L’illusione del Bianco – Appunti dalla montagna di domani

di Saverio D’Eredità

Prologo

Una lunga cresta nevosa si spinge in avanti, a definire lo spazio tra terra e cielo. I passi che precedono il momento solenne, percepire l’appagamento nel penultimo passo quello che ancora nasconde il mistero ultimo della salita ed è per questo il più prezioso.
Ma la vetta, questa vetta che ricorre nei miei sogni, d’improvviso si appiattisce e scompare.
Si trasforma. Diventa un banale terrazzino con ringhiera. Oltre non c’è il vuoto delle pareti. No, si apre una distesa di asfalto e cemento. Sembra un parcheggio. Più in là vedo che la mia cresta sottile diventa la passeggiata di un vialetto alberato in un parco cittadino. Smarrimento. Delusione. Mi sveglio.
Questo sogno ricorrente mi tormenta. Mi fa visita in notti inaspettate. Non mi spaventa, come gli incubi, semmai ha un effetto peggiore. Insinua dubbi. Mina le fondamenta delle mie aspirazioni. In breve, mi fa vivere un po’peggio, o un po’più malamente il resto della giornata.
Ed è questa la vetta che così spesso raggiungo nei sogni, questa vetta che per anni ho cercato di sovrapporre a cento altre, senza mai trovarla.

***

E poi vallo a spiegare alla barista dell’autogrill di Limenella, della sveglia alle 4 per andare in montagna. La sua faccia è sbattuta e sa di fatica. Di notte appiccicose, di aria condizionata e ventate di benzina pneumatici e vapori di asfalto.
Vallo a spiegare a lei, ai suoi occhi scavati, alle mani consumate dall’incessante alternarsi di acqua, caffè e monetine, che si va sul Bianco come alla conquista della terra promessa.
Fortunatamente non si cura di noi, ma ride con la collega, parlando di una cena, forse di un compleanno, del sabato appena passato. Sono felice per lei, che abbia avuto un momento di pausa, che abbia potuto vestirsi elegante e per una sera non avere a che fare con le facce ambigue dei camionisti in viaggio da 16 ore, sempre a metà tra martiri e delinquenti.
Non gliel’abbiamo spiegato, infatti, che si andava sul Bianco. Noi viziati idealisti della quota, chiusi nella piccola grande setta di eletti, noi che pensiamo di sfuggire ai conformismi, alla logica del tutto compreso, all’esodo dei vacanzieri. Noi, gli illusi.
Chissà poi se capirebbe questo passare interni inverni consumando le pagine della guida e poi ancora vaneggiare, aspettare il momento e vedere svanire estati.
Infatti siamo andati via dopo un cappuccio e brioche consumato senza uno sguardo, rubinetto e monetine, con un sorriso di bambini nel giorno del compleanno, increduli come la barista possa non essersi interessata al nostro viaggio di cime e creste bianche di neve.
Siamo andati via, rigettandoci sul grande nastro di asfalto steso dritto verso la porta dei nostri sogni.
Puoi idealizzare e sognare quanto vuoi queste montagne, le linee di salita, i contrasti cromatici e le foto di vetta, ma per arrivarci devi passare dal viaggio infernale dell’autostrada padana. Il Bianco ha il suo proscenio fatto di capannoni, industrie chimiche, centri commerciali e cavalcavia.
Puoi idealizzarlo quanto vuoi e hanno un bel dire valligiani e montagnard delle “super-conditions” della montagna, quando ti devi fare 600 km per poterne appena osservare i bassi fianchi.
Serate frenetiche consumate in ricerche su internet: qualche volta non capisco se sto semplicemente sublimando la mia sete di montagna e di fatica cercando ogni singola impronta, l’ultimissima relazione aggiornata per non sbagliare, per un successo garantito. Non se neanche se è più montagna, questa.
Perché poi arriva il conto delle ferie e dei permessi, l’ansia che coincidano i cicli della Nina con l’accreditamento dello stipendio, considerando attentamente l’andamento climatico degli ultimi 6 mesi, lo zero termico e quante volte una certa via è stata ripetuta e tracciata.
Perché sta diventando un amore un po’meccanico, questo della montagna. Una cosa come un’altra, come sedersi in agenzia e decidere di prendere l’ultimo last minute per Cuba piuttosto che un weekend alle terme.
Un po’ più complicato, ma tutto sommato uguale. Con l’illusione, quella sì, di essere migliori.
Pedaggi, balzelli, freno, acceleratore, carburante, pneumatici.
Consumiamo materia e pianeta per inseguire questi sogni. Consumiamo anche noi che lo si voglia a no, per calcare una fotografatissima cresta orizzontale di neve ad una fatidica quota al centro d’Europa.
Quella che fu l’invenzione del Bianco, come disse qualcuno una volta, diventa l’illusione del Bianco oggi, quella di saziare una patologia di altezza, di purezza, se non di distinzione.
Ed intanto grattiamo e consumiamo la pelle della terra. Quanti litri di benzina? Quanto monossido di carbonio? Quanti impalpabile residui di pneumatico accumulati in un miscuglio non ben identificato di sostanze tossiche ai bordi dell’autostrada, sotto i guard-rail?

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Aiguille du Gouter – foto T.Scarsini

La mia mente, disorientata da domande cui non riesco a rispondere, ma soprattutto a sostenere il peso del sonno arretrato cede ripetutamente, tra S.Donà di Piave e lo svincolo con la Modena-Brennero nonché all’uscita di Viale Certosa.
Oltre la grande piovra di Milano, il paesaggio man mano scema e si sgombra. I capannoni e la densità della città diffusa del Lombardo-Veneto cede agli ampi spazi delle risiere vercellesi. Ampi squarci si aprono in un panorama che sa di futuro.
La lunga colonna vertebrale, ancora scheletrica, dell’alta velocità appena completata si allunga parallela all’autostrada, interrotta appena dai movimenti ellittici di futuristici svincoli, come voli d’improvvisi uccelli sulle nostre teste. Il tutto intercalato dalla linea sinuosa di giganteschi tralicci, spaventosamente alti, come i tripodi alieni della Guerra dei Mondi, nella distanza che si confonde al cielo.
L’occhio bovino di una luna tardiva si affaccia tra i cavi alta tensione e il piccolo ritaglio lasciato dal terrapieno della ferrovia in uno scenario da futuro alla Blade Runner. Rimango abbacinato da questa proiezione, e mentre ancora una volta le palpebre stanno per cedere alla mia destra si palesa nell’opacità del finestrino la sagoma bianca del M.Rosa.
“Il Rosa!” quasi urlo a Tiziano, che guida già da un paio d’ore e forse ha rinunciato all’idea di avere un cambio.
Con la scusa di recuperare il sonno e la fatica mi ero permesso di accomodarmi al lato passeggero assicurandogli che avrebbe potuto “parlarmi tranquillamente, tanto mi appoggio solo un attimo”.
Sta di fatto che ho ronfato bene per 400 km, salvo un paio di caselli e qualche commento di circostanza al traffico. Avevo infatti avuto la brillante idea di organizzare un gradevole aperitivo alla mia spedizione in Bianco andando a ripercorrere una misconosciuta via nella Val di Mesdì in Sella; con conseguente giornatona di quelle memorabili iniziata al casello di Palmanova alle 4 di mattina e finita alle 10 di sera.
“Il Rosa!” Per dio, siamo proprio vicini, siamo lì!
Con gli occhi del bambino al Luna Park vedo crescere le montagne con il passare dei chilometri e l’occhio accarezza forme familiari, che erano scolpite nella mente da anni e non avevo più lasciato.
“Lui” appare sempre nel punto che non ti aspetti. Prima ti confonde con il Rutor e qualche altro plateau tarocco. Ma quando appare non ci sono dubbi. Ad un primo sguardo lo scambi con una nuvola, una macchia, un allucinazione, poi sbucano altissimi ed esili come gigli i piloni. Ed un’ondata travolge il cuore.
La valle si apre e credo si veda persino una luce che illumina in pieno il gigante, con la Brenva dispiegata come un antico papiro come se fosse aperta la Torah dell’Alpinismo!
Non ci sono storie. È enorme e non fa niente per nasconderlo. Ha 200 metri più degli altri ed è una differenza che si vede tutta. Che non ci stanchiamo di vedere.
Entrando e uscendo da un negozio, aspettando il nostro turno al casello del traforo. Appoggiando ancora un paio di banconote azzurre senza rendercene conto ammaliati dal Grande Incantatore.

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Avvicinamento al rifugio – foto T.Scarsini

 

Attraversiamo frontiere e tornelli sospesi in una bolla, la testa già su e lo zaino calcolato al milligrammo. “Montagne à l’état pur” recita un poster promozionale degli impianti di risalita di Saint-Gervais. Fin qui abbiamo concatenato cavi e rotaie e di montagna allo stato puro non se n’è vista.

A tentoni nelle boccate di nebbia si guadagnano anonime pietraie. Io e Tiziano abbiamo deciso di stoppare ogni elucubrazione fino a domattina. Stelle o non stelle la sveglia sarà a mezzanotte.
L’ultimo sbuffo di nebbia ci consegna all’aria metallica di quota 3000 e al rituale della crema solare. Come un’apparizione, dalle nebbie, sbuca un ragazzo con cartellina, penna, pettorina gialla e un vistoso, penzolante, “pass”. Per un attimo mi viene il dubbio di aver girato attorno alla stazione della funivia. Mi sembra un vigile urbano o uno di quei volontari che fanno interviste o ti regalano penne stilo finte.
“Avete prenotato monsieurs?” ci dice cordiale come il concierge di un albergo 4 stelle “la vostra reservation?”. Ci sembra uno scocciatore e tiriamo diritto. Ma la pettorina gialla insiste e “Service Mont Blanc” si frappone tra noi e il resto della montagna.
“Mails…Il y a plus de place!”
“Oh, grazie, molto gentile” gli dico e rivolgendomi poi a Tiziano che mi guarda smarrito “sai, che gentili, ci dicono che stasera staremo scomodi” ma “pas problème monsieur, merci!” dico al ragazzo tirando diritto sebbene straniato dall’incontro mentre quello si fa da parte e ci manda qualche maledizione.

***

Sgomito e sudo nella pestilenziale anticamera dove si incrociano ramponi, corde, picche, viti, alito e luce di lampade roteate nell’oscurità che crea un inatteso effetto discoteca.
Infine esco, con la mente ancora lenta che cerca di riordinare l’ordine corporale (guanti, berretto, tè, cordino, barretta, moschettone, giacca a vento, pile leggero, pile pesante, pila…la pila…ah, già, ce l’ho sulla fronte).
La notte mi abbraccia. La notte del Bianco.
Incrocio una lampada proiettata sul mio volto come un interrogatorio. Deve essere Tiziano. Bene, senza una parola andiamo. La neve crocchia sotto gli scarponi mentre seguiamo delle piste alla rinfusa e ci inoltriamo sul piccolo e moribondo ghiacciaio di Tête Rousse fin quando il pendio non si raddrizza ci fermiamo per i ramponi. Spengo la lampada, del resto si vede benissimo.
Uno spettacolo incredibile si palesa davanti ai miei occhi che fino a quel momento non avevano alzato la traiettoria dall’alternanza piede destro, piede sinistro sull’orma di neve.
Una linea intermittente di lucine, come piccole perle che si sfilano da una collanina, risale dal ghiacciaio fino alla sommità del gobbone scuro dell’Aiguille du Gouter. Nel cielo una luna gigante proietta il suo faro gelido sulla montagna, riempiendo l’atmosfera di bagliori e riflessi.

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Tramonto sull’Aiguille de Bionnassay – foto T.Scarsini

L’Aiguille de Bionnassay appare pallida e bellissima nell’abito notturno. Come per magia rivedo il Bianco di Bonatti, delle notti brevi in attesa del rigelo da qualche parte nella Brenva, o mentre scalina paziente orridi scivoli di ghiaccio. Il Bianco di Bonatti, il Bianco di un’adolescenza presto regalata all’alpinismo, a questa follia che mi ha fatto fare centinaia di chilometri dopo aver arrampicato all’altro capo delle Alpi, dormito 2 ore per terra in mezzo alla polvere, partito al buio e ora essere semplicemente euforico per tutto quello che accadrà nelle prossime 18 ore.
Per fortuna la salita all’Aiguille du Goûter si svolge al buio, così da non darci il modo di far calcoli. Una volta arrivati, giriamo muovendoci a tastoni attorno al rifugio, che sembra chiuso da un secolo. Fa freddo e ci ficchiamo in un sordido locale invernale per mettere addosso tutto quel che abbiamo. Sorrido. Finalmente sfoggio tutta l’attrezzatura che per anni avevo gelosamente centellinato nell’attesa della “grande occasione”. Pochi minuti e un tè caldo dopo, usciamo, avanzando nel vento e nell’alba.

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Cresta delle Bosses – foto S.D’Eredità

L’arrivo alla Vallot è come quello all’attracco di un porticciolo turistico. Si intrecciano fonemi, corde e intralci. Da anni volevo visitare questa Mecca che tanta storia alpinistica racchiude!
Ci mettiamo un po’a trovare l’ingresso, che sembra quello di un’astronave. Goffamente vi entriamo, bardati di ramponi e ancora legati. Ma l’impatto è osceno.
Lì per lì non riesco a capire, come quando ci si sveglia spiazzati da un sonno profondo.
Immondizia. Ammassi di carta argentata e tanfo di piscio. Alcuni corpi si agitano, come vermi smossi dalla terra.
La Vallot non è una capanna alpina, un eroico avamposto dei naufraghi delle vette, quanto piuttosto una fossa per la raccolta indifferenziata di rifiuti di qualità, robe che abbiamo pagato sonanti banconote in qualche negozio sportivo e ora giacciono abbandonate. Carte di barrette che promettono prestazioni eclatanti e che evidentemente non hanno dato grandi frutti.
Facce sbattute e impomatate di creme solari che ti riservano sguardi fugaci e pieni di sospetto, come a chiederti “lasciami il mio spazio, me lo sono meritato!”.
Ci guardiamo delusi e torniamo fuori, preferendo il vento al puzzolente seppur glorioso stanzino.
Non è un gran momento. Tiziano da un po’ lancia segnali preoccupanti. Un passo anormalmente spezzato e quasi lento aveva accompagnato la sua salita del dosso del Dome du Gouter.
Ci guardiamo negli occhi. Quante volte abbiamo pensato di trovarci qua, calcolando tempi dislivelli e medie orarie, convincendoci che si poteva fare? Che bastavano “2 giorni non di più, che dico … basta uno di bel tempo!” e saziare questa nostra ingordigia. Quante volte mentre arrancavo dietro di lui sulla lunga schiena del Nero in inverno avevamo ripassato questo piano, senza che la rinuncia fosse mai stata contemplata?
Eppure Tiziano sembra cedere. Le gambe non girano e lui è decisamente troppo onesto con sé stesso per andare avanti. Non lo sarei altrettanto io, accecato dalla fame di vetta. Già calcolo una possibile fuga solitaria. Mi vergogno un po’, ma ammetto che nel momento davvero mi sembra l’unica soluzione possibile. Diventiamo persone peggiori, a queste quote e forse non sono tanto diverso da quelli che abbandonano i rifiuti alla Vallot o pisciano negli stanzini dei rifugi.
Prima ancora che possiamo litigare tra le asole malfatte della nostra corda si intromette un viso di bambino con occhiali a specchio e le guance rosse dallo sforzo.
“Vous allez au sommet?” ci chiede con disarmante naturalezza.
Guardo Tiziano. La domanda che non sarebbe forse mai più arrivata da lui, mi giunge da questo volto ingenuo e glabro. “Est-ce que je peux venir avec vous?”

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Dalla vetta del Bianco, verso la Val d’Aosta – foto S.D’Eredità

Pochi minuti dopo un’imprevista cordata internazionale a tre, rinnovata nell’entusiasmo e sorpresa dall’imprevisto si avvia a cavalcare le “bosses” del gigante.
Gerome, questo il nome del ragazzo di Saint Gervais che si è unito a noi con esemplare faccia tosta, ha fatto tutta la salita da solo, fin qui. Ieri sera era uno dei corpi incrociati sul pavimento del Tete Rousse e probabilmente una delle lampade che mi ha accecato uscendo dal rifugio.
Sono sicuro di averlo superato sulle rocce graffiate dai ramponi dell’ Aiguille du Goûter: perdeva sangue dal naso e devo aver pensato che dovevano essere dei bei pezzi di merda i compagni che l’avevano lasciato indietro. Non avrei invece mai immaginato di vederlo in mezzo alla nostra cordata, senza batter ciglio all’affrettare del mio passo.
Tiziano stringe i denti e ricaccia dentro i latrati dello stomaco. Deve fare una fatica bestiale e non credo abbia immaginato mai un arrivo in vetta del genere, lui abituato a batter traccia come un trattore sulla prima neve del Nero. Per fortuna Gerome ci tiene a fare un reportage accurato di ogni momento della salita e noi ci prestiamo volentieri a far da modelli.
Le Bosses si lasciano oltrepassare in un alternarsi di cornici sceniche e inopportuni saliscendi. L’ombra del Bianco si allunga verso la fine delle Alpi e a destra si apre d’un colpo lo scorcio selvaggio del Miage. Il giorno si è fatto pieno, immenso.
Ritrovo, naturale, il Bianco di Gaston Rebuffat. Quella salita che è una cerimonia del sole, un inno positivo alla gioia dell’ascendere. Devo ringraziare Gaston, per avermi restituito un Bianco dal volto umano, della gioia di svegliarsi incontro alle luci dell’alba, avendo fiducia nella notte che rigenera i cristalli di neve e le nostre forze.
Oltrepassiamo le rocce della Tournette e so che d’ora in poi ogni svolta saprà di cima. Conformazioni pannose la precedono illudendoci di arrivare. La regola dell’ultima anticima anche qui non si smentisce. Alla nostra destra si apre un pendio placido ed abbacinante come un piccolo mare che si insinua tra due creste a semicerchio. È la Brouillard, ed oltre la sua merlatura si protende la vena profonda della Dora e il sole che mi sbatte in faccia ed allora capisco.
È proprio questo, allora, quell’arrivo vetta tanto sognato? Quante volte sono già passato di qua nella mia fantasia ingenua?
Potrei rivedere Renè Desmaison che inseguito dalla tempesta percorre questi ultimi metri. E devo sarà la truna in cui Casarotto ha trascorso la sua quindicesima notte solitaria? Vorrei commuovermi, condividere con i compagni.
Sono arrivato all’attrazione principale del parco giochi. Prima ancora che possa girarmi verso i soci mi devo fermare, stoppato da un’altra cordata davanti a me. Cosa succede? Perché siamo fermi? Saluti multilingue e strette di mano, furibondo roteare di macchine fotografiche su questa estemporanea “Croisette”. Cosa succede?
“Que est-ce qu’il y a?” chiedo scocciato all’energumeno griffato davanti a me.
“Cumbre!Cumbre!” mi ribatte l’iberico in un istante babelico.
Niente, semplicemente la cima. La cima del Bianco.

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Una cordata internazionale – foto S.D’Eredità

***

Epilogo

Qualche ora dopo, al Goûter, mi ritrovo nuovamente in una coda sudata e pregna di aliti pesanti per ordinare una tazza di tè che ovviamente pago ad un prezzo proporzionato alla quota e di gran lunga superiore ad un esclusivo caffè del centro. Ma tutto questo sembra non importarmi più. Oggi pago 4 euro la tazza di tè e mi siedo con Tiziano per guardarci e sospirare e dirci “ce l’abbiamo fatta, vedi?”
Ripenso a lui che tira come un treno sul Nero quel giorno che mi disse che bastavano due giorni e sorridiamo.
Fuori Gerôme succhia dall’ultimo succo di frutta della sua scorta e ci aspetta fiducioso. Gerôme è il ragazzino che ero io, che consumava la scatoletta di Simmenthal come unico pasto e contava le banconote rimaste, faticoso accumulo delle paghette di un anno.
Forse sono cambiato, o forse anche di questo non me ne importa più nulla. Abbiamo pagato ogni centesimo di questa salita, dal primo litro di benzina all’ultima tazza di tè. Non porto i miei rifiuti a valle, sono stanco, cotto, schiaccio la bottiglietta e mi limito a gettarla nella pattumiera più ricca delle Alpi.
Oltrepassata la temibile grondaia del canalone del Goûter ci congediamo da Gerôme. Deve affrettare il passo se vuole prendere l’ultimo trenino al Nid d’Aigle. Lo saluto come fosse un fratello più piccolo e un po’il me stesso di qualche tempo fa. E come se avesse lui realizzato il mio sogno ed io mi fossi semplicemente limitato a prenderne parte.

Prima di rientrare al Tête Rousse dove miriamo a conquistare d’anticipo un posto letto, incrociamo nuovamente il ragazzo con la pettorina gialla. Vorrei dirgli che abbiamo dormito per terra, pagato carissimo ogni metro di questa montagna e forse anche la cima e anche che ora andremo a prenderci un letto alla faccia della pettorina, della lista dei partecipanti e delle tasse di soggiorno.
Forse sarà così la montagna del futuro. Mucchi di rifiuti agli angoli di un ghiacciaio, dove pagheremo salatissimo un posto di terza categoria. Oppure aspirare a futuristici resort, dove condividere il nostro illuso status di uomini d’alpe con turisti d’alta quota. E non importandocene di nulla, ma proprio di nulla se non di noi stessi, delle nostre ferie, le nostre foto e la lista spuntata delle 100 cose da fare prima di morire.
Magari dovremo prenotare prima, rimanere in lista di attesa per mesi se non anni prima di ottenere il permesso di calpestare questo mucchio di sassi e di neve ed avere la nostra dose di wilderness. Chissà, forse ci imporranno di acquistare il materiale al megastore di fondovalle autorizzato. Quindi esigere la cima dopo aver passato un’accurata selezione basata sul reddito.
Forse è questa la montagna che ci meritiamo, la montagna del futuro o quel che ne rimarrà dopo aver massacrato la terra, violentato le valli, bucato le rocce.
E di questo dopo tutto, non ce ne importerà più nulla.

(Pubblicato su IN ALTO-2012)

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Un giorno all’Aiguille de Midi – foto S.D’Eredità
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