Neve di Aprile

di Saverio D’Eredità

Credo non esista gioia più grande, più piena, più rotonda, sulla faccia di questa terra dello sci di primavera. Oddio, forse esagero: certo che esiste, anzi vi dirò che potrebbero essercene almeno cinque sei (non di più) di più belle. Tra queste figureranno la campanella del sabato, la chiamata inattesa di un amico che non sentivi da tempo, l’ecografia del terzo mese e un gol sottoporta al secondo tempo supplementare. Ma mi spiace, non oggi. Oggi nulla batte la sensazione vellutata, leggera, erotica direi dello sci di primavera. O sarà forse merito del fatto che ho finalmente trovato il modo in cui il cavetto usb scassato fa contatto con l’Ipod e la playlist scorre che è un piacere.

Lo sci di Aprile è una promessa mantenuta. Di neve dura al mattino che per incanto o legge fisica diventa firn. Aprile ha gli occhiali a specchio ed odore di crema 50 sulla pelle. Che sei in dubbio se riempire il thermos di tè caldo o portarti due litri d’acqua e alla fine metti tutti e due. Aprile ha una luce tutta sua che inonda le valli, che entra ovunque, che fa chiasso, che ride, che canta. Aprile sono corone di montagne in technicolor, un segreto svelato e che scopri essere bellissimo. Quando realizzi che tutto quel freddo, quell’attesa, quel buio che hai sfidato per mesi – cappucci tirati su e mani tra le cosce prima di scendere dall’auto, quel girare di soppiatto nei boschi sotto lo sguardo di pareti cupe – ecco, tutto quello aveva un senso ed era questo. Aprile è ancora una polvere gelosamente custodita che non posso dirti dove. Per trovarla non serve essere atleti e nemmeno esperti. Per trovarla devi essere credente. Allora sì. Se avrai fede nel sole e nella notte. Se saprai scendere a compromessi con albe attonite e accettare quel poco di sci sulle spalle e unghie rotte negli scarponi. Allora si, nella bilancia finale del giorno, tutto ciò peserà molto poco. Più alto è il fine, più lieve sarà la pena. Del resto, siamo o no in missione per conto di dio?

Canin, aprile

Non lo scopro certo io, che lo sci di primavera è il più bello di tutti, e ora che ci penso sta guadagnando posizioni nelle cose più belle della vita, più della campanella del sabato, ma ancora un gradino sotto il primo bacio. Assomiglia piuttosto alla lettera di dimissioni quando cambi lavoro, con quella leggerezza, quella fiducia nel futuro che mai più riproverai. Che ti fa sentire così gioiosamente fuori controllo e forse proprio per questo mai così in controllo. Aprile – di questo sono tuttavia sicuro – ha un modo di sciare che segue più l’improvvisazione del jazz che non il basso e batteria del rock. Diciamo che si sente più il sax di John Coltrane di “A love supreme” che non la base ritmica di “Ten” dei Pearl Jam.

Aprile si porta un piccolo dolore ne cuore. Come certe ombre che fai fatica a stanare e che forse rimarranno sempre. Non le eviteremo, non le negheremo. Anzi ci aiuteranno a riconoscere la vita anche dove si nasconde. Come segni su una mappa.

Lo sci di primavera, si dai, non sarà proprio la cosa più bella della vita, ma la cosa più bella di oggi senz’altro. Non fosse altro che per queste strade sgombre, che con l’auto fili via veloce e pare che dai balconi escano signore e bambini a salutarti con i fiori, che tutto pare facile, ovvio direi – “ma scusate non potevate dirmelo prima che era così bello?” pensi mentre i chilometri scorrono lenti ma leggeri, mentre il serbatoio rimane pieno e hai sempre una bottiglia d’acqua piena accanto e la tua canzone preferita in cuffia.

Sarà forse merito delle ultime curve e del firn – che dio lo benedica, il firn – o del cavetto dell’Ipod che ora funziona, ma se ci penso bene bene lo sci di primavera è una cosa decisamente bella – si anche come il primo bacio, o meglio il primo bacio che non ti aspetti – e magari lo metto in alto in quella lista di cose che. Che non sai mai quanto dura e che potrebbe finire già domani. Quindi lo vivi di più, lo rallenti di più. Come rimanere a letto domenica mattina (dopo che hai sciato ovviamente).

Lo sci di primavera ha la tenerezza e la forza della mia piantina di ginko biloba: ogni aprile aspetto di vedere un piccolo puntino verde farsi largo nella corteccia rugosa. Ogni aprile riesce a stupirmi quella prima gemma, che mi ricorda che siamo qui, siamo vivi. E che quella cosa lì, continueremo a cercarla ancora.

Il Foro, la luce, le curve

La Dinamica

Rimozione. Colpevolezza. O consapevolezza? Sono queste le domande che sorgono quando apriamo il libro nero degli incidenti in montagna. Quello che non vorremmo sfogliare mai. Eppure sappiamo bene come quelle pagine, per quanto dolorose, siano in realtà la chiave per comprendere meglio e aiutarci a decidere e valutare le nostre azioni.

L’alpinismo, lo scialpinismo, l’escursionismo e l’arrampicata sono attività di natura pericolose in quanto ci espongono ai rischi (oggettivi della montagna e della natura) e soggettivi (delle nostre azioni ed omissioni). Ma sono anche attività che arricchiscono di conoscenza come poche. Diceva Massimo Mila che l’alpinismo è una forma di conoscenza superiore in quanto prevede sia la teoresi che l’azione. Peccato che una volta a casa raramente ripensiamo a cosa abbiamo fatto e se l’abbiamo fatto bene. Affidarsi alla fortuna come elemento di riduzione del rischio non è un’idea saggia, tanto come pensare di esser esenti da rischi solo perché facciamo le cose “in sicurezza”. Cosa vuol dire sicurezza? E’ un protocollo codificato o forse la somma di esperienze pratiche sul campo, razionalizzate ed analizzate?

La verità, scomoda, è che non ci piace aprire quel libro. E che quando “succede” l’istinto sia quello di rimuovere i traumi per andare avanti. E’umano. Ma non ci fa evolvere in quella conoscenza che dovrebbe essere parte integrante dell’esperienza. Così facendo lasciamo il campo alla colpevolezza (chi si fa male, si sa, ha sempre torto per l’opinione pubblica), che ci amareggia quando tocca leggere i soliti commenti pressapocchisti e superficiali di chi quella conoscenza non ce l’ha e si permette di giudicare. Finita l’era (o quasi) della montagna assassina intrisa di retorica, la società securitaria odierna reagisce agli incidenti (siano essi fatali o no) con un miscuglio di moralità e contabilità. Moralità quando si tratta di giudicare come “stupide” queste attività (salvo poi essere elogiate e reclamizzate quando si fa marketing dell’outdoor…) e contabilità quando il tutto si riduce ad una nota spese degli interventi di soccorso (come se il soccorso stesso non fosse espressione della solidarietà naturale non solo di chi frequenta la montagna ma degli esseri umani!). Ecco quindi che la risposta non può che venire dalla consapevolezza. Di ciò che accade, di come accade e di come possiamo migliorare. Sapendo che l’imponderabile esiste e può fare male. Che il rischio non si azzera, ma solo si riduce. Che il bello, se volete, di ciò che viviamo in quei giorni in montagna è proprio imparare, esplorando spazi interiori di consapevolezza.

Il progetto di Fabio Gava, “La Dinamica” è una novità in questa pagina così poco approfondita delle attività in montagna. Sono storie di incidenti di arrampicata, alpinismo, scialpinismo e canyoning, raccontate direttamente dai protagonisti e condivise per contribuire ad aumentare la sicurezza in montagna.

La formula è quella del podcast ed è una risposta per chi crede che sia necessario sviluppare, tra i frequentatori della montagna, una cultura che faccia sentire le persone libere di rendere pubbliche le proprie esperienze negative senza essere giudicate, colpevolizzate o umiliate. Lo scopo di questo podcast è di ridurre il numero di futuri incidenti in montagna, attraverso i racconti degli incidenti passati.

L’ideatore del progetto è disponibile ad essere contattato da chiunque voglia raccontare la propria esperienza. Ascoltate le prime uscite. Si parla di incidente in arrampicata o sci, direttamente da chi li ha vissuti e può riportarli, e soprattutto da semplici appassionati “della domenica”.

Sito web: http://www.ladinamicapodcast.it

Instagram & Facebook: @ladinamicapodcast

Link agli episodi su Spotify:

https://open.spotify.com/show/01y8ShLjhHqNmtBZXg2LSo

(il podcast è disponibile anche su tutte le principali piattaforme di podcasting, quali Apple Podcast, Google Podcast e Amazon Music)

Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

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K2 la Discesa

di Carlo Piovan

Per un alpinista la salita di una delle cime più alte della terra può rappresentare il sogno di una vita, la tecnologia e le tecniche di allenamento, oggi, concedono sicuramente più possibilità di successo rispetto ad una volta, ma le condizioni dell’ambiente in cui ci si muove rimane molto complicato e le condizioni possono diventare sovente ostili alla permanenza in quota. In un’ascensione di tale portata raggiungere la cima è la meta per molti e la discesa, come si legge spesso nei diari delle salite, è una fuga da un mondo sfavorevole alla vita dell’uomo, verso la salvezza del campo base.

Per uno scialpinista la salita e la cima sono solo l’antefatto dell’obbiettivo principale: scendere.

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Cima Carega … tutto a posto

di Carlo Piovan

Le citazioni che intervallano il testo sono tratte dal brano Tutto a Posto (1974 Alberto Salerno, Bruno Tavernese) interpretato dai Nomadi

E’ per lei, io vedo quella ferrovia
Che è fra i sassi, la mia via
Nel passato e nel presente corre già.

Le architetture del fumante, oggi scintillano di bianco, ne rimango incantato come fosse la prima volta che i miei occhi si posano sulle loro forme. Scatto una foto e la spedisco con il buongiorno alla mia compagna per condividerne la bellezza.

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Il canale nascosto del Piccolo Mangart

di Saverio D’Eredità

È  innegabile che uno degli aspetti sociali più caratteristici dello scialpinsimo – almeno nella sua versione 2.0 – sia quello di vantare (per non dire ostentare) la scoperta dell’itinerario perfetto, possibilmente originale, con neve sempre e comunque di qualità eccezionale, ovviamente senza essere umano alcuno a parte i novelli esploratori. Il tutto sarebbe persino accettabile se ciò non fosse pervaso da una vaga supponenza per non dire un accenno di giudizio morale su quanti (al contrario) non fanno che ripercorrere banalmente e senza creatività i medesimi itinerari di sempre. Continua a leggere

Miopia bianca

di Carlo Piovan

A mio parere, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

J. Saramago, Cecità.

Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico, recita un antico adagio. Ed è quello che ho immediamente pensato quando ho letto la notizia dell’annuncio del potenziale sviluppo del comparto scistico di Sella Nevea sul versante dell’altopiano del Montasio.

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/ricerca?tags=sci&sort=pubdate&sortDir=desc&page=1

Notizia, che cade in una stagione magrissima di coltre bianca, in cui siamo stati abituati a vedere tristi scene di lingue di neve creata artificialmente in mezzo ad un paesaggio dominato da varie gradazioni di giallo.

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