Mangart, nel giardino della luna

di Saverio D’Eredità

Occhio Sav che vado” – disse Andrea prima di allungarsi con una mano e sparire oltre il bordo del tetto.
Per qualche istante sia io che Stief credo ci fossimo sentiti come naufraghi abbandonati dalla nave dei pirati, non fosse stato per le corde che ancora ci univano, ondeggianti silenziose nell’aria lieve della sera. Proprio una strana ora, pensai, per trovarsi appesi ad un mazzo di chiodi dubbi dentro una fessura sempre più stretta e sottile. E vibrava tra noi quella sensazione inebriante e sconsiderata della bravata, come quando per la prima volta non torni a casa la sera senza un motivo particolare, ma solo per sapere che odore, che suono, che nome ha la notte. Continua a leggere

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Due solitudini

di Saverio D’Eredità

La sosta era appesa nel posto peggiore di tutta la torre. Sotto il culo sprofondava quel vuoto nauseante e sopra di noi c’era appena qualche ruga da seguire fino in cima. Questa non era una via: era un viaggio allucinante nella mente di un pazzo furioso. Che motivo c’era di abbandonare la linea sicura di fessure incise nella parete per buttarsi in quel vuoto cosmico? Cosa avrà suggerito la minuscola cornice che traversa verso lo spigolo, ad Ernesto?

Me lo chiedevo mentre con le mani infilate nel fondo della fessura puntavo i piedi contro la parete. In quel punto, in quel preciso punto, intuii che stavo chiudendo la porta alle spalle. Che non ero più il quartogradista che ogni tanto si concedeva un lusso, come stappare una bottiglia di Barolo invecchiato o una poltrona in tribuna vip.

Stavamo varcando una soglia e lo sapevamo benissimo, quel giorno. La piccola nicchia erbosa era l’ultimo barlume di normalità. Appena un passo oltre era solo una allucinante visione. Non sempre una cordata è quel simbolo di concordia ed amicizia che pretendiamo di mostrare. Lo è, anche. Ma ci sono situazioni in cui siamo solo due solitudini che condividono lunghi trefoli intrecciati di nylon.
Mai come quel giorno la nostra cordata fu una somma di individualità. Credo sinceramente che nessuno dei due volesse davvero fare quella via. Non c’era nessun piacere, né alcun ritorno. Desideravamo solo toccare con le nostre mani il ventre molle della paura, sentirne la fame chimica salire fino a vomitare. Due solitudini che si ritrovavano ad ogni sosta.

In quei brevi momenti fatti di comandi secchi e pochi commenti ci sentivamo forti. Sicuri. Un istante dopo eravamo nuovamente naufraghi in quel mare di pietra. Nuovamente soli. Ci scambiammo i materiali. Ogni gesto era misurato. Quasi trattenevamo il respiro, come se potesse bastare questo a tenerci appesi ai tre chiodini della sosta.

Un rinvio mi sfuggi di mano. Mi sembrò quasi che rimanesse sospeso pochi istanti prima di precipitare. Non lo seguii con lo sguardo. Non mi giunse nemmeno il suono del tocco al suolo.
Per tre volte Nicola tentò di partire dalla sosta e per tre volte tornò indietro. Ripeté lo stesso identico movimento senza venirne a capo. Alla terza vide un chiodo, nascosto dentro una fessura invisibile da sotto. Era quella la porta d’uscita. Tornò alla sosta.

Eravamo insieme, ma l’un l’altro soli. Ci sono poche cose che può fare un buon secondo di cordata. Recuperare il materiale. Essere svelto. Non mostrare segni di cedimento nemmeno alla decima ora di salita. Mantenere il buon umore. Incoraggiare il compagno. Gli dissi che poteva fare con calma. Potevamo fermarci anche mezz’ora. Che potevamo tornare indietro, anche se non lo credevo seriamente.

Vuoi bere?” dissi alla fine; che domanda idiota, pensai. Nicola invece non disse niente. Lui era già oltre la paura. Aveva visto il chiodo, sapeva cosa doveva fare. Solo trattenere il respiro un attimo in più. Crederci oltre quello che riteniamo lecito credere.

Non penso che il mio atteggiamento risoluto e controllato possa aver cambiato la nostra situazione. O magari sì.

So solo che alla terza volta Nicola passò il chiodo e andò oltre. Il resto fu nuovamente la mia e la sua solitudine, asimmetriche e parallele al tempo stesso. Quando poggiai le mani sul bordo della cima mi accorsi di respirare di nuovo. Nicola mi raccolse da quel vuoto come un marinaio un naufrago tra le onde. C’era ancora un po’di sole, poi la notte inghiottì ogni cosa.

Attorno a noi, attonite, fluttuavano le montagne, naufraghe anch’esse nella sera.

 

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2017

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La fessura iniziale della Lomasti.jpg

 

 

60 anni di chele in parete

di Carlo Piovan

Mi dicono che sessant’anni per un uomo è l’età della profonda maturazione, l’età in cui non ha più paura o remore di dire quello che pensa, l’età in cui può nuovamente stringere tra le braccia una nuova vita, con la leggerezza d’animo di chi ci è già passato.
Ma cosa sono sessant’anni per un gruppo di persone che dal 1957 hanno deciso di condividere, nello spazio della montagna e nel tempo di molte generazioni, la passione per l’arrampicata? Continua a leggere

In Giulie, per antiche vie

di Saverio D’Eredità

L’estate del 2013 fu quella in cui mezza Val Raccolana andò a fuoco. Per 40 giorni e 40 notti bruciarono incessantemente i suoi fianchi scoscesi, i boschi di pino abbarbicati, i pascoli estremi e le rocce precipiti. Il fuoco divorava senza posa ogni angolo di quella valle, mangiandosi ettari su ettari, lambendo qua e là le case, scomparendo per poi riapparire altrove, o più in alto. Ogni tanto la puzza di bruciato sconfinava alle pianure; la potevi sentire persino a Udine, in quelle sere estive in cui le brezze di monte portano frescura ai palazzi infuocati. Ma in quei giorni erano nuvole di cenere, inquietanti come certe brutte notizie che arrivano a turbare le ore di ozio, le passeggiate serali e i pensieri delle vacanze. Sentivi quell’odore acre, penetrante, selvaggio e al tempo stesso moribondo, che occupava senza vergogna le strade fuori dal centro, tra le villette e i parchi, spodestando con la violenza di un invasore teneri sentori di glicine pendenti da giardini. Altre volte vedevi la nube grigia spargersi piatta ed inquietante, a mezz’aria tra i costoni delle montagne, dilagare lenta come un fiume di morte sopra le valli. Le montagne dimenticate ci facevano ricordare così, la loro assenza. Continua a leggere

In contemplazione del Mistero

di Nicola Narduzzi

“Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
eppure ancora tutta l’esperienza è un arco attraverso cui
brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
per sempre e per sempre quando mi muovo.”
(A. Tennyson, Ulysses)

Chiudo gli occhi. Penso a una parete, penso a quella parete: il mio frutto proibito. La sogno, come si sogna il sole nell’ora buia che precede l’alba. La desidero, sapendo che il desiderio non verrà appagato. L’ho anche sfiorata, conservando però sempre la consapevolezza che non sarei mai arrivato al suo cuore. Continua a leggere

Visto di Transito

di Saverio D’Eredità

In fondo potrebbe essere giusto così. Perché prima o poi – lo sapevo – il momento di dover fare i conti con le mie paure e la mia inveterata tendenza ad assumere atteggiamenti pusillanimi e codardi sarebbe pur arrivato
A questo punto tornare indietro sarebbe forse possibile, certo. Magari un po’complicato. Di certo, sarebbe tremendamente imbarazzante.
Quindi, a conti fatti, potrebbe anche essere giusto così. Una volta tanto assumermi le mie responsabilità, senza alternative o opzioni. Messo all’angolo da me stesso e dall’ineluttabilità della mia condizione. Ma se devo dirla tutta, l’unica cosa che non mi sarei aspettato è di provare questa stranissima, insolita, calma. Continua a leggere

I tre spigoli della Tofana e quell’alpinismo intramontabile

di Saverio D’Eredità

L’anno è il 1946. Nell’Italia che lentamente si ricostruisce, le mani degli alpinisti tornano a toccare quelle rocce troppo a lungo proibite. E mentre una generazione passa la mano, le nuove leve si fanno avanti a colpi di scalate prestigiose e sempre più spinte. Il Gruppo degli Scoiattoli è già attivo da alcuni anni, ma la guerra ha fortemente condizionato la loro attività. Qualcuno non è tornato. Le montagne, invece, sono rimaste mute spettatrici di un immane tragedia. Continua a leggere

Colli Euganei Trail #4 – Terre bianche

Breve percorso che si sviluppa sui primi rilievi collinari compresi fra l’abitato di Treponti (Teolo) e Luvigliano. Adatto ad essere interamente corso, in quanto si sviluppa prevalentemente su strade sterrate o sentieri ben marcati. L’unico difetto è rappresentato dagli ultimi cento metri di discesa dal Monte Solone che avvengano lungo una tracciata invasa dai rovi. Volendo evitare la sgradevole parte finale è possibile tornare indietro dalla cima, fino al bivio e collegarsi al percorso d’andata.

Dalla località Treponti, svoltare verso Luvigliano (SP 98) fino alla Trattoria da Iseo che si trova sulla destra, girare lungo la strada in salita e parcheggiare negli spazi antistanti la trattoria.

terre bianche

Il sentiero inizia sopra la strada, sale nel bosco e prosegue fino ad innestarsi nella strada sterrata denominata via Pastoie. Si prosegue in salita lungo la strada bianca (segnavia alta via dei colli) fino a guadagnare un dosso, si prosegue in discesa fino a dove l’altavia devia a destra (Monte Pirio, interessante variante per allungare il percorso). Continuare per la strada, ora in leggera salita, fino a dove torna asfaltata. Ora non proseguire in salita ma svoltare a sinistra ed iniziare a scendere rapidamente fino a Luvigliano. Usciti sulla strada principale, si svolta a sinistra, si passa tra la chiesa e il complesso monumentale di Villa Vescovi, per poi rientrare lungo una strada sterrata, sulla sinistra. Seguirla in salita fino a raggiungere una breve sella. Piegare a destra lungo un largo sentiero che sale fino alla sommità del Monte Solone (ignorando un bivio sulla sinistra). Ora è possibile scendere nuovamente alla sella e raccordarsi al percorso di salita o tornare al bivio, superato da li a poco e scendere lungo di esso come di seguito descritto. Intraprendere la discesa via via più ripida, lungo il crinale sud. Imboccare il bosco di latifoglie e scendere lungo una traccia che segue la linea displuvio, fino ad uno slargo appena accennato. (Attenzione il Monte Solone sul versante Nord Est, presenta una parete di cava, che si apre dal margine del bosco). Ora piegare a sinistra, lungo la vaga traccia che uscendo dal bosco attraversa una zona di rovi. Da li a breve si arriva sulla strada in via delle buse. Svoltare a destra fino a raggiungere la SP 98 poi a sinistra lungo la strada provinciale fino al punto di partenza.