La stanza blu

di Saverio D’Eredità

A Francesca e a Federico
a tutti i bambini che guarderanno il mondo per la prima volta

L’estate era stata inaspettatamente lunga. Avevamo sfruttato tutti i giorni possibili, anche quelli sbagliati. Veniva ora il tempo, quello delle luci radenti e di un certo rammarico. Veniva quel tempo – lo sapevo, del resto – e uno ad uno scioglievo i nodi che mi legavano agli amici. Ricordo ancora l’ultima di quelle volte. La schiena addossata alla parete, gli anelli di corda sparsi per terra – non ero fatto per l’ordine – nebbie che salivano come la carica di una cavalleria. Spalle alla parete, eravamo allo stesso tempo semplici spettatori o irredimibili condannati.
Scendemmo bordeggiando la notte, con un’inquietudine che ora dirti non saprei. Non era la strada – già mille volte percorsa – né l’ora. Sapevo però che avrei dovuto darci un taglio. Non per sempre, solo per un po’. Le cose stavano accadendo – il quando l’avresti deciso tu – e realizzavo adesso (solo adesso!) che non avevo le risposte. Fu da quella sera che il mare entrò dentro le mie notti. Prima lentamente, come un’onda lunga e distesa. Poi sempre più imponente, sovrastante. Tenevo la tua mano mentre andavo giù, eppure sapevo che non ero io a dovermi salvare. Poi il mare mi è entrato dentro e non se ne è più andato.
Avrei dovuto prendermi cura, di questi giorni. Annotarli in un diario, riportare con precisione i dati, le misurazioni, i rilievi. Mantenerne una qualche testimonianza. Numerare uno ad uno i miei passi ed anche tutti i ricordi. Quindi catalogarli ordinatamente in un fascicolo da archiviare per genere, specie, anno. Suddividerli in sezioni, creare dei riferimenti ed elaborare strumenti di classificazione. Procedere ad un’accurata misura del mondo. Rilevare stato del cielo, temperatura, valori chimici nel terreno e nell’aria. Registrare i suoni, catalogare i colori e in qualche maniera persino gli odori. Riprodurre un’immagine esatta seppur istantanea. Magari un po’asettica. Ma una mappa del mondo non dovrebbe essere qualcosa di troppo sentimentale.
Avrei dovuto poi passare alle persone. Intervistarle, riportare opinioni, analizzare pensieri, catalogarne gli sguardi e i gesti. Anche senza troppo ordine, che tanto i sentimenti si sa che sono volubili. Riportare indifferentemente informazioni sulla vita di ogni giorno, dalla cucina ai parcheggi, dalla lista della spesa ai programmi della radio. Quindi una volta raccolto il tutto, provare a stilare un manuale d’istruzioni. Già, perché nessuno qua ci ha dato in mano le istruzioni.

Credo ci siano due grandi rammarichi nella nostra vita. Non poter essere testimoni dell’alba del giorno dopo di noi, così come del tramonto del giorno prima di noi. Vivere quindi soltanto il tempo della nostra vita. Ma il rammarico non è certo l’eternità, che diciamocelo, non fa per noi. Potrebbe essere stancante, alla lunga. Noiosa, persino. Dolorosa, talvolta. Invece credo che un tale rammarico sia solo figlio della curiosità. Ma se per il primo temo non ci sia scampo, per il secondo qualcosa si può fare. Almeno per chi mettiamo al mondo.

I giorni prima di te erano trascorsi piano. Ho corso per colline ombrose e denudate. Ogni tanto l’odore di terra buona, altre un fruscio che riapre una ferita piena di paure. Ho messo ordine anche a questo. Sono salito su una cima che era sola come me, bionda nell’ora del tramonto. Te la porto come un dono di cui dovrai fare tesoro. Da qui posso osservarsi il dispiegarsi delle prime creste, i batuffoli boscosi delle colline e l’inconcepibile orizzonte della pianura. Tutto questo ho provato e provo ancora a misurare, cercando un ordine, qualcosa che mi dica di essere sulla strada giusta. E poi verrai tu, e tutto ciò ti apparirà diverso. Nuovo. Avranno altre forme le creste, le colline e forse troverai in fondo la linea d’orizzonte. Forse è questo che ci sostiene. Questo ci riscatta. Che venga qualcuno dopo di noi a vedere il mondo di nuovo.
Il giorno prima di te ho acquistato molti giornali. Sapevo che avrei dovuto aspettare. Il quanto l’avresti deciso tu. Ancora un tentativo, l’ultimo, di trovare le risposte. Come quando prima dell’esame sfogliavi a casaccio il manuale e magari, vai a sapere, stai proprio davanti alla domanda che ti verrà fatta.
Ho passato il giorno seduto al bordo del letto, mentre le ore sfilavano e di tutte le cose che potevamo sapere, questa ci rimaneva preclusa.
È un po’ come quando aspetti la prima neve. Potrai utilizzare tutti gli strumenti, i calcoli, i modelli e i dati possibili. Ma nessuno saprà mai in quale esatto momento e dove e come cadrà il primo fiocco di neve.

La pila dei giornali è sfatta come la mia faccia e la mia camicia. C’è la foto di un orso bianco alla deriva su una banchina e leggo che i ghiacci al Polo si stanno sciogliendo. Ci sono persone che vanno alla deriva nel mare e un omino vestito di nero che non smette di parlare. C’è un grande incendio e del fumo blu, si gioca una partita, della gente si lamenta perché non sa cosa ha votato e altra protesta perché vorrebbe votare. Ammasso i giornali sul comodino e aspetto. Temo di non avere altre risposte. Il mondo è questo qua, nient’altro che una catasta di fatti, di cose, di persone, che collidono, si amano, muoiono e nascono senza che nessuno si prenda la briga di spiegarti qualcosa, fermarsi un attimo. Darti le istruzioni.

Attraverso i corridoi, tento di uccidere il tempo che lentamente sta uccidendo me che non ho saputo accettare il tempo. Persone che si lamentano delle tasse da pagare e altre che aspettano sedute in carrozzina. C’è chi trattiene un pianto davanti ad un foglio bianco e chi annoiato fissa un numero rosso. Trovo un ragazzo che conosco. Mi parla di sua mamma che se n’è appena andata con una leggerezza e un sorriso che non so spiegarti. Si nasce nel mistero e nel dolore, e alla fine lasciamo una lacrima e un sorriso. Non possiamo decidere l’inizio e la fine, forse è per questo che passiamo il resto della vita a misurare, controllare, prevedere. Questo mistero ci inquieta, come in quell’ultima discesa, come il mare che sommerge le mie notti.

Murad è seduto con le gambe incrociate su un tappeto polveroso. Mi offre un chilo di riso e mi parla del suo paese tra le montagne. Si stupisce che io ne conosca i nomi. Mi mostra una foto della sua casa. Le mura, finemente decorate con motivi ora geometrici, ora floreali, le ha dipinte lui. C’è un ragazzino, in piedi, porta una tunica e un copricapo pashtun. È suo fratello. Mi dice che un giorno gli uomini con la barba l’hanno portato via, ma che lui vorrebbe vivere a Roma, trovare una ragazza e fare il pittore.
Mi racconta. Di un viaggio lungo e nero come la notte, tra gli altipiani dell’Iran e oltre le montagne del Kurdistan.
Mi parla. Di un camion e di segreti cammini lungo i bordi delle autostrade. Di una notte lunga come un viaggio, e che in tutto questo ciò di cui aveva più paura di tutte erano i cani.
Mi chiede. Da dove vengo e quanta strada ho fatto. Tanto poi non capisce la mia lingua, mi sorride porgendomi altro riso. Dovrei consegnarti anche questo. Tutti i miei passi, i chilometri e le terre percorse, i volti incrociati, le strade non prese. Quello che alla fine non sono stato.
Siamo tutti figli di un viaggio, di una notte, di un sogno o una bugia.

Credo manchi poco, possiamo procedere solo per approssimazioni. Probabilmente è quello che facciamo tutti i giorni, tutto sommato. Non mi rimane che questo spazio da verificare. Dunque, il corridoio misura quaranta metri ed è largo due. Su un lato ci sono undici stanze e ventuno letti. Sull’altro quattro porte e un telefono che non smette di suonare. Il pavimento è colorato di arancione e le pareti sono bianche, con dei disegni, ma non belli come quelli di Murad. Ogni tanto qualcuno corre. In mezzo al corridoio c’è una porta grande e bianca che apre su un altro corridoio. Ai lati ci sono quattro stanze, due per lato. Una è la stanza blu. Di questa non ho rilevato metri quadri e cubatura. Solo che è blu. Il corridoio misura centoquarantacinque passi e un numero infinito di sospiri. Io e tua madre l’abbiamo percorso – sorreggendoci – quattro volte avanti e indietro. La quinta ci siamo fermati al novantacinquesimo passo.
E questi sono stati gli ultimi passi prima di te.

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