Una speciale Trilogia nel segno di Comici

di Saverio D’Eredità

Stilare classifiche e liste è sempre un giochetto divertente seppur fine a sé stesso. Nel mondo alpinistico le raccolte più o meno note di “le 100 più belle…” (scalate, sciate, cime, traversate…l’elenco può essere lunghissimo) sono una costante e bisogna ammettere che ognuno di noi ha le sue liste segrete. Che poi, si sa, lasciano il tempo che trovano, ma dato che viviamo una passione che per metà è sogno e metà azione, quella parte di sogno va pure coltivata! Il bello delle liste è che se ne possono creare di tutti i tipi. Il brutto (ma anche il bello, su) è che non metteranno mai tutti d’accordo, e mi sembra normale. Ma c’è un tipo del tutto particolare di liste, quelle che potremmo definire “filologiche”, che sono certamente da intenditori, ma almeno abbastanza oggettive. Sono le liste che si costruiscono sulla storia, sui legami sottili tesi attraverso le epoche, i personaggi, gli stili. Richiedono conoscenze, una certa dose di gusto e anche capacità di osservazione. Se dovessi iniziare a parlare di una “Lista” di linee sciistiche di alto livello citando Emilio Comici forse qualcuno inizierebbe a non seguirmi. Non è infatti noto a tutti che proprio Comici, lo scalatore simbolo dell’epoca del sesto grado, fosse anche un altrettanto appassionato esploratore di salite su neve e ghiaccio. Le Alpi Orientali, si sa, non sono il terreno ideale per questo genere di salite, eppure una caratteristica propria delle Dolomiti e delle Giulie sono proprio i grandi canaloni nevosi. Cupi e incassati tra le pareti, spesso interrotti da salti “misteriosi” in quanto imprevedibili e soggetti all’andamento delle stagioni, i canali dell’est hanno caratteristiche peculiari rispetto a quelli dell’ovest. Soprattutto, sono linee “naturali” e per questo non possono che attrarre l’insaziabile occhio dei cacciatori di linee. Tanto di salita quanto di discesa.

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Collezionisti di ricordi

Per Carlo e Federico

Per chi rimane

Per chi continuerà ad andare

di Saverio D’Eredità

Inutile cercare le parole, perché non ci sono. Se le avessero inventate, le parole, quelle parole lì da dire o da pensare in momenti come questo, quando ti avvicini troppo a quel bordo, avremmo risolto il problema. Se esistessero per davvero, quelle parole, se qualcuno le avesse analizzate o approvate, forse le avrebbero messe nel libretto delle istruzioni, verso gli ultimi capitoli. Ad esempio dove si parla di cosa fare in caso di rottura, come riavviare il programma, chi chiamare in caso di assistenza. Invece niente, quel capitolo non c’è. Come non c’è nemmeno quello iniziale. In questa strana, intricata, faccenda che è la vita ci mancano questi due capitoli. Non si sa come si inizia, né tantomeno cosa fare quando finisce. In mezzo, però, siamo pieni di dettagli, suggerimenti, percorsi. Magari un po’contradditori, talvolta difficili, altri entusiasmanti, altri ancora dolorosi. Ma chi chiamare, cosa dire o fare, quando tutto si inceppa, no: lì non dicono niente.

E invece sei qui che cerchi le parole, perché ti è mancato qualcosa sotto i piedi e stai camminando troppo vicino al bordo. Eppure ci servono, le parole. Vi attribuiamo grande importanza perché qualche volta riescono a formare un argine, una rete di protezione verso quel vuoto. Ad osservarlo senza caderci dentro. Forse è questo il punto.

Non molto tempo fa, chiacchierando davanti a un caffè del più e del meno (che è quasi sempre “come è la neve? ha fatto vento?a che ora si parte?”) un amico mi fa, secco “Sai che se ti succede quella cosa lì, non sarà più un tuo problema. Lo sarà semmai per gli altri, ma questa è un’altra storia”. E così invece di rassicurarmi o fornirmi un indizio da inserire in quel famoso capitolo finale, l’amico ha finito per complicare la faccenda. La verità è che certi argomenti non si dovrebbero affrontare davanti ad un caffè, ma la domanda rimane. In che senso non è “più” un mio problema? E soprattutto cosa ne è del mio problema se poi tutto va a finire così, senza nemmeno il tempo di mettere a posto le cose e riordinare, senza trarne delle conclusioni, senza una cerimonia di premiazione, un brindisi, niente? Forse non ho voglia di saperlo ed aveva ragione lui a dire che il problema era degli altri. Di chi rimane, di chi aspetta, di chi – alla fine dei conti, nonostante tutto – continuerà ad andare. Le parole, vedi, sono importanti. Qualche volta ci proteggono, impedendoci di intraprendere certi sentieri neri che non dovremmo imboccare.

Ma se le parole mancano, abbiamo pur sempre i ricordi, di cui siamo instancabili collezionisti. Di Federico, ad esempio, conservo quello di una discesa “illegale” dal Foro. Illegale sia per la scarsità di neve di quell’inverno, cosa di cui ovviamente nessuno si lamentò più di tanto, come tutti quelli che con un paio di sci ai piedi sono felici sempre e comunque. E illegale anche perché ci fermò la polizia mentre tentavamo una discesa di soppiatto per la pista chiusa. Gran ramanzina e poi giù ad orecchie basse. Che dire, qualche volta abbiamo rapporti difficili con la legge e le regole. E infine tanti incroci più o meno casuali in discesa e in salita, con quella sorta di riverenza che puoi provare per un Maestro come lui, che ti veniva ogni volta da abbassare lo sguardo e togliere il cappello. Perché di sciatori forti ce ne sono in giro, ma quando scendeva lui capivi cosa voleva dire veramente sciare. Poter dire di aver sciato con “Delu”, era una menzione d’onore, una spilletta. Soprattutto perché sapeva accompagnare quel talento ad un’ancora più autentica e vera umiltà. Riusciva a parlarti della gita facile con gli amici come della linea più hardcore con la stessa purezza, lo stesso entusiasmo. Vivendo quella passione e quel talento in una straordinaria normalità. Penso che questo facesse di lui un Maestro, sopra ogni altra cosa.

Federico Deluisa in una giornata di inizio inverno al Foro del M.Forato

Con Carlo abbiamo fatto l’ultima via della scorsa stagione, su e giù per le creste precarie di Val d’Inferno in una di quelle giornate autunnali belle da far male. Carlo non saprà mai quanto sia stata difficile per me quella giornata, passata a scacciare i fantasmi di un incidente dalla testa e accettare il fatto di aver paura e forse, persino, di non aver più voglia. Una giornata in cui non mi vergognai di chiedere di essere assicurato una volta in più e in cui Carlo nemmeno una volta me lo fece pesare. Vedevo già in lui la stoffa della guida, traguardo che si era sudato e meritato come pochi. Mi ero promesso di ringraziarlo un po’meglio, ma ci si mette di mezzo sempre questa specie di pudore che nasconde i sentimenti e ci fa sentire più uomini, più adulti. Alla fine di quella giornata, osservando le creste dei Brentoni, parlammo delle pietre del Natisone, verso le quali sentivamo entrambi un debito di riconoscenza. Ecco, segniamoci anche questo e mettiamolo in quel capitolo in fondo. Quando dobbiamo ringraziare una persona, diciamoglielo. Se sentiamo il bisogno di amare, baciare, abbracciare, facciamolo. Se siamo felici, ammettiamolo, una volta tanto. Se c’è da piangere, lasciamo scorrere le lacrime. Il resto lo farà il tempo.

Ogni mattina mi alzo e guardo le montagne. Lo faccio sempre, anche quando è brutto, o non si vede niente, o devo solo andare a lavoro. Una specie di rituale. L’altra mattina invece sono rimasto mezz’ora davanti alla tazzina senza aver il coraggio di aprire la finestra, vedere quanta neve c’era e annusare l’aria. Sono rimasto lì, senza le parole per proteggermi e con la voglia di far finta di niente. Come se la cosa non mi riguardasse veramente. Ma erano solo scuse. Perché chiunque si sia legato ad un capo della tua corda è un amico. Chiunque abbia condiviso con te una traccia nella neve, un fratello. Non potevo far finta di niente. La loro mancanza era diventata la mancanza di una parte di me. Una piccola morte che rimane dentro per sempre. Allora son andato nella stanzetta dei bimbi, da dove riesco a scorgere la catena dei Musi e la cima del Chiampon. L’ultima nevicata metteva in rilievo i solchi, le rughe delle pareti, le fratture delle creste. Le montagne sono il risultato di una demolizione. La loro bellezza è fatta anche dai loro crolli. Dalle perdite.

Verranno un giorno le parole, e sarà una liberazione. Verranno e sapremo dare un nome a tutto questo, saremo forse in grado di comprenderlo o anche solo di accettarlo. Verranno le parole, ma ora che non ci sono mi affaccio alla finestra e guardo le montagne. Aveva ragione il mio amico. Bisognerà riprendere in mano il problema, sbrogliare i nodi uno ad uno, ritrovare il filo che qualcuno ha nascosto così bene. Allora forse ritroveremo le parole, per loro ma anche per noi. Per chi rimane, dopo tutto, non resta che riprenderlo in mano e andare avanti.

Carlo Picotti – cresta Val d’Inferno, autunno 2020

L’età incerta

di Saverio D’Eredità

C’è stato un tempo, molto tempo fa, prima che tutto iniziasse – o non era forse già iniziato? tempo di cartine Tabacco stropicciate tra libri di scuola, tempo di numeri di Alp che duravano mesi sul comodino, letti e riletti e mandati a memoria, pubblicità incluse – c’è stato un tempo, dicevo, in cui mi ero posto un grande obiettivo: salire in inverno tutte le maggiori cime delle Giulie occidentali. Un obiettivo tanto grandioso quanto stupido: che valore poteva mai avere un progetto alla portata di ogni alpinista medio? Nessuno, probabilmente, come nessuna era la possibilità che avevo di realizzarlo, allora. Ma tutto questo non potevo ancora saperlo. Eppure quello strano sogno diventò a poco a poco il pane della mia solitudine. É una solitudine tutta particolare, quella che provi a 14 anni. Simile a quella di chi emigra o di chi porta con sé un grande dolore. La solitudine di chi realizza di non aver più un passato mentre vive un presente di argilla. Paradossalmente il futuro diventa la cosa più concreta cui tu possa aggrapparti.

Se è vero che nel dipingere bisognerebbe prima posizionare il soggetto e poi definire lo sfondo, io procedevo all’inverso. Nella mia immaginazione non facevo che disegnare sfondi. E lo sfondo, il mio sfondo, era la corona di montagne spiate di nascosto dal colle del Castello sul quale passavo i pomeriggi e mille sconosciuti tramonti. In quella solitudine, di quel tempo in cui tutto era ancora possibile, tracciavo i miei confini.

In discesa dal Jof Fuart, un pomeriggio di fine inverno: sullo sfondo le Cime Castrein – foto G.Simeoni

L’alpinismo invernale ha senza dubbio un grande fascino e credo che abbia a che fare proprio con l’idea di un confine. Di un qualcosa che è posto ai margini e per questo motivo ci attrae. Come la notte o l’amore, la sua inconoscibilità è ciò che ci interessa. Perché come esseri umani siamo naturalmente portati ad andare verso un confine. E la montagna d’inverno è un confine. É remota. Aliena. Scorre in un altro tempo. I suoni, gli odori, le luci. Tutto è straniero. Inconoscibile. Forse era proprio per quello che la ricercavo. L’inverno era quanto di più lontano fosse dalla mia conoscenza. Un buon motivo, quindi, per mettersi su quella strada

Sono arrivato sulla cima del Jof Fuart – casualmente da solo – in uno degli ultimi giorni d’inverno. Solo quando ho visto la grande scritta in vernice rossa sull’ultimo masso prima della cima ho realizzato che stavo per portare a termine quello stupido progetto di tanti anni prima. Me ne ero quasi dimenticato, eppure quell’idea aveva vissuto con me molto più di tante altre persone, cose, passioni in questi anni. In qualche maniera mi aveva definito.

In discesa dalla normale del Jof Fuart – foto G.Simeoni

La cima era silenziosa e l’aria calma. Grandi nubi si arroccavano sulle creste del Montasio. Un po’più in là, il Canin fluttuava come un pack ghiacciato sopra la valle. Ho percorso la cresta piatta fin quando, all’estremo opposto, non ho potuto scorgere la Spragna. La cima è sempre là dove puoi guardare oltre. Non faccio mai niente di particolare, quando arrivo in cima ad una montagna. Mi limito a sistemare lo zaino, bere un sorso d’acqua e guardarmi attorno. Poi penso solo a scendere. E’ curioso che il luogo verso il quale concentriamo tutte le nostre energie finisca per diventare solo un passaggio transitorio e quasi senza sentimento. Ho provato a scattare una foto, ma il laconico “be-bop” del telefono ne ha preannunciato lo spegnimento. Finita la batteria, senza più altro da fare, rimasi lì fermo sul bordo della cornice con nient’altro che me. A ben vedere, però, non ero solo. Al margine di quella cresta, infatti, mi aveva aspettato quel ragazzo che fui, quello che saliva sul Castello a spiare le montagne e disegnava sfondi. Mi ha aspettato pazientemente in tutti questi anni, quel ragazzo, solo su questa cima come me adesso. Mi ha visto invecchiare, prendere altre strade. Credo di averlo deluso. Forse non ho avuto il coraggio di diventare ciò che lui avrebbe desiderato e me ne vergognavo un po’. Eppure oggi ero qui, le nostre solitudini ritrovate e un debito saldato.

Una frotta di nubi risaliva a conquistare la cima, preceduta da un vortice di fiocchi di neve. Guardai nuovamente attorno, poi iniziai a scendere seguendo a ritroso la processione dei miei passi. Mi voltai un’ultima volta prima di veder scomparire quelle quattro pietre, le mie impronte sulla neve e quel ragazzo di 14 anni che stavo salutando per l’ultima volta. Si sarebbe allontanato da me, piano piano svanendo tra le nebbie che ora avvolgevano la cima. Avevo raggiunto il suo confine e procedevo oltre.

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui in qualche modo tutti noi siamo stati senza passato e abbiamo cercato di definire noi stessi. Il più delle volte non ne abbiamo che una vaga idea. Un’immagine sfocata. Una tavolozza di colori mescolati e qualche linea appena abbozzata. Presi dalla fretta di vivere, abbiamo presto dimenticato quel tempo, in cui senza rendercene conto abbiamo spostato lo sguardo un po’più in là, tracciando i nostri confini. In quell’età incerta, l’unica cosa che avevamo era il futuro.

Scienza degli attimi

di Saverio D’Eredità

Volume 1 – il miracolo del Buinz

Che lo scialpinismo sia una questione di attimi, è una cosa che ci siamo detti varie volte. Essere bravi a coglierli, però, è tutta un’altra storia. Più passa il tempo, infatti, più mi convinco che il miglior scialpinista non sia tanto quello che scia meglio, o scia più forte, o sul più ripido (tutte cose che vanno bene, intendiamoci), ma quello che conosce più profondamente questa scienza inesatta degli attimi. Sapere ad esempio il momento in cui la neve fa tac! e trasforma il pendio da una lastra di marmo ad un morbido tappeto di panna su cui scivolare. Capirlo dall’angolazione dei raggi solari, dalla conformazione di un versante, dal vento, dall’umidità, dalla temperatura e dalla struttura dei cristalli di neve. E tutto questo poi condensarlo in un frazione di tempo minima, l’attimo, appunto.

Salendo a Sella Buinz -foto L.Barbui

Per quanto si provi a trovare la formula esatta che sta dietro quell’attimo, a me pare che sai più facile ragionare come in cucina. Avete presente il “QB” delle ricette? Ho visto gente molto razionale andare in totale confusione con la storia del “Quanto Basta” di una quantità di zucchero o di cannella. Voi come lo calcolate? C’è un algoritmo? Uno studio di funzione? No, è “QB”, punto. Il resto si vedrà. Ecco, a pensarci bene quel famoso attimo in cui Ia neve fal “tac!” ad una certa ora su un certo pendio è simile al QB delle ricette di cucina. 

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Questione di stile – per un’estetica delle classiche

di Saverio D’Eredità

A cosa pensiamo, esattamente, quando pensiamo a un “classico”? É una domanda che mi pongo spesso e che mi è tornata in mente una mattina ascoltando alla radio gli accordi di uno dei riff di chitarra più famosi della storia, ovvero l’attacco di “I can’t get no (satisfaction)” dei Rolling Stones. Quante volte avrò ascoltato questo pezzo? Se avessimo un contatore personale delle riproduzioni sicuramente supererebbe quota mille. Eppure anche quella mattina, alla radio, non ho girato stazione. Perché il riff di Keith Richards, nonostante le migliaia di riproduzioni è ancora qualcosa che alla radio si impone e ti dice “ehi, amico, non cambiare, senti un po’ qua”. Per dio, sta canzone ha 56 anni e ancora la ascoltiamo dicendoci “bè, non c’è che dire, proprio un bel pezzo”! Ecco, forse, un buon modo per definire un “classico”: qualcosa che nonostante il tempo, l’usura, la ripetizione riesce a risultare ancora “fresco”. Come se fosse fatto di una qualche materia inossidabile e resistente. Destinato ad essere sempre attuale.

Quando si parla di “classiche” nello scialpinismo, talvolta c’è la tendenza a snobbarle o darle per scontate: quasi che una salita (e discesa) perdesse di interesse per il solo fatto di rispondere a canoni di bellezza universali o di esser stata percorsa migliaia di volte. In altre parole, quasi sapesse “di vecchio”. Eppure la linearità di un percorso, l’esposizione, la morfologia e il contesto sono tutti ingredienti che fanno dell’esperienza dello sci qualcosa di diverso da una semplice gita. A ciò si unisce anche l’appartenenza ad una sorta di patrimonio collettivo di esperienze ed emozioni in cui tutti ci riconosciamo. Sulle classiche è normale non essere da soli, è vero, ma è raro che questo possa veramente rovinarne la bellezza. Un classico è qualcosa che va al di là dell’essere “primi” o essere “di moda”, perché ciò che conta è più l’esperienza complessiva della montagna che la competizione con qualcosa o qualcuno. Insomma, anche se classico in senso stretto è ciò che riguarda la “parte migliore” di una certa categoria, finisce per diventare qualcosa di molto democratico nella realtà.

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Le nevi del Giappone

di Saverio D’Eredità

Decise di fermarsi ai piedi di una roccia che riparava dal vento, appena oltre il limite del bosco. Non saprei il motivo. Forse perché era ormai tardi o perché gli piaceva quel punto, un’isola di luce accerchiata dalle ombre. Poi prese a parlare d’un tratto, come se stesse riprendendo un dialogo con qualcuno che non c’era. Era così, mio padre. I suoi pensieri erano un fiume carsico, scorrevano sotterranei per poi riemergere d’improvviso. Dovevi essere bravo a trovarli, seguirli e riconoscerli. Perché poi si inabissavamo di nuovo in quel suo sguardo lontano.

“Se rifletti bene, è tutta una questione di immaginazione. Amare una persona, mettere al mondo dei figli, costruire città e raccontare storie, ha tutto a che fare con l’immaginazione. Per lo stesso motivo scaliamo le montagne. Perché sappiamo immaginarle. Se ti fermassi solo a ciò che vedi, senza immaginare qualcosa di diverso, ne rimarresti schiacciato. La realtà così com’è, senza immaginazione, è una cosa terribile, persino spietata. Se come esseri umani non avessimo saputo immaginare qualcosa di diverso da ciò che vediamo, probabilmente non ci saremmo mai evoluti.”

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Requiem per un vecchio paio di sci

di Saverio D’Eredità

E’ l’alba del primo giorno dell’anno ed io c’ho pensato tutta la notte. No, non ai buoni propositi e nemmeno alle sorti dell’umanità. Ho lasciato l’anno passato semi addormentato nel frullato televisivo alternando uno stucchevole ottimismo (“sarà sicuramente un anno fantastico!“) ad inquietanti previsioni. Credo abbiano rispolverato una quartina di Nostradamus che profetizza altri cento anni di pandemia, mentre nei talk show noti intellettuali liquidavano la democrazia liberale (“bisogna aggiornare il concetto di libertà individuale del XXI secolo”) e altre proiezioni davano l’economia mondiale in forte regressione (“livelli pari a quelli che seguirono la peste del 1348!”). In questo quadro ho trovato più saggio disinteressarmi e concentrarmi su problemi imminenti e assolutamente rilevanti per la mia persona. Insomma, domattina vado o non vado? E se vado, porto i vecchi sci?

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Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

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Arcipelago Altitudini

di Saverio D’Eredità

Pochi giorni fa mi è capitato di leggere una riflessione di quel grande giornalista di sport che è stato Gianni Mura che così diceva “Molti direttori di giornali non credono più nel pezzo lungo e scritto con un buon italiano, perché dicono che la gente non ha tempo di leggere e invece non è vero. Io ho sempre sostenuto che questa fosse una balla, se uno vuole il tempo lo trova. Dipende cosa dai da leggere a un lettore.” Io questa cosa l’ho sempre un po’pensata, solo che mi veniva difficile sostenerla – anzitutto perché non sono Gianni Mura, mi pare ovvio – e poi perché ammetto di aver un problema con la sintesi o forse il punto è che siccome già per lavoro devo scrivere cose molto astratte in tipo 200 caratteri, ho sviluppato una sorta di rifiuto per ogni tipo di paletto che si voglia mettere alla scrittura. Quindi, anche se volessi sostenerla non sarei credibile. Però una cosa va detta. La tendenza, ormai in atto, di condizionare un testo al tipo di strumento di lettura rischia alla lunga di impoverire la forma narrativa. Ci rende schiavi del mezzo, senza considerare che alla fine non esistono né storie troppo lunghe né troppo brevi. Esistono le buone storie, punto. E se una storia merita di essere raccontata, la lunghezza conta relativamente.

Devo dire che quando Teddy Soppelsa mi ha proposto di collaborare con il progetto Arcipelago Altitudini, ho subito aderito con entusiasmo. In primo luogo ne ero onorato (non è che capiti proprio tutti i giorni di trovarsi un po’casualmente in mezzo alle firme che leggi su libri e riviste) e tutto sommato il fatto di poter scrivere una “storia lunga” a schema libero rappresentava una sorta di liberazione. A scuola, del resto, quando c’era il compito d’italiano sceglievo sempre il tema libero.

Il progetto ha un obiettivo ambiziosamente demodè: rimettere al centro il racconto, quella forma narrativa ibrida che oggi trova poco spazio tra la tirannica brevità del web e la solida architettura del romanzo o del saggio. Rimettere al centro la parola, la sua forza millenaria, che così bene si sposa alla montagna e alla natura, là dove il tempo non ha importanza e segue altre regole.

AA – Arcipelago Altitudini è quindi un progetto “diverso” e per questo val la pena seguirlo e perché no, sostenerlo. Dentro troverete grandi penne della narrativa “di montagna” (come Camanni o Sciampliciotti) e “di natura” (Faggiani e Campani) e perfetti sconosciuti che magari si esprimono saltuariamente sui blog, con le forme e i tempi propri del web. C’è spazio per racconti lunghi e biografie, reportage e graphic novel, per mettere insieme tutte le forme espressive possibili “su carta”. Proprio come un arcipelago dove il lettore si troverà a navigare, speriamo con piacere, interesse, curiosità. La forma del libro-magazine, con una grafica elegante e curata è essa stessa un invito a quella lettura profonda che è anche uno dei più sottili piaceri della vita. Ci troverete la montagna, magari non al centro, e nemmeno di sfondo. Ma sicuramente ci troverete il “sentimento” della montagna, che si assapora di più proprio quando, liberatisi dal tempo, si lascia spazio all’immaginazione con un passo lungo. Un po’ come affrontare certe lunghe vie d’ambiente.

“Fuori traccia”, il racconto che troverete dentro il libro magazine, riprende un tema già proposto sulle pagine di questo blog, ovvero di come la società odierna sia sempre più dominata da un concetto di sicurezza vuoto e che tende a de-responsabilizzare l’individuo, trasformando l’ambiente naturale – con le sue ineluttabili regole – in quel “parco giochi urbano” che rende l’avventura sì divertente, ma insipida. Cosa accadrebbe quindi se, in un futuro distopico, tutto ciò che oggi diamo per scontato non lo fosse più? Se andar per monti diventasse un’attività con regole rigide e strette sorveglianze, se tutto ciò fosse la normalità, tanto da non accorgercene nemmeno? Un futuro in cui quello che oggi consideriamo la nostra libertà diventasse fuorilegge?

Futuro distopico, ma non troppo. I segnali qua e là arrivano, bisogna essere attenti a coglierli. E di tutto ciò, è inutile girarci attorno, possiamo pure accusare il capitalismo, il Sistema o quello che volete, ma i primi colpevoli siamo noi. Abbiamo perso gli ultimi trent’anni a discutere di spit e gradi, mentre attorno a noi avveniva una rivoluzione silenziosa che minava il presupposto dell’alpinismo in senso lato, sia esso classico, sportivo, con gli sci o su ghiaccio. La libertà delle proprie azioni. Con il tempo osserviamo questo spazio ridursi, giustificato dalla necessità di rendere “sicuro”, “fruibile, di “valorizzare” l’ambiente naturale, verso la chimera del rischio-zero. Ma venendo meno quella libertà, viene meno lo spirito stesso che ha fatto dell’alpinismo una delle attività (chiamarlo sport, ancora, non ci piace) che più possono arricchire una vita. Difendere questa libertà e al tempo stesso impegnarsi affinché quello spazio naturale in cui si esprime (e che ne dà un senso) rimanga integro per noi e le future generazioni dovrebbe essere la vera frontiera dell’alpinismo del futuro. Allora sì, la parola, la narrazione, prima ancora di un hashtag o una foto potranno venirci in soccorso.

Per maggiori informazioni su Arcipelago Altitudini consultate la pagina di altitudini.it (http://altitudini.it/aa/) e quella di Mulatero Editore (https://mulatero.it/prodotto/arcipelago-altitudini/) dedicate al progetto, con la possibilità di acquistarlo online. Lo trovate in libreria dal 30/09.

Nell’angolo – approcci di alpinismo invernale nel gruppo del Cavallo di Pontebba

di Saverio D’Eredità

1 – White Out

White-out. È una parola strana, praticamente intraducibile. White-out. Non lo capisci finchè non ci sei dentro, e allora quello smarrimento bianco ti prende la testa e lo stomaco. Ti fa girare come un ottovolante anche se non muovi un passo. Cancella i tuoi riferimenti, le tue certezze. Rende ogni passo un azzardo, ogni minuto un’infinità, ogni pensiero un’angoscia.
Credo che un po’tutti gli amanti dell’alpinismo abbiamo nel proprio retroterra letterario una dose di libri delle grandi esplorazioni: le avventure dei pionieri, uomini di un’epoca smarrita alla ricerca del “blank on the map”, figli dell’epoca vittoriana e dell’estetismo. Nessuno può essere rimasto insensibile ai racconti pieni di suspence di uno Shackleton e chiunque non può che provare solidarietà per la tragica figura di Scott.
In quelle letture masticavo per la prima volta la parola “white-out” senza capirne bene il significato. E senza sospettare che ci sarebbero voluti almeno 10 anni prima di poterla tradurre sulla mia pelle. Continua a leggere