L’uomo sulla piroga

di Saverio D’Eredità

Al di là di ogni tentativo di trovare una definizione o una categoria, per quanto ci si sforzi di descrivere le sensazioni che si provano, credo che sciare sia, essenzialmente, una possibilità. Non una cosa utile, né tantomeno necessaria. Divertente, spesso. Altre, a dire il vero, un po’frustrante. Altre ancora un tentativo o forse una scommessa. Eppure.

Eppure succede ogni volta di nuovo. Che quando hai quei due assi ai piedi, quando il “clak” degli attacchi sancisce il tuo legame, quando hai davanti un pendio, in quel preciso istante ciò che hai davanti è soprattutto qualcosa che ha a che fare con le possibilità. Di sicuro qualcosa succede, in te. Qualcosa che d’un colpo amplia la sfera del possibile e – in qualche modo – la sfera di te stesso. Anche se lì per lì assomiglia più ad un istinto incontrollabile, animale quasi, a metà tra infantile incoscienza e consapevole coraggio. Qualcosa che ci aggancia alla parte nascosta di noi, quella che ricacciamo sempre dentro a pugni. Perché non è bene. Perché non si fa. Perché. Perché.

Non ci sono perché, qui. Ci sono due assi attaccati ai piedi, c’è uno spazio da creare. Lasciare una traccia è un venire al mondo di nuovo. Anzi, è un modo di stare al mondo. Ancora di più, più preciso. È un modo di stare con il mondo. E ‘stabilire una relazione e quindi – ecco, sì – creare un po’ sé stessi. Rendersi possibili.

Creste Bianche – foto Saverio D’Eredità

A me, sciare, il percorrere uno spazio bianco decidendo – solo io, e solo per quel momento – la mia traiettoria, ricorda sempre la sensazione che ho provato il giorno in cui ho imparato ad andare in bici. Ve lo ricordate, voi, quando avete imparato ad andare in bici? Vi avranno tolto il ruotino senza dirvelo o un adulto premuroso vi avrà tenuto per il sellino, immagino. Io me lo ricordo bene, ahimè, un po’perché ero già grandicello e poi perché a dire il vero non c’è stato né ruotino né adulto premuroso. Ho imparato su una bici che non aveva freni e a casa di un compagno di classe, un 25 aprile della terza media. Del resto, la sola bici che poteva prestarmi l’amico era uno scassone senza freni e poi – a pensarci bene – per imparare qualcosa non deve essere sempre tutto perfetto. Non dobbiamo avere sempre tutto.

Ecco, il momento in cui son riuscito a fare due pedalate in equilibrio è stato soprattutto un momento in cui ho percepito delle “possibilità”. Ricordo che ho iniziato a prendere tutte le strade che mi capitavano e il mio amico Paolo mi inseguiva e rideva di me che pedalavo come un forsennato perché i freni non ce li avevo e non potevo che pedalare e basta. Ecco con lo sci è più o meno lo stesso. Cioè è ogni volta come imparare ad andare in bici la prima volta. Non so se mi riuscirà la prima curva. Non so se riuscirò a non cadere. È questo che lo rende interessante a mio modo di vedere. C’è uno spazio non del tutto noto. Un universo di possibilità.

Deve essere qualcosa che si è sovrascritto nei geni dell’essere umano. Almeno dal momento in cui il primo uomo ha intuito come un tronco potesse trasportarlo sull’acqua. Ve lo vedete il primo uomo su una piroga? Qualche volta me lo immagino, quell’essere un po’rozzo e non molto evoluto che – inconsapevole di varcare una soglia epocale – con uno sguardo determinato, spinge quel tronco scavato nell’acqua e ci si getta sopra. Me lo vedo si, quello sconosciuto antenato dai denti storti, la pelle sporca, i peli ruvidi e gli occhi colmi di stupore, che si allontana sull’acqua, il cuore un tumulto di paura e mistero verso quella sponda ignota che lo attende. Lo sapeva, quell’essere umano di migliaia di anni fa, che quello stesso gesto, quello stesso sguardo, quelle stesse indecifrabili sensazioni si sarebbero ripetute un numero infinito di volte per centinaia e centinaia di generazioni? Che quella piccola spinta avrebbe determinato il futuro del pianeta nudo che aveva davanti?

Come l’uomo sulla piroga, anche lo sci ci offre un varco attraverso il quale ci è dato espandere la conoscenza e la consapevolezza dello stare al mondo. È una possibilità che si ripropone indefinite volte, basta saperla cogliere. Saperla leggere, come possibilità.

Tutto sommato però sciare non è che una delle declinazioni possibili di questa possibilità. Un modo come molti altri (bè, forse più affascinante, di altri) di attraversare quel varco che ci permette di proiettarci verso dimensioni nuove e diverse di noi stessi. Qualcosa di necessario. Talvolta quel varco, quel breve spiraglio in cui intravediamo una possibilità, è l’unica cosa che ci rimane. E a cui ci aggrappiamo con tutte le nostre forze.

Scendendo da Forca La Val – foto Marco Battistutta

Sto esagerando. Non è solo lo sci che ti permette di varcare quella soglia. Ma la sensazione, ecco, quella sensazione – ci siamo capiti – potete cercarla dove vi pare, con chi vi pare, con l’attrezzo che preferite o anche senza niente. E la cosa sorprendente è che accade senza che tu possa deciderlo. In qualsiasi momento e ovunque. Una mattina d’estate in una stanza senza suoni e senza finestre. Lungo strade polverose, dove ti chiedi se ancora qualcosa di puro è rimasto. Può essere dietro ad una telefonata, tra le carte di un ufficio, all’uscita da scuola lungo la strada che fai sempre e un giorno – clack, il suono degli scarponi che ritorna, tin-tin, i bastoncini che sbattono a scrollarsi la neve, l’occhio che coglie una luce particolare su un particolare insignificante – invece ti apre quella possibilità. E sei di nuovo l’uomo sulla piroga.

Un giorno siamo saliti sul solito monte dove vanno tutti. Dove siamo andati centinaia di volte e torniamo quasi come se ci fosse, tra le strade, nelle indicazioni stradali, nei nostri umori, una sorta di declivio che ci lascia scivolare da quella parte. Siamo saliti lungo la solita strada, misurato per l’ennesima volta passi, curve, dossi, alberelli e radure. Notato, nell’intercapedine degli anni, qualcosa che ci era sfuggito e qualcosa che non c’è più. Siamo arrivati in cima, il solito giro di panorama, il solito commento che pare veniamo qui per ridire le stesse cose sempre. Ma stavolta su quel monte ci siamo girati dall’altra parte. E la vista di quel pendio – e la solita domanda: hai mai provato a scendere di là? – è stata irresistibile. Come sempre. Ma come nessuna altra volta prima di allora, abbiamo voltato le spalle alle tracce conosciute e ci siamo rivolti a quel fazzoletto sospeso verso non-so-dove. Non abbiamo bisogno sempre di saperlo, come non abbiamo sempre bisogno di tutto. Come i freni della bicicletta quando ho imparato ad andarci.

Quel gesto, quell’unico gesto, ha cambiato tutto. Come una lampadina accesa d’improvviso in una stanza buia, ci ha fatto capire che non eravamo venuti per percorrere la stessa traccia, ma per vagliare delle possibilità. Abbiamo chiuso gli scarponi, allineato le tavole, pulito gli attacchi dalla neve. In quella cura c’era la nostra responsabilità. In quella scelta un principio di libertà.

Proprio come l’uomo sulla piroga, lasciandoci scivolare lentamente sul pendio abbiamo ripetuto quel gesto antico. Allontanato la riva andando verso spazi bianchi, senza sapere esattamente cosa ci sarebbe stato oltre la linea d’orizzonte. Come avremmo attraversato il limite di quel bosco che pareva un muro senza crepe. Se ci sarebbe stato possibile raggiungere la valle da lì. Per sentirci nuovamente, selvaggiamente, il primo uomo o ogni uomo sulla Terra, una mattina di cinquemila anni fa da qualche parte in Indonesia o forse chissà in Mesopotamia. O anche adesso, in ogni luogo dove qualcuno cerca una via d’uscita. Un po’più vicini a quell’uomo, e forse un passo più lontani dal morire. O almeno, illudendoci di esserlo.

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