva ancora messo le mani sulla roccia che già sentiva di poter affrontare in libera passaggi estremi. Si vedeva – e questo provocava in lui un non indifferente senso di appagamento – armeggiare la piccozza come una spada su pendii scintillanti alle prime luci del mattino. Bastava semplicemente l’occasione. Il mondo l’avrebbe sollevato lui. Al momento gli bastava un qualsiasi pendio innevato, un sentiero appena un po’scosceso, per immaginarsi alle prese con gli scivoli ghiacciati del Cervino o ingaggiato in una “Walker “ del tutto artigianale.

Il battesimo alpinistico, tuttavia, avvenne solo alcuni anni dopo. E fu curioso ed al tempo stesso emblematico che la prima vera “alpinistica”, condita di corda imbrago e attrezzatura fosse poi – al netto della giornata – una sonora batosta. Al tempo non faceva certi calcoli, perché viveva ancora in quella strana dimensione che è il passaggio tra infanzia ed adolescenza dove tutto sommato si crede che il mondo, là fuori, non aspetti che te.

La montagna si presentava in aspetto inusuale, quel giorno, precocemente corazzata di neve e ghiaccio che intarsiavano cenge e fessure dopo una nevicata settembrina. Eppure appariva ai suoi occhi come quelle visioni soggioganti del Bianco di Bonatti: non c’era perciò motivo di pensare che la realtà fosse poi tanto diversa dai suoi sogni. I “vecchi” però quel giorno preferirono evitare altri guai o forse dare un esempio di sapienza e ponderazione. Il capocordata intimò la ritirata e il ragazzo ubbidì, fiero di partecipare a quel momento così solenne che mette di fronte l’uomo alla grandezza della montagna. Quante volte il grande Walter era tornato indietro? Quante doppie nella bufera, quante rinunce, prima di spuntarla –  come sempre – sulla montagna? Il suo eroe avrebbe senz’altro assentito. La ritirata aveva persino un che di onorevole, perché naturalmente onesta, sempre schietta, raramente pavida. Vi è più grandezza in una ritirata, per quanto amara essa sia, che in un azzardato tentativo. Anche perché essa nascondeva inside ed esigeva esperienza. Nel dubbio, comunque, il ragazzo fu calato come un pacco postale dall’alto. I ramponi stridevano sulla roccia, la neve nascondeva ogni anfratto ed ogni cengia e i guanti di lana sottili non bastavano a trattenere il tepore. Eppure tutto questo non contava. Si sentiva un vero alpinista, come quello della copertina del libro ed arrivato sul nevaio si slegò con fare esperto, si sedette nella neve e piantò la piccozza a mezz’asta. La guardò soddisfatto;  sembrava proprio la piccozza di Walter Bonatti.

***

Sostammo appesi, a metà del diedro che indicava la soluzione pur senza concedere spazio ad eccessi di euforia. Il cielo era un triangolo disegnato nell’angolo acuto delle pareti, che si scuriva sempre più per l’addensarsi delle nubi.

Sibilava il vento dietro lo spigolo, ogni tanto un refolo gonfiava la corde nel cielo. Chicchi di grandine, il tonfo di un tuono che si espandeva tra le gole. Un grido di incoraggiamento dall’alto, accompagnato da un’altrettante incoraggiante tirata alla corda.

Infilai le mani in fondo alla fessura per risalire metro a metro il diedro mentre attorno s’addensava una piccola tempesta. Vedi, Walter, che un giorno ci saremmo incontrati? Una scenografica grandinata suggellò gli ultimi metri, fin quando guadagnai la pacca sulla spalla di Andrea alla sosta.

“Visto” – gli dissi, preda dell’euforia – il Pilastro Bonatti, il diedro Bonatti…”.

“e la tempesta alla Bonatti” – rispose con un filo d’ansia – “me la sono vista brutta … friggeva tutto qua attorno!”

Ci guardammo, rincuorati ora da un ottimistico sole. Per imitare le gesta di Walter ci sarebbe stato altro tempo. Altre montagne. I nostri giorni grandi.

Perché l’alpinismo, in fondo, è quel gioco in cui forse non superiamo mai del tutto  la nostra linea d’ombra.

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