Diaspora

Di Carlo Piovan

Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di ottone del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia (Ray Bradbury Fahrenheit 451)

«Stiamo perdendo un mare di informazioni oramai è un processo ineludibile».

Concludo con questa laconica frase uno scambio di messaggi con un amico che sta curando una piccola monografia sulle Torri del Falzarego. La discussione ha inizio quando lui mi chiede di scrivere la prefazione alla guida, ovviamente, mi invia l’anteprima perché la legga prima di scrivere.

A lettura conclusa mi appunto due note a matita a margine, due vie di cui ho ricordo di aver letto notizia in un generico “da qualche parte” e che non sono presenti nella sua opera. Faccio presente quanto rilevato agli autori e mi do da fare per verificare la veridicità del mio ricordo.

Un paio di telefonate e un po’ di lavoro da topo da biblioteca (la mia) e scopro che una si tratta di un tentativo mai concluso, mentre dell’altra era stata data notizia alla rubrica nuove ascensioni della rivista Le Alpi Venete.

Monografie alpinistiche e carta stampata.

Il 20 dicembre del 1906 l’assemblea dei delegati del CAI, su proposta dei senatori Enrico d’Ovidio e Pippo Vigoni, delibera la volontà di un progetto di una collana che descriva in maniera sistematica e puntuale tutta l’orografia del nostro paese. Proposta quanto mai ambiziosa ma in linea con i principi dello statuto che recita che lo scopo del Club Alpino è quello di far conoscere le montagne, in special modo quelle italiane. Dal allora a partire dal 1908 fino al 2013 è stato promosso un lavoro certosino ma fondamentale di descrizione sistematica di tutte le vie di salita presenti nel gruppo montuoso trattato nella guida[1]. Questa opera unica in Europa, ha attraversato più di cento anni mantenendo rigorosamente lo stesso formato editoriale, esclusivamente su carta stampata, mentre il mondo passava dalla macchina da scrivere al web 2.0. Se la scelta stilistica è senza dubbio inattaccabile (forse un po’ scaduta nel passaggio dalle eleganti copertine in tessuto grezzo, che hanno valso alla collana il pseudonimo “le grige” alla più commerciale plastificata con texture effetto tessuto chiaro.) quella sul piano dell’informazione è stata quanto mai arretrata.

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A partire dagli anni ’50 l’alpinismo è diventato via via un attività di massa, così da moltiplicare non solo i ripetitori ma anche gli apritori. La progressiva evoluzione dei materiali ha fatto si che l’apertura di nuove linee di salita diventi una possibilità non solo riservata agli alpinisti dal cuore forte e dai nervi saldi, ma anche a chi, abbinando preparazione atletica ed uso consapevole della tecnologia, riesce a salire nuovi itinerari senza prendersi rischi eccessivi.

Questa proliferazione di nuove ascensioni, necessita di una redazione che ne raccolga le segnalazioni e si occupi della loro pubblicità, sia al fine di fare chiarezza rispetto a chi attribuire le prime salite più prestigiose, sia per aiutare i compilatori di guide nel reperire le informazioni utili al loro lavoro.

Per far fronte a questa esigenza, nascono le rubriche nuove ascensioni della rivista del CAI poi passata al notiziario Lo Scarpone e limitatamente alle Alpi Orientali la medesima rubrica viene curata dalla rivista le Alpi Venete. A queste due testate si affiancano quelle delle nascenti riviste di settore come La Rivista della Montagna ed Alp, oltre che i notiziari delle singole sezioni del CAI.

Con vari mutamenti di redazione, stile e tipologia di riviste, il tema è sempre stato trattato fino ad oggi in modo più o meno sistematico solo su base cartacea, ad eccezione di singole comunicazioni di nuove apertura che appaiono in modo totalmente disorganico a partire dalla fine degli anni ’90 sul web.

Topi da biblioteca invece che alpinisti.

Gli autori delle guide alpinistiche, soprattutto delle monografie redatte negli ultimi vent’anni, lo sanno bene! Oramai per ottenere un buon lavoro conta molto di più essere dei topi da biblioteca e passare ore a sfogliare riviste, piuttosto che in montagna ad arrampicare, in funzione della guida stessa. La frammentazione delle informazioni e l’arretratezza del supporto, rispetto all’evoluzione del concetto moderno di database, oggi è allarmante.

topo
La fine dei compilatori di guide.

Ed altrettanto allarmante è il fatto che dietro una proposta di collaborazione, alla rivista Le Alpi Venete, per la creazione di un database organico, pubblico e gratuito su spazio web (da me offerto), ci sia stato solo un infinito silenzio, nonostante la proposta sia stata inoltrata più volte e sottoscritta da un nutrito numero di amici alpinisti, a testimonianza che non stavo chiedendo la luna ma mi stavo offrendo per un servizio utile a tutti. Di fronte a questo silenzio, è stato fatto un timido tentativo di creare uno spazio autonomo sul sito rampegoni.it, su cui tutti potevano comunicare la nuova ascensione, ma lo sapevo già prima di partire che le risorse erano limitate (io) e tutto quello che era stato comunicato prima non sarebbe stato possibile inserirlo, senza un cospicuo aiuto, pertanto il risultato non è stato nemmeno lontanamente soddisfacente.

Le linee si sommano e si sormontano.

L’effetto dell’assenza di un database facilmente consultabile ed accessibile, non è affare solo dei compilatori di guide, ma anche di chi si innamora di una parete e di una possibile linea da salire, sperando di essere il primo. Etica ma ancora prima buon senso, vorrebbe che ci si informasse bene prima di iniziare a salire ma soprattutto prima di chiodare in modo sistematico e duraturo (fix) una parete, onde evitare di ricalcare una via già percorsa, magari con uno stile differente dal proprio. Oggi informarsi, come scritto sopra, vuol dire fare i topi da biblioteca, ma pare che il silenzio e la calma infuso da uno spazio raccolto tra scaffali di libri non vada molto di moda. Solo negli ultimi due mesi mi è capitato di leggere di tre nuove aperture su pareti dove molti anni prima era già passato qualcuno. Si tratta di tre salite tutte e tre con materiale di passaggio lasciato in loco e due delle quali comunicate alla carta stampata. Risultato: Tre salite dichiarate “nuove” su linee già salite in precedenza ed in parte comunicate ed ora ricomunicate alla rubrica nuova ascensioni di Le Alpi Venete. Chissà quante di queste situazioni si potrebbero rintracciare andando indietro nel tempo. Nel bene e nel male, non essendo pareti famose, l’interesse per queste situazioni rimarrà tutt’al più confinato tra agli apritori e qualche filologo dell’alpe, ma se si trattasse di prime importanti di sicuro le scimitarre verrebbero sguainate. Ma non è questo il punto, a me non interessa tanto una giustizia terrena sull’attribuzione di una prima salita a tizio o caio; ma piuttosto non perdere informazioni utili alla divulgazione ed alla conoscenza delle montagne italiane.

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caiocomix.com

Andare a ripetere una via o aprirne una di nuova, implica uno studio ed un aumento della conoscenza di un determinato luogo, non è solo inanellare una serie di movimenti su una parete, è prima di tutto un arricchimento personale, che senza o in carenza di informazioni potrà solo essere parziale.

Cecità e silenzio.

Il C.A.I. ha oramai abbandonato il progetto editoriale delle pubblicazioni monografiche per gruppo (collana Guida Monti d’Italia), per un altro in cui raccogliere una selezione di itinerari (collana il Grande Alpinismo sui Monti d’Italia), sicuramente in linea con la tendenza attuale, dei quali io sono un autore del primo volume, per cui pienamente coinvolto nei fatti. Proseguire con la linea di pubblicare una monografia cartacea per gruppo montuoso avrebbe senza dubbio richiesto uno dispiegamento di risorse almeno triplo rispetto a quanto fatto fino ad ora per la collana. Senza entrare nel merito delle risorse del C.A.I., ritengo che si sarebbe potuto affiancare al nuovo progetto editoriale un supporto informatico per non perdere le informazioni su tutte quelle vie che gli autori della nuova collana, inevitabilmente riscontrano ma non inseriscono nella guida perché fuori dai criteri scelti per il volume di turno. Con gli altri due autori della guida Alpi Carniche e Giulie (S.D’Eredità, E.Zorzi) avevamo tenuto a margine un file denominato “le altre vie” che altro non era il risultato di una ricerca bibliografica sistematica di tutte le nuove aperture intercorse tra i precedenti volumi della collana ed il nostro, sicuramente un primo passo verso un database più organico. Ovviamente ancora una volta sul cosa fare con queste informazioni non ci è dato saperlo.

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(R)Atto finale.

Circa due anni fa, probabilmente in previsione dell’uscita della nuova collana o per qualche altro oscuro motivo, grazie ad una dritta di un amico, mi sono imbattuto in alcune sezione dei C.A.I. che svendevano a pochi euro le guide della collana Monti d’Italia, ovviamente da appassionato collezionista non mi sono fatto perdere l’occasione per acquisirne i volumi rimasti. Evidentemente c’era bisogno di fare spazio, anche il vuoto ingombra.

Quando il nemico ha cercato di tagliare fuori del suo (di Julius Caesar) flotta, fu costretto a respingere il pericolo usando il fuoco e questo diffondersi dai cantieri e distrutto la grande biblioteca. (Plutarco, La vita di Giulio Cesare, 49.6)

[1] http://alpinismofiorentino.caifirenze.it/2011/02/una-montagna-di-guide-parte-i-di-giorgio-fantechi/

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One thought on “Diaspora

  1. Francesco 11 settembre 2017 / 17:41

    Ciao, come responsabile della rubrica Nuove Ascensioni di Le Alpi Venete, rispondo relativamente a questo stralcio dell’articolo:

    “…Solo negli ultimi due mesi mi è capitato di leggere di tre nuove aperture su pareti dove molti anni prima era già passato qualcuno. Si tratta di tre salite tutte e tre con materiale di passaggio lasciato in loco e due delle quali comunicate alla carta stampata. Risultato: Tre salite dichiarate “nuove” su linee già salite in precedenza ed in parte comunicate ed ora ricomunicate alla rubrica nuova ascensioni di Le Alpi Venete”…

    Come già comunicato privatamente a Carlo (a cui rinnovo i complimenti per il blog e per lo spessore degli interventi), chiedo cortesemente di giustificare con puntualità quanto sopra riportato. Vorrei ad esempio sapere di che salite si parla e dove e quando, relativamente alle simili/medesime linee di salita effettuate in precedenza, erano state pubblicate le relazioni?
    Personalmente faccio grande affidamento alla sincerità e onestà di chi invia le relazioni , ma verifico sempre personalmente attraverso libri, guide, bollettini, periodici, web, conoscenti ed esperienze private la veridicità e l’affidabilità dei nuovi percorsi. Addirittura, a volte, alcuni itinerari necessitano giorni o settimane per essere esaminati e il lavoro (e il tempo necessario) si rivela enorme, tra lavoro, famiglia e tutto il resto. Poco tempo fa Pier Verri, amico e fortissimo dolomitista, mi ha telefonato per avere chiarimenti riguardo ad una via che avevo salito circa 20 anni fa sul Piz Sagròn; Pier aveva appena realizzato una via nuova su quella parete, adiacente e in parte coincidente con il nostro itinerario (senza peraltro trovare traccia alcuna), ma ha ritenuto utile e corretto capire dove saliva la nostra via (via Rinaldo Mion), per evitare fraintendimenti, confusioni e risentimenti. Grazie Pier, davvero una correttezza disarmante.
    Con questo voglio dire che, a volte, e soprattutto nei casi in cui i primi salitori abbiano lasciato poco o nulla materiale in parete e/o non abbiano lasciato tracce scritte o pubblicate delle loro salite (in particolare se mancanti di fotografia), appare difficilissimo o impossibile capire se la nuova salita proposta sia effettivamente una via nuova o meno.
    Le mie considerazioni non hanno il minimo interesse di polemizzare, ma si pongono l’obiettivo di cercare di fare chiarezza ed evitare malintesi che spesso si rivelano caratteristici di un ambiente (quello dell’alpinismo e dell’arrampicata) piccolo e spesso pettegolo.

    Francesco Lamo

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