Lungo la schiena di un drago.

Ovvero pensieri a ritmo di corsa

di Carlo Piovan

Chissà cosa avrà pensato l’uomo primitivo, nell’accelerare la sequenza di passi da poco imparata, nella sua nuova definizione di “erectus”,  e sentire il cuore esplodere nel petto,  il fiato corto e la carezza dell’aria sul volto.

Chissà se la prima volta è accaduto per la necessità di scappare da qualche animale feroce o per la curiosità di fare nuove esperienze con il proprio corpo.

La prima volta assume un valore fortemente simbolico per tutti e per tutto quello che facciamo.

Domenica d’inverno.

Esco di casa attorno alle ore 7.00 , niente zaini voluminosi, sacche per le corde o picozze e sci.. solo un piccolo zainetto con una maglia di ricambio, un libro, dell’acqua e un paio di pezzi di cotognata.

Oggi è riduttivo pensare alla cotognata come un ottima merenda dall’alto valore energetico. Portare delle cotogne oltre la porta d’oriente d’Italia (Trieste) è un omaggio all’amore, quello fuori dalle regole sociali o da schemi religiosi inculcati in sermoni e catechismi; amore che è passione tra uomo e donna, brucia confini linguistici,culturali e parla la lingua universale della complicità (a tal proposito è d’obbligo leggere P. Rumiz, La Cotogna di Instanul; 2010 Feltrinelli, Milano) . 

Esco di casa salendo in bicicletta per navigare lungo fitte nebbie fino in stazione, li mi aspetta il treno che forando le brume delle pianure dell’est, mi porta in Oriente. L’Isonzo, Caporetto (profilo lontano) , Re di Puglia, le nebbie di dissolvono e pian piano il sole illumina il mare ed è un regalo tornare a vedere il paesaggio che mi circonda dopo ore di bianca e lattiginosa malinconia.

Trieste Centrale, fine corsa.

Mi catapulto fuori dal treno con l’emozione di chi non vede un amico da molto tempo ed ha molte cose da raccontare. Marco mi aspetta all’uscita, un abbraccio, un saluto e siamo già in auto a svicolare il traffico sonnolento di questa domenica triestina.

Riva tre novembre, il porto e il Molo Audace a proteggere Piazza Unità d’Italia. Uno spazio che introietta nella sua forma urbana l’idea stessa di unità nazionale. Posizionata a guardare l’Italia intera, in quanto Trieste è geograficamente già dall’altra parte dell’Adriatico, piazza Unità d’Italia è aperta sul lato che guarda il molo Audace stupendo balcone dai cui un occhio “allenato” può cogliere tutto il Bel Paese.

Per me al mondo non v’ha un più caro e fido
luogo di questo. Dove mai più solo
mi sento e in buona compagnia che al molo
San Carlo, e più mi piace l’onda e il lido?

U. Saba

L’auto prende la tangenziale, ci alziamo sopra la città per guadagnare l’altopiano carsico e “sconfinare” per strette stradine ancora segnate da ex piccoli caselli di frontiera, in terra slava, dove microcosmi urbani di pietra calcarea si alternano a lunghe dorsali erbose che si ricorrono all’infinito.

Ed è proprio una di queste creste che diventerà oggi il nostro spigolo di cielo e velocità.

CAM00426Inseguo Marco in un ripido tratto in un fitto bosco, che quasi mi par di esser Alice alle prese con il bianconiglio e proprio come Alice, le ultime fronde lasciano spazio un mondo che non potevo immaginare esistere. Rimango a bocca aperta ed incrociando lo sguardo soddisfatto di Marco, le mie orecchie percepisco un – da qui si comincia – . L’ entusiasmo di trovarsi di fronte a questa fuga di creste erbose che pare scappino dal blu profondo del golfo per rincorrere quello più etereo del cielo, fa dimenticare la fatica di una corsa su questa schiena di drago senza capo ne coda. Le gambe sanno quello che devono fare e si accordano con il cuore per non stonare in questo concerto di muscoli e fiato. Su e giù, su e ancora giù, ancora su ripido e … una piccola catasta di sassi definisce un punto geografico con un nome ed una quota. Un luogo creato dall’uomo per le sue astrazioni CAM00429geografiche, un punto da collegare ad altri e chiudere il triangolo di un recinto di rassicuranti certezze, mentre l’orizzonte corre lontano verso meridione ad incontrare il golfo del Quarnaro o a settentrione sulle calcaree cime del Karavanke.

Invertiamo il senso di marcia lasciamo che siano le gambe ad inseguire le pendenze più vantaggiose per guadagnare il fondovalle e le case di pietra di Zazid.

Correre non è solo un’attività sportiva, è un ripetere un gesto arcaico, carico di molti significati, ma che nella sua semplice essenza è un esplosione di gioia di fronte alla linea dell’infinito.

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