Oltre il confine – L’alpinismo antifascista di Ettore Castiglioni

di Saverio D’Eredità

Una piccola croce di legno, appoggiata ad un fascia rocciosa, così piccola e scura che fai fatica a notarla. Che penseresti sia stata messa lì per caso, o dimenticata.
E’ proprio dei Giusti non pretendere sepolcri solenni, ma accontentarsi di cerimonie minime e luoghi umili. Ettore Castiglioni fu, prima che alpinista, scrittore, musicista, viaggiatore, un Giusto.
La croce di legno si trovava nel luogo in cui fu ritrovato, accovacciato, al disgelo di quell’inverno del 1944. L’ultimo bivacco di Ettore si svolse poche centinaia di metri sotto il passo del Forno, ormai in Italia, ormai salvo, ma forse ormai in pace con sè stesso e con quella brama di “dissolversi” nell’immensità della Natura che da molti anni e per la precisione da quel giorno sulle Mèsules aveva coltivato, in cui la sua vita cambiò del tutto.
Oltre il confine” è il documentario di Andrea Azzetti e Federico Massa, presentato al Trento Film Festival 2017 e basato sui diari di Ettore Castiglioni, scritti tra il 1927 e il 1944. E’ Marco Albino Ferrari che ci accompagna in questa indagine a metà tra documentario, fiction ed inchiesta, attraverso le fitte ed ordinatissime righe vergate da Ettore per quasi vent’anni alla ricerca di quegli indizi che ci potranno suggerire una spiegazione a quella fine così misteriosa e romantica.
Non è tanto il Castiglioni alpinista – uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo italiano tra le due guerre, nonchè figura chiave in quello specifico genere che è la guidistica di montagna di cui fu il capostipite in un certo senso – quanto il Castiglioni uomo e soprattutto anti-fascista che è oggetto della ricerca. Un antifascismo che in quegli anni oscuri diventa da semplice convinzione e posizione politica, a vero e proprio imperativo morale per sfociare in una sorta di missione. L’ultima che Ettore si diede nella sua vita tanto breve quanto intensa, sfaccettata e problematica.
Si tratta di un “docu-film”, che mescola i tratti tipici del documentario/reportage alla fiction, accompagnato dalla voce narrante che rilegge i passi del diario di Castiglioni. Ritroviamo i passaggi principali della vita di Ettore, alternati alle interviste al nipote Alessandro Tutino, come anche testimonianze di grandi nomi dell’alpinismo tradizionale quale Maurizio Giordani. E’ percepibile l’eredità di Castiglioni, che va be oltre il suo “lascito” alpinistico (le centinaia di vie aperte in decine di gruppi montuosi, dalla Val d’Aosta alle Giulie) e ricomprende anche e soprattutto la sua certosina opera di censimento ed esplorazione dei monti italiani. Fu questa la prima “missione” che diede un senso alla vita di Ettore, un uomo idealista ma al tempo stesso combattuto, perennemente alla ricerca di un significato profondo alla sua esistenza. Significato che avrebbe ritrovato dopo l’8 settembre 1943, quando comprese che il mettere al servizio del prossimo la sua conoscenza dell’ambiente d’alta quota avrebbe potuto persino salvare delle vite umane. Ed è qui che il Castiglioni alpinista, profondamente per non dire devotamente innamorato della Natura, si fonde con il Castiglioni intimamente anti-fascista. Un anti-fascismo, quello di Ettore, coltivato in silenzio (come tanti intellettuali ed uomini comuni dell’epoca), ma che diviene imperativo morale nel momento in cui tutte le coscienze sono chiamate ad una forte presa di posizione. Castiglioni comprende quale è la sua reale missione. Sarà la sua ultima.
Il documentario segue il viaggio di Ferrari sulle ultime tracce di Castiglioni, un’indagine postuma (quasi un “cold-case” come si direbbe adesso), difficilissima quando solo i figli per non dire i nipoti dei testimoni diretti possono fornire minimi dettagli, indizi, in un puzzle che si fa sfocando nel tempo. In questa parte il documentario in realtà segue il canovaccio del bel libro “Il vuoto alle spalle” scritto dallo stesso Ferrari, interessante e ben riuscito esperimento di “non-fiction story”che narra gli ultimi mesi di Ettore, tra l’alpeggio del Berio, Milano e la Svizzera. Una fase oscura, poco nota proprio perchè qui il Castiglioni alpinista “sfuma” nel Castiglioni “militante”.Ma l’indagine rimane senza risposte. Il documentario si chiude seguendo le orme di Ettore che si perdono in quell’immensità che dal giorno delle Mesules, e poi negli spazi patagonici, egli incessantemente cercava.

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Oggi, nel luogo dove Ettore ha trovato quella “dissoluzione” nella potenza della Natura è stato apposto un chiodo da roccia. L’abbassamento del ghiacciaio e i movimenti della morena hanno stravolto la conformazione di quei luoghi e oggi quel chiodo è piantato parecchi metri più in alto del fondo attuale. Ciò che commuove è la semplicità del ricordo, come semplice e umano fu ciò che fece Ettore negli ultimi mesi della sua vita, tanto da meritare adesso il riconoscimento di “Giusto fra i popoli”. E’importante che tale figura riemerga oggi, proprio come il suo corpo riemerse nel giugno del ’44, in tempi così cupi, oscuri e disumani. Forse dal documentario e dal libro, dovrebbe sorgere un nuovo coraggio, per ridare a Castiglioni quella dimensione che gli spetta come uomo di cultura e di valori, non solo alpinistici, che merita oggi in tempi quanto mai attuali.
Un fatto di cronaca di questi giorni, non passato inosservato, ma forse solo superficialmente trattato dai media, riporta alla memoria le gesta di Castiglioni, come di centinaia di “eroi oscuri” del passato. La guida alpina francese che ha soccorso una migrante in procinto di partorire al Monginevro per poi essere (verrebbe da dire “banalmente”) denunciato dalla Gendarmerie francese per violazione delle leggi sull’immigrazione, ha compiuto un gesto senza tempo, la cui istintività trascende le leggi degli uomini come della montagna. Non è questione dell’alpinista “buono” o del poliziotto cattivo. E nemmeno di politica. Quanto piuttosto della capacità di essere semplicemente esseri umani. Come Castiglioni nel 1944, come centinaia di persone ignote che si sono prodigate in gesti che chiamiamo “eroici” solo per giustificare le nostre mediocrità, riannodano i fili con domande ancestrali, che risalgono al dilemma di Antigone e di quanti avvertono il dissidio – tragico – tra ciò che l’appartenenza al genere umano reclama e le leggi di una comunità, d’altro canto, impongono.E forse proprio sotto questa luce dovremmo rileggere oggi i “Giorni delle Mesules”.

“Perciò ho sempre sostenuto che il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza. L’alpinismo è libertà, è orgoglio, ed esaltazione del proprio essere, del proprio io come individuo sovrano, della propria volontà come potenza dominante: il fascismo è ubbidienza, disciplina, è annullamento della propria individualità nella pluralità e nella promiscuità amorfa della massa, è abdicazione alla propria volontà e sottomissione alla volontà altrui”- E.Castiglioni, dicembre 1935.

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Il Desiderio di Infinito – vita di Giusto Gervasutti

di Saverio D’Eredità

C’è un angelo triste che osserva il destino confuso degli uomini dalla stretta vetta del Requin. Le mani, grosse e nodose di alpinista, stringono asole di canapa. E’ vestito secondo lo stile dell’epoca. Semplicemente. Una giacca di panno e pantaloni di fustagno. In vita è stretta una corda. Il volto, bruciato e corrugato dal sole, pare come torvo e pensoso. A cosa penserà, l’angelo triste?

Guardando questa foto, la più celebre foto di Giusto Gervasutti – scattata dall’amico e compagno Lucien Devies sul Dent du Requin – pensiamo a quest’uomo introverso, chiuso in un proprio elitario silenzio fatto di crode, di conquiste, di misantropia. Ed è forse questo l’errore più grande che la “vulgata” sul “Fortissimo” ci ha consegnato. Insieme alla celebre affermazione “Osa. Osa sempre e sarai simile a un Dio” che ci restituisce un Gervasutti allineato con la retorica e il pensiero eroico dei suoi anni, per decenni Giusto è rimasto all’ombra di sé stesso, o meglio dell’immagine che suo malgrado si è tramandata. Parte da qui, Enrico Camanni, da una foto, in fin dei conti,per andare sulle tracce del Fortissimo. Per rendere giustizia ad un proprio personalissimo “mito”, ma anche e soprattutto per ricalibrare la cifra di un uomo troppo frettolosamente archiviato nell’agiografia creata attorno al suo personaggio. L’errore, se così si può dire, di Gervasutti fu probabilmente proprio quello di essere un uomo in fondo schivo e riluttante alla mediatizzazione dell’eroe – che pure nel Ventennio predominava e dalla quale a piene mani attinsero molti dei “capiscuola” dell’epoca. Non seppe “vendersi”, Gervasutti, e fu forse per questo che una vera indagine sulla sua persona si è fermata come un vecchio orologio, a quel pomeriggio del 1946 in cui precipita con il ramo di corda che stava cercando di recuperare sul Pilastro che di lì a poco avrebbe portato il suo nome, elegante tra la selva di strutture della Est del Tacul.

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Sulle tracce del Fortissimo, dunque. Si potrebbe sottotitolare così “Il Desiderio di Infinito” (Laterza, 2017), l’opera di un Enrico Camanni che, travestito da detective, tenta di ricostruire la vita di Gervasutti, sotto il profilo alpinistico ma anche e soprattutto umano. Disotterando piccole storie nascoste, amori, amicizie, delusioni e idee del personaggio forse meno considerato dell’alpinismo tra le due guerre. Un’indagine appassionata e rigorosa, che parte dai fatti (le poche testimonianze di chi lo conobbe in vita, le ricostruzioni attraverso gli scritti dello stesso Gervasutti e dei suoi compagni ma e anche soprattutto il suo alpinismo come forma di espressione artistica) e risale il corso del tempo. Lettura piacevole, ben equilibrata, che arricchisce ed appaga il lettore nella costante analisi introspettiva eppure prospetticamente proiettata nel tempo e nei luoghi della Torino degli anni ’30 e’40, “Il Desiderio d’infinito” appartiene a quella categoria di libri capaci di collocare l’alpinismo in un più generale affresco storico del nostro Paese.

Pochi – e Camanni è tra questi – hanno capacità e cultura per essere al tempo stesso scrittori di genere (montagna) e divulgatori, analitici senza risultare pedanti o noiosi. Senza tralasciare la componente alpinistica, importante ma non preponderante e soprattutto “calata” nel contesto storico. L’alpinismo come forma d’arte, infatti, è chiave di lettura per capire l’uomo che vi sta dietro. “Che uomo era, Giusto Gervasutti?” Muove da questa domanda Camanni, cercando una via mediana tra l’immagine cristallizzata nel tempo di un’alpinista “del tempo del Regime”  e quella – ridisegnata da Gian Piero Motti nel 1977 nella sua Storia dell’Alpinismo – di un uomo tormentato, nevrotico, travolto dalla sua stessa paranoia. O forse Motti proiettava su Giusto sé stesso, i suoi dubbi, i suoi nodi irrisolti? Certamente il Gervasutti “mottiano” è personaggio più alla moda, più vicini a tempi problematici ed introspettivi. Ma corrisponde al reale profilo dell’Uomo? Non lo sapremo mai, e questa conclusione trapela in ultimo da Camanni il quale – con umiltà – cerca però di fare emergere il Gervasutti segreto, restituendo l’immagine di un uomo posato, riservato, colto persino. Non uomo di lettere, al pari di suoi compagni quali Chabod o Mila, ma d’azione, certo. Ma non insensibile e nemmeno “superomista”. In lui ritroviamo gli ultimi riflessi di un alpinismo autenticamente romantico, sognatore, che rincorre i suoi obiettivi in forma quasi rapsodica. Gervasutti è fatto di rapimenti, folgorazioni. Deve volere fortissimamente una salita prima di intraprenderla, sentirla sua. Come un’opera d’arte.

Questo romanticismo – tardivo in un’epoca dove per la montagna si compiono atti di eroismo, sinceri o meno che siano, dettati da una cultura aberrante e che strumentalizza la “lotta coll’alpe” per ergerla a modello di uomo nuovo – è forse la causa della “sfortuna” di Giusto in fatto di “grande prime”. Le “gare” per sua stessa ammissione, le perde sempre. Arriva “dopo” in quasi tutte i grandi problemi: Nord del Dru, Eiger, e le ambitissime Jorasses. Eppure è Giusto a vedere nello sperone della Croz la più facile delle vie sulla grande parete. Ingaggia – suo malgrado – la corsa con i tenaci (e loro sì, votati ad osare oltre il lecito) tedeschi. Dopo anni di rincorse e strategie arriva – destino beffardo – un giorno dopo. E il voler ugualmente portare a termine una prima ripetizione è testimone di quell’eleganza e di quello stile quasi “inglese” (ed era infatti Mummery uno dei “padri spirituali” di Gervasutti) che pochi potevano vantare in un’epoca di “primeggiamenti”. Gervasutti “soffre” la concorrenza di Cassin e Comici, curiosamente conterranei (seppure trapiantato in Piemonte, ricordiamolo, Gervasutti è friulano di Cervignano). “Risolutore” il primo, “divino” il secondo, entrambi rubano la scena a quest’uomo perso nei suoi sogni che vagheggia mete lontane, avventure interiori ed esteriori, che viaggia già nel futuro. Alpinisticamente è questo uno dei dati più interessanti messi in luce da Camanni. Gervasutti è sicuramente un nume tutelare della scuola piemontese, ma lo dovrebbe essere di tutto l’alpinismo italiano. Le sue scalate (ma anche la sua preparazione metodica e sportiva ante litteram) sono avanti di decenni. Si pensi solo alla sua via sulla Est delle Jorasses (a lungo irripetuta) o al misconosciuto Pilastro Nord del Freney. Salite che all’epoca segnano per le Occidentali un salto di qualità tecnico e mentale che riallinea nel giro di pochi anni l’alpinismo dell’Ovest all’evoluzione tecnica già sperimentata ad Est. Gervasutti, friulano trapiantato in Piemonte, si fa portatore di questa rivoluzione. Scala granito, ma nei polpastrelli e nei movimenti si vede calcare e dolomia. Da’ una scossa ad un ambiente fortemente tradizionalista, radicato nella compassata abitudine sabauda dell’understatement. Lo proietta nel futuro. Forse per questo dietro di sé non lo segue nessuno e fatica a trovare compagni. Troppo breve il sodalizio con Boccalatte, troppa differenza con il pur forte Chabod. Ma Gervasutti non recrimina sui compagni. E’un uomo che guarda sempre oltre.

Gli scritti di Giusto non l’hanno aiutato a divenire “popolare”. Ma la sua scrittura rappresenta l’epoca, nè più nè meno (sarebbe da chiedersi, oggi, quando tra trent’anni leggeranno i nostri articoli pieni di “yeah vez” cosa penseranno…) e in questa luce andrebbe letto e compreso. Eppure, nell’indagine di Camanni, emerge un Gervasutti che vive male il suo periodo storico, lo fa sentire ancora più avulso dal contesto. Non ne condivide i valori, gli schemi, gli stili. Rimarrà così, in un limbo romantico e sognatore, combattuto tra le necessità della vita e le aspirazioni di libertà. Proprio come un angelo di Wenders, il suo occhio si posa con compassione e partecipazione tra quegli uomini che non disprezza, ma tra i quali si sente estraneo. Fino al giorno in cui “cade” dal sogno in cui ha vissuto una vita, lasciando dietro un mito. Un mito che oggi Camanni riporta tra gli uomini, così com’era vissuto.

 

La Sciatrice

di Saverio D’Eredità

Che il romanzo alpino non sia un genere di successo è noto ai lettori e scrittori di montagna già da tempo, se è vero che già cento anni fa Kugy ne denunciava limiti e carenze. Che la causa non sia forse da ricercare proprio nella predisposizione ed attitudine di lettori e scrittori sarebbe forse da indagare. Se è vero questo lo è altrettanto il fatto che proprio chi la montagna la vive e frequenta non gradisce (o mal sopporta) incursioni “di genere” in un terreno considerato esclusivo appannaggio proprio di chi ritiene la montagna un ambito poco adatto ad inscenare storie ed intrecci che appartengono alla narrazione classica. Come se tutta la colossale letteratura che si ambienta per mari ed oceani (Melville, Conrad, Hemingway per dare una manciata di nomi) dovesse prima essere filtrata ed accettata da capitani e navigatori! Continua a leggere