Facciamone un’altra Leo

 

di Saverio D’Eredità

Stavo scrivendo dei pezzi, dei pezzi per comporre un ritratto dell’inverno che se ne stava andando. In realtà se ne era già andato, l’inverno, anche se stentavo ad ammetterlo. E poi voi eravate partiti per il Pakistan, per il Laila, quindi virtualmente la stagione non si poteva dire finita. Stavo scrivendo dei pezzi in cui volevo parlare di neve, di montagne, di amici, di tutte quelle trame che si intrecciano in maniera imprevedibile, proprio come la composizione dei cristalli di neve in base alla temperatura, all’umidità, al vento e a quel “non so che” che rende la neve per metà un fenomeno fisico e per metà un mistero.

E allora in un pezzo avevo anche parlato di te, di una sera, una sera delle tante non ricordo quale, fuori dal Gilberti (e di sicuro un paio di giri di zuccherini ce li eravamo già fatti) e stavi armeggiando con gli attacchi senza riuscire ad infilare i dentini nello scarpone. “Dovessi inventar attacchini per imbriaghi” hai esclamato ad un certo punto. “Brevettalo!” dissi piegato in due dalle risate. Non ho finito di scrivere quel pezzo e non so se lo farò più. Forse perché ormai la stagione è finita e non ha più senso, o forse perché non ho davvero messo via gli sci e ogni tanto li guardo e penso che c’è sempre un’altra stagione, non ha senso pensare a qualcosa che finisce.

La verità è che più che comporre i pezzi sto cercando di trovare un filo in tutto questo, qualcosa che abbia un senso, una giustificazione, un nesso di causa/effetto. Perché quel messaggio è stato come un pugno improvviso, mollato da qualcuno che non conosci mentre cammini per la strada. Un pugno che ti stende senza che tu ne sappia il motivo. Ti giri e quel qualcuno non c’è più, non lo puoi rincorrere né per ricambiargli il cazzotto né per chiedergli perché. Tu rimani per terra col sangue che cola e la ferita da rimarginare. Perché siamo rimasti un po’così, Leo. Per terra col sangue che cola a cercare di tamponarlo e tanti perché.

Quando? Come? Dove? Perchè?

Quante domande Leo, con quanti punti interrogativi ci hai lasciato, noi che non eravamo abituati a fare domande, ma solo a pensare cosa e dove fare il prossimo giro.

Dove? Come? Quando? Perché? Quante domande inutili. A che servirebbe rispondervi, ora?

Quando è successo mi trovavo lontano, in un’isola dove il telefono prende poco e l’autobus passa un po’quando gli pare. Gli orari sono un’ipotesi e una notizia sembra appartenere ad un altro mondo, tanto da non sembrare nemmeno troppo vera.

Quando è successo stavo guardando un orizzonte di onde ruggenti, infrante contro gli scogli appena oltre la baia. E ho pensato che anche tu, come me, sei un’alpinista di mare, e tutti gli alpinisti di mare hanno dentro una cosa speciale, che è l’indeterminatezza degli spazi. Perché mare e montagna rappresentano quell’immensità, quella vastità che è dentro l’animo umano e in fondo – nel mare come nella  montagna –noi andiamo ricercando anche solo un briciolo di quell’immensità.

Chissà se anche tu da bambino, mi chiedo, guardavi quella linea in fondo all’orizzonte e nel tentativo di darle forma e sostanza viaggiavi con la mente, creando le tue avventure, solo per poter dare una concretezza a quella linea che ci dicevano non esistere veramente, perché dopo quella linea ce ne sarebbe stata un’altra e poi un’altra ancora.

In questa isola senza rete né orari degli autobus c’è tanto tempo per pensare senza essere immersi nella confusione delle opinioni che cambiano, dei pensieri labili, delle risposte affrettate. In fondo era un bene essere rimasti fuori dalle elegie, dai  messaggi di cordoglio, dai pensieri sulle montagne che starai sciando o scalando ora, di là. Perché devi capire Leo, che noi che siamo rimasti per terra col sangue che cola, dobbiamo raccontarcele, queste storie. Per arrivare a domani, per poter di nuovo aprire il libro dei sogni e ricominciare a camminare, a scalare, a sciare. Sono storie per noi, quelle, come le favole della buona notte.

Io invece ti dico che ce l’ho un po’con te. Sì, so che non è molto carino, adesso, però ce l’ho con te perché ci hai lasciato con un mucchio di domande cui non abbiamo intenzione di rispondere. Non ora, almeno. Ce l’ho con te perché dovevamo fare una via – una via insieme, come avevi detto una volta “roba da introspezione” – e io da allora sto cercando quella “via da introspezione” nella guide senza trovarla e pensando che la roba migliore da fare sarebbe stato aprirla! “Le montagne restano sempre là”, ci dicono ogni volta che tocca rinunciare. Amaramente constato sempre che loro rimangono, sì, ma siamo noi a passare. Viviamo tempi diversi, noi e le montagne. Loro non si possono occupare di noi. Ed è questo contrasto, tra il tempo della vita e quello della natura che genera sofferenza, una sofferenza che noi trasformiamo in desiderio. E quindi amore.

E poi ce l’ho un po’ con te anche perché dalla prossima volta ci sarà un giro di bicchieri in meno, oppure dovremmo sempre farne uno in più quindi in un caso come nell’altro ci metterai in difficoltà. Ma a dire il vero ce l’ho con te forse perché non ho avuto tempo per conoscerti abbastanza a parte le cazzate che si possono sparare al telefono, o al Gilberti il giovedì sera. Perché non riesco a trovare un ricordo abbastanza nitido da mettere in luce. Tranne il primo. E l’ultimo.

Credo la prima volta sia stata un giorno speciale, l’equinozio di primavera, in cui ci trovammo a risalire con le pelli la schiena regolare del Nero, per quella gita che avevate definito “l’aperitivo del gheyteam”. Io che mi ero aggregato non avevo preso molto seriamente la cosa, anzi seguivo a distanza. Non immaginavo che davvero qualcuno in cima avrebbe stappato un prosecco e tirato fuori i flute di plastica per brindare! Certo che scendere il Nero con un paio di prosecchini in circolo era una di quelle situazioni che non avrei mai immaginato, ma capivo un po’di più cosa significava lo “stile gheyteam”. E giocoforza mi adattai. Tornai a casa ridendo come un idiota di tutte le tue storie o forse perché dopo i prosecchi erano arrivate casse di Lasko, cevapcici e pelinkovac e la gitarella breve si trasformò nella solita giornata ad alto tasso alcolico.

Sono ancora seduto su un muretto di pietre in questa isola di lava e aspetto che passi un bus. Gioco con la mia bimba a lanciare sassi nelle pozze e temo che lei possa scorgere un’ombra dietro ai miei occhi. Guardo ancora verso l’orizzonte, cerco di dargli un contorno, un nome, un inizio e una fine. Ma mi sfugge ogni volta che credo di averlo agguantato. Di aver trovato un punto dove finisce il mare, che è come quel punto in cui inizia il silenzio. E ogni volta un nuovo orizzonte si profila e la corsa ricomincia. C’è sempre un altro orizzonte, come ci sarà sempre un’altra stagione e un’altra storia da raccontare.

Ripenso all’ultima sera a Trieste, quella sera folle e bellissima; un attimo prima eravamo a bere spriz chiedendoci se sarebbe venuto qualcuno e un attimo dopo scoprivamo invece che tutta Trieste era lì per voi. E allora ripenso a quello sguardo perso ed eccitato, incrociato casualmente mentre stavamo appoggiati al palco a guardare quella baraonda di gente che cominciava a fischiare e mi hai detto secco:

Sav, e ora cosa femo?”

Facciamone un’altra, Leo!

Come un’altra???” mi hai chiesto spiazzato.

Ma sì, finita questa ripartiamo subito: finché c’è gente andiamo avanti!

Ed era una cosa assurda, ma di solito le cose assurde sono anche le più belle e quelle che vengono meglio. L’abbiamo fatto veramente. E a mezzanotte c’era ancora qualcuno che aveva voglia di ridere, sparare cazzate e farne un’altra. Quanta gente c’era, Leo? Quante per ascoltare i vostri sogni farsi veri?

È passato un mese, siamo tornati a scalare. Vorrei dire che è tutto come prima, ma non è esattamente vero. Non lo potrà essere, perché ci sarà un sorriso in meno, una battuta in meno, un bicchiere in meno. Faremo una festa, sì, gli altri la stanno già organizzando e non vediamo l’ora di essere tutti là. Perché come dice una canzone “For you, unknown brother…’Cause your soul is in heaven but your memory remains/Unknown,unknown brother/I’ll meet you someday/Unknown, unknown brother/ We’ll walk through fields where children play

È passato un mese e non ho trovato niente da dire se non pensieri raccattati alla rinfusa. Di tutte le domande, non ho dato una sola risposta. Perché tutto questo è un po’come la neve: per metà natura, per metà mistero. Accade, mai non sai perché. E io forse avrei avuto voglia di piangere ma non l’ho fatto e di questo mi pento un po’. Forse aspetto solo un’altra stagione. E vorrei solo dirti come quella sera “facciamone un’altra Leo!”.

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“Take a walk on the wild side”

Ci sono stati e ci saranno molti modi per ricordare Leo Comelli. Non ce ne sarà uno migliore o peggiore, perché ognuno di questi rappresenterà un modo diverso di ricordarlo, per una sfaccettatura del suo carattere, un gesto conservato, una memoria ritrovato. Si tratta di ricomporre un mosaico di ricordi ed immagini. Un compito ingrato eppure a suo modo dolce per chi rimane “di qua”. È passato un mese dall’ultima sciata di Leo. Un mese in cui avrei voluto scrivere, condividere, parlare. E invece il silenzio e la riflessione hanno preso il sopravvento e, tutto sommato, è stato meglio così.

Un mese dopo siamo andati a scalare. Come un qualsiasi altro fine settimana. Come sempre. Non siamo andati per ricordare Leo, siamo andati per noi, per continuare quella storia che tanto ci appassiona e per scriverne un’altra riga. Una volta tornati alla base del Campanile siamo ripassati all’attacco per riprendere lo zaino. Una pietra delle tante che abbiamo fatto cadere nel tentativo di ripulire la parete dalle scaglie più instabili aveva preso in pieno lo zaino. Per fortuna niente di rotto. Alzando gli occhi solo in quel momento capimmo quanto strapiombava. Il sole stava iniziando ad illuminare la parete, fino ad allora rimasta nell’ombra. Faceva strano essere alla base del Campanile di Val Montanaia, questo monolite eretto come un punto esclamativo nel mezzo della valle, questa cima che tanti occhi e mani e cuori hanno sognato, osservato, toccato e non essere scorti da nessuno. Anche durante la salita, potevamo sentire i rintocchi della campana, i comandi delle cordate, le risate e i commenti. Ma senza essere visti.  Avevamo fatto quattro passi sul lato selvaggio, pensai. Basta poco, anche su una delle montagne più famose del mondo, per ritrovare un’avventura piena ed intensa. Abbiamo fatto quattro passi sul lato selvaggio, pensai, come sarebbe piaciuto a Leo.

Ne avevamo parlato una volta. Su uno degli ultimi numeri di Skialper c’era un articolo a sua firma che abbinava ad alcuni spettacolari scatti della Spragna le linee di discesa più belle e un pezzo come una “soundtrack”. Quell’articolo mi piacque tantissimo, perché incarnava proprio un certo spirito di girovagare per monti, con quell’aria entusiasta da bambini che Leo sprigionava in ogni sguardo. Pochi giorni fa ho ritrovato l’ultima chat in cui parlavamo dell’articolo. E di una sciata che avremmo dovuto fare insieme. Perché il suo alpinismo era fatto di entusiasmo, di slanci, di innamoramenti. Pieno di vita.

E anche se non ci eravamo che incrociati poche volte, mi piaceva il suo modo di intendere la montagna come un inesauribile spazio per alimentare la propria fame di vita e di libertà. “Finalmente liberi” come il titolo del suo brano scritto per il libro dell’amico Marco Kulot su Riccardo Bee.

Ora vorrei dire che abbiamo scalato per lui, che volevamo dedicargli la scampanata di vetta o la birrona al bar. Ma sarebbe falso. L’abbiamo fatto per noi e basta, perché ne sentivamo il bisogno. Perché ci sono troppe storie da raccontare, su quel lato selvaggio. Non avremmo fatto quella sciata, e la stagione quindi forse non è ancora finita. Perché ci sarà sempre un’altra stagione.

Parlando di te, Leo, ogni tanto continueremo a fare quattro passi, su quel lato selvaggio.

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