Dove la città finisce

di Saverio D’Eredità

Certo che è una cosa strana, la neve. Perché per metà sicuramente è scienza, qualcosa che trovi in certi libri che lo spiegano, ma che io non sono mai riuscito a leggere, o capire. Però per l’altra metà è un qualcosa che sfugge. I più romantici ti dicono che è il mistero della Natura, altri che in verità basta studiare di più, ma io sostengo che sia fondamentalmente culo. Certo, ci sarà qualcuno che ti verrà a spiegare che quello che tu chiami culo in realtà è sapiente dosaggio di osservazione, esperienza e memoria. Però nulla mi toglie dalla testa che una percentuale – che può anche essere minima – è culo. Oppure un senso di cui non abbiamo consapevolezza, ma che alla prova dei fatti funziona. Un po’come intuire il momento in cui scolare la pasta.
Perché è’ un sentire, la neve. Un sentire con tutti i sensi che abbiamo a disposizione più uno. Forse non lo so spiegare perché sono uno sciatore fondamentalmente scarso. Anzi, sicuramente il più scarso di quelli in linea su questo tratto di cresta, appollaiati come corvi che fanno la posta alla preda, aspettando che smolli le neve di questo lenzuolo steso sui boschi rinati della Val di Resia.

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Lo Spallone del Laska Plagna  foto S. D’Eredità

Prendi il rigelo, ad esempio. Il rigelo sta alla neve come l’hang-over alle serate di balla. Durante il giorno la neve cuoce, si spappola, scivola in una specie di delirio di caldo e di sole, offrendosi al suo nemico naturale in un sacrificio volontario. E poi arriva il rigelo. Che anche lì c’è una spiegazione del fenomeno legata alle radiazioni termiche, l’umidità, il vento, ma poi alla fine conta qualcosa che non riesci a calcolare nemmeno con lo strumento più raffinato. Nel giro di poche ore la neve rinasce, si ricostruisce, cambia forma e struttura. E il miracolo avviene di nuovo. Quindi come nei giorni di hang-over, te ne stai lì ad aspettare che passi, che scatti quel qualcosa che ti renda di nuovo perfetto.
Perché in questa scienza inesatta c’è invece un momento esatto che occupa lo spazio di pochi minuti, quel momento in cui tutto si allinea, il sole con la neve, la neve con le tavole, le tavole con le gambe, le gambe col cervello. Quel momento esatto assomiglia a quello in cui gli uccelli migratori – che non si è mai capito come – ad un certo punto prendono, si radunano e spiccano il volo. Una cosa che esalta gli etologi, ma dovrebbe interessare anche gli psicanalisti, come se quei pennuti fossero dotati di un inconscio collettivo. E tu che stai lì a farti le pippe sullo zero termico, il gradiente, l’umidità, etc non arriverai mai a cogliere quell’attimo con l’esattezza dell’uccello migratore.

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Lasca Plagna – foto S. D’Eredità

E quindi sono qui, seduto a guardare questo pendio che mi pare una pista di decollo, aspettando il momento e facendomi torturare dal dubbio. Il dubbio è come un insetto che ti ronza insistentemente nell’orecchio, un rumore improvviso che incrina la notte e non ti fa più dormire, riempiendoti di paure. In questa maledetta cosa dello sci, la colossale fregatura è che non ci sono precedenti. Potrai scavare nella memoria, cercare analogie e similitudini, parallelismi con altre discese, ma niente potrà darti la certezza di poter essere veramente padrone della situazione. Nemmeno alla fine. Il dubbio te lo porti dentro sempre, anche alla fine di una discesa. Sono veramente sceso da quel pendio o è stato solo un’illusione, una felice coincidenza?
In altre discipline esiste l’allenamento. È qualcosa che puoi programmare, ponendoti obiettivi, aumentando i carichi o diminuendoli. Raggiungere un livello. O quantomeno un grado soddisfacente di approssimazione. Ma nello sci? Esiste questa approssimazione?
Ho l’impressione di no. Ne è la prova il fatto che ognuno poi si chiude in una bolla, a cercare il momento. Perché come per il rigelo, la cottura della pasta e la migrazione degli uccelli c’è un solo momento, e quel momento è esatto.
Nel giro di pochi minuti la cresta si spopola. Sono rimasto solo io a discutere con il dubbio che non si risolverà nemmeno oggi e sotto di me si stende la sensuale spalla del Laska Plagna. Che se è una cosa strana, la neve, lo è anche l’innamoramento folle che ti prende per una linea. Anche qui c’è un momento in cui improvvisamente la vedi e da allora la cercherai sempre. E’ estetica, ma anche sentimento. Sarà per come emerge sopra le cresta a spazzola delle Prealpi. Sarà per questa valle su cui plana, chiusa nel suo mistero con la sua lingua antica e i suoi prati inespugnabili. C’è qualcosa che ti attira proprio perché pare respingerti. Scendere queste linee non è semplicemente sciare. E’ un corteggiamento.

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Il versante resiano del Canin: in sequenza la Sud del Canin Basso e il Sart  – foto S.D’Eredità

Mi abbasso pochi metri, scavo una piazzoletta e cerco nuovamente l’allineamento. Un po’più in basso il Conta mi aspetta. Mi aspetta, pur sapendo che siamo sempre sospesi nella nostra bolla, senza precedenti cui appigliarci o con formule tutte diverse e non provate.
Osservo in sequenza il punto della prima curva, il Conta, il pendio sotto dove non devo andare a finire, quello in cui invece devo andare a finire e poi giù-giù, lungo questo scivolo che ti lancia verso Resia e i suoi faggi in festa, giù-giù verso crinali ancora ammantati di neve, giù-giù verso le lamiere dei capannoni in pianura, giù verso quel cavalcavia, piantato lì in mezzo alla campagna, dove la città finisce e inizia tutto il resto.
Le città finiscono di colpo. Anche quelle più grandi, ad un certo punto finiscono. Ti giri e non ci sono più. Le vedi ferme, all’ultima casa o ad una svolta. Un cartello barrato e più nulla da dire.
Quel cavalcavia spicca il volo d’un colpo, sorgendo improvviso da un tratturo. Sbalza la linea interrata della tangenziale e si rituffa in mezzo ai campi. È piantato lì in maniera tanto irreale che potrebbe essere il relitto di un passato sconosciuto come il progetto di un futuro incomprensibile. Per adesso è solo uno scheletro di calcestruzzo, acciaio ed asfalto messo lì credo per fare passare i trattori, dare appuntamento agli spacciatori e permettermi di osservare le montagne.
È da lì che ho visto questa linea nascere, in principio d’inverno, quindi crescere con le prime nevicate e poi lentamente svanire. Incutermi paura ed instillarmi desiderio. Accendere ora dubbio, ora euforia e mai nessuna certezza.
Perché si dovrebbe ascoltare il cuore ogni tanto, mettendo da parte l’opzione migliore, in questo vasto mondo di opportunità. Lasciarsi trasportare da un istinto (è lo stesso del rigelo, della pasta, delle migrazioni?) e farsi amare da questa montagna che nasce da un punto lontano. Da un cavalcavia abbandonato in mezzo alla campagna e ai bordi della città.
Ci sono tre linee, pennellate sui fianchi scoscesi del Canin che guardano al mare. Quando la neve torna a vestirle pare di intuire i lineamenti di una sposa dietro al suo velo. E se quel cuore ancora mi sostiene tornerò a cercarle, le sue linee e quel momento esatto, oltre il cavalcavia, là dove la città finisce.

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In discesa dalla spalla S/O del Laska Plagna – foto C. Picotti
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La montagna del cuore

di Saverio D’Eredità

Ognuno di noi ha una montagna del cuore. O almeno dovrebbe, se proprio non è arido d’animo. Non deve necessariamente quella più bella, o più famosa o più difficile. Anzi, non dovrebbe essere nessuna di queste. Dovrebbe essere solo un luogo di riconciliazione. Dove andare quando si è stanchi. O non si ha tempo o voglia di pensare. Quando vuoi condividere qualcosa. O semplicemente, per stare. Come quando da bambino ti portavano dai nonni, e non c’era niente di meglio di quelle ore lente e pacifiche in cui ci sentivamo accolti e protetti. Che magari lì per lì dai nonni non ci volevi andare perché pensavi di annoiarti e invece finiva che da quei pomeriggi non ti saresti staccato mai.
Sarà per questo che la chiamano Stara Baba, la vecchia nonnina. Il Mataiur, con i suoi fianchi larghi e le sue dorsali smussate, con quella cupola sempre sbarbata dal vento, sembra proprio una vecchia nonna, adagiata sulla seggiola e avvolta da una scialle fatto di castagni. Osserva bonaria le sue valli, aperte come le dita di una mano ai suoi piedi. Più che una montagna, un nume tutelare per tutti gli abitanti delle valli del Natisone.
Leggenda, ma non troppo (visto che la riporta Paolo Diacono nella Historia Longobardorum), vuole che sia questo il monte che il Re Alboino “ascese e da lassù contemplò fin dove potè spingere lo sguardo, le terre che si aprivano intorno”. Vecchia nonna, nume, divinità, o monte del Re al tempo dei Longobardi, c’è sempre un motivo per guardare a questa piramide distesa e serafica.
Al Mataiur si torna in ogni stagione. In ogni momento. In ogni ora del giorno.
Il segreto del monte del cuore è proprio questo. Deve essere un luogo che ti accoglie, sempre. Come la casa dei nonni. Il segreto del monte del cuore è che ogni volta che torni non ti annoia, ogni volta vi associ un ricordo diverso. Perché comunque la si voglia vedere, pur se facile, dolce, adagiata, sempre una montagna è.
Perché c’è stata quella volta che sono salito con un vento che tagliava la faccia e manco si stava in piedi (a dire il vero, secondo Graziella, il vento lassù taglia sempre la faccia, anche d’estate). O quella volta che ho fatto tutto il giro della cupola salendovi quattro volte da quattro lati come un pellegrino. E quell’altra che sulla cresta nord (si, ha una cresta nord, cosa storcete il naso: e ha pure un suo perchè!) con un vento malefico (in effetti vento qui ce n’è parecchio) per un minuto mi pareva di essere sulla cresta del Lhotse. Ed un’altra volta invece ho trovato un firn che mi ha fatto quasi piangere.
C’è stata la volta che l’ho fatto tutto in discesa (cioè senza salita, ma è troppo lunga da spiegare) e quella invece che l’ho fatta tutta in salita da Cividale in bici. Prima la pioggia. Poi la nebbia. Infine la grandine. E la neve: e quando sono arrivato a Montemaggiore mi sono sentito Bartali al Galibier.
La prima volta di notte, e la seconda che c’era una nebbia da thriller e abbiamo sciato pianissimo neanche fossimo sui 50° e nel fascio di luce della pila per non perderci. C’è stata la volta che sui prati s’era attaccata una nebbia da Highland scozzese e poi di colpo è finita 20 metri sotto la cima e sopra era estate e galleggiavano le Giulie.
Al monte del cuore si torna soprattutto per vedere. Perché la cosa bella del Mataiur non è tanto il Mataiur stesso, ma che dalla sua cima si vedono le Giulie.
È come un album dei ricordi, in cui uno per uno appiccichi le foto come francobolli di un percorso misterioso. Non conti nemmeno più le volte che ci sei stato. Non avrebbe senso. La montagna del cuore è molto probabilmente quella dell’inizio. E altrettanto probabilmente sarà quella della fine.

Però tra tutte le volte, è sempre con la neve che accade qualcosa di speciale. Forse è stupido, forse diventa una specie di fissazione o rituale che poi è uguale. Quando la vecchia nonnina si avvolge del mantello bianco succede qualcosa di nuovo. Succede che la Stara Baba, maestra di incantesimi per i popoli delle valli, ha nuovamente compiuto la sua magia. Ma devi cogliere l’attimo, non lasciarti tentare dalle sirene o abbattere dal vento (sempre lui) che ti travolge lì dove scollini e il Nero ti appare come il dente di uno squalo. Devi cogliere l’attimo, quello in cui la nonnina ritorna quella splendida fanciulla che fu nel tempo immemorabile, prima di Alboino, prima di tutti.
E disegnare su suoi fianchi dolci le tue curve è come dare quel bacio che spezza l’incantesimo.

Sehnsucht (quasi una lettera di Natale)

A Francesca, nel giorno in cui scoprì la neve

di Saverio D’Eredità

I tuoi occhi sono tristi, ma sulle tue guance il sole ha disegnato due mele rosse. Per guardarti negli occhi ho appoggiato anche io la testa sul tavolo, come si faceva da bambini quando volevamo riposare dopo i compiti. Ma li ho visti bene prima, i tuoi occhi, con quella luce che si accende e sembra venga da stelle lontane. Mentre infilavi gli sci ai piedi e lasciavi le tavole scivolare dapprima piano, poi sempre più veloce e non avevi paura. Ho sempre detto che lo sci, in realtà, è gioco per bambini.
Sei stanca, ora. Lo posso sentire dal peso del tuo corpo che si rilassa man mano. Conosco questa stanchezza, che è quella più bella, e più dolce. Ti prende quando restituisci alla vita un briciolo di quello che ti ha donato. Ed ogni cosa par tornare al suo posto, ogni cosa ha un senso e le domande trovano la risposta come le onde trovano la riva. Dormi, ora, dormi sogni di neve.
“Papà, ho nostalgia della neve” mi hai detto, prima di chiudere gli occhi. Hai solo tre anni e già vedo in te i sintomi di questa malattia.

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Un mondo perduto

di Saverio D’Eredità

Un buon modo per far star tranquillo un bambino nei lunghi viaggi in auto è appioppargli un atlante stradale e lasciarlo giocare a fare il geografo. Era proprio questo il mio passatempo nei lunghi viaggi in auto dalla Sicilia alle vacanze estive, quasi sempre “nel continente” e a non meno di 2 giorni di auto, traghettate incluse. Devo forse alle interminabili ore passate con una cartina sotto gli occhi la passione per la geografia, le mappe e un certo senso dell’orientamento istintivo.
Nell’estate del 1991 passare il confine di Fusine ed entrare in Slovenia equivaleva ad una piccola avventura, a metà tra l’esotismo e il turismo rivoluzionario. Un carro armato piazzato ad arte a pochi metri dalla dogana e dalla parte opposta al duty free era il segno – a pensarci oggi, forse un po’forzato – dalla fresca indipendenza della Slovenia dalla Jugoslavia, con tanto di bandiera sventolante sopra. Una bandiera che sembrava uscita dalla stamperia pochi giorni prima tanto era sgargiante e pulita. Una bandiera dai colori abbastanza scontati ma con un tocco assolutamente originale: l’immagine stilizzata di un monte a tre cime.
Andarsi a fare un giro in Slovenia, quell’estate, voleva dire potersi vantare al ritorno in classe quanto bastava per guadagnarsi un’aura da reporter di guerra e millantare di aver visto cose inimmaginabili a noi altri del mondo occidentale. La verità è che l’aria che si respirava, almeno tra Rateče e Bled, era quella di un duty free diffuso che si lasciava alle spalle la Jugoslavia e il blocco comunista per abbracciare magnifiche sorti e progressive dell’economia di mercato. Una piccola terra promessa in cui fare incetta della trinità del basso costo (Carne-Benzina-Sigarette), cosa che dava una certa ebbrezza agli adulti, mentre per un bambino poteva voler dire di aver visto un paese che fino al giorno prima non c’era. Per il resto non è che ci fosse granché, non c’erano parco giochi particolarmente belli – non come l’impeccabile Austria, per dire – e i gelati avevano un colore sintetico davvero inquietante tanto che ne ricordo ancora uno, di colore e gusto fucsia davvero pessimo (non chiedetemi il gusto fucsia che sapore abbia, per fortuna non li fanno più a Bled, quei gelati).
Quel giro in Slovenia me lo ricordo bene, perché a parte visitare un castello che non mi piaceva più di tanto e appunto mangiare un orribile gelato, quel giorno l’attrazione maggiore per me era vedere il Triglav. Continua a leggere

Il Tempo che fa

Intervista ad Antonino Renda (meglio noto a livello locale come Toninometeo) sulle caratteristiche climatologiche e meteorologiche dell’estremo Nord-Est, con un occhio di riguardo alle nostre montagne e alle tendenza nevose passate ed in atto. Dedicato ai nivofili, ma non solo. Un’occasione per affrontare in maniera scientifica, ma accessibile ai più, l’universo affascinante e controverso della meteorologia, una scienza non esatta che da sempre accompagna e condiziona le nostre attività sui monti.

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Sosta

di Saverio D’Eredità

La sosta, per quanto non necessaria, ci sembrò dovuta.

Ci arrestammo quindi proprio in mezzo al sentiero, quasi a sancire un predominio o una specialità di questo giorno, esattamente un passo prima della netta linea di demarcazione dell’ombra, che lentamente avanzava divorando metro a metro i prati, le vallecole, gli sbalzi sottocresta.

Spalancammo gli zaini dai quali disordinatamente sfuggivano capi di corda, vestiario in eccesso e un paio di tintinnanti moschettoni. Le unghie affondarono aspramente nella scorza d’arancia, le cui bucce furono lanciate senza troppi ripensamenti oltre un orizzonte di mughi, poco più in là.

Sedevamo in mezzo al sentiero, le spalle rivolte alla parete, le mani ad arruffare ciocche d’erba secca, imbiondita dal sole. Sopra di noi taceva la parete delle gocce, quasi fosse una gola rinsecchita, senza più parole. Muti, ci lasciavamo intorpidire dai raggi penetranti del sole, padrone assoluto della conca, delle pietre, delle creste, dei covi persino d’animali. D’ogni nostro pensiero.

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Eravamo soli, ma d’una solitudine che si faceva acuta, stridente quasi. Le porte del rifugio sembravano chiuse da almeno cent’anni, questa mattina, quando ci fermammo per far tacere il respiro affannoso delle parole rincorse ad ogni svolta. Il cigolio di un cancello mal chiuso sembrava un’implorazione, sola nel mattino non scandito dai passi.

La montagna era svuotata. Come se le avessero portato via tutto, denudata senza vergogna. Essa ci appariva così, come sempre era stata. Non avremmo saputo fare lo stesso.

Di dicembri così se ne ricordano pochi, nessuno forse. Seduti sulle pietre del sentiero, guardavamo avanti a noi la massa scura del Canin, lunga e minacciosa come un’ombra, oltre la quale una rimonta di vapori si infrangeva come onde su una scogliera. Sembrava dovesse cedere da un momento all’altro e l’avevamo anche temuto, ad un certo punto, prima di approcciare le rocce ora tiepide ora gelide della cresta di Riofreddo.

Qua e là esili strisce di neve, dissonanti, s’acquattavano nei fossi più profondi, evase al pungolare dei raggi solari, al soffio d’aria calda che sale dalle valli. L’inverno appariva come un liberatore ancora troppo tardivo.

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Sta passando un lungo, infinito autunno. Di giorni sempre uguali, di cieli sereni, assenti di dubbi. La natura si è come inceppata, la macchina è ferma, la corsa finita. Forse è questo che ci inquieta. Improvvisamente ci accorgiamo che i calendari sono leggi senza fondamento e quasi surreali appaiono le lingue di neve costruita sulle piste, lo straniante cigolare degli impianti e la loro liturgia . C’è qualcosa di umoristico, in tutto ciò. Quasi che la montagna si volesse prendere gioco di noi.

Ci guardammo attorno. Qui dove sedevamo potevo riconoscere la pianta del vecchio ricovero, i buchi delle travi nella parete a fare da muro portante, la scaglia di cemento confusa tra le pietre naturali, dei vecchi ferri ritorti piantati nel terreno. Nel silenzio del pomeriggio e dei suoi cento incessanti tramonti potevamo essere gli ultimi uomini sulla terra. Sarà forse così? I resti di una civiltà sconfitta, le quattro mura del rifugio, i segni sbiaditi sulle pietre. Le strade sgomente e la ferita mai sanata nel bosco. Tutto poi si confonderà con il resto.

 

Forse questi lunghi giorni in cui si rinnovano le nostre occasioni perdute, sono quell’invito a fermarsi e riflettere. Per troppo tempo credo di essere rimasto su qualche parete troppo desiderata, sulla rincorsa all’obiettivo, alla lista mai spuntata. E in questa corsa avevamo dimenticato qualcosa. Avevamo dimenticato la montagna.

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Non abbiamo avuto fretta. Abbiamo scelta una cima, l’abbiamo raggiunta là dove ci sembrava più bello. Ci siamo concessi il piacere di una sosta.

E oggi a ripercorrere ancora queste cenge sospese tra gli spalti, nel camminarvi indisturbato e indifferente al calendario o alle ore che rimangono, sembra quasi di entrare in una città liberata. Tutto era permesso. Avevamo la libertà definitiva e rimpiangevamo i giorni della prigionia. Si, la montagna si sta prendendo gioco di noi.

L’ombra si allungò oltre lo spigolo, raggiungendo la punta degli scarponi. Senza dire niente, riprendemmo la strada verso casa.