Lezioni di sloveno

di Saverio D’Eredità

Per comprendere a fondo un’arte bisognerebbe studiarne altrettanto approfonditamente l’ambiente e le circostanze che ne hanno permesso l’emersione e lo sviluppo. In questo senso per capire davvero il blues si dovrebbe girare per le strade di New Orleans, così come sarebbe stato interessante poter visitare le botteghe di Firenze ai tempi di Giotto. Perché l’arte è sempre il prodotto della storia, dei costumi, delle tradizioni e dei talenti che si sviluppano in dato momento in un certo luogo.
Parafrasando, per comprendere appieno ciò che ha permesso all’alpinismo sloveno di formare alcuni tra i più grandi esponenti dell’alpinismo moderno e diventare una vera e propria scuola, è necessario calarsi nella cultura e nei luoghi che costituiscono quella sorta di fertile humus che ne ha permesso lo sviluppo.
Sono spesso questi i pensieri che mi accompagnano quando mi trovo a camminare verso gli attacchi delle vie sulla Nord del Triglav o di ritorno da un giretto a quel parco dei divertimenti per alpinismo invernale che è il Passo Vršič. Se la “Stena” è il terreno ideale d’estate per sperimentare le grandi vie d’ambiente e muoversi su centinaia di metri di parete, il passo rappresenta invece una sorta di campo scuola per approcciare percorsi, tecniche e metodi su neve e ghiaccio. Continua a leggere

Annunci

La montagna del cuore

di Saverio D’Eredità

Ognuno di noi ha una montagna del cuore. O almeno dovrebbe, se proprio non è arido d’animo. Non deve necessariamente quella più bella, o più famosa o più difficile. Anzi, non dovrebbe essere nessuna di queste. Dovrebbe essere solo un luogo di riconciliazione. Dove andare quando si è stanchi. O non si ha tempo o voglia di pensare. Quando vuoi condividere qualcosa. O semplicemente, per stare. Come quando da bambino ti portavano dai nonni, e non c’era niente di meglio di quelle ore lente e pacifiche in cui ci sentivamo accolti e protetti. Che magari lì per lì dai nonni non ci volevi andare perché pensavi di annoiarti e invece finiva che da quei pomeriggi non ti saresti staccato mai.
Sarà per questo che la chiamano Stara Baba, la vecchia nonnina. Il Mataiur, con i suoi fianchi larghi e le sue dorsali smussate, con quella cupola sempre sbarbata dal vento, sembra proprio una vecchia nonna, adagiata sulla seggiola e avvolta da una scialle fatto di castagni. Osserva bonaria le sue valli, aperte come le dita di una mano ai suoi piedi. Più che una montagna, un nume tutelare per tutti gli abitanti delle valli del Natisone.
Leggenda, ma non troppo (visto che la riporta Paolo Diacono nella Historia Longobardorum), vuole che sia questo il monte che il Re Alboino “ascese e da lassù contemplò fin dove potè spingere lo sguardo, le terre che si aprivano intorno”. Vecchia nonna, nume, divinità, o monte del Re al tempo dei Longobardi, c’è sempre un motivo per guardare a questa piramide distesa e serafica.
Al Mataiur si torna in ogni stagione. In ogni momento. In ogni ora del giorno.
Il segreto del monte del cuore è proprio questo. Deve essere un luogo che ti accoglie, sempre. Come la casa dei nonni. Il segreto del monte del cuore è che ogni volta che torni non ti annoia, ogni volta vi associ un ricordo diverso. Perché comunque la si voglia vedere, pur se facile, dolce, adagiata, sempre una montagna è.
Perché c’è stata quella volta che sono salito con un vento che tagliava la faccia e manco si stava in piedi (a dire il vero, secondo Graziella, il vento lassù taglia sempre la faccia, anche d’estate). O quella volta che ho fatto tutto il giro della cupola salendovi quattro volte da quattro lati come un pellegrino. E quell’altra che sulla cresta nord (si, ha una cresta nord, cosa storcete il naso: e ha pure un suo perchè!) con un vento malefico (in effetti vento qui ce n’è parecchio) per un minuto mi pareva di essere sulla cresta del Lhotse. Ed un’altra volta invece ho trovato un firn che mi ha fatto quasi piangere.
C’è stata la volta che l’ho fatto tutto in discesa (cioè senza salita, ma è troppo lunga da spiegare) e quella invece che l’ho fatta tutta in salita da Cividale in bici. Prima la pioggia. Poi la nebbia. Infine la grandine. E la neve: e quando sono arrivato a Montemaggiore mi sono sentito Bartali al Galibier.
La prima volta di notte, e la seconda che c’era una nebbia da thriller e abbiamo sciato pianissimo neanche fossimo sui 50° e nel fascio di luce della pila per non perderci. C’è stata la volta che sui prati s’era attaccata una nebbia da Highland scozzese e poi di colpo è finita 20 metri sotto la cima e sopra era estate e galleggiavano le Giulie.
Al monte del cuore si torna soprattutto per vedere. Perché la cosa bella del Mataiur non è tanto il Mataiur stesso, ma che dalla sua cima si vedono le Giulie.
È come un album dei ricordi, in cui uno per uno appiccichi le foto come francobolli di un percorso misterioso. Non conti nemmeno più le volte che ci sei stato. Non avrebbe senso. La montagna del cuore è molto probabilmente quella dell’inizio. E altrettanto probabilmente sarà quella della fine.

Però tra tutte le volte, è sempre con la neve che accade qualcosa di speciale. Forse è stupido, forse diventa una specie di fissazione o rituale che poi è uguale. Quando la vecchia nonnina si avvolge del mantello bianco succede qualcosa di nuovo. Succede che la Stara Baba, maestra di incantesimi per i popoli delle valli, ha nuovamente compiuto la sua magia. Ma devi cogliere l’attimo, non lasciarti tentare dalle sirene o abbattere dal vento (sempre lui) che ti travolge lì dove scollini e il Nero ti appare come il dente di uno squalo. Devi cogliere l’attimo, quello in cui la nonnina ritorna quella splendida fanciulla che fu nel tempo immemorabile, prima di Alboino, prima di tutti.
E disegnare su suoi fianchi dolci le tue curve è come dare quel bacio che spezza l’incantesimo.

Di oscurità e promesse

“Vedi cara è difficile spiegare,
è difficile parlare dei fantasmi della mente”
F. Guccini

di Nicola Narduzzi

La macchina scorre veloce sulla linea d’asfalto persa nel nulla della campagna, scuotendo pigramente al suo passaggio l’erba alta che delimita la carreggiata. Le piante di mais si stagliano fiere con i loro pennacchi verso il cielo, sopra di esse solo le montagne fanno capolino attraverso l’aria estiva carica di umidità. Nessun paese, nessun edifico, nessuna persona a turbare l’armonia di questo piccolo angolo di mondo. Mentre le loro ombre gradualmente si allungano, proiettate dal sole che cala verso l’orizzonte infiammando il cielo, mi rendo conto di esser rimasto solo al mondo.
Vorrei fermarmi.
Scendere dall’auto.
Sedermi su un muretto a secco.
Guardare la luce scomparire oltre quelle creste che laggiù, ad occidente, delimitano il mio angolo di mondo.
Assaporarla fino all’ultimo istante, vivere la profonda malinconia di non poterla inseguire.
Respirare la sottile brezza che soffia la sera tra le strade di campo, quando la terra sospira finalmente libera dall’opprimente battuta dei raggi del sole. Eppure non riesco a fermare l’auto, non posso. Continuo a guidare, intrappolato in una corsa inarrestabile verso oriente, verso l’oscurità che risale dalle profondità della terra, avvolgendo la campagna, avvolgendo me, finché ogni cosa non scompare. Il resto è silenzio. Continua a leggere

Due foto, 1 di 2

di Carlo Piovan

Non mi piace appendere foto che mi riguardano sui muri di casa; non ho mai approfondito il motivo reale di questa scelta, semplicemente non mi viene spontaneo farlo anche se ci sono molti scatti che conservo e che amo rivedere, concedendomi qualche minuto di nostalgia, di quel momento passato.

Alla vita però non interessano le nostre regole personali e con la stessa leggerezza di un polline di tarassaco, sono atterrate sul mio comodino due fotografie che resistono al tempo ed alle stagioni.

Uomo e Donna appesi nel vuoto

Un punto di ripresa zenitale, una parete di dolomia gialla che sprofonda cinquecento metri più sotto nei grigi ghiaioni, due soggetti al centro della scena accomunati da due caschetti color arancio e da una profonda fiducia in quei due pezzetti di acciaio dolce, incastrati nella roccia e collegati tra essi e loro, da una sottile fettuccia di nylon. Il vuoto tutt’intorno.

Continua a leggere

Il Canale dell’Altrove

di Saverio D’Eredità

E’ un po’come quando un giorno decidi di rompere gli indugi e bussare al tipo/a della porta accanto per andare a bere fuori qualcosa. Vi siete incrociati mille volte sul pianerottolo e in ascensore e a parte “buongiornobuonasera” non vi siete detti altro. Ma magari è una persona interessante. Magari diventate amici o chissà. Ecco quel canalone è proprio quello “della porta accanto” che guardi sempre, ma chissà perchè alla fine non ti sei chiesto nemmeno come si chiama.

Continua a leggere

Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

Il tempo della Civetta

di Carlo Piovan

Per un amante delle arrampicate dolomitiche, il termine “Nord – Ovest” indica molto di più di un orientamento geografico. La combinazione dei due sostantivi, racchiude un’immagine chiara nella mente di ogni alpinista, un profilo fatto di chilometri di dolomia, a sviluppo verticale, con un piccolo cuore di ghiaccio, “il Giazzer”, nel mezzo. Una presenza imponente che sovrasta l’abitato di Alleghe e domina come un enorme rapace in planata la valle del Cordevole. Molto più a sud delle sorelle maggiori viene prevalentemente percorsa in estate, quando il clima consente di arrampicare leggeri e veloci come conviene ad ogni buon dolomitista. In inverno la parete nord – ovest della Civetta gonfia le sue fessure e i suoi camini di neve e ghiaccio, elevandosi al pari delle ben più note consorelle poste a cavallo dell’arco alpino Occidentale.

Continua a leggere

Sehnsucht (quasi una lettera di Natale)

A Francesca, nel giorno in cui scoprì la neve

di Saverio D’Eredità

I tuoi occhi sono tristi, ma sulle tue guance il sole ha disegnato due mele rosse. Per guardarti negli occhi ho appoggiato anche io la testa sul tavolo, come si faceva da bambini quando volevamo riposare dopo i compiti. Ma li ho visti bene prima, i tuoi occhi, con quella luce che si accende e sembra venga da stelle lontane. Mentre infilavi gli sci ai piedi e lasciavi le tavole scivolare dapprima piano, poi sempre più veloce e non avevi paura. Ho sempre detto che lo sci, in realtà, è gioco per bambini.
Sei stanca, ora. Lo posso sentire dal peso del tuo corpo che si rilassa man mano. Conosco questa stanchezza, che è quella più bella, e più dolce. Ti prende quando restituisci alla vita un briciolo di quello che ti ha donato. Ed ogni cosa par tornare al suo posto, ogni cosa ha un senso e le domande trovano la risposta come le onde trovano la riva. Dormi, ora, dormi sogni di neve.
“Papà, ho nostalgia della neve” mi hai detto, prima di chiudere gli occhi. Hai solo tre anni e già vedo in te i sintomi di questa malattia.

Continua a leggere

Mangart, nel giardino della luna

di Saverio D’Eredità

Occhio Sav che vado” – disse Andrea prima di allungarsi con una mano e sparire oltre il bordo del tetto.
Per qualche istante sia io che Stief credo ci fossimo sentiti come naufraghi abbandonati dalla nave dei pirati, non fosse stato per le corde che ancora ci univano, ondeggianti silenziose nell’aria lieve della sera. Proprio una strana ora, pensai, per trovarsi appesi ad un mazzo di chiodi dubbi dentro una fessura sempre più stretta e sottile. E vibrava tra noi quella sensazione inebriante e sconsiderata della bravata, come quando per la prima volta non torni a casa la sera senza un motivo particolare, ma solo per sapere che odore, che suono, che nome ha la notte. Continua a leggere

Due solitudini

di Saverio D’Eredità

La sosta era appesa nel posto peggiore di tutta la torre. Sotto il culo sprofondava quel vuoto nauseante e sopra di noi c’era appena qualche ruga da seguire fino in cima. Questa non era una via: era un viaggio allucinante nella mente di un pazzo furioso. Che motivo c’era di abbandonare la linea sicura di fessure incise nella parete per buttarsi in quel vuoto cosmico? Cosa avrà suggerito la minuscola cornice che traversa verso lo spigolo, ad Ernesto?

Continua a leggere