“Che ci faccio qui?”

Avventure sul Buconig

di Francesco Madama

Introduzione di Saverio D’Eredità

Quando ho ricevuto la mail di Francesco, devo dire, ho esitato qualche istante. Scrivendomi con naturalezza della salita al Monte Buconig – come se parlasse, che so, della passeggiata ai Piani del Montasio, ammetto di esser rimasto spiazzato. Un attimo, mi son detto, dov’è il Buconig?              Ci sono cime che stanno davanti agli occhi di tutti eppure per una strana deformazione dell’atto di vedere vengono letteralmente oscurate dal nostro occhio. Il Buconig, così come i confratelli della turrita e disordinata catena di vette che incornicia la misteriosa Val Romana, rientra senza dubbio in questa misconosciuta categoria. Eppure per arrivarvi si parte da quello che è probabilmente il più affollato parcheggio delle Giulie: quello dei laghi di Fusine. Tutti additano la grande vetta, il Mangart, questo patriarca colossale che veglia panciuto la conca dei laghi, semmai qualcuno ammira l’austera bellezza delle grandi pareti del Coritenza. Ma nessuno che volti la testa a destra, verso quelle vette neglette eppure a loro modo avvincenti. Intrichi di canaloni, mughete violente, denti rocciosi esili come schegge di vetro. Come se nella grande costruzione del tempio fossero rimasti degli scarti di lavorazione, ammassati lì per caso.  Ma c’è chi si prende cura di loro. Il racconto di Francesco è certamente pane per i degustatori del “ravanage” – vera e propria arte e severa disciplina dell’alpe! – ma anche per gli amanti di quelle avventure minime eppure intense che quanto più si allontanano dai sentieri consumati e dai libri di vetta lisi, tanto più sanno regalare sensazioni profonde ed intime. E forse quel piccolo monte dimenticato, arrossirà..

Forse è possibile applicare anche alle montagne l’ipotesi di Cioran secondo cui, mentre i classici della letteratura costituiscono un patrimonio dell’umanità che travalica i confini nazionali e appartiene a tutti, sono invece gli autori minori gli autentici e più indicativi depositari dello “spirito” di un popolo e di un paese. Se ciò è vero, allora è probabile che la salita al Buconig rappresenti realmente l’essenza dell’escursionismo alpinistico sulle Alpi Giulie, simboleggiando in modo emblematico la repulsività e la selvatichezza di queste cime. Del resto, già Dario Marini e Mario Galli ebbero il merito, nella loro superba guida sulle Alpi Giulie Occidentali (1983), di restituire al civile consorzio la conoscenza di (e l’amore per) luoghi paurosi e vie d’altri tempi (Semide dei agnei, Calderino robel, Cuel sclaf ecc), anticipando, più che inaugurando, i giorni attuali, in cui, si può ben dire, fiorisce, e per certi aspetti imperversa, nelle librerie e in rete, una sorta di “wilderness renaissance”.

Il Buconig (2.076 mt) si alza a nord di forcella Lavina, sulla cresta dei monti di Raibl che separa la conca dei laghi di Fusine dalla val Romana. Il mitico Buscaini lo liquida sbrigativamente come un “castelletto di punte rocciose a N delle Cime Verdi” (p. 359), tuttavia, come sempre, non manca di aggiungere qualcosa dal punto di vista etimologico – Buconig è traslitterazione italiana dello sloveno Bukovnik (bukev, faggio) – e storico: prima ascensione, Gstirner, Heidenheim e fratelli Koshir, 16 settembre 1895, per la parete NE.

22 agosto 2015. Partiamo dal parcheggio dei laghi di Fusine. Ermanno & io. Due mezze corde da 35 mt e la tipica ferraglia dei dilettanti allo sbaraglio. Fa fresco: l’estate è agli sgoccioli. Sgambettiamo per il “515” in silenzio, più che altro per scaldarci. Al bivio col “516” incontriamo marito e moglie, che vedono le corde e ci chiedono dove stiamo andando. Restiamo sul vago: non c’è di che vantarsi. Comunque, penso, in montagna si incontra sempre qualcuno, per fortuna.

Usciamo dal bosco dopo un quarto d’ora e troviamo un circo desolato di ghiaie franate abbacinate dal sole: tempo di bere qualcosa e abbandoniamo il sentiero (il momento più bello), scavalcando sterpaglie e smottamenti. Il canalone della forcella di Ratece è un budello umido grigio-marrone nell’ombra: più ci infiliamo dentro, meno ne capiamo, col rischio di finire sui salti e far fatica per niente. Ci teniamo sulla destra, scavalcando massi grandi come automobili. La parete NE del Buconig incombe sulle nostre teste: sembra un film di Werner Herzog. Gli ultimi 100 mt li facciamo in apnea sulla ghiaia dura inclinata e sbuchiamo sulla forcella con la lingua fuori, incrociando il “519”.

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Visione dalla Cima del Buconig: forcella della Lavina e Cime Verdi

Mangiamo qualcosa e ci imbraghiamo. Tempo di fare cento passi e lasciamo il “519” entrando nella pancia del Buconig, traversando roccette e risalendo gradoni, finché troviamo una paretina – una sorta di canaletta dritta, più che sufficiente per mettere in imbarazzo degli sprovveduti come noi. Ci leghiamo, Ermanno attrezza la sosta sul solito mugo e io, armato di martello Ikea da 4,99 euro, attacco il camino svasato: pianto un buon chiodo al primo colpo (incredibile ma vero), provo e riprovo prima di affidarmici e, in un modo o nell’altro, mi alzo sopra il salto e ne vengo fuori. Intanto Ermanno, che nei tempi morti ha la capacità di restar vigile pur sonnecchiando, gongola soddisfatto. Mi metto a ridere, tiro dritto verso una cengia sopra di me e faccio la sosta: subito dopo Ermanno è lì che mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: ti vedo in forma, oggi: perché non vai avanti tu?

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Salendo al Buconig

C’è da fare un traverso alla nostra destra: il traverso del nostro scontento. La cengia è spiovente sul vuoto, ma ci sono dei mughi – i migliori amici dei ravanatori. Parto. Rinvio sul primo mugo che trovo e avanzo in punta di piedi su una cornice: la corda fa attrito, mi sembra di tirare un carretto. Mi rifiuto di guardare i ghiaioni in fondo al baratro, rinvio di nuovo su una clessidra provvidenziale e raggiungo una sporgenza che mi butta in fuori. Scavo come una talpa dentro una nicchia, tolgo la terra con le mani mentre i piedi ondeggiano sui mughi – il cordino fra i denti – e rinvio di nuovo. Ermanno mi osserva silenzioso e un po’ perplesso: gli dico di tenermi, abbraccio lo spuntone, gli monto sopra ed esco incolume, soltanto sporco come un maiale. Venti metri dopo sbuco su un terrazzino invaso dai tronchi fulminati – in confronto al traverso, sembra l’attico di un loft. Faccio la sosta, urlo a Ermanno che è tutto ok e penso: il peggio è alle spalle, aqui estamos.

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Il Traverso del nostro scontento

Il più è fatto. Adesso traversiamo (legati) in discesa, camminando sulle uova. Il baratro è sempre lì alla nostra destra, ma per fortuna non si vede. Davanti a noi appaiono il Bucher e l’anfiteatro dell’alpe Moritsch. Scorgiamo il canale fra la Cima del Buconig e la Torre e lo imbocchiamo proprio in corrispondenza di un salto vertiginoso sul vuoto. Guardarlo è come guardare nella catastrofe, ma per fortuna noi dobbiamo salire. Il canale lo facciamo in conserva in quattro e quattr’otto, stando solo attenti a non scaricarci addosso sassi, e usciamo sotto la Torre: la strettoia della forcella sembra la canna di un fucile. Dietro, il Collarice. Continuiamo inseguendo tracce di camosci e traversando verso sudest. Oltre uno sperone spuntano le Cime Verdi: primordiali come dinosauri. Poco dopo vediamo un pezzo del cupolone bianco del Mangart: sembra la schiena di Moby Dick, non l’abbiamo mai visto così. Ormai i problemi sono finiti: bisogna solo stare attenti a non sbagliare strada, perché è tutto un labirinto di canalini in mezzo a verdi inclinati. I ghiaioni sul fondovalle abbagliano: il greto del rio Torer evoca i canyon dell’Arizona. Ci sleghiamo e cominciamo a fare ometti ogni 30 mt. Superiamo di slancio una nervatura esposta di roccia friabile, scavalchiamo un paio di pulpiti e ci immettiamo su un canale erboso che dovrebbe uscire sull’Anticima. Il sole adesso picchia e la stanchezza inizia a farsi sentire, ma la traccia risale abbastanza dolcemente a zigozago. Sbuchiamo sulla cresta sommitale in un amen e saliamo sull’Anticima aggirando guglie e pinnacoli dolomitici. La vista sui monti di Raibl e sul gruppo Fuart-Riobianco è indescrivibile: si vede letteralmente tutto. La catena del Canin è in un’altra galassia, in compenso si può toccare la cima del Mangart con un dito: penso al Montasio dallo Jof di Miez. A 750 mt da noi in linea d’aria vediamo i turisti seduti sui prati del Mangart. Fra la cima e l’anticima del Buconig resta solo un canale di sfasciumi pericolanti: l’ultima fatica. Ci abbassiamo per mughi (i sassi franano sotto i nostri piedi e poi rimbalzano saltando nel vuoto), ci arrampichiamo di nuovo per roccette divertenti e sbuchiamo in cima – panorama da urlo! Il Mangart è un gigantesco molare bianco sopra una gengiva grigio-verde.

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“Il Mangart è un gigantesco molare bianco…” -dalla cima del Buconig, foto F.Madama

Tempo di fare le solite cose che si fanno in cima e giriamo i tacchi. Il sole mangia le ore e sappiamo benissimo che in discesa non saranno rose e fiori. Tornati sulla cresta aerea ci buttiamo giù per i verdi a rotta di collo, traversiamo inseguendo gli ometti come Pollicino e ritorniamo sotto la Torre. Ci caliamo per le balze del canale, giriamo a destra sopra il salto catastrofico e risaliamo il traverso delicato, dopo di che arriviamo sul terrazzino con i tronchi fulminati. La prima doppia ci fa atterrare sulla cengia spiovente, la seconda ci consente di by-passarla ma la terza ci mette in crisi, perché qui se sbagliamo qualcosa ci rompiamo l’osso del collo sul serio: a destra c’è un canale brutto come un incubo, a sinistra gli strapiombi. Come sempre nei momenti scabrosi, Ermanno – col suo aplomb – prende in mano la situazione, fa passare un cordino su una scheggia che a me mette i brividi solo a guardarla, mi dice non preoccuparti (!) e scende come un gentleman inglese con la bombetta e l’ombrello. Io lo guardo, spaventato e sconvolto: il cordino non terrà mai, mi metto a urlare, piuttosto scendo slegato! Ermanno non sa se mettersi a ridere o prendermi a calci nel culo, però alla fine mi convince col suo sguardo mite, sicché mi rassegno: volto le spalle alla via di salita e, faccia a monte, senza pensare più a niente, mi calo lungo la parete, cercando solo di gravare il meno possibile sulla corda ed evitando, già che ci sono, di domandarmi – col grande Chatwin – che ci faccio qui?

Il resto è semplice. La discesa giù per il canalone della forcella di Ratece ci ripaga della fatica senza senso fatta all’andata. Sul circo di ghiaie, ritrovato il sentiero, tutto finisce: venti minuti dopo, sui prati alle pendici del Colrotondo, guardiamo le nostre ombre che si allungano e fumiamo una sigaretta: il parcheggio è lì vicino.

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Relazione di salita

MONTE BUCONIG (2.076 mt)

Dal lago superiore di Fusine si segue prima il sentiero 515 per il Picco di Mezzodì e, poco dopo, il 516 per forcella Lavina, che si risale per 20 min circa. All’uscita dal bosco, in un circo di ghiaie e massi franati, si ab-bandona il sentiero e ci si dirige a ovest (tracce) verso l’imbocco del canale, visibile sulla dx, che scende dal-la forcella di Ratece. Si risale tutto il canale (faticoso in alto), mantenendosi sul suo lato dx (sin orografica), e si guadagna la forcella (1.851 mt), sulla quale si incrocia il sentiero 519. Si segue per circa 50 mt il sentiero segnalato dirigendosi verso sud e lo si abbandona dove inizia decisamente a scendere, per traversare prima a sin e poi risalire un pendio di erba e roccette che conduce su una selletta secondaria, alla base della pare-te ovest della Torre del Buconig.

Si attacca per rocce dapprima facili, poi bisogna superare un breve camino svasato e verticale con due fes-sure (5 mt, III, roccia abbastanza buona) dirigendosi verso una crestina, dietro la quale si incontra una cen-gia erbosa con mughi che continua verso dx (sud). Si percorre la cengia, che diventa subito molto stretta e spiovente, si traversa su mughi (20 mt, esposto) e poi, rimontato uno spuntone roccioso, si mira a un sopra-stante terrazzino con resti di tronchi fulminati (buon punto di sosta). Si traversa ancora brevemente verso dx, dopo di che si scende (15 mt, abbastanza esposto, 1 pass. II-) puntando a una piccola macchia di mughi che immette nel canale fra la Torre e la Cima del Buconig subito sopra un salto impraticabile.

Si risale il canale per circa 50 mt (1 pass II, roccia abbastanza solida, caduta sassi scongiurata dalle balze), che in alto diventa erboso e termina infine sulla forcelletta fra la Torre e la Cima del Buconig (vista sul Colla-rice). Si traversa senza difficoltà a dx (sudest) per tracce di camosci, si aggirano per cenge erbose le pareti del Buconig affacciandosi sul selvaggio versante settentrionale delle Cime Verdi e, in prossimità di un picco-lo scoscendimento terroso, si risale facilmente un breve canalino erboso, che consente di raggiungere una stretta selletta, affiancata a dx da un gendarme. Si traversa verso sin superando una nervatura di roccia, si continua aggirando dei pendii erbosi con roccette abbastanza friabili e, infine, si sale senza via obbligata (o-metti) una sorta di canale, poco marcato ed erboso in alto, che conduce brevemente alla Cima Sud del Bu-conig (visibile già dal basso, 2.076 mt).

La Cima Nord, affacciata sulla conca dei laghi di Fusine (2.059 mt, croce di vetta), si raggiunge calandosi per mughi all’insellatura fra le due cime e scendendo poi per un canale erboso rasente alle rocce di sin, alla ba-se delle quali si traversa verso nord. Infine, per rocce friabili, si entra in un canalino (1 pass II) che conduce direttamente in cima (varianti possibili). Totale ore salita: 5.

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