ALFABETO VERTICALE

ALFABETO VERTICALE:

l’alpinismo e il suo immaginario raccontato da Brevini

di Saverio D’Eredità

Ho sempre nutrito un po’di diffidenza nell’approcciarmi a titoli come questo, forse più per colpa di certi inappropriati sottotitoli. “Alfabeto verticale” (Il Mulino, 2015) di Franco Brevini riporta il fuorviante, per quanto accattivante sottotitolo “La montagna e l’alpinismo in dieci parole”. Normalmente diffido da tutto ciò che per sintesi, brevità o marketing riduce sistemi complessi e variegati in “dieci mosse”, il che fa il pari con le “100 migliori” delle guide o – in altri ambiti – estemporanee classifiche di quelle care a Nick Hornby, tipo i 50 dischi migliori di sempre. Tutti espedienti commerciali che appartengono alla grande famiglia delle “100 cose da fare prima di morire” per cui il mondo si riduce ad una lista (opinabile) dello scibile e possibile umano.

Pur essendo un libro che aspira ad essere divulgativo, l’autore riesce a divincolarsi agevolmente tra un registro lessicale comprensibile al grande pubblico senza per questo rinunciare alla terminologia tecnica e soprattutto evitando di cadere nella trappola della superficialità che spesso si associa al genere divulgativo:  questo del resto sembra essere spesso l’esito scontato quando si approccia la montagna e l’alpinismo con l’obiettivo di risultare accessibili, non facendo tuttavia che inflazionare l’immagine stereotipata di una montagna dai panorami “mozzafiato” immersa in una natura “incontaminata”.

D’altra parte va rimarcato un difetto che si ritrova nella letteratura di montagna , ovvero quello di oscillare tra l’ostentazione (vendita?) dell’exploit, magari farcito di considerazioni tecniche astruse per il lettore non “introdotto” e che ne impediscono il processo di immedesimazione e una certa retorica d’elite che ha prodotto, tra l’altro, una serie di concetti interessanti forse più per riflessioni di stampo accademico, come quello delle “Terre Alte”, neologismo antropologico-culturale senza dubbio raffinato, ma sganciato dall’alpinismo inteso come cultura. Perché, va detto, l’alpinismo come fenomeno e come pratica, riflettendo su sé stesso, produce cultura. Ed in questo senso la riduzione della storia alpinistica a mera successione cronologica di prestazioni o peggio “mode” andrebbe ribilanciata con una sua lettura storicista, che si leghi alla società e all’evoluzione del pensiero umano. E’ così difficile parlare di alpinismo in questi termini? O dobbiamo necessariamente appoggiarci ora alla retorica delle Terre Alte ora al sensazionalismo mediatico?

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Brevini ci aiuta in questo esperimeto. Non è infatti un autore qualsiasi, al contrario è nome noto ai lettori di montagna ed esplorazione, in virtù anche della lunga collaborazione con il Corriere della Sera. Una garanzia di qualità e competenza che ha se non altro contribuito a spezzare il vizioso circolo giornalistico per cui la montagna è associata a tragedia e l’unica cronaca possibile rimane la “nera” (dal tono vagamente moralista) in occasione di incidenti e soccorsi. Brevini in questi anni ha saputo comunicare al vasto pubblico pur non essendo alpinista di punta (ma alpinista sì, eccome!), riportando l’attenzione sui temi della montagna parlando di luoghi, storie e personaggi. Forse in parte gli dobbiamo un ritorno dell’alpinismo e della montagna nei media, con buona pace di quei custodi del tempio che forse storceranno il naso del fatto che si parli della corsa all’invernale del Nanga Parbat anche fuori dall’ambito degli addetti ai lavori.

La scelta di sintetizzare in dieci parole, in questo caso, appare particolarmente felice. Brevini ripercorre con intelligenza e fluidità molti dei “topoi” della letteratura e cultura alpinistica, raramente sfociando nel tecnicismo e sovrapponendo il vissuto in prima persona alla riflessione sui temi, le figure e i luoghi chiave dell’immaginario alpinistico. Con un esperimento già riuscito al bel libro di M.A. Ferrari “Le prime albe del mondo” (Laterza, 2014) Brevini intreccia i fili di una narrazione scandita in capitoli, ma nella quale si ritrova un fil rouge che accompagna il lettore dalla dimensione dell’altezza (la prima e più caratterizzante forse tra le espressioni della montagna) al luogo mitico “Tunu”, in cui in un’avventura a cavallo tra l’onirico e il reale è l’autore stesso che pare smarrirsi nella dimensione orizzontale, ritrovando una dei cardini dell’esperienza alpinistica che è la spinta alla conoscenza dei grandi spazi.

Merito del libro è quello di valorizzare anche e soprattutto il retroterra culturale dell’alpinismo: i rimandi a Kant, Blake e Shelley, lungi dall’essere sfoggio di una vasta cultura o peggio ancora ricerca di una giustificazione filosofica all’attività alpinistica, richiamano l’attenzione del lettore sul fatto che l’alpinismo sia anche il prodotto di una visione del mondo, figlia tanto dell’epoca dei lumi quanto del romanticismo. Un intreccio sempre avvincente, tra la spinta razionale che ha portato alla scoperta dell’ignoto delle altezze e la pulsione sentimentale ed individualista del confronto con la Natura quale misura del valore dell’uomo. Ma se da queste considerazioni si potrebbe pensare ad un libro “dotto” al contrario l’inserimento di esperienze dirette alle scalate tra Alpi Occidentali, Dolomiti e Sardegna sanno coinvolgere il lettore trasportandolo in quel “vissuto” in cui potersi ritrovare con le proprie ansie, paure ed ingenue esaltazioni così proprie dell’alpinista medio e invece troppo spesso congelate dai professionisti della verticale in considerazioni di circostanza.

Particolarmente apprezzabili, per chi è più attento alla storia dell’alpinismo, i capitoli “Arrampicata” (disamina intelligente dell’evoluzione tecnica e culturale dell’alpinismo) e “Rischio” che spinge a riflettere sull’inseperabile presenza della morte in montagna. Una presenza che se da un lato oggi si cerca di neutralizzare con i concetti troppo spesso equivoci di “montagna sicura” dall’altro viene quasi enfatizzata, svuotandola, nell’esaltazione di prestazione adrenaliniche “ai limiti dell’impossibile”.

Una contraddizione abusata dalla comunicazione mediatica di oggi, ma di cui gli alpinisti conoscono l’insidia. In fondo è proprio questa accettazione del rischio che risveglia il “call of the wild” di Jack London come ricorda Brevini alla fine del capitolo.

Nel complesso un testo da consigliare a tutti coloro che ritrovano nella montagna, interpretata nelle sue varie sfaccettature, una forma di esplorazione interiore ed esteriore. Credo che chi vede nell’alpinismo qualcosa di più della sfida individuale o della prestazione atletica questo libro possa restituire una certa autenticità del suo significato. Non tanto un libro per la divulgazione “al grande pubblico”, quindi, semmai una rilettura dell’alpinismo per ricordarne la grande storia, anche culturale che si cela dietro e della quale tutti facciamo a nostro modo parte, interpretandola in tempi e modi sempre diversi.

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