Un mondo perduto

di Saverio D’Eredità

Un buon modo per far star tranquillo un bambino nei luoghi viaggi in auto è appioppargli una atlante stradale e lasciarlo giocare a fare il geografo. Era proprio questo il mio passatempo nei lunghi viaggi in auto dalla Sicilia alle vacanze estive, quasi sempre “nel continente” e a non meno di 2 giorni di auto, traghettate incluse. Devo forse alle interminabili ore passate con una cartina sotto gli occhi la passione per la geografia, le mappe e un certo senso dell’orientamento istintivo.
Nell’estate del 1991 passare il confine di Fusine ed entrare in Slovenia equivaleva ad una piccola avventura, a metà tra l’esotismo e il turismo rivoluzionario. Un carro armato piazzato ad arte a pochi metri dalla dogana e dalla parte opposta al duty free era il segno – a pensarci oggi, forse un po’forzato – dalla fresca indipendenza della Slovenia dalla Jugoslavia, con tanto di bandiera sventolante sopra. Una bandiera che sembrava uscita dalla stamperia pochi giorni prima tanto era sgargiante e pulita. Una bandiera dai colori abbastanza scontati ma con un tocco assolutamente originale: l’immagine stilizzata di un monte a tre cime.
Andarsi a fare un giro in Slovenia, quell’estate, voleva dire potersi vantare al ritorno in classe quanto bastava per guadagnarsi un aura da reporter di guerra e millantare di aver visto cose inimmaginabili a noi altri del mondo occidentale. La verità è che l’aria che si respirava, almeno tra Rateče e Bled, era quella di un duty free diffuso che si lasciava alle spalle la Jugoslavia e il blocco comunista per abbracciare magnifiche sorti e progressive dell’economia di mercato. Una piccola terra promessa in cui fare incetta della trinità del basso costo (Carne-Benzina-Sigarette), cosa che dava una certa ebbrezza agli adulti, mentre per un bambino poteva voler dire di aver visto un paese che fino al giorno prima non c’era. Per il resto non è che ci fosse granché, non c’erano parco giochi particolarmente belli – non come l’impeccabile Austria, per dire – e i gelati avevano un colore sintetico davvero inquietante tanto che ne ricordo ancora uno, di colore e gusto fucsia davvero pessimo (non chiedetemi il gusto fucsia che sapore abbia, per fortuna non li fanno più a Bled, quei gelati).
Quel giro in Slovenia me lo ricordo bene, perché a parte visitare un castello che non mi piaceva più di tanto e appunto mangiare un orribile gelato, quel giorno l’attrazione maggiore per me era vedere il Triglav. Continua a leggere

Il “Batti”, il “Biondo” e la Creta

Introduzione di Saverio D’Eredità

Non è proprio terra di sci ripido, la Carnia. O almeno, tra le tenebrose ed affascinanti Giulie e la spettacolarità dei canali dolomitici più rinomati, ancora una volta le Carniche soffrono una certa marginalità che le fa talvolta – colpevolmente- sparire dall’atlante mentale ora di chi arrampica, ora di chi scia. Non sono molte né molto note le discese ripide (un tempo dette estreme) delle Carniche. La morfologia stessa del terreno si presta più allo scialpinismo classico (e qui in effetti le Carniche non deludono) che non al ripido propriamente detto, quindi gli adepti di questa disciplina spesso devono lavorare di fantasia, trovando però stimoli in molte di quelle pale inclinate o pendii aperti che caratterizzano le Carniche.  Continua a leggere

La cura

di Saverio D’Eredità

Qualche volta la meta è un dettaglio e nemmeno troppo importante. Perché ci sono giorni in cui il prestigio di una salita non conta. Non conta la qualità della neve, la tecnica o la pendenza, l’essere primi o essere ultimi. Ci sono giorni diversi.

E’ tutto un complesso di cose” come cantava Paolo Conte.

Perchè qualche volta dipende da tutt’altro. Dall’ultimo sogno della notte, da una sveglia arrestata un attimo prima del trillo. Dai ricordi. Oh, sì, tanti ricordi. Che si affollano nella mente e scorrono davanti agli occhi e non ti lasciano in pace.

Dipende forse da alcuni minimi particolari – quel cristallo, quell’orma, quel rametto spezzato inavvertitamente che ti fa sentire più fragile. Dalle dosi di analgesici nelle vene con cui hai cercato di smorzare chimicamente il dolore. Da quel solito bacio lasciato a metà e il suo relativo senso di colpa. Cosa le dirai un giorno?

Dalla sensazione, quindi, che qualcosa ti stia sfuggendo via.

Questi giorni diversi ti cambiano gli occhi. Che se poi la racconti non sapresti neanche dire cosa c’era di speciale.

La linea, la neve, la luce? Si, forse. Ma non solo. Niente di tutto ciò sposta davvero il bilancino.

Che se poi li racconti, questi giorni diversi, la maggioranza potrebbe non capirti. Forse solo qualcuno, qualcuno che ha convissuto con i tuoi stessi fantasmi.

Ci sono giorni in cui poggiare quelle dannate tavole sulla neve e dimenticare per un istante chi sei, per un istante non chiederti più se ne sei capace, ma solo fissare un punto, quell’unico punto nel pendio dove farai la prima curva. Solo quella. Nessun’altra.

E capire che solo questa è la cura.

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27/08/2016

Sarà capitato a tutti di farsi assorbire dai pensieri durante un ascensione, talvolta il flusso è talmente forte che la voglia di cristalizzarli nel tempo diventa una necessità, senza pretesa di assunzione al cielo dei poeti, ma solo perchè si sente il bisogno di fissarli e condividerli. Vi proponiamo una riflessione che ruota attorno ad un luogo, carico di significati. C.P.

di Marco Lavaroni

A volte scrivo.
Di solito, dopo un po’, mi pento.
Ma oggi, con queste gambe indolenzite, il fiato che rantola, e il cuore che salta “fra l’aorta e l’intenzione” (…), l’andatura e’ lenta e c’e’ troppo tempo per pensare.

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Giocare d’anticipo: ricognizione nel circo del Cristallo

di Saverio D’Eredità

La vostra voglia di polvere è davvero irrefrenabile? Avete passato un’intera estate a sognare linee effimere e soffici discese? Vi siete sciroppati ore ed ore di filmati di sci ripido e freeride all’insaputa dei vostri cari? E ora rivedete il teaser de “La Liste” in loop in attesa della prima nevicata? Sappiamo tutto, amici nivofanatici. Vi abbiamo osservato, studiato i vostri movimenti nei negozi e spiato le conversazioni. Al Rampegoni team non sfugge nulla, nè d’estate nè d’inverno. Consapevoli dei vostri problemi psicologici, già su queste pagine analizzati nella versione estiva  (vedi Sociopsicopatologia dell’alpinista medio) abbiamo deciso di farci carico di questo gravoso onere e solo per voi, lettori di Rampegoni blog, abbiamo caricato gli sci in spalla andando a verificare sul posto l’unica cosa che ci interesserà davvero da qui a maggio: le condizioni!

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L’uomo che fissa le nubi – alla cieca sulla Cima Fanton

di Saverio D’Eredità

Il Batti ronfa alla mia destra già da un paio di chilometri, mentre Raffaello sul sedile posteriore non dice nulla, sprofondato tra zaini e sci. In silenzio ci addentriamo con l’auto in Val d’Oten mentre osservo a metà tra l’incredulo e il depresso la spolverata bianca sui rami degli alberi sopra i 1500 metri. Non posso crederci. Ancora una volta l’imprevista nevicata notturna rischia di stravolgere i piani, proprio nel giorno – l’ultimo – che mi ero concesso per tentare disperatamente di dare un senso alla stagione sci alpinistica. Cerchiamo qualcosa, ma non lo sappiamo spiegare. Continua a leggere

Il canale nascosto del Piccolo Mangart

di Saverio D’Eredità

È  innegabile che uno degli aspetti sociali più caratteristici dello scialpinsimo – almeno nella sua versione 2.0 – sia quello di vantare (per non dire ostentare) la scoperta dell’itinerario perfetto, possibilmente originale, con neve sempre e comunque di qualità eccezionale, ovviamente senza essere umano alcuno a parte i novelli esploratori. Il tutto sarebbe persino accettabile se ciò non fosse pervaso da una vaga supponenza per non dire un accenno di giudizio morale su quanti (al contrario) non fanno che ripercorrere banalmente e senza creatività i medesimi itinerari di sempre. Continua a leggere

The Pink Punk Donkey – Una storia d’amore

di Saverio D’Eredità

La notizia, già rimbalzata prima tramite social quindi ripresa dai giornali locali, è ormai nota. A 30 anni dalla prima discesa di Rumez e Gardossi, la parete Nord del Nabois è stata nuovamente scesa con gli sci da due specialisti del ripido, Enrico Mosetti e Zeno Cecon.

La Nord del Nabois non è propriamente quella che diremmo una parete sciabile. Qui una linea va inventata più che cercata, congiungendo effimeri pendii nevosi sospesi come lenzuola ad un balcone di mille e passa metri sopra la Val Saisera. Una nord molto particolare, come i profili di questa montagna ingombrante ed orgogliosa che come uno scudo si frappone tra i boschi della Saisera e le nobili pareti del Fuart. L’inclinazione è sfuggente e progressiva, la neve fatica ad incollarsi tanto da creare dei corridoi sciabili. Eppure, con un battito d’ala che si verifica poche volte in un decennio o forse un paio di decenni, le condizioni si ripresentano, anche se parlare di condizioni è quasi eufemistico in casi come questo dove, più che quelle della parete servono le doti visionarie di sciatori appartenenti ad un’altra concezione dello sci stesso. Continua a leggere

Forcella Mosè – quattro curve nel cuore del “santuario”

di Saverio D’Eredità

Almeno una volta  bisogna inoltrarsi in questo circo di pareti quando l’inverno raggiunge il suo apice. Almeno una volta, per chi intende lo scialpinismo come esperienza della montagna e non (solo) pura ricerca della neve giusta o della sciata elegante ed ineccepibile. E allora se si vince lo scoraggiamento che può prendere nel muovere i primi passi lungo la pista da fondo o nel laborioso attraversamento del bosco della Bassa Spragna con le sue contropendenze (condanna ad un ritorno altrettanto faticoso), si avrà in premio la possibilità di sciare in un luogo privilegiato. Quasi un santuario racchiuso tra pareti finemente decorate da festoni di ghiaccio, reticoli di goulotte e spine nevose dove non si fanno semplicemente “quattro curve”, ma si entra nel cuore freddo delle Giulie. Continua a leggere