La parodia dei Falliti

di Saverio D’Eredità

Un tizio che scala una parete – rigorosamente ambio, rigorosamente corda dall’alto – per poi calarsi direttamente sul suo SUV compatto dove può caricare tutto senza pensieri, pure il cane e la fidanzata.
Una coppietta che si sveglia felice nella monovolume adattata a VAN in mezzo ad un romantico bosco nordico con cappellino di lana colorato stile Manolo (o Manu Chao?).
L’arrogantissimo manager che si collega in conference call, impartisce due ordini e poi sgomma in mountain bike (cagando in testa a tutti, nda).
Una normale prima serata davanti alla TV.
Non sarà un caso che mi trovi in una fascia oraria particolarmente appetibile al target di quel consumatore (probabilmente di là a pochi secondi sarebbe andato in onda Pechino Express o Alle Falde del Kilimangiaro, quindi hashtag #sport#nature#life#outdoor#travel etc).
Dovrei riflettere sul fatto che forse la mia macchinina per nulla crossover e dal bagagliaio molto ordinario mal si addice al mio lifestyle di alpinista della domenica ed amante dell’outdoor. Eh sì, sarebbe ora di cambiarla, se no, che figura ci fai con gli amici se arrivi con la berlina o la citycar?

“Certo che ci sono un sacco di pubblicità con gente che arrampica” commento distrattamente. Ma la mia interlocutrice – con capacità di sintesi e acutezza tipicamente femminili – osserva “bè, non mi stupisce. I nuovi stronzi siete voi”.

Li per lì ci facciamo una risata e non ci penso più di tanto anche se, mi dico, sarebbe il caso di farci una riflessione.
Se usate un po’i social e amate trastullarvi con articoli vari sparsi sul web, vi accorgerete di una certa enfasi crescente sul ruolo che i social stanno avendo come fattore attrattivo nel mondo dell’arrampicata. In un articolo apparso qualche giorno fa se ne parlava ponendo proprio Instagram quale fulcro di questa specie di nuova era dell’arrampicata. Il gruppo Blocchi sui Blocchi è una delle più seguite e apprezzate (anche da me, per carità!) community di climbers. L’articolo dava particolare risalto al ruolo dei social e una certa “rivincita” dell’arrampicatore medio, proponendo un parallelismo col noto articolo “I Falliti” di Motti.
È abbastanza diffusa la tendenza ad utilizzare un personaggio di rilievo della cultura (in questo caso alpinistica) per costruirsi una sorta di “Pantheon” di riferimento. Un modo come un altro per innalzare un livello culturale, trovare un nume tutelare, qualcuno che abbia saputo usare le parole che noi non troviamo o sintetizzare un pensiero meglio di altri. Una fonte di ispirazione. E non trovo nulla di male in tutto ciò, salvo quando l’utilizzo che se ne fa è inappropriato.

I falliti siamo (ancora) noi

Tutti sappiamo che il celebre articolo di Motti “I Falliti” rimane uno dei più importanti e al tempo discussi di Motti, per alcuni un “manifesto” del Nuovo Mattino, ma io credo soprattutto una spietata autoanalisi dell’autoreferenzialità dell’alpinismo e un invito alla sua liberazione o meglio “relativizzazione”. Anche se oggi saccheggiamo disinvoltamente il suo pensiero, dovremmo anche ricordarci che Motti è stato piuttosto ignorato per una buona decina se non ventina d’anni, imbarazzati da quella morte così destabilizzante per un certo ambiente e da una lettura, magari non proprio approfondita, che in ultimo aveva affibbiato a Motti etichette di “mistico” dai toni elitari che mal si addicevano alla cultura del riflusso degli anni 80 e 90.
Oggi si assiste invece ad una certa “Motti renaissance”. Tutti torniamo alle sue pagine, al riparo dalla scomodità del suo pensiero, le cui asperità sono state smussate dal tempo. Non vivendo quel tempo ci è più facile assumerlo in toto come nostro portabandiera. Non si vuole fare qui una disamina del Motti-pensiero, ma un chiarimento sì. Perché assimilare il concetto dei “Falliti” a quello dei “Brocchi” mi fa pensare che di quello scritto non abbiamo capito niente. Che ci siamo fermati alla prima lettura (quella che ci tornava utile), non quella esatta. I brocchi (scarsi, pippe, mezzeseghe, ovvero la gente normale: non c’è è proprio niente di nuovo in questo) non sono i falliti di Motti.

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I falliti sono coloro che hanno visto nell’alpinismo l’unica ragione di vita (e Motti lo scrive a chiare lettere, senza lasciare adito ad interpretazioni) che hanno dimenticato non tanto il piacere della compagnia o dello scalare per divertimento quanto l’esperienza di vita nella sua totalità. I falliti non erano brocchi. Anzi, vorrei dire che i falliti cui si riferiva era possibilmente gente che sapeva il fatto suo, scalava bene e faceva vie decisamente dure. Motti non ne fa (come praticamente mai nei suoi scritti) una questione di “livello”. Questo aspetto, semmai, è molto più diffuso nella nostra quotidianità, anche e soprattutto quando vogliamo affrancarcene, allevati come siamo nella cultura della prestazione e della competizione.
Piuttosto che di “parabola” potremmo parlare di “parodia”.  Ciò che opponeva Motti al “fallito” non era affatto lo “scarso ma fiero”, ma una forma di approccio alla montagna, all’alpinismo, all’arrampicata, a quello che vi pare, libero e istintivo.
Soprattutto, chiedeva che l’alpinista si aprisse al mondo, coltivasse interessi in campi diversi per poter crescere come persona. Una crescita in cui l’alpinismo era parte ma non fine. Lì, risiedeva il fallimento.

Volete una provocazione? Non è che invece siamo ancora noi “falliti”, sempre più falliti, rinchiusi da algoritmi che ci isolano in bolle dove ci troviamo per hashtag invece che idee? Fateci caso.

Vi è sempre stata una componente ludica e gioiosa nell’arrampicata, che – per una forma di conformismo o pudore –  veniva marginalizzata. Ciò che emergeva nella narrazione (per usare un termine alla moda) del tempo era l’alpinismo canonico, nobile, da “Lotta coll’Alpe” alla Rey; perché no, anche molto competitivo. Motti ha avuto il coraggio di dire che il re era nudo. E incoraggiò una generazione a percorrere strade diverse.
C’è una certa dose di superficialità in tutto questo. Non voglio dire che lo spirito goliardico, canzonatorio, autoironico sia da sminuire o criticare perché poco serio o inappropriato. Anzi, vi dico anche che trovo originale l’idea di prendersi in giro e sdrammatizzare, soprattutto lo trovo divertente nel senso proprio del termine. Ma non è certo questa l’idea nuova.

Così come di “gruppi” ne sono sempre esistiti, mi pare invece ingiusto assegnare indistintamente a tutto il passato (e nemmeno troppo remoto!) un’aura cupa e seriosa, quel “pesante involucro” dell’alpinismo.  Vi sorprenderà forse scoprire (basta parlare con qualcuno che abbia più di 30 anni, non serve andare dal nonno) che goliardia, divertimento e grandi sbronze sono un tratto molto comune dai tempi dei Bruti di Val Rosandra ad oggi. Tutti loro sono andati in montagna per divertirsi, stare in compagnia e vivere la vita con leggerezza. Etichettare frettolosamente tutta una stagione  come quella dei “duri e puri”, magari dalle tendenze superomistiche ed elitarie mi pare sinceramente superficiale e persino un po’presuntuoso. Credo che la semplificazione ci stia portando a creare delle caricature (pensiamo ancora che gli alpinisti siano zuavi, calzettoni e cori alpini?) molto lontane dal reale.

Alpinisti vs climber…ancora?

Forse dovremmo anche finirla nel dividere il mondo tra alpinisti e “climber”, sarà stata una distinzione valida fino a qualche decennio fa, ma direi che oggi è decisamente venuta meno. Vi dirò di più. Che vedo in giro molti ragazzi delle nuove generazioni che vivono la montagna con occhi nuovi, più disinvolti, anche scanzonati, ma molto, molto più coscienti dei rischi e dei pericoli di una volta. Ragazzi che si divertono un casino e fanno robe pazzesche in giro per le Alpi e per mezzo mondo. Che vengono magari dalla falesia, ma che stanno trovando “stretto” quel mondo fatto di tacche, canne, spalmi, lavorati e a vista e apre gli occhi verso i grandi spazi della montagna.

Questo semmai potrebbe essere il “ritorno” che Motti auspicava. Oggi i mondi della falesia e della montagna dialogano, ci sono ragazzi che in falesia ormai padroneggiano gradi un tempo riservati ad una ristretta cerchia di talenti e oggi trasporta tutto ciò in montagna. Dove raggiunge in apertura difficoltà una volta semplicemente impensabili. Passando dalle pareti di casa alle big wall. E questi ragazzi non sono i seriosi, duri e puri alpinisti della “lotta coll’alpe”, ma giovani che si divertono. Al di là del grado, al di là di tutto. Che fanno “gruppo” con o senza social che sanno prendersi in giro, che si aprono birrette a metà giornata e colgono il lato leggero della vita. Alla stessa maniera gli “alpinisti” di una volta frequentano le falesie e capita che si divertono pure, per allenarsi come per puro svago. Forse stiamo uscendo dagli scomparti chiusi.

La dicotomia alpinismo vs arrampicata, che sa tanto di matusa vs giovani mi pare un tantino semplicistica. Ci sono una miriade di sfumature in mezzo che forse varrebbe la pena osservare, prima di annunciare l’inizio di una nuova era. Ma capisco anche che se l’infrastruttura portante della civiltà digitale si basa su una sequenza di 0 e 1, cosa se ci pensate piuttosto interessante dal punto filosofico, è quasi una conseguenza che a livello epidermico si assista ad una progressiva incapacità di cogliere sfumature, zero virgola e diversità.

Alternativi o mainstream?

C’è invece un aspetto di fondo che non andrebbe trascurato. Se possiamo oggi dire di assistere ad un “fermento” arrampicatorio sarebbe più onesto ammettere che questo è dovuto al fatto che l’arrampicata è diventata, essenzialmente, uno sport fighetto.
Uso volutamente le parole “sport” e “fighetto”. So che vi urtano, ma è esattamente questo il punto. Guardiamoci dall’esterno una buona volta. Innanzitutto perché sarebbe ora di chiamarla col suo nome. Non ci trovo nulla di male, e preferirei la finissimo con la storiella che è “uno stile di vita” ed un “modo di essere”. Che se fosse veramente così dovremmo essere dei dirtbaggers in giro per le falesie ad elemosinare sicure e vivere di espedienti. Non a fare i gruppi whatsup per il weekend, ammassarci nelle falesia di riferimento o sfoggiare l’ultimo modello di pantalone E9.
È uno sport. Come tanti. Come il basket, il ciclismo, il calcio. Pensate non sia uno “stile di vita” anche seguire la propria squadra in trasferta e giocare al campetto con la maglia del proprio idolo? Cosa ci differenzia dagli altri sport? Abbiamo gare, competizioni, tabelle e classifiche. Tra 2 anni le Olimpiadi. Come lo chiamereste se non “sport”? Ed è “fighetto” proprio per i motivi di cui sopra.

Ci faremmo un bel bagno di umiltà se per una volta aprissimo gli occhi e – si, noi! – la smettessimo di fare i “puri” che vanno in giro per i boschi invece che abbruttirsi ad un centro commerciale come “quegli altri”. Vi do una brutta notizia, se non ve ne foste accorti. Che anche se passiamo le giornate in falesia a tirare prese e a divertirci, siamo anche noi parte di quel centro commerciale. Siamo anche noi oggetto di attenzione della moda, del lifestyle, della tendenza. Parliamoci chiaro. Ci hanno comprato. Anche se non è colpa nostra, ma questo non importa.
I nostri materiali costano. Sono prodotti come tutto in qualche fabbrica in Asia dove la gente lavora 12 ore al giorno. In mezzo paghiamo una catena di distribuzione che fa schizzare i prezzi e “brand” che si arricchiscono tanto più noi li seguiamo e tagghiamo. La benza per il furgone è la stessa che usa il tamarro metropolitano per farsi il giro degli aperitivi. È il mercato bellezza, mi verrebbe da dire. Non stiamo salvando il mondo. Lo stiamo usando come tutti.

Mi torna quindi in mente quella sera davanti alla TV e i nuovi stronzi. Si, ragazzi, siamo noi gli “stronzi”. Quelli che all’epoca della Milano da bere o dell’America reganiana erano i broker della finanza e negli anni 2000 un po’più scanzonati, ma sempre un po’stronzi, gli archetipi dell’homo novus della digital economy.
Dietro la patina della pubblicità, di quei volti stilizzati di modelli, si definivano gli elementi cardine della società. E se dieci anni fa l’oggetto della concupiscenza del mercato era l’uomo di successo, ma ironico, il metrosexual che si destreggia con abilità tra il suo business e la voglia di restare giovane sfrecciando con la sua auto sportiva, oggi siamo proprio noi quell’oggetto. In altre parole, siamo noi l’elite.

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La climber Fatima Gil protagonista dello spot BMW

So che tutto ciò disturba, che smonta l’impalcatura nobile che ci siamo costruiti e dalla quale pensiamo di guardare tutti dall’alto o da “di lato”. Ma quando andiamo nel bosco col crashpad “monturati” da capo a piedi, tutti rigorosamente con il berretto di lana colorato alla ManuChao anche se è agosto e i birkenstock ai piedi, parcheggiando il van a pochi minuti dallo “spot”, non siamo né diversi né alternativi. Siamo semplicemente mainstream.
Vi dà fastidio? Certo, anche a me. Quando ho iniziato ad arrampicare (non ere geologiche fa) mi hanno preso per il culo anni perché saltavo serate con gli amici e mi alzavo alle 5 per andare in montagna. Oggi chiederebbero di venire con me e in rubrica avrei qualche numero di ragazze in più. Questa non è la mia, né la nostra rivincita. Sorrido e basta. Trovo più onesto ammetterlo, farsi una bella risata, e andare avanti cercando di mantenere un certo equilibrio e meno autoreferenzialità. Perché è lì che stiamo cascando. Nel conformismo.

Non ho capito se anche io posso entrare nella categoria millenials o no. Probabilmente per un paio di anni non rientro nella fascia e a quanto pare ciò mi può abilitare o meno a prendere parola. Però uso anche i diversi social, magari non benissimo (forse è il mio problema? Ma non stavamo entrando nel mondo in cui tutti avrebbero avuto accesso a tutto senza limiti o regole codificate?), ma con attenzione.
La prima cosa che mi è venuta in mente, leggendo l’articolo, è stata: qual è la“novità” in tutto ciò? Voglio dire, la “grande idea” dell’arrampicata per i comuni mortali è Instagram? Instagram è lo strumento della nostra emancipazione? Se davvero crediamo che un tool sia l’idea o la svolta credo che o stiamo prendendo una colossale sbornia o stiamo confondendo i piani. E che si sostituisca il contenitore al contenuto.
Qual è il messaggio di fondo?
Che l’arrampicata è cambiata perché grazie a Instagram ci troviamo tutti insieme? Quindi che Instragram ha preso il posto del CAI, parrocchia, campetto, amici del muretto? Fin qui nulla di nuovo.

Cambia il tool, non il messaggio e nemmeno il contenuto. L’inferenza logica per cui è il mezzo (social) che sta rivoluzionando l’oggetto (arrampicata) mi pare poco argomentata.
E se invece non fosse Instagram (o i social in genere) sintomatico di una tendenza già in atto da tempo che ha visto man mano l’arrampicata diventare sport di massa, alla moda e di tendenza?
“Condividere”, “comunicare”, “insieme”, “divertirsi”, c’è un po’di facile retorica della civiltà digitale in tutto questo. Ancora una volta i contenuti mi sfuggono. Mi dicono dalla regia che non ho capito niente. Comunicare è il fine.
Scusate.
Eppure si vuole comunicare qualcosa, c’è questa urgenza di dire non si sa bene che cosa. Che ci divertiamo? Che è figo? Tutto ciò mi lascia piuttosto indifferente.
E quindi, cosa ci differenzia?
Se è il fatto che gli scarsi sono al potere, bè potrei elencarvi una serie di situazione in cui questo aspetto sta dando risultati tutt’altro che esaltanti. Eviterei. Se è una forma di orgoglio, ben venga. E’ una vita che aspetto qualcuno che la smetta di dirmi “alza i piedi”.
Ma non ne farei una filosofia né un vanto. È solo una forma di onestà. Capisco che è merce rara, e che spesso in questo mondo (parlo dell’arrampicata) sia tutt’altro che scontata. Non vedo però un valore aggiunto, né tanto meno una rivoluzione in questo.

Ora sembrerà che voglia demolire l’articolo in maniera forse impietosa e sproporzionata o astiosa.
Posso dirvi di sì, che era il mio intento, ma con spirito costruttivo. Mi piace l’idea che possiamo iniziare a parlare della massificazione dell’arrampicata, ma sgombrando il campo da equivoci di fondo o correggendo la miopia di una visione che non sa andare più in là dell’ultimo aggiornamento della app.
Lo dico alla fine, che una community come quella dei Brocchi sui Blocchi è a mio avviso assolutamente geniale nel modo di comunicare e quindi non parlo da “hater” ma da “follower”. Però su una cosa dovremmo stare attenti. A non confondere i piani. A non commettere l’errore di esaltare il “medium” concentrandoci su esso, dimenticando cosa ci sta dentro quel messaggio.

La civiltà digitale che ha eliminato sacerdoti e mediatori, roccaforti della conoscenza e filtri sul mondo, si sta appiattendo sulla percezione ignorando il significato. Aveva una grande opportunità. La sta buttando nel cesso inseguendo i like.

E io – che non ho ancora capito se sono millenial o meno – continuo a cercare dentro le storie quel significato.

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Una risposta a "La parodia dei Falliti"

  1. Franco Roverato 23 novembre 2018 / 15:21

    …..Grande e corposo documento …..per scoprire ….l’autoreferenzialità…..molto esauriente come spiegazione per il pensiero di Motti!!!Grazie Saverio….

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