Lillipuziani parte terza – La cresta della delusione

di Saverio D’Eredità

Avevamo appena ordinato la terza birra da mezzo e, a parte la necessità di andare a pisciare urgentemente, non avevamo risolto ancora nulla. Mi alzai con la vescica che esplodeva e mi feci largo all’interno del “The Pub” di Chamonix, pullulante di rubicondi e chiassosi tifosi “orange” concentrati su un avvincente ottavo di finale del Mondiale 2014. Feci giusto in tempo a notare che – nonostante tutto – Wesley Snejder era ancora in gran forma, anche se non credevo che l’Olanda sarebbe arrivata in finale pure stavolta. Ci vorrebbe proprio uno come Wesley, pensai. Uno cui affidare le chiavi del match. Tornai al tavolino che Stief stava sfogliando freneticamente la guida di Batoux sulle 100 e 1 più belle scalate del Bianco, passando dalla numero 8 alla numero 76 svuotando boccali di birra e spegnendo una cicca dietro l’altra. Non ce la potevamo fare.
Per fortuna le ragazze si stavano rilassando con dei rinfrescanti drink e l’aria del tardo pomeriggio si stava facendo leggera. Un normale aperitivo con paranoia nel cuore di Chamonix.

Eh, sì, cari miei lillipuziani che sicuramente vi stavate chiedendo come sarebbe poi andata a finire la nostra avventura d’oltralpe: per lungo tempo vi ho tenuto nascosto un finale amaro che in tanti anni non sono riuscito a metabolizzare. E forse è venuto il tempo di condividere quel lontano trauma. In fondo, si dice, la scrittura è una forma di psicoanalisi.

Quel tardo pomeriggio di giugno di tre anni fa eravamo davvero degli uomini a pezzi. Ci eravamo salutati a mezzogiorno in preda ad una incauta euforia, certi di avere in saccoccia la perla della nostra “campagna chamoniarda”. Con l’acquisto decisivo del “cugino”, mister 8a – uno che aveva già all’attivo Etat de Choc al Portalet e L’Echo des Alpages al Gran Cap – avevamo puntato tutte le fiches su una preda succulenta e di sicuro appeal, ovvero la Rebuffat alla parete Sud dell’Aiguille du Midi. Roba da passeggiarci sopra.
Sollevati dall’ansia del risultato (garantito) avremmo indugiato su qualche passaggio particolarmente estetico, ricercando l’inquadratura migliore di una vacanza che si stava per concludere in gloria. L’unica preoccupazione potevano essere gli abbinamenti cromatici: considerando il rosso fuoco del protogino della Midi, spiccava di più la felpina turchese o la maglia stretch color canarino che fa tanto home page di Planetmountain?
Insomma, come ebbi modo di leggere una volta in uno striscione allo stadio, eravamo “venuti a ritirare la coppa”. Le ore del primo pomeriggio erano quindi passate preda di una insolita leggerezza, il passo lieve e strascicato sul pavè del centro storico, una particolare accondiscendenza nel concedere alle signore un drink di più o una deviazione per vetrine. Non avevamo niente di cui preoccuparci. Solo il vestiario e il titolo del post su Facebook.
Ma come nei più classici dei sogni del calciomercato estivo, in cui già estasiati da sogni “di coppe di campioni” come direbbe Venditti immaginavamo orizzonti di gloria, ci risvegliammo di soprassalto scoprendo che in realtà potevamo contare solo sulle nostre forze per non essere condannati definitivamente alla retrocessione.

Il messaggio del cugino era stato laconico e brutale: “Oh, Ste, domani non riesco a venire da voi a Cham. Son bloccato con la tesi. Sarà per la prossima”.

Poche parole per rendere la situazione da esaltante a delicatissima. In altre parole: ultima giornata di vacanza a Chamonix, tempo splendido, condizioni ottime e noi senza il nostro “top player”. Se dall’esterno tutto ciò appariva a dir poco grottesco, per noi si consumava un autentico psicodramma, dilaniati tra l’idea di una trionfale campagna in Bianco in cui avremmo fatto man bassa di salite di qualità e una realtà dei fatti che svelava la nostra mediocrità. Per uno di quei particolari loop mentali che annientano le nostre facoltà intellettuali, non ci stavamo minimamente chiedendo se vi fossero alternative e la Rebuffat alla Midi sembrava essere l’unica via nell’intero massiccio. Qualunque altra scelta sarebbe stata al ribasso e non ci sarebbe bastato un software generatore di scuse per giustificarci.
Insomma, Gulliver aveva tirato il pacco e i Lillipuziani erano stati gettati nello scompiglio. Ci ritrovammo così con dei volti terrei davanti all’ufficio dell’Ohm sotto un cielo livido e i sudori freddi. Credo avesse anche cominciato a piovere.

Prima ancora dell’aspetto tecnico e morale, infatti, incombeva su di noi, come una oscura falce, l’orario dell’ultima corsa della funivia. Perché la vera domanda che si pone l’alpinista lillipuziano prima di ogni salita ai “piani alti” di Chamonix è: a che ora è l’ultima discesa? Si tratta di una condizione essenziale e risolutiva; perdere l’ultima corsa ha un solo esito: bivaccare indecorosamente nel cesso della Midi. Per alcuni un rito di iniziazione. Per altri un disonore. Per altri ancora un semplice contrattempo.
Per noi, tout simplement, una tragedia.

Certo, perché un flop di tal genere avrebbe innescato delle imprevedibili reazioni a catena che avrebbero, forse per sempre, pregiudicato i nostri sogni di gloria in questa porzione delle Alpi. Spiegaglielo, infatti, alle compagne che per una via di fatto senza avvicinamento e con discesa direttamente sul tornello della funivia ci servivano due giorni? Probabilmente avremmo dovuto scontare una penitenza decennale, avremmo perso tutta la nostra (già assai fragile) credibilità, senza contare le conseguenze nefaste sul proseguimento delle ferie e il viaggio di ritorno. Insomma, una situazione ad alto rischio: roba che alla Baia dei Porci, quella sera, Kennedy e Kruscev in realtà se la stavano giocando a briscola.

Ci trascinammo per il centro di Chamonix attanagliati dai nostri dilemmi interiori, incomprensibili ai più, consapevoli del fatto che avevamo una sola carta da giocarci e non potevamo sbagliare. Si ponevano in ordine tutta una serie di domande.

  1. Salire leggeri lasciando il materiale alla base? Opzione intrigante e molto estetica, ma richiedeva la calata sulla via. Ma le doppie si sarebbero senz’altro incastrate. Risultato? Bivacco nel cesso.
  2. Scalare pesanti trascinandosi scarponi da ghiacciaio ramponi piccozze metalli vari con il vantaggio di non dover tornare all’attacco ma di sottoporsi a sforzi che ci apparivano inumani? Risultato? Lotta coll’alpe su una via che molti considerano falesia e comunque altissima probabilità di bivacco alla toilette.
  3. Adattare i ramponi a 12 punte sulle scarpe da ginnastica: soluzione in apparenza geniale, ma che comporta un rischio altissimo. Se al primo tiro capisci che nemmeno dopo 3 giorni uscirai dalla parete e ti cali cosa fai? Risultato: la giornata va in vacca perché non puoi attuare nessun piano B. Torni a casa con un saldo negativo di 60 euro di funivia, disonore e crollo dell’autostima.
  4. E soprattutto: avevamo i friend giusti per scalare quella maledetta via che fino a ieri ci pareva la parata sul red carpet e oggi poco si discostava dalla Nord dell’Eiger? Risultato: chiamata al Soccorso Alpino.

Entrammo da Snell’s sport in stato catatonico, aggirandoci tra i corridoi in cerca di qualcosa che potesse risolvere il nostro dilemma. Infine, ormai persa ogni dignità mentre brandivamo un friend numero 3 come gli ominidi il primo manufatto litico, ci avvicinammo al commesso con fare losco chiedendogli sottovoce
“Scusa, tu hai fatto la Rebuffat?” con il tono di chi sta chiedendo se ha da vendere del fumo.
“Bien sur, monsieur!” ci rispose con la solita scrollatina supponente, seppur interdetto dall’insolita domanda. Che domanda del cazzo, pensammo: qui anche i bambini dell’asilo hanno fatto la Rebuffat.
Ci guardammo negli occhi leggendo reciprocamente la domanda che nessuno dei due, per un barlume di amor proprio, aveva il coraggio di fare. Credo che alla fine glielo chiedemmo all’unisono.
“Secondo te ci serve il blu per farla?”
Il commesso ci guardò tra il perplesso e lo stupito. Forse era la prima volta che gli veniva posta questa domanda. Ci guardò come si guardano due che gli hanno appena chiesto di caricarli nel portabagagli per passare la frontiera.
“Mais non, le jaune ça suffit”
Uscimmo dal negozio senza il friend, con 60 euro in più in tasca e 60 da giocarci nella corsa del mattino successivo. L’appuntamento delle 7 alla Boulangerie sembrava quello di due condannati a morte. Nessuno dei due aveva dormito e a stento ci salutammo. Ordinammo due caffè e due pain au chocolat che ingollammo solo per dare una parvenza di normalità a quella che si apprestava ad essere, senza ombra di dubbio, l’epilogo della nostra modesta carriera. Mi sentivo come al primo esame di diritto privato, con le budella contorte e la testa nella nebbia totale. Mentre ripassavamo i tiri come le preghiere alla Madonna, in fondo alla lunga coda di attesa vidi la sagoma di Andrea che – riconosciutomi – fece un ampio gesto con il braccio.

Fui felice di vederlo sereno e rilassato: eppure quello che stava per affrontare l’esame di guida alpina era lui! Mi prese un attacco di nostalgia lancinante, per le Giulie, per le nostre montagne senza funivie, paranoie e foto da mostrare. Dove semplicemente se qualcosa andava storto voleva dire che tornavamo a casa prima. E che ci avremmo riprovato il giorno dopo. Guardai in alto i cavi della funivia che bucavano la nebbia del mattino e mi prese un’infinita tristezza.

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Cordate sulla sud della Midi – foto S.D’Eredità

Quasi un’ora dopo giungevamo, attrezzati con tutto il materiale a nostra disposizione (credo mancassero solo gli sci) alla basa della fotogenica parete sud della Midi. Attorno e sopra di noi gli schiamazzi e il traffico di una normale giornata nel “lido Midi” era no appena cominciati.
Il granito perfetto della parete fiammeggiava nel cielo cobalto e già tre cordate stavano attaccando la via prima di noi. Sul breve traverso del primo tiro, già da un buon quarto d’ora, una curiosa cordata a tre effettuava delle farraginose manovre. Spiccava in particolare il secondo membro della cordata: fuseaux bianchi aderenti e un vistoso pile fucsia ad effetti fluo, basco al posto del caschetto e mustacchi ben rifiniti, sembrava Freddy Mercury nel video di Innuendo. Alla base, rispettivamente, si presentavano un’altra cordata da tre, composta da due uomini e una donna, anagraficamente e stilisticamente di inconfondibile origine caiana (mezz’età, alto tasso di polemicità, soft shell rossa a bordini neri con patacche varie) e altri due di nazionalità ignota che comunicavano per grugniti.
Lo scacchiere era chiaro: la cordata di Freddy Mercury avrebbe fatto da tappo condizionando l’incedere delle truppe sul campo di battaglia, ma quasi certamente avrebbe guadagnato l’uscita della via.
La cordata caiana si sarebbe contraddistinta per una sicura lite di metà via, causata dall’eccessiva baldanzosità del maschio alpha e generatrice di ulteriore tensione e nervosismo nei compagni al minimo inconveniente. Probabilità di riuscita medio/alta, ma strascichi sicuri nei giorni a seguire.
I due apolidi taciturni invece erano sicuri candidati al bivacco nel cesso della Midi.
Non so dire quanto rimanemmo fermi lì, a metà del pendio che conduceva all’attacco, accecati dalla bellezza della parete e impotenti di fronte allo spettacolo sublime della nostra incapacità.
Mi accorsi che era il momento di muovermi solo quando il piccolo ripiano dove avevo scavato un gradino cominciò a sfaldarsi sotto il calore del sole. Era passata più di mezz’ora, la cordata caiana già discuteva su come organizzare i movimenti e Freddy Mercury si esibiva in dei falsetti sulla splendida “fessura a S”, uno dei tiri più belli di tutto il Bianco e che noi – in definitiva – ci stavamo rassegnando a guardare dal basso.

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Arete des Cosmiques – foto S.D’Eredità

Il resto della giornata era già scritto. Senza dire una parola ci dirigemmo verso quello che era il nostro naturale destino: la vituperata e avvilente Cresta del Cosmiques. Spudoratamente snobbata i giorni precedenti di fatto si offriva come l’unica reale alternativa. Raggiungemmo l’attacco – una vecchia baracca, resti di cavi e di un buca per defecare – e ordinatamente ci infilammo nella coda di cordate come bocconcini nello spiedo.
Scambiammo saluti multilingue e attendemmo il nostro turno per le doppie e per le foto.
Provammo e superare una cordata e ci difendemmo a nostra volta per non essere superati.
Guardammo distrattamente il panorama, rilassandoci solo quando il martellante moto-pick al lavoro da ore sulla terrazza della nuova funivia si concedeva qualche pausa.
Ogni tanto sollevavamo lo sguardo verso la parete della Midi, infuocata nell’ora dello zenit. I pantaloni bianchi di Freddy Mercury spiccavano sul rosso del granito ancora a metà via.
Davanti ai nostri occhi passarono uno ad uno tutti i caratteristici passaggi della cresta: il monolite di granito, la paretina verticale con i buchi per i ramponi, il canalino di misto. Non ci fermammo nemmeno per una foto. Consumavamo la nostra corsa alle giostre e tra poco il giostraio sarebbe passato a ritirare il ticket.

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Lungo la cresta: il monolite dove corre la celeberrima “Digital Crack”. Sullo sfondo la stazione della funivia – foto S.D’Eredità

Feci una sosta su spuntone alla base della goulottina finale, e per un attimo, annusai l’aria di una parete nord. Sotto i miei piedi piombavano per mille e più metri i colatoi del Cosmiques, creando un disorientante effetto vertigine. Avevo avuto i miei dieci minuti di vita selvaggia e potevamo apprestarmi alla foto ricordo. La corda di Stief correva veloce tra le mie mani, troppo veloce e mi chiesi il perché di quella furia. Percorsi il tiro alla velocità della luce, grattando qua e là con i ramponi, finché sbucai di colpo sulla cresta terminale, dove altre cordate sostavano per i selfie di rito. Sorpassai tutti trascinato dalla corda che mi tirava a velocità folle, urlando ogni genere di insulto a Stief.

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L’ultima goulotte – foto S.D’Eredità

L’uscita della cresta del Cosmiques è la scaletta: sì, una scaletta metallica (verticale ed atletica, comunque!) che esige un ultimo ribaltamento su ringhiera, cosa non scontata quando sei armato come un cavaliere medievale. Ancora meno quando scopri che a recuperarti non è il fido compagno di cordata e sventura, bensì il tecnico del cantiere della Midi che ti accoglie con un sorriso tirato e un “vite, vite, allez-y qu’arrive l’élicopthére!Elicottero monsieur!Prestò“.

Nella penombra di una porta socchiusa sul margine della terrazza vidi una sagoma familiare che mi faceva cenno trascinando a sé gli ultimi anelli di corda. Entrai nello stanzino, una specie di sottoscala sordido e buio. In fondo al corridoio una porta metallica accedeva ad uno spazio più luminoso, ma asettico. Guardai la porta alla mia sinistra. Era il cesso della Midi.

(Continua…)

Per chi si fosse perso le puntate precedenti…

LILLUPUZIANI AL MONT-BLANC – Capitolo I

I viaggi di Lilliput – Capitolo II

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