Quando l’alpinismo ha le gambe corte…

di Carlo Piovan e Saverio D’Eredità

Good job Colin!, immagino così il commento di Marc-André l’altro componente degli “inarrestabili” (come li chiama Garibotti) al raggiungimento della Cima del Cerro Torre per quella che  può essere considerata la prima ascensione globale della parete Nord, se non si vuole considerare la contestatissima salita di Cesare Maestri e Tony Egger nel 1959. I due alpinisti americani,Colin Haley e Marc-André Leclerc,  forti del successo sulla traversata del gruppo del Torre da sud a nord, “Travesía del Oso Buda” compiuta tra il 17 e il 21 gennaio 2015, dopo un tentativo alla via del compressore di Maestri del 1970 nella sua nuova versione “clean”; Il 2 e il 3 febbraio, spostandosi sul versante nord del Torre, hanno ripetuto buona parte della via “El Arca de los Vientos” (aperta da Alessandro Beltrami, Rolando Garibotti ed Ermanno Salvaterra nel 2005, dopo vari tentativi precedenti di Salvaterra e compagni) per abbandonarla prima del Colle della Conquista, e salire alla cima per una variante che ha in comune solo i tiri finali con la via del Ragni del 1974. La variante è stata chiamata “Directa de la Mentira”, ovvero “La diretta della bugia”.

Nome provocatorio che rinverdisce la polemica legata alla contestatissima salita del 1959 di Cesare Maestri e Tony Egger, di cui nel 2005 Salvaterra, Garibotti e Beltrami ne tentarono la ripetizione uscendo poi in cima, ed asserendo di non aver trovato alcuna traccia di passaggio, rivendicando così la prima salita della nord, e chiamando la via “El Arca de los Vientos” .

L’ “affaire Cerro Torre” è senza dubbio uno dei più intriganti, affascinanti e tumultuosi “casi” dell’alpinismo, dove quasi per un sadico e perverso destino le storie di uomini e montagne si sono intrecciate tanto da creare un perfetto esempio di quella “epopea” che è stato l’alpinismo delle conquiste. I tratti sono quelli da film di Sergio Leone, con i caratteri forti da “Il buono, il brutto e il cattivo”. Duelli combattuti a colpi di piccozze e martello tra uomini speciali, complessi, del tutto fuori dal normale. “Cosas patagonicas” come le definirono nel loro imprescindibile “Patagonia: terra magica per viaggiatori ed alpinisti” Gino Buscaini e Silvia Metzeltin. Ma qui non c’è Clint Eastwood, e la montagna non cade nella polvere come il cattivo nella sparatoria.

Sarebbe semplicistico dire che a noi il Torre “piace pensarlo così”, con il suo carico di mistero irrisolto. Forse persino autoassolutorio, un modo come un altro per confermare quella sorta di immunità che il mondo dell’alpinismo si è sempre riservata. E che ne è il tratto caratteristico, che l’ha salvato dall’essere uno sport come altri per consegnarlo ad altre dimensioni, se non più alte quantomeno diverse e comunque molto più legate a percorsi individuali. Ma vi è come una perversione, in tutto ciò, un accecamento che impedisce un giudizio sereno e distaccato, anche semplicemente un quieto agnosticismo. Abbiamo ancora bisogno di questa “verità”, noi che non siamo che capaci di mentire a noi stessi? E questa montagna, questa esclamazione della Natura, questa cosa folle, inquietante e bellissima, il Torre non è forse diventato lo specchio stesso della nostra inquietudine? Di un qualcosa che non riesce mai ad appagarci e che quindi cerchiamo di distruggere.

Non è una bellezza che rasserena, ma che disturba, che si impone, Natura nel suo volto più violento che sembra scacciare gli uomini o renderli pazzi. “Cosas patagonicas”, si diceva.

Colin Haley e Marc-André Leclerc, sono due alpinisti di primissimo livello, basta solo pensare alle incredibili settimane appena passate sul granito patagonico e di certo questo basterebbe per riportarli nuovamente alla ribalta delle cronache alpinistiche; ma talvolta la bravura pare non basti e sembra sia necessario trascendere i confini del rapporto intimo vissuto con la montagna e con il proprio compagno di cordata, per salire alla cattedra d’un tribunale ed erigersi ad arbitro in terra del bene e del male .

Ho sempre pensato all’alpinismo come un percorso intimo, introspettivo e personale che talvolta si condivide con un compagno di cordata o semplicemente da soli con se stessi, nella bufera o sotto il sole. In fin dei conti cos’è una via se non una linea immaginaria ed immaginata su una parete, possiamo tracciarla in una fotografia o semplicemente mimarla con l’indice nel cielo ma rimane un invenzione che assume identità nel momento in cui è riconosciuta dalla comunità alpinistica, ma senza esistere in natura. Il percorso alpinistico inventato dall’uomo da poco più di un centinaio di anni è un passo di formica rispetto alla presenza dai tempi geologici, delle pareti su cui svolge questo capitolo della commedia umana, con tutte le sue debolezze.

Ci sono a Parigi delle strade disonorate tanto che potrebbero essere colpevoli d’infamia, oppure esistono strade nobili, o semplici strade oneste, o anche strade giovani sulle quali la gente non ha avuto ancora modo di formarsi un’opinione, e ancora strade assassine, vecchie strade tanto vecchie da far sembrare delle vecchie vedove più giovani »

Honoré de Balzac, Ferragus

E fedeli alle leggi geologiche le montagne, ignare delle linee e dei sogni che gli uomini hanno virtualmente disegnato sui loro fianchi, ogni tanto si scrollano di dosso qualche pezzo cancellando vecchie linee e lasciando virtuali spazi bianchi per tracciarne di nuove.

Petit Dru (3754 m) con l’evidente frana dove correva la via Bonatti fonte http://www.summitpost.org

Fonti utilizzate

https://alpinesketches.wordpress.com/

http://www.pataclimb.com

http://www.denisvel.com

http://www.montagna.tv

H. De Balzac,  Storia dei Tredici, ed. Gaspare, Milano 1835.

G. Buscaini, S. Metzeltin, Patagonia: terra magica per viaggiatori ed alpinisti, ed. Corbaccio 2001

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