Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi.
Siamo arrivati qua nel cuore antico dell’estate, nel punto più lontano dalle promesse e più vicino ai rimpianti. Aspettavamo da tempo questa salita, l’alchimia segreta che fa coincidere barometri, umori e motivazioni. Perché salite come queste sono come il pane o la poesia.
C’è da dire anche che siamo arrivati rifugio troppo presto per non superare le dose consentite di allegria. Quattro birre prima di cena sono il frutto di un calcolo errato dei tempi. Due grappe dopo un colpevole perseverare. Abbiamo guardato il diedro dai riflessi del boccale come fosse la prima volta, eppure sentivamo che questa via, da qualche parte, c’era sempre stata.
C’era nella polvere dell’inverno, nelle braccia stanche delle prime falesie, nei giorni di noia e frustrazione passati a sognare ad occhi aperti. E in tutte le vie, le rinunce e le speranze di questi anni, in tutte le volte che l’abbiamo visto da lontano, da qualche rientro in auto o dalle cime circostanti e senza dire niente, al più sospirando, l’abbiamo salutato aggiungendo ancora una volta promesse a promesse.
Per poi scoprire, arrivando qui, che in fondo non è un azzardo, ma qualcosa di naturale, di ovvio persino, di cui non potevamo fare a meno. Come il pane o la poesia.

Ci siamo quindi alzati nel ventre della notte attraversando una terra non nostra, vincendo la gravità dei pensieri. I nostri passi hanno spezzato equilibri invisibili, facendosi largo tra tele di ragni appena tese e carovane di formiche. Un’alba figlia di regioni lontane ci ha sorpresi come intrusi ai piedi della muta sfinge del Mangart. Solo una breve occhiata con Andrea prima di partire, stranamente senza traccia di ansia, ma solo voglia di salire, toccare queste pietre, cominciare. Semmai un dolcissimo senso di nostalgia, di quella che ti coglie quando sei vicino a cose troppo lungo sognate.
Da subito ci abituiamo a questa arrampicata ora faticosa ora delicata, fatta di spinte e opposizioni come a voler contrastare la forza schiacciante delle due facce del diedro. Le sue pietre lisce e candide mi hanno riportato ai pomeriggi solitari sui massi del fiume. Forse non è stato tempo perso.
Siamo passati attraverso il diedro e il diedro è passato attraverso noi, svuotandoci, erodendo come un mare lento ogni briciolo di energia. Perché siamo andati al cuore di proposito, proprio al centro del desiderio dove il rumore di fondo dei pensieri si allontana, prosciugando i dubbi e le incertezze.
Siamo passati tiro su tiro quasi senza far rumore, attratti da un magnete invisibile e metro su metro abbiamo ripercorso le tappe di un pellegrinaggio. Il cuore palpitante di Lomasti che affronta da solo la spaccata, la commovente sosta di Casarotto, un cordino nero penzoloni fuori dal diedro a testimoniare la tenacia di uomo solo nel gelo. Forse anche loro cercavano di spegnere un rumore di fondo.

Che silenzio che c’è qua. Procedo piano, sono gli ultimi metri. Siamo soli su questa parete immensa e questa luce rosata non lascia spazio ad ulteriori dubbi. Il bivacco sarà una logica conseguenza, ma in fondo va bene così. Forse avevo solo paura di sapere cosa sarebbe stato dopo. Di scoprire che non mi sarebbe piaciuto o che sarei stato troppo stanco per essere felice. Paura di arrivare alla fine del viaggio.
Vedo Andrea stagliarsi contro un cielo rosso e blu e il corno del Jalovec giunge a salutarci. Sorrido pensando che siamo partiti da lì, anche se non la sapevamo ancora. E allora forse è vero, il viaggio non è finito.

Piccolo Mangart
La parte superiore della Nord del Piccolo Mangart, al tramonto – foto S.D’Eredità

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Attrazione fatale

Tre uomini e una parete: una retrospettiva storica del Gran Diedro del Piccolo Mangart

Lasciato alle spalle il grande spiazzo affollato di auto, camper e turisti di vario genere, la foresta si stringe attorno alla stradina, serrando le righe degli alberi. In un istante il vociare si disperde, attutito dai tronchi dei grandi abeti. Dopo pochi metri la stradina piega a destra, transitando su un piccolo ponticello in cemento sopra il greto di  un torrente quasi sempre secco. È in quel punto che il diedro appare per la prima volta nella sua interezza. Osservandolo da quella scenografica prospettiva, che pare disegnata da un sapiente architetto, il diedro sembra fuoriuscire dal profondo della foresta e, nella perfezione della sua linearità, proseguire verso il cielo. Un colpo d’occhio da pittura futurista, che rende l’idea di movimento e di slancio con un unico tratto di pennello.
Ci si ferma sempre su quel ponticello, anche se si è appena partiti. E’ qui che sono stati ritratti i più importanti personaggi che hanno legato il proprio nome a queste pareti. C’è la foto di un giovanissimo Lomasti, camicia e jeans, e quella di Renato Casarotto, insieme Goretta Traverso, appena tornato dalla leggendaria prima invernale del 1983. Nonché di centinaia di altri ignoti e comunissimi ripetitori.
Mi sono fermato anche questa volta e a bruciapelo ho chiesto a Nicola “Alla fine, secondo te, perché la salita di Cozzolino è così importante?”. Nicola, dopo un attimo di  riflessione, mi dice “Il diedro è importante per il semplice motivo che Cozzolino ha fatto il massimo concepibile per l’epoca”. Soddisfatto per la risposta lo lascio in pace, riservandomi di stuzzicarlo sulla storia dell’alpinismo per una prossima gita. Intanto rimugino: cosa vuol dire davvero il massimo concepibile?

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La montagne non sono altro che il risultato di spostamenti e sollevamenti millenari della crosta terrestre, unito a processi chimici di trasformazione che avvengono all’interno delle rocce. Nient’altro che un corrugamento della superficie del pianeta. Il mistero della loro origine è materia di calcolo più che di poesia. Un diedro: cos’altro è se non il risultato di progressivi scivolamenti delle faglie? La Natura, in sé, non ha proprio nulla di artistico. Per poter esprimere il proprio Significato essa ha bisogno di interpreti. E, sostanzialmente, è questo ciò che fa ed ha fatto il grande alpinismo di ricerca.
Talvolta capita che uomini e montagne si incontrino. Che gli uni trovino nelle altre quella dimensione e quel significato che cercano. Così accade che il nome di un alpinista si leghi indissolubilmente ad una montagna o ad una parete, quasi fosse egli stesso a darle vita. Entrambi, uomo e montagna, acquistano così una sorta di doppia immortalità.
Strutture eleganti, naturalmente geometriche, prospettiche, i diedri esaltano la sensibilità e il senso estetico dell’alpinista. Sono linee naturali, ma non “facili”, tanto che raramente le prime salite hanno sfruttato simili strutture a differenza da camini e canaloni. I diedri arrivano dopo. Arrivano quando la ricerca dell’eleganza, dell’estetica della salita diventano il vero obiettivo. I diedri  sono il simbolo di una fase evoluta dell’arrampicata, orientata più alla ricerca della bellezza che alla brama di conquista.
Come osserva Buscaini parlando del Diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza “fra i diedri più rilevanti delle Alpi questo è senza dubbio il più alto, regolare e pure l’unico che incida completamente con elegante dirittura tutta la parete, dalla base alla cresta sommitale”. Una struttura tale non esiste quindi in tutto l’arco alpino e possiamo dire che essa funge da vera e propria “pagina di copertina” delle Giulie.
Anni dopo, in un memorabile articolo comparso nel 2002 sulla “Rivista del Cai”, Alberto Peruffo inserì il Cozzolino in quella che definì la “Triade d’Oriente”, ovvero  i tre diedri più importanti per logica, storia ed estetica dell’arco alpino orientale. Philip-Flamm alla Punta Tissi, Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz e Cozzolino-Bernardini al Piccolo Mangart. Come tutte le classifiche può essere discutibile e rivedibile, tuttavia l’intuizione di Peruffo ha da subito suscitato curiosità ed interesse, proponendo una lettura originale della storia dell’alpinismo, meno legata  alla mera valutazione del grado e più allo stile e alle logiche di apertura.

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Sui primi tiri del Diedro Cozzolino: fin qui furono condotti numerosi tentativi tra gli anni 50 e 60 – foto S.D’Eredità

Il problema del diedro, anzi “il Gran Diedro”, è stato per forza di cose nelle mire dei migliori alpinisti degli anni del dopoguerra. Troppo evidente, troppo perfetto. Troppo colossale. E quindi temuto. Il diedro, pur logicissimo, rimase intatto per molti anni. Eppure gli alpinisti di Cave, Floreanini, Marcello Bulfoni e ovviamente Ignazio Piussi, gli occhi (e le mani) ce li hanno messi, eccome! Proprio Piussi porta avanti il tentativo più convinto spingendosi fin sotto un repulsivo strapiombo che, simile ad un grande orecchio, sbarra la via nella parte bassa. Umido, tappezzato di erba e muschio, dalla roccia viscida e liscia, questo tratto rappresentava un osso veramente duro per i mezzi e lo stile dell’epoca. Già: lo stile. Perché il Gran Diedro, nella visione dell’epoca, è questo. È seguire la sua fessura di fondo sfruttando le facce laterali per l’opposizione. Senza scarti e deviazioni.
Risulta spesso scorretto giudicare troppo gli uomini senza contestualizzarli ai propri tempi. Dalla nostra privilegiata posizione di osservatori è sin troppo facile dare giudizi “tranchant” una volta che i problemi sono stati risolti. Essere “nel problema” è immensamente più complicato. E il problema dell’epoca era il Diedro come struttura geometrica. Pensarlo diversamente, ovvero pensare a “come” salire quella parete non rientrava nell’ordine delle idee di quella generazione. Ma talvolta le rivoluzioni avvengono silenziosamente. La porta è aperta. Basta solo spingerla, e passare la soglia.

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Nel cuore del diedro: è qui che Cozzolino traversa sulla compattissima placca di sinistra per evitare il profondo camino. Questo passaggio, improteggibile per diversi metri, sarà rivalutato VII- da Peruffo. Foto S.D’Eredità

Nel 1970 Enzo Cozzolino è già uomo di punta della XXX Ottobre. Una personalità fuori dal comune, dotato di una tecnica e una determinazione che non hanno precedenti, o quasi. Dai tempi di Comici Trieste non vede un “genio” di questo calibro. Non è soltanto la bravura puramente tecnica che stupisce di Enzo, quanto il modo radicalmente diverso di intendere ed interpretare l’alpinismo. A cominciare dall’abbigliamento: abbandona gli scarponi rigidi per “tornare” alle pedule, spesso veste in tuta e dal mondo della ginnastica mutua l’uso del magnesio. Non è solo stile. E’ un modo diverso di scalare, di leggere la parete e i movimenti da compiere su di essa. Enzo è già nel futuro mentre la comunità alpinistica ha l’orologio fermo. Nella storica “Napo”, la falesia dei triestini, supera passaggi ritenuti estremi in libera e senza corda. È il suo allenamento quotidiano, che persegue con rigore e determinazione da atleta. Il tutto lo trasferisce in montagna. L’unico paragone, per la stessa epoca, è con un certo Messner, il quale infatti riconosce ed ammira la classe del triestino. Entrambi sono accomunati dal perseguimento di un’idea e uno stile rigorosi, sostenuti da un’etica ferrea. Messner e Cozzolino sono l’alpinismo moderno. Ma se Messner vive in Dolomiti e può sfruttare come palcoscenico le grandi pareti che hanno fatto la storia, Cozzolino – per carattere e per idee – si muove in ambienti spesso di ricerca. Piz Popena, Agner, Busazza. Le Giulie. Sono queste le pareti di Cozzolino, pareti selvagge, fuori dai riflettori. Dove non si “combatte” fianco a fianco a tracciare vie sempre più dirette, ma povere di creatività ed autonomia e l’alpinismo è ancora quello degli inizi. Lo spirito di Enzo è quello dei pionieri, come ha sottolineato uno dei suoi compagni, il Flavio Ghio della “Fachiri”.

Enzo vuole infatti dimostrare a sé stesso e alla comunità alpinistica che si può e si deve ricercare un nuovo concetto dell’arrampicata, riportarla alla sua origine ed al tempo stesso lanciarla verso un orizzonte totalmente nuovo. Rispetto a Messner, Enzo è decisamente meno mediatico (il suo sguardo torvo e imbronciato è il motivo per il quale gli viene affibbiato il soprannome “Grongo”, per similitudine con un pesce dell’Adriatico), ma le sue riflessioni sono molto nette e le prese di posizione rigide. Il suo rifiuto del chiodo ad espansione è assolutamente coerente con l’idea di un’arrampicata veramente pura. Dove l’uso dei chiodi (anche tradizionali) dovrebbe essere ridotto al minimo essenziale per non dire totalmente escluso. “Il vero fascino dell’arrampicata è costituito dall’enigma del passaggio e dalla sua eventuale soluzione in base a ragionamento ed intuizione, cosa che può esistere solo arrampicando in libera, cioè senza chiodi” egli scrive.

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Enzo Cozzolino – http://www.alessandrogogna.com

È il settembre del 1970: Enzo Cozzolino ed Armando Bernardini si avvicinano al Diedro in mezzo a spesse nebbie che ne nascondono la visuale. Quando esso appare è una visione onirica. Cozzolino percepisce un’attrazione fatale. Egli “sente” la via già come sua. Eppure fino a poco tempo prima non rientrava tra i suoi “progetti”. Solo quando ha modo di vedere la parete e studiarla ne rimane folgorato. Capisce che il gran diedro può rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica le sue idee. E sa che non può fallire perché in molti hanno già provato e torneranno.
Il primo tratto è superato rapidamente. Ci sono numerosi chiodi ed una corda fissa che agevolano il superamento delle prime fessure, slavate e prive di appigli. Giunto sotto il grande strapiombo, Cozzolino si chiede perché nessuno abbia provato ad aggirare per le facili rocce a sinistra del diedro, di difficoltà moderate anche se non molto solide. Questa domanda, che Cozzolino pone con un tocco naif, è la domanda di fondo di un’epoca. E la sua risposta rappresenta un taglio netto col passato. Così come Messner sul Pilastro di Mezzo  del Sass d’la Crusc (ma ricordiamolo, di ciò che aveva fatto Messner poco ancora si sapeva), Cozzolino ridefinisce il concetto di alpinismo anteponendo la ricerca della purezza dell’arrampicata, la sua “naturalezza”, rispetto alla logica della goccia d’acqua e della direttissima. I “vecchi”, a denti stretti, sussurreranno che sapevano di poter fare la “greca”, ma che la via era nel diedro, non fuori. Inutile disquisire su questo punto: siamo semplicemente davanti a due idee completamente diverse dell’alpinismo. E una, quella di Cozzolino, si apprestava ad essere l’idea davvero moderna, una sintesi dell’essenza stessa del confronto leale tra uomo e montagna. La via tracciata da Cozzolino e Bernardini  è “imperfetta”? Dipende dagli occhiali che utilizziamo per vederla. Certo, non è lineare, non è diretta. Prima a sinistra, poi al centro, quindi nuovamente a destra laddove una fessura inclinata e friabile porta verso la cengia d’uscita. “Manca” non solo lo strapiombo iniziale, ma la continuazione finale del diedro stesso. Tuttavia è proprio questa supposta “imperfezione” a rendere la via unica nel suo genere.

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Come un libro aperto di calcare: Andrea Fusari sale il diedro nella metà superiore della via – foto S.D’Eredità

Probabilmente a Cozzolino tutto ciò interessava veramente poco. Per lui contava esclusivamente l’arrampicata e lo stile. Nella parte mediana, laddove il diedro diventa talmente profondo da assomigliare più ad una gola-camino, Cozzolino supera infatti una placca compattissima e piatta, di difficilissima chiodatura. Totalmente in libera. Se la valutazione che egli ne fece fu “solo” di VI, sarà solo dopo (molti) anni che quel traverso sarà rivalutato VII-. Avrebbe potuto “forzare” lungo il camino, dove qualche fessura avrebbe permesso di passare in artificiale. Ma Enzo ha più a cuore “il modo” di salire la via che non il “dove”. E con la stessa filosofia individua l’uscita dalla parete. Continuare in linea diretta sarebbe stato possibile tecnicamente: le difficoltà, pur sostenute non superavano quelle già affrontate nei tiri precedenti. Ma forse avrebbero richiesto un uso più abbondante di chiodi, visto che spesso quella sezione è bagnata, come la prima del resto. Ed è su questo punto che Cozzolino dimostra la propria inflessibilità. Nei due giorni di scalata la cordata, su 800 metri di parete, utilizzerà 25 chiodi, compresi i (numerosi) già presenti nella parte iniziale. Una decina appena quelli da loro piantati i primi dei quali, appunto, subito dopo il traverso a metà via. Tenendo presente questi dati crudi, insieme alla severità dell’ambiente e alla difficoltà intrinseche della roccia del Mangart possiamo capire perché quella salita rappresentasse davvero “il massimo concepibile” in quel momento e per quello stile.

Cozzolino ci lascia uno scritto piuttosto asciutto, seppure pervaso di una certa mistica, quasi che la parete avesse atteso lui per svelarsi. Si percepisce l’attrazione fatale esercitata dalla muta sfinge del Mangart. Che da quel giorno sarebbe diventata semplicemente il “diedro Cozzolino”. Possiamo affermare che quella salita, la quale al tempo stesso aprì un’epoca (quella dell’arrampicata libera estrema in apertura su grandi pareti) chiudendone un’altra (quella delle scalate artificiali e soprattutto quella della risoluzione forzata dei “grandi problemi”) pose Cozzolino al centro di una transizione. Ad Enzo bastò spingere quella porta, attraverso la quale l’alpinismo sarebbe entrato definitivamente in una nuova era.
Ma questa è decisamente un’altra storia.

***

Quella del Diedro, invece, è appena cominciata. Innanzitutto perché ci vorranno 4anni prima di una ripetizione integrale da parte di una cordata slovena (Rozic-Klinar). E in secondo luogo perché appena 7 anni dopo Cozzolino, le due facce del diedro saranno testimoni del passaggio di un ragazzo di appena 17 anni. È Ernesto Lomasti, di Pontebba, nutre una sconfinata ammirazione per Cozzolino e porta il diedro nel cuore da quando ha mosso i primi incerti passi sulle rocce.
Si potrebbe dire che tutta la carriera alpinistica di Lomasti, fino a quel giorno dell’agosto 1977, sia stata totalmente attratta da questa salita. Tutto il periodo (non lunghissimo, perchè Lomasti brucia le tappe) precedente non è che l’incubazione di questo sogno di adolescente. Lomasti ha già portato a termine solitarie importanti sulle pareti del Fuart. Sono vie prestigiose, storiche, alcune (la Comici al Vano Nero o il Deye-Peters) tra le scalate più ambite delle Giulie. Ma impallidiscono contro questa lucida follia. Lomasti si prepara minuziosamente, ogni suo giorno è orientato esclusivamente alla realizzazione di questa salita.
Per comprenderne l’eccezionalità vale la pena andarsi a leggere l’analisi che ne fa Luca Beltrame nella biografia di Lomasti “Non si torna indietro” (Vivalda, 2008). Non si parla qui tanto di gradi, quanto della “barriera psicologica” rappresentata da una via che era considerata tra le più difficili ai tempi, ammantata di mistero e con una sola ripetizione nota, mentre diversi erano stati i tentativi falliti (tra cui Carratù). Particolare non trascurabile: Lomasti non ha mai salito il Diedro. I grandi “solitari” che la storia ricordi, quali ad esempio Comici, Maestri o Messner hanno realizzato questo genere di imprese  su vie a loro già note. Almeno parzialmente questo può dare un minimo di certezze, seppur relativizzandole a quello che può essere considerato il limite alpinistico estremo, ovvero l’arrampicata solitaria senza corda. E, non ultimo, parliamo di un ragazzo di nemmeno 18 anni.
Tale impresa, che solo anni dopo sarebbe stata rivalutata, avrebbe oggi un’eco straordinaria, mentre all’epoca rimase piuttosto circoscritta all’ambiente locale. Si potrebbe tentare oggi trovare un parallelo, ma sarebbe arduo e pericoloso. Qui parliamo infatti di qualcosa che non solo anticipa i tempi, ma si colloca fuori dai tempi. Un sogno assoluto, che non ha eguali, per il modo in cui matura e lo stile in cui si realizza, a suo modo inclassificabile. Di certo questo fu per Ernesto il salto di qualità definitivo che lo porterà nel giro di un paio d’anni a diventare uno dei più grandi alpinisti che si ricordi. E che avrebbe legato definitivamente il suo nome a quello del Mangart.

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La storica foto di Lomasti al ritorno della solitaria al Gran Diedro – dal libro “Non si torna indietro” di L.Beltrame – Vivalda

Prima salita. Prima solitaria. Il mistero del Gran Diedro si svela man mano, ma la sua attrazione fatale non cessa di attirare gli sguardi dei migliori alpinisti del tempo. Negli anni seguenti, in due diversi momenti, Roberto Mazzilis “raddrizzea” definitivamente il diedro, con difficoltà che toccano il settimo: è la dimostrazione che la strada indicata da Cozzolino e proseguita da Lomasti era quella orientata al futuro. Come disse Buzzati “dall’incontro tra i migliori arrampicatori e la pareti più belle nascono i capolavori dell’alpinismo moderno“: e un ultimo incontro doveva ancora avvenire.

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Renato Casarotto non è un soltanto un grande alpinista. E’ un uomo che persegue una ricerca interiore con costanza, determinazione, pazienza. Sembra venire da un tempo lontanissimo, arcaico, le sue scalate sono epica nel senso proprio del termine. Casarotto è un uomo “odisseo” che interpreta la Natura come veicolo per la ricerca del proprio Io. Silenzioso, testardo, inesorabile, Casarotto ha trovato nella dimensione solitaria e invernale la forma di alpinismo che meglio lo definisce. Sceglie pareti scomode, complesse, che presentino le condizioni più difficili sotto i più svariati punti di vista: tecnici, ambientali, logistici. E’ talmente all’avanguardia da risultare – come spesso accade – incompreso. Non a caso solo una mente fine come quella di Gian Piero Motti l’aveva già identificato come uno “dei massimi protagonisti dell’alpinismo mondiale“. E una personalità del genere non può che essere attratta dal grande magnete del Diedro.
Se già d’estate arrampicare su queste rocce non è un lavoro facile, d’inverno la faccenda diventa maledettamente complicata. Fino ai primi anni ’80 nessun essere umano ha osato affrontare queste pareti in invernale. L’unica impresa – non da poco – è la traversata della cresta del Mangart, non a caso firmata da Piussi, Bulfon, Giacomuzzi e Perissutti  nel 1956. Sulle pareti ancora tutto tace. Quando cala la notte invernale sulla conca dei Laghi e la prima neve si incolla a queste rocce pregne di umidità lo spettacolo è tra i più orridi e sublimi che le Alpi possano mostrare. Le pareti appaiono totalmente rivestite di un candido manto che fa sparire fessure, camini, spaccature. Tutto è cristallizzato ed avvolto da un silenzio di vetro. La conca ha un microclima particolare, nonostante la quota modesta qui i venti del nord trovano la prima vera barriera e si infrangono sulle pareti congelando la neve. La foresta piomba in una piccola notte artica per mesi e le minime sono le stesse che si registrano altrove, ma a 3000 metri, non a 1000. La già difficile roccia d’inverno non offre più alcun appiglio, men che meno possibilità di protezione. Il problema è quindi sia ambientale che tecnico. Ed è il pane giusto per i denti di Renato.

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Il Piccolo Mangart in veste invernale: notare come la neve si “incolli” alle placche della parte bassa – foto S.D’Eredità

Casarotto si presenta sotto il Diedro all’inizio dell’inverno 1982-83. E’ già un alpinista affermato, specialista delle invernali: nel febbraio ’82 è stato protagonista di un’impresa veramente epica con il concatenamento delle tre grandi vie del Freney in solitario. Pura fantascienza. Dopo un “exploit” del genere chiunque avrebbe probabilmente rivisto obiettivi e cercato altri stimoli. Non Renato, che è alla ricerca costante di un’esperienza interiore profonda ed intima. Forse è questo il motivo per il quale rimane soggiogato dal fascino del Mangart d’inverno. Il Diedro è la nuova avventura che cerca. Il suo è già un “nome” di prestigio, ragion per cui tutta Tarvisio al suo arrivo è in fibrillazione: è la prima volta che un “foresto” e per giunta di grande fama si interessa a queste montagne. Val la pena soffermarsi su questo punto. E’vero: Cozzolino non era certo sconosciuto per non parlare di Piussi. Però in quegli anni questo estremo angolo d’Italia rimaneva ancora avvolto nel cono d’ombra delle Dolomiti. Il fatto che Casarotto individui nel Diedro Cozzolino la sua sfida è già di per sé il riconoscimento dell’alto valore di questa scalata.
Renato Casarotto è passato alla storia per la sua proverbiale tenacia, dimostrata nelle grandi scalate sull’Huascaran, sul Fitz Roy, sul Bianco. Giorni, settimane, in parete, sorretto da una forza fisica e morale eccezionale. Sul Mangart, nonostante le dimensioni sulla carta “ridotte” rispetto ai colossi che ha scalato negli anni addietro, troverà uno degli scogli più ardui da superare.

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Un puntino rosso, solo nel gelo invernale del Mangart: Casarotto affronta la parte centrale del Cozzolino – foto tratta da “Una vita tra le montagne” di Goretta Traverso

Attacca il 30 dicembre 1982. La parete è totalmente incrostata di ghiaccio, ma la prima parte leggermente inclinata e contraddistinta da colatoi è superata con una “relativa” rapidità. La tecnica è da subito quella della talpa: Renato scava cunicoli nella neve e la progressione è di fatto quella che spesso viene adottata sui funghi patagonici. Ma se il primo giorno tutto procede speditamente, è con il passare del tempo che le cose si complicano e il Mangart rivela tutta la sua ostilità. Un giorno intero passa per superare 80 metri. Poi 50. Poi solo 20. Davvero incredibile per l’uomo che aveva solo pochi mesi prima affrontato in successione tre vie simbolo del Bianco! Eppure chi conosce queste pareti non si stupisce. Nè si stupisce lo stesso Renato nell’esser costretto ad arrampicare costantemente a -20° e di dover pazientemente ripulire con la spazzola ogni appiglio. Ma se in Dolomiti l’ingrato compito veniva ripagato dalla presenza di fessure o appigli, in Giulie la roccia si rivela sempre compattissima e non dà possibilità di chiodare. Una situazione esasperante. In condizioni del genere una rinuncia sarebbe stata una scelta logica e per nulla biasimabile. Una parete più pulita avrebbe assicurato una scalata più fluida e meno frustrante, oltre che più sicura. Ma non è certo questo ciò che cerca Casarotto. A lui interessa l’esperienza profonda. E proprio come l’Ulisse di Dante “misi me per l’alto mare aperto”.
Continua, dunque, sempre legato alla sua corda (come per tutte le sue salite infatti procedette in autosicura, dovendo perciò salire due volte ogni tiro) e a quel filo invisibile che lo tiene in contatto con Goretta, centinaia di metri più in basso, in una piccola capanna di legno immersa nella notte del Mangart.
Non possiamo non riconoscere in questo personaggio così intenso, difficile, enigmatico un’umanità eccezionale e commovente. Sia nel perseguire le sue azioni che nel volerlo fare con ponderatezza e senza quella dose di gratuito rischio che pure sarebbe lecito aspettarsi. Ciò ci restituisce ancor più la cifra di un uomo al di fuori del comune, probabilmente l’ultimo grande esponente dell’alpinismo tradizionale. I giorni passano sulla parete, che si concede pochi metri alla volta. La parte superiore è uno scudo di ghiaccio in cui Renato deve scavare per salire. La neve, incollata alla parete, oppone muri verticali. Il tempo cambia, i giorni passano. Al decimo giorno una fitta nevicata rischia di sbarrargli la strada per la vetta, ormai vicina. Il suono delle valanghe lo accompagna tutta la notte. Nessuno può più vederlo. Forza l’uscita lungo la variante diretta, come solo lui era in grado di fare e dopo 11 giorni rivede la luce del sole, sulla cresta, oltre il bordo del diedro infinito.
Casarotto non era uomo da proclami roboanti e soppesa le parole con la stessa pazienza con la quale macinava metri sulle pareti gelate. Dopo la salita dichiarerà che “la parete Nord del Piccolo Mangart in inverno è la più dura delle Alpi“.

Quella di Casarotto non è solo la prima invernale in assoluto sulla nord, ma il capitolo finale di una grande stagione alpinistica, che si incarna in questo gigante vicentino taciturno e risoluto. Il suo cammino proseguirà “Oltre i venti del Nord” attraverso la “Ridge of No Return” sul McKinley, sulla Est delle Jorasses per giungere all’ultimo tragico capitolo, alla base del K2. Il suo nome, come quello di Cozzolino e Lomasti si legherà tuttavia per sempre a questa parete.
Tre uomini, tre alpinisti d’eccezione, in maniera diversa visionari e sognatori. Tutti e tre stregati dalle pareti lunari del Mangart, tutti e tre accomunati da un destino fatale come l’attrazione che li ha condotti su queste pareti mute. Tutti e tre interpreti di questo grande mistero che è la Natura e che qui, tra i bianchi calcari formatisi nei mari dell’Eocene, si esprime con un’enigmatica, soggiogante potenza.

Epilogo

In ultimo ci chiediamo dunque cosa differenzi l’alpinismo in Mangart da quello praticato in moltissime altre e pure più prestigiose pareti dell’arco alpino. Qual è il valore di questo squadrato muro di calcare, dall’aspetto severo, repulsivo eppure affascinante? Arriva tardi il grande alpinismo su queste rocce stratificate. Eppure non è un alpinismo “moderno” allo stesso modo di quello che contemporaneamente si sta sviluppando sulla Marmolada, o più ad ovest verso le scogliere granitiche sulle quali la generazione dei “nuovi mattini” avrebbe definito la propria identità. Ancora oggi il Mangart non possiede certo il richiamo di pareti alla moda. Non si viene qui per spuntare una via dal proprio curriculum, nè per percorrere un tiro famoso o trovare una scalata appagante. Talvolta qualche ciuffo d’erba di troppo potrà infastidire. Altre le ben note “scagliette” giuliane rendere la progressione poco rilassante e di certo il materiale che abbiamo sarà usato parsimoniosamente.
Vi troveremo invece un alpinismo antico, esplorativo in senso autentico, esteriore come interiore che porta nei geni lo spirito dei pionieri e al tempo stesso ha saputo offrire lo spazio creativo per l’espressione più pura dell’arrampicata libera. Soprattutto abbiamo visto come, da Gilberti a Casarotto, chi si è cimentato su queste pareti l’ha fatto seguendo uno stile coerente e leale e l’ho fatto alla ricerca di qualcosa. Ciò ci rimanda alle domande di fondo del “perchè” si scalano le montagne. E probabilmente le pareti del Mangart ci ripetono in maniera più forte quella domanda. Un alpinismo letteralmente “senza tempo” perché fuori dal tempo, quindi epico nel senso proprio del termine.

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La cengia d’uscita del Diedro Cozzolino – foto S.D’Eredità

Attraverso questa seppur breve e sicuramente incompleta retrospettiva abbiamo guardato la parete attraverso gli occhi e le mani degli alpinisti che l’hanno scalata, cercando un minimo comune denominatore, un filo sottile che li tenesse legati. Personalità intense, ciascuna con un’idea di alpinismo molto forte e che hanno lasciato un segno indelebile su queste rocce come in molte delle più importanti montagne del mondo.

Eppure in qualche maniera tutto si riconduce qua, dove arrampicare produce sensazioni diverse in ciascuno di noi, come in quella mattina d’agosto in cui ci arrestammo di colpo tra i prati intrisi di rugiada, in Alpe Vecchia. E la parete apparve visibile ed invisibile al tempo stesso, attraverso i giochi d’ombre del sole e della luna.
Abbiamo attraversato il giardino della Luna, in silenzio. Ed è forse questo ciò che resta.
Ed ancora oggi, che il ricordo di quella salita svapora come i sogni prima dell’alba, dei passaggi, degli appigli, non rimane più memoria. Ciò che invece emerge, alla distanza, è proprio quel silenzio che nasce quando il rumore di fondo dei pensieri si spegne.
E per quante scalate ancora possano venire, più difficili o più ambite, nessuna potrà mai sostituire il silenzio dei giorni che la precedettero e che la seguirono, nulla eguagliare l’equilibrio e la sintonia perfetta che si venne a creare tiro su tiro in quel giorno senza fine. Senza fine proprio come il diedro, lungo il quale ognuno di noi prosegue la propria salita.

 

Bibliografia

Alpi Giulie – G.Buscaini CAI TCI 1974

Mangart – P.Podgornik, Sidarta 2008

Non si torna indietro – L.Beltrame, Vivalda 2008

Una vita tra le montagne – G.Traverso, Alpine Studio 2013

E.Cozzolino “Il Gran Diedro del Piccolo Mangart” – Alpi Venete 1971

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