Riflessi turchini sul Popena

di Marco Berti

E’ piacevole salire quando sei molto allenato. Percorrere gli itinerari più affascinanti e classici delle Dolomiti e delle Alpi, conscio che puoi affrontarli senza particolari problemi. Il salire velocemente ti permette di fare meno fatica e alle soste hai tutto il tempo di goderti il paesaggio. Paesaggio che cambia prospettiva ad ogni tiro di corda che con l’alzarsi del sole regala nuovi colori e sfumature. Un bel film che dura qualche ora, a volte più di un giorno.

Un tempo, usavo poco materiale, piantavo il minimo necessario di chiodi anche se nella mia infanzia ero cresciuto ammirando gli “Scoiattoli” di Cortina che superavano strapiombi orizzontali giocando tra file di chiodi e scalette ondeggianti che suonavano come le campane tubolari orientali. Ad un certo punto iniziò a darmi fastidio il rumore che si faceva nel batterli dentro, rumore che disturbava un mondo fatto per essere silenzioso. Non mi sono mai fidato completamente dei chiodi che devo usare per la progressione, ancor meno di quelli che dovrebbero fermare un’eventuale caduta ma alcune volte sono utili, sono psicologicamente tranquillizzanti. Chiodi come un Valium non rincoglionente ma motivante per la progressione.

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Marco Berti, 1986

Se devo forzare un passaggio piantando dei chiodi e posso evitarlo passando a destra o sinistra con tranquillità, allora passo, senza far tanto rumore, a destra o a sinistra. Non è una questione di gradi, ma penso che una parete sia un mondo da scoprire e forzare un passaggio non è sempre necessario anche se a volte lo è. L’avventura è ricerca, esplorazione. E’ una questione di rispetto per la montagna e per noi stessi, per quello che vogliamo vivere. Non ho mai capito le vie di secondo grado con un passaggio di sesto. Una volta ne ho ripetuta una per capire. Cinque metri a destra o dieci metri a sinistra manteneva la continuità del secondo o terzo grado. E’ come andare a casa entrando dalla finestra (al pianoterra) anziché salire i due o tre gradini che ci portano alla porta.

Più la montagna è libera dal ferro, più il terreno di gioco alpinistico sarà pulito per chi passerà dopo di te. Una relazione, il percorso che hai disegnato su una parete è solo un pezzo di carta che può stare nella tasca di una giacca. Un’esagerata fila di chiodi diventa un’imposizione della tua presenza. Educazione civile. Così come dovrebbe essere nella vita, altrettanto in montagna. Punti di vista, forse sbaglio.

Con Andrea avevo già arrampicato in una cordata a tre con suo fratello Piero, sulla sud della Tofana di Rozes. Caratterialmente erano esattamente il mio opposto. Io ero sempre in lotta con il mondo, una molla sempre pronta a scattare. Loro, Andrea e Piero, erano tranquilli, serafici, sempre sorridenti e quando esageravo con certe mie esternazioni mi guardavano con un eloquente sguardo da presa in giro. Arrampicavano bene.

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Piero e Andrea Pontello, 1986

Quel giorno, con Andrea, partimmo da Borca di Cadore con l’intenzione di salire il “Diedro Mazzorana” sul Monte Popena Basso, sopra Misurina. Non ricordo come raggiungemmo il lago. Io non avevo né macchina, né patente. Forse Andrea era automunito o forse siamo montati su un pullman di linea. Bei tempi. Altri tempi.

All’epoca, nella zona di Misurina, si respirava ancora il fascino retorico di Comici e Casara. I libri con le foto in bianco e nero delle scalate degli anni ’30 facevano ancora bella mostra nella biblioteca di casa e spesso venivano sfogliate da noi giovani di allora con interesse, ammirazione e timore reverenziale ma prima Messner e Cozzolino, e successivamente Manolo, Mariacher con la Luisa, Campanile, Bini, Bassi e qualche altro stavano cambiando le regole, regalando un nuovo fascino all’arrampicata sulle Dolomiti.

Arrivati sulle sponde del lago di Misurina guardammo in alto.

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Popena Basso, con la caratteristica riga nera e il tetto che da direttiva alla via

… …

La “Mazzorana”, è un’opera solitaria di quel fantastico rocciatore che era Piero Mazzorana, guida alpina e gestore, dal ’49 al ’75, del rifugio Auronzo. La sua via  corre a destra di un grande tetto. Da quell’evidente tetto scende una lunga striscia nera che segna la parete gialla. Guardo il “Berti”, la guida del TCI-CAI, per vedere se qualcuno è già passato. Sembra di no. Propongo ad Andrea di provare a salire lungo quella linea nera e vedere, sotto il tetto, se si può andare dritti. Il tetto viene fuori di qualche metro ma magari una fessura che da sotto non si vede può aiutare a mantenere la linea. Andrea sorride e mi segue.

Per la fretta di salire perdiamo il sentiero e ci incastriamo tra i rododendri. Facciamo una fatica boia a venirne fuori. Canto tutto il mio repertorio di moccoli, scurrili litanie e citazioni per tutto il pantheon del paradiso. Sudiamo come matti puntando diritti al nostro obiettivo senza perdere tempo nel provare a ritrovare il sentiero.

Siamo alla base. Guardiamo verso l’alto. Il tetto e la riga nera sono lì, sopra di noi. Andrea sorride, silenzioso si prepara. Mi lego e parto. Guardiamo verso il lago. I turisti cominciano ad arrivare ma il loro vociare è lontano, qualche pullman strombazza.

I primi tiri si presentano facili e divertenti. La roccia è buona. Una gimkana tra fasce di parete e strette cenge o terrazzini  decorati dai rododendri. Si sale più o meno dritti tra roccia sporca ma solida e faccio sosta sui rami. Andrea segue veloce. Arriva e riparto puntando a quella riga nera e a quel tetto che mi affascina.

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L’ultima sosta

Raggiungiamo la riga e inizio a percorrerla. E’ una linea logica. Niente chiodi, non sono serviti, solo un nut per rinforzare una sosta. Andrea mi fa presente, ridendo, la carenza di protezioni. Riparto. La roccia è buona. Quando trovo una buona sosta pianto senza tanta convinzione un chiodo. Faccio contento Andrea ma è utile anche per me.

La giornata è bellissima. Lì in fondo le Tre Cime di Lavaredo e i Cadini di Misurina. Dall’altra parte l’ampio gruppo del Sorapiss. Il lago di Misurina regala riflessi e giochi di luce. Molte macchine transitano e qualche barchetta galleggia sull’acqua. Un caldo boia. Arsura.

Seguo la linea della riga nera e faccio sosta qualche metro sotto il labbro di sinistra del tetto. Ci siamo. Sporge di un paio di metri, forse qualcosa di più. Non c’è spazio per forzare il passaggio direttamente.  Comincio ad attraversare finché mi trovo all’estrema destra del tetto. Una bella placca che entra in un diedro. Capisco che lì c’è il passaggio chiave, il più “simpatico” della nostra via, il percorso logico. Non trovo appigli. Un piccolo buco per l’indice sinistro mi permette di alzarmi e poi entro nel diedro. Ancora pochi metri e sono sul verdissimo pianoro di vetta. Urlo ad Andrea che è fatta. Forse non mi sente. Bello l’ultimo tiro, piccoli appigli, divertente. La riga nera bella e sempre evidente. Non c’è posto per organizzare una sosta così mi distanzio il più possibile dall’uscita, mi siedo, pianto il piede destro su uno spuntone di roccia ben solido e faccio sicura a spalla. Tiro la corda finché Andrea capisce che può partire. Anche per lui il “simpatico” passaggio, poi vedo sbucare il suo casco e poi il suo sorriso soddisfatto.

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Ultimo tiro

Ci stringiamo la mano e chiedo ad Andrea come si potrebbe chiamare la via.

Il sole è al suo punto più alto e il panorama emozionante. Lì in fondo il lago di Misurina continua a regalare riflessi e giochi di luce talmente forti da abbagliare, mentre piccole barchette senza meta cullano i loro svogliati vogatori. Le sponde del lago brulicano di persone, un pullman strombazza e molte sono le macchine parcheggiate.

Andrea mi risponde senza esitare: “Riflessi Turchini”.

… …

Sono passati trent’anni e mi ritrovo con Caroline sul Col De Varda. Il Popena Basso è lì di fronte e la riga nera che sale fino sotto il tetto è evidente. “Riflessi Turchini” è diventata una relazione che racconta il percorso seguito con Andrea in una bella giornata di sole. Una relazione che è solo un pezzo di carta da mettere nella tasca della camicia di chi un giorno sarebbe voluto passare di lì, trovando, da qualche parte, un vecchio chiodo piantato con poca convinzione.

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Marco con Caroline Schmitt, sua compagna di cordata e di vita

Monte Popena Basso, 2.225 m (Gruppo del Cristallo)

“Riflessi Turchini”

Marco Berti con Andrea Pontello il 16 Agosto 1986

Difficoltà: D+ max VI°-

Note: roccia buona, utili nut misura 2/3

Chiodi lasciati: 1

Ci si porta alla base della parete alla sinistra della via Mazzarona sulla verticale della riga nera che scende dall’evidente tetto che sporge sulla parte terminale della parete.

Si punta diritti verso la riga nera che inizia da una cengia segnata dai rododendri dopo aver percorso una parete che non supera difficoltà di IV° grado. Dopo due tiri di corda si raggiunge la cengia sopracitata (sosta). Da qui segue la riga nera superando piccoli tetti e placche con arrampicata atletica ma divertente (al termine del primo tiro dopo la cengia, sosta con chiodo). Si prosegue sempre diritti seguendo la riga nera fino ad una decina di metri dal tetto dove si obliqua a sinistra per sostare all’altezza di un piccolo diedro chiuso dal tetto. Dalla sosta si attraversa a destra fino a superare un piccolo sperone giallastro che porta a un diedro che con pochi passaggi porta al pianoro della vetta.

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M.POPENA BASSO – Riflessi Turchini (tracciato)
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