Due foto, 1 di 2

di Carlo Piovan

Non mi piace appendere foto che mi riguardano sui muri di casa; non ho mai approfondito il motivo reale di questa scelta, semplicemente non mi viene spontaneo farlo anche se ci sono molti scatti che conservo e che amo rivedere, concedendomi qualche minuto di nostalgia, di quel momento passato.

Alla vita però non interessano le nostre regole personali e con la stessa leggerezza di un polline di tarassaco, sono atterrate sul mio comodino due fotografie che resistono al tempo ed alle stagioni.

Uomo e Donna appesi nel vuoto

Un punto di ripresa zenitale, una parete di dolomia gialla che sprofonda cinquecento metri più sotto nei grigi ghiaioni, due soggetti al centro della scena accomunati da due caschetti color arancio e da una profonda fiducia in quei due pezzetti di acciaio dolce, incastrati nella roccia e collegati tra essi e loro, da una sottile fettuccia di nylon. Il vuoto tutt’intorno.

Eleonora (Lola) l’avevo conosciuta qualche anno prima, come spesso accade, quasi per caso, con la fortuita occasione di vendita di una mia guida d’arrampicata. Conosciuta per corrispondenza ad esser precisi, vista la distanza che ci separava la guida era stata recapitata con un passaggio di mano. Da li solo qualche scambio di mail o quache like su Facebook e la promessa di incontrarci di persona per scalare assieme. Dopo un paio di tentativi non riusciti ci diamo appuntamento, con lei ed altri amici, alle ore 7.00 al rif. Dibona all’ombra della Tofana di Rozes. In una calda giornata di luglio di qualche anno fa. Le avevo proposto di unirsi a noi per salire la via di Walter Bonatti alla parete sud della Tofana, l’entusiasmo con il quale aveva accettato la proposta, prometteva una giornata di gran divertimento.

La via, 600 m con difficoltà fino al VI+ , si potrebbe ragionevolmente consigliare a cordate ben affiatate, ma pur essendo la prima volta che scalavo con Eleonora, non mi ero minimamente posto il problema. Conoscevo la sua attività, un curriculum che farebbe invidia a molti, ed ero convinto che ci saremo trovati subito in buona intesa; e ad ogni buon conto quel giorno aveva a disposizione altri tre arrampicatori di alto livello, se il sottoscritto non le fosse sembrato all’altezza …

Ci veniamo incontro nel piazzale antistante del rifugio, – finalmente ci troviamo – è la frase che ci scambiamo a vicenda. Un caffè al volo, poche parole per organizzare il materiale e stiamo già trotterellando sotto la parete.

La via scorre veloce, trovo subito sintonia con Lola, mi sembra di scalare con un compagno di vecchio corso. Poche parole in sosta e via andare, come una cordata ben rodata. Ovviamente, le battute e l’umorismo dei mie compagni che ci seguono a ruota,a rendeno più spensierata la salita.

Arrivati oltre due terzi, traverso più del dovuto a sinistra uscendo di poco dalla direttiva corretta, nel tempo che impiego a rientrare nella giusta direzione, i miei amici ci superano e proseguono in testa. Io ed Eleonora li seguiamo a ruota.

Odio aspettare, è più forte di me, odio aspettare fermo l’autobus in fermata, il treno alla banchina, il mio turno alle poste, dal panettiere … e tanto meno in parete.

Siamo a pochi tiri dall’uscita, ma anche su quelli più impegnativi.

Scalpito per partire dalla sosta, ma mi rendo conto che raggiungere Enrico Luca ed Alvise a quella successiva, vorrebbe dire peggiorare una situazione già palesemente scomoda.

Sbuffo e fremo per partire, tanto che Enrico mi fa notare che poco sotto di loro c’è un’altra sosta che eventualmente posso usare. Non aspettavo altro!!

Guardo Lola e le dico parto! Il tiro anche se non particolarmente difficile sulla carta, mi impegna non poco per via della roccia non solidissima e per la scarsa proteggibilità. Con qualche sudore freddo arrivo alla famigerata sosta alternativa. Due chiodini vetusti e pure un poco ballerini fanno bella mostra di se in un tratto di parete verticale e senza nessun terrazzino o cornice sulla quale scaricare un po’ di peso. Alzo la testa nella speranza di vedere i miei compagni partire e liberare la sosta poco sopra, ma la scena che mi si para davanti lascia poche speranze. Un intrico di uomini e corde mi fa ricredere sulla sosta alla quale sono approdato. Ribatto i chiodi con il martello, li collego, un bel respiro profondo e li carico poco alla volta. Ok la sosta tiene.

Un piccola clessidra fa bella mostra di se davanti al mio naso, in meno di due secondi preparo il cordino di kevlar per infilzarla come uno spiedino, ma niente da fare entra ma non esce. Dopo quindici minuti di estenuante lotta tra me e quel buchetto nella roccia giallastra, getto la spugna, il cordino non vuol sapere di passare i due buchi. Lo ripongo e dico a Lola di partire. Mi raggiunge in sosta.

L’obbiettivo porta la lente a puntare verso il basso, un piccolo ronzio di messa fuoco e clic, la scena appena scattata si riproduce sullo schermo LCD. Soggetto : Uomo e Donna appesi nel vuoto.

Provo a giustificarmi sul brutto posto nel quale ci siamo cacciati, ma lei non fa una piega. Semplicemente mi pone la sua vita e la sua fiducia in mano. Vai avanti tu. I primi metri di innalzamento dalla sosta, sono improteggibili, poi come una promessa di salvezza, più in alto i chiodi dell’altra sosta ed una regolarissima fessura dove infilare tutti i friend a disposizione sull’imbracatura. Ma prima quei pochi metri di depositi organici di milioni di anni, pressati, compattati e pronti per voi. Loro saranno anche pronti, io non ne sono molto sicuro, ma quella silenziosa dichiarazione di fiducia non posso permettermi di tradirla. Respiro a fondo e scaccio dalla mente qualsiasi pensiero riguardo un volo sopra la sosta. Opzione esclusa Carlino, mi ripeto. A te piace arrampicare mica volare, altrimenti ti saresti dotato di un paio di ali o perlomeno di un parapendio. Guardo Lola solo per dirle la stessa parola che entrambi ci ripetiamo a vicenda da sta mattina. Parto . Un semplice verbo, ma che racchiude dentro di se un sentimento di speranza e fiducia reciproca, oltre che un saluto a rivedersi 50 m più in alto.

Lo schema è sempre quello, passo al centro, stringo le tacche alzo i piedi e ripeto. Arrivo al chiodo, il clic del moschettone che si lega al suo anello, innesca un tremito che vorrebbe arrivare alle gambe, ma lo blocco all’altezza del ventre, non ora, ancora 35 m di dolomia. La scalata riprende fluida, mi diverto in quella fessura, fino alla fine delle difficoltà, un ripiano adagiato su un fianco della Tofana dove Lola mi raggiunge. Gli ultimi metri la recupero tirando le corde con le mani, quasi volessi tirarla fuori a forza dall’abisso, due tre, quattro passi fuori dalla verticale e la rivedo. Ci stringiamo in un abbraccio.

Alcuni mesi dopo.

Marzo, in questo ufficio appena il sole tramonta, la temperatura crolla e qui dentro si gela. Ancora dieci minuti e poi me ne scappo a casa. Squilla il cellulare un messaggio di Enrico – Ma cos’è successo a Eleonora? – La domanda mi prende in contropiede, non so nulla. Cosa dovrebbe essere successo? Richiamo immediatamente l’amico rigirando la domanda e cercando spiegazioni, dove evidentemente non ne potevo trovare. Enrico mi accenna alla notizia di un incidente accaduto a lei e altri due sue compagni il giorno prima mentre salivano una cascata di ghiaccio in Val Daone. La notizia equivale ad una pugno nello stomaco, mi metto a cercare notizie prima in internet che mi ripropone una sterile e confusa cronaca degli eventi. D’istinto faccio la cosa più inutile, provo a chiamarla sul cellulare, ovviamente è staccato, inizio a telefonare a tutti i miei amici lombardi per vedere se qualcuno ne sapeva di più. Finalmente dopo vari tentativi riesco a parlare con un conoscente che mi chiarisce un po’ la situazione, le notizie non son incoraggianti anche se non ancora certe. Rimpiango la fermezza che avevo avuto sulla Tofana, in questo momento farebbe un gran comodo. Ma purtroppo i pensieri sono saliti sulle montagne russe e non hanno intenzione di fermarsi.

I giorni seguenti le notizie arrivano più chiare e portano con se un sapore amaro.

La buona educazione vuole che quando si va a trovare una persona in ospedale le si porti un regalo, ma in questa situazione quello che vorrei davvero donare a Lola non è in vendita. Rimedio con un libro che spero almeno possa distrarla per qualche ora, e le stampo quella foto, di noi due appesi sulla dolomia ampezzana. So bene che non risolverà nulla, ma è l’unica cosa che posso regalargli in quel momento, un bel ricordo e una promessa. Parto!

Avevo fatto stampare due copie di quella fotografia, una di prova, perché non si sa mai. Ora quella prova trova posto sul mio comodino “ uomo e donna appesi nel vuoto” , a ricordarmi ogni giorno che la guardo, la lezione che mi ha insegnato Lola, non arrendersi, mai! Nonostante tutto quello che ti possa accadere.

https://backtothetop.org/tag/eleonora-delnevo/

DSC05694

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4 risposte a "Due foto, 1 di 2"

  1. Marco 24 gennaio 2018 / 9:36

    Bellissimo pezzo! Complimenti!

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  2. roccoamato 17 marzo 2018 / 20:52

    una lezione che Lola ha e sta donando a molti.
    grazie per averlo raccontato.

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