Arrampicare non è divertente

di Saverio D’Eredità

Arrampicare non è divertente. Al più potrà essere appagante, se volete. Ma divertente no. Arrampicare è sofferenza. Stringere tacche, contrarre gli addominali, stringere il culo, pensare a non cadere. Insomma, di base cerchi di fare tutte queste cose insieme per non morire. Spiegatemi come fa, ad essere divertente. Arrampicare spesso è frustrante. Perché ti devi allenare moltissimo per ottenere pochissimo. E allenarsi, si sa, non è mai divertente. Anche perché poi ti vengono a spiegare che arrampicare “è tutta testa, non serve allenarsi!”, ma a dire il vero non ho mai visto nessuno di quelli che sostenevano questa tesi scalare sotto il 7a. Di certo è sia una roba di testa che di muscoli. Insomma, una roba ingestibile. Quando hai il fisico, non hai la testa. Quando hai la testa, non ti tieni. Raramente hai tutte e due. Quando succede, la stagione di solito è finita.

No, arrampicare non è divertente. Sciare, è divertente. Anche se su questo con l’amico Nicola potremmo discutere fino alla fine dei nostri giorni, almeno finché io non avrò imparato ad arrampicare e lui a comprendere il senso profondo delle stagioni. Ma molto meglio discutere di questo che non darci ragione a vicenda o ridurci ad una serie di fuck-yeah-grande vez. Si, lo so che dire queste cose non è molto popolare. Ma arrampicare una volta mica faceva tanto figo, come adesso. Se tiravi pacco alla serata con gli amici o peggio mollavi il dopocena ad una certa “perché domani mi alzo alle 5” ti prendevano per il culo a morte. Il risultato era che si dormiva due ore per notte per barcollare verso gli attacchi, ma certo figo e divertente non lo era mai. E poi, chi l’ha detto che ci si deve divertire per forza, o che tutte le giornate sono meravigliose e quelle cose lì che ci leggiamo e ci diciamo ogni lunedì? Io per esempio, ho passato un sacco di giornate di merda, arrampicando. Ho avuto paura, mi son dato dell’idiota, ho rimpianto di non essermi allenato abbastanza o di aver pensato troppo allo sci o alla neve. Mi son sentito inadeguato, ho litigato con me stesso, qualche volta con gli altri. Ho tirato fuori il peggio di me. Ok, ora so che mi verrete a dire che dovrei rilassarmi, cercare il flow, la mindfulness o certe cose new age che non si capisce perché adesso siano immancabili, invece ai tempi di Comici ne ignoravano l’esistenza e mi pare che arrampicassero alla grande uguale. Che se fosse divertente, arrampicare, arrivando in falesia vedresti gente felice invece è più facile sentire una sinfonia di grugniti e bestemmie o gente che ti guarda storto se non sei del posto, occupi una certa via o – sia mai – soffi il progetto a qualcuno. Insomma, arrampicare non è divertente, o almeno io non mi diverto tanto. Di solito cerco solo di non farmi male. Nel mezzo, invece, mi perdo in mille ragionamenti complicati, passo da cose serie tipo dove piazzare la protezione a cose inutili come la politica internazionale, intervallando ricordi, ora nitidi ora sbiaditi. Persone, volti, situazioni. Una festa del liceo, un amico che non sento da tempo. L’ultima mail mandata il venerdì o una qualche rogna da risolvere il lunedì. Mentre nel cervello girano in loop ritornelli di canzoni idiote, una playlist di scarsa qualità e quasi mai dei miei pezzi preferiti. “Pensa se adesso voli con in testa It’s my life di Bon Jovi o Girls just wanna had fun di Cindy Lauper, pensa che brutto” mi dico. Ecco, cose così. Niente eclatanza del gesto, niente flow. Solo pensieri confusi e disordinati.

Saverio D’Eredità sul traverso della via Tissi alla Torre Venezia – foto C.Piovan

Qualche volta credo che l’arrampicata mi piaccia nonostante tutto ciò. E che la soddisfazione non stia tanto nel bel gesto, nell’appagamento edonistico della prestazione, quanto piuttosto nel fatto di esserci riusciti – nonostante tutto. Dell’arrampicata amo i dettagli. La scomodità condivisa di una sosta. Una presa più grande nel posto giusto (capita, raramente, ma capita). Scoprire un chiodino là dove speravi ci fosse, il compagno che in fondo ti perdona tutto e i silenzi in mezzo. La Storia, anche. Eppure quando ci sei dentro, alla Storia ci pensi poco. Non stai mica passeggiando in un museo. Quella volta sulla Comici alla Cima Grande, per dire, pensavo solo a saltare fuori prima che le braccia cedessero. Non mi facevo i selfie con i chiodi vecchi o i cordini laceri. C’è l’ambiente, direte. Ma anche quello ce lo raccontiamo. Conosco modi migliori di fare turismo naturalistico senza avere come obiettivo della giornata una catena in inox o dei cordoni marci. Insomma, non c’è una sola cosa che renda davvero credibile questa scelta di arrampicare. Eppure, anche se arrampicare non è divertente, talvolta credo sia necessario. Come un rito purificatore, o piuttosto un grande filtro, agisce sui quei pensieri confusi, sul mio fare disordinato, ricollocando tutto nella giusta prospettiva.

Anche oggi , ad esempio. Oggi è una grande giornata. Duplo risale lentamente i pacifici tornanti che salgono alla Rudnig Alm e noi non abbiamo fretta. Forse pioverà, ma più tardi. Non ci preoccupiamo. Ora non ricordo bene cosa ci spingesse gli anni passati ad andare incontro alla paura di proposito e immancabilmente trovarla, alla fine. Il copione era scritto, ma facevamo finta di non conoscerlo. Oggi è una grande giornata, adesso c’è il sole, dopo chissà. Oggi non spetta a noi, riprendere Berlino. Scavalcata la forcella e gli impianti silenti, ci si addentra in questa valletta sospesa, aperta in modo discreto sulle Giulie e circondata da monti di perla. Pareti che ti ingannano ogni volta. Paiono gigantesche e invece sono appena più alte di un piccolo grattacielo. Si mostrano lisce e verticali e invece offrono generose appigli e buchi e gradini, in un ricamo di roccia che sai prezioso.

Arrampichiamo, per essere all’altezza dei bambini che siamo stati. Per non deludere la parte irrinunciabile e stupida di noi stessi. Arrampichiamo per contraddirci, qualche volta, perché in quella contraddizione troviamo un briciolo di verità. E anche se oggi una nuvola è la scusa per tornare, la realtà è che per rimettere tutto in prospettiva, talvolta basta la sensazione della pietra sotto le dita e dell’erba nuova sotto i piedi. C’è sempre tempo, in fondo, per riprendere Berlino.