Il Tempo che fa

Intervista ad Antonino Renda (meglio noto a livello locale come Toninometeo) sulle caratteristiche climatologiche e meteorologiche dell’estremo Nord-Est, con un occhio di riguardo alle nostre montagne e alle tendenza nevose passate ed in atto. Dedicato ai nivofili, ma non solo. Un’occasione per affrontare in maniera scientifica, ma accessibile ai più, l’universo affascinante e controverso della meteorologia, una scienza non esatta che da sempre accompagna e condiziona le nostre attività sui monti.

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The Pink Punk Donkey – Una storia d’amore

di Saverio D’Eredità

La notizia, già rimbalzata prima tramite social quindi ripresa dai giornali locali, è ormai nota. A 30 anni dalla prima discesa di Rumez e Gardossi, la parete Nord del Nabois è stata nuovamente scesa con gli sci da due specialisti del ripido, Enrico Mosetti e Zeno Cecon.

La Nord del Nabois non è propriamente quella che diremmo una parete sciabile. Qui una linea va inventata più che cercata, congiungendo effimeri pendii nevosi sospesi come lenzuola ad un balcone di mille e passa metri sopra la Val Saisera. Una nord molto particolare, come i profili di questa montagna ingombrante ed orgogliosa che come uno scudo si frappone tra i boschi della Saisera e le nobili pareti del Fuart. L’inclinazione è sfuggente e progressiva, la neve fatica ad incollarsi tanto da creare dei corridoi sciabili. Eppure, con un battito d’ala che si verifica poche volte in un decennio o forse un paio di decenni, le condizioni si ripresentano, anche se parlare di condizioni è quasi eufemistico in casi come questo dove, più che quelle della parete servono le doti visionarie di sciatori appartenenti ad un’altra concezione dello sci stesso. Continua a leggere

Picco di Carnizza mt. 2443 – Salita invernale per la ferrata Grasselli

 

di Saverio D’Eredità

Se è vero che il gruppo del Canin, soprattutto d’inverno, si trasforma in un interessante e vario “terreno di gioco” per le attività alpinistiche e scialpinistiche è altrettanto vero che non tutte le zone del massiccio sono frequentate alla stessa maniera. Ovviamente attorno al centro gravitazionale del Gilberti ruota quasi tutto l’interesse per le diverse linee ed itinerari che confluiscono nella conca Prevala; ma qualche volta basta spaziare un po’più in là e sollevare lo sguardo oltre le forcelle per riaprire inusuali spazi di gioco.

Con questo intento domenica scavalchiamo la piccola mezzaluna di Sella Bila Pec per dirigerci verso il lato meno noto del versante nord del Canin, ovvero il grande altipiano solcato dalla dolina del Foran dal Mus. Un altipiano anomalo, tutto fossati ed inghiottitoi, forse più noto agli speleo quale porta d’accesso di grandi esplorazioni sotterranee che non agli scialpinisti. Svalicare ha sempre un certo fascino di ignoto, anche se siamo dietro l’angolo degli impianti. Ed è questo che ci intriga di più!

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Vista sul Foran dal Mus

La meta è il Picco di Carnizza, nobile “bracciolo” del Canin che ne sorregge il contrafforte maggiore verso nord-ovest. Una vetta a sè stante eppure di transito per chi percorre l’alta via resiana. L’idea è quella di dare un’occhiata alle possibili salite lungo i canali che solcano le regolari stratificazioni del versante nord, ma di fatto sappiamo che forse solo la ferrata “Grasselli” ci permetterà una soluzione di salita in queste condizioni.

Percorriamo il lungo corridoio del Foran dal Mus aperto tra le gobbe della morena del Canin e i profili ondulati del Col delle Erbe. Siamo in una vera “fossa” dalla quale a mala pena riusciamo a intravvedere le creste del Canin come riferimento. Dopo un’oretta di saliscendi e cambi di strategia decidiamo per la salita di una dorsale che ci porta proprio sotto la nord del Picco. Gli sci vanno in spalla per semplificare e approfittando della neve compatta e trasformata del periodo.

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Verso il Picco di Carnizza

L’idea (velleitaria) di salire uno dei canali (con il relativo carico di armamenti e ferraglie per ogni evenienza) viene subito scartata per dirigersi nettamente all’attacco della cresta nord-ovest e della ferrata. I primi metri sono stati “mangiati” dalla seppure poca neve, quindi saliamo qualche metro a sinistra per una “specie” di canale per poi riprendere i cavi con qualche mossa funambolica. Per il resto per fortuna i cavi sono abbastanza scoperti e permettono di risalire rapidamente la cresta che dopo alcuni metri verticali si appoggia. Con maggiore innevamento sarebbe possibile deviare per un canale diretto a sinistra, ma quest’anno è magra. Saliamo ancora lungo la cresta, quindi con un traverso delicato per neve inconsistente (unico punto dove decidiamo di legarci) finalmente confluiamo in un bel canale regolare: ottima neve plasticosa e pressata! Scaldiamo per bene i polpacci (la pendenza è costante sui 45° con uscita a 50°) e usciamo in cresta, in una aria livida e tenebrosa. Solita risalita che sembra eterna e siamo in cima, con gran vista sulla misteriosa ovest del Canin e la sua “magic line” di discesa quest’anno invisibile.

 

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Ovest del Canin

Il rientro è per lo stesso percorso, alternando brevi sciate e risalite con gli sci sul groppone. Tutto sommato oggi interpretiamo lo scialpinismo in un’accezione meno ludica ma comunque avventurosa. L’altopiano, sprofondato nella luce piatta di un pomeriggio plumbeo, è un golfo bianco e inconsistente. Di dosso in dosso – con immancabile risalita spacca polmoni a Sella Bila Pec – usciamo dal “wild side” del Canin per tornare a zone più familiari. Come immancabile è la scorta della polizia lungo la pista discesa in orario “limite”. Parafrasando un ben noto titolo della letteratura di montagna “Colpevoli di alpinismo”.

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Picco di Carnizza – ferrata Grasselli

La Pecora Nera

Di Saverio D’Eredità

Il Direttore arrivò con cinque minuti di anticipo e una scatola di cartone che poggiò pesantemente sul tavolo della riunione.

“Avete già un calendario per l’ anno nuovo?” disse mentre levava lo scotch che chiudeva la scatola. Mancavano pochi giorni a Natale, tempo di auguri, agendine ed omaggi. Di riunioni, in se piuttosto inutili e prevalentemente formali. Un modo come un altro per darsi una parvenza di efficienza (di chi ha “lavorato fino a Natale”) ed in ogni caso rimandare tutto “a dopo Natale”. Verrebbe da chiedersi il perché di tutta questa fretta, quest’ansia di imbastire attività, progetti, proposte quando la coltre delle feste è destinata a seppellire tutto sotto l’inerzia e la malavoglia. Proprio come dovrebbe fare la neve che come ogni anno tarda sempre più ad arrivare, lasciandomi in questa specie di parentesi aperta, in attesa di una fiammella che possa accendere certe micce pronte ad esplodere.

“Bè, in realtà ancora no” dissi un po’distrattamente. Sarebbe forse stato il primo della serie che – di lì a qualche giorno – avrei raccolto nel giro delle famose riunioni pre-natalizie.

“E allora ecco qua” – disse il Direttore lanciandomi il calendario dall’altra parte del tavolo – “sono sicuro che ti piacerà”. Per un istante rimasi disorientato, come quando una mattina affacciandosi alla finestra di casa si nota qualcosa di diverso dal solito panorama.

E fu in quell’istante che capii quale tarlo mi avrebbe roso nell’inverno che stava per iniziare.

Le forme potenti di una cresta gonfia di neve riempivano per intero la prima pagina del calendario. Ne riconoscevo i tratti salienti, senza però riuscire ad incasellarli nella mia geografia mentale. Possibile? Eppure queste proporzioni, questi profili possenti  sebbene non necessariamente eleganti, non potevano che appartenere alle creste resiane del Canin. Continua a leggere