Il canale nascosto del Piccolo Mangart

di Saverio D’Eredità

È  innegabile che uno degli aspetti sociali più caratteristici dello scialpinsimo – almeno nella sua versione 2.0 – sia quello di vantare (per non dire ostentare) la scoperta dell’itinerario perfetto, possibilmente originale, con neve sempre e comunque di qualità eccezionale, ovviamente senza essere umano alcuno a parte i novelli esploratori. Il tutto sarebbe persino accettabile se ciò non fosse pervaso da una vaga supponenza per non dire un accenno di giudizio morale su quanti (al contrario) non fanno che ripercorrere banalmente e senza creatività i medesimi itinerari di sempre.

Ne è un esempio la “scoperta” alcuni anni fa di un itinerario sui boscosi e ripidi fianchi settentrionali della Cima del Lago, con tanto di vetta indipendente (il trascurabile Krivi Rob) scandalosamente ignorato dal popolo minuto (e manipolabile) ma meritoriamente riportato alla giusta notorietà grazie alla guida degli austriaci Ganitzer e co. alcuni anni fa.

Gli scialpinisti di lunga memoria mi ricordano come anche il Vallone di Chianevate pare sia stato letteralmente inventato dal nulla da un gitante che casualmente si era infilato in quel luogo (peraltro accessibile facilmente anche d’estate e quindi non esattamente ignoto) ricavandone positive sensazioni. La differenza la fece la rete: l’inserimento in database fu la miccia che innescò un clamoroso effetto emulazione. Il Vallone di Chianevate è oggi a tutti gli effetti una “classica moderna”.

Per quanto riguarda il Krivi Rob sarebbe giusto aggiungere due considerazioni: la prima è che potenzialmente tutti i monti sono sciabili in qualche maniera. La seconda che per assurgere alla qualifica di classica sarebbe utile che lo stesso itinerario diventasse fruibile un po’più frequentemente che non solo in inverni eccezionali. Tipo il 2014. Ecco quindi che la frequentazione del Viliki Rob è drasticamente calata nel 2015 e solo sporadicamente ripresa quest’anno. Forse perché quel bel bosco ripido di faggi e abeti inframmezzato di fasce rocciose diventa poco sciabile appena c’è un po’di magra? Eppure le vituperate classiche sono sempre là, benevolmente predisposte ad accogliere tanto il popolo bue quanto i temerari scopritori di nuove classiche…

Con questa logica avremmo voluto anche noi ostentare quella che potrebbe potenzialmente rivelarsi una nuova classica giuliana, pronta a sostituire la pur apprezzabilissima Huda Palica (sacrilegio!) sebbene lunghezza e linea non siano proprio comparabili. Ma ce ne sottrarremo solo per condividere una buona alternativa che ha dalla sua molti vantaggi. Vediamo quali.

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Al cospetto della Nord del Piccolo Mangart di Coritenza – foto S.D’Eredità

Partiti con intenzioni guerresche (la lista del ripido che per noi rimane tabù si allunga in maniera sproporzionata ai nostri miglioramenti) e scorse tutte le possibilità dall’alpinismo invernale, dal suicido consapevole fino alla banalissima classica, ci viene in mente di infilare il naso in un posto davvero particolare. Potremmo quasi dire un “non – posto” in quanto la sua conformazione impedisce di classificarlo: di sicuro è ascrivibile alla categoria “canali ripidi e incassati” con la differenza che non porta da nessuna parte ed è praticamente invisibile fin quando non ci si mette piede dentro. Affascinante no?

Anche questa gita in realtà risultava recensita dagli inesauribili austriaci, tuttavia confessiamo che a noi l’idea è venuta durante le lunghe giornate passate a vagare sulle pareti del Piccolo Mangart (ma è come si suol dire “un’altra storia”): di sosta in sosta per smorzare la tensione buttavamo un occhio a quell’orrida forra e man mano che ci alzavamo ne scoprivamo la lunghezza. Per darci coraggio e per pensare ad altro ne immaginammo la discesa con della bella polvere e quindi – per mantenere la promessa – eccoci finalmente qua in una uggiosa giornata di fine marzo quando tutti i piani sono andati a farsi benedire e qualunque velleità da grande gita è stata accantonata.

C’è da dire che nei giorni precedenti un certo viavai di amici in zona aveva confermato l’interesse della “gola senza nome”, ma forse per non toglierci il gusto della scoperta gli stessi non avevano aggiunto poi molto alle supposizioni.

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Dentro il canale – foto S.D’Eredità

Saliamo quindi per la strada dello Zacchi e ad un certo punto (come suggerito dalla nostra Guida di fiducia), tagliamo nel bosco diretti all’Alpe Vecchia. “Ad un certo punto” va preso alla lettera: fatevi guidare dall’istinto (possibilmente in prossimità dell’ultimo tornante) e vedrete che una mano amica vi guiderà attraverso i pregevoli boschi fino alla radura maestosa dell’Alpe Vecchia.

Qui chi ha dimestichezza con le lisce pareti del Piccolo Mangart avrà già capito: in ogni caso bisogna risalire tutto il bianco lenzuolo steso alla sua base e puntare nettamente a destra verso lo sbocco intuibile della gola che si insinua tra il Piccolo Mangart stesso (là dove sia Piussi che Floreanini hanno apposto la loro firma) e il peloso Sperone dei Camosci.

Quel che ne segue è da scoprire: la gola si insinua regolare per circa 400 metri dentro le viscere della montagna con pendenza regolare sui 40/45 gradi, impennandosi fino a 50° in corrispondenza di una strettoia per circa 50 metri. Il finale? Da scoprire. La gola si apre permettendo di toccare il profilo dello Sperone e a noi di scoprirne l’origine, un po’come la fiaba della Pentola d’Oro. Un gigantesco portale di roccia la chiude con una altissima volta al cui interno ci si sente un po’come uomini primitivi. Qui nemmeno la neve riesce ad depositarsi. Sediamo quindi sui nudi sassi mentre fuori una nube maligna scarica un po’di neve.

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La grande caverna – foto S.Salvador

Purtroppo le condizioni non erano ideali per una sciata tranquilla (almeno per un certo livello sciistico) in quanto la superficie irregolare che alterna neve morbida, dura, plasticosa è affare per sciatori di ottimo livello. Noi ci siamo accontentati di lasciare piantate le tavoli a circa 2/3 del canale, da dove ripartiamo con una sciata prima accorta ma mai troppo stressante, infine decisamente divertente e fluida nei pendii sotto la grande parete. Pendii che letteralmente sembrano fatti per essere sciati, sotto la vigile e a volte inquietante presenza del Piccolo Mangart.

Complici le nubi compatte l’atmosfera è densa di un fosco romanticismo: le pareti incupite sormontano i valloni sospesi della Sagherza e della Strugova, e tutti ci suggeriscono altre possibili gite di una zona forse conosciuta solo per la pregevole salita del Mangart. Certo, buona parte delle gite si concludono nel nulla, ma non nascondiamo che ogni tanto il puro piacere della sciata sorpassa l’intento alpinistico.

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L’imbocco del Canale e lo Sperone dei Camosci a destra – foto S.Salvador

Una volta finito il godibile pendio tocca – come nelle migliori tradizioni giuliane – un po di “ravanage” nei dossi dell’Alpe Vecchia. Anche qui in realtà con un po’di intuito ci si divincola bene e con irrisorie risalite, fattibili anche solo con gli sci a papera. Meglio non puntare troppo in direzione del rifugio ma, dal riconoscibile“Masso Lomasti”, tracciare una linea diretta verso il bosco, risalendo qualche dosso ed infine cercando l’incrocio con la strada.

Il canale (tuttora senza nome proprio) presenta alcuni vantaggi: innanzitutto nonostante l’aspetto tetro è tutt’altro che un posto rischioso in quanto sembra che dall’alto scarichi poco (essendo coperto da una “tettoia”) e l’unico problema potrebbe derivare dalle inclinate placche dello sperone a destra. Comparando con altri canali simili (come in Spragna) ci è sembrato più sicuro (relativamente) e meno esposto al lavoro del vento e del sole. Di conseguenza la neve dentro il canale dovrebbe conservarsi quasi sempre molto buona se non polverosa in inverno anche perché l’esposizione è tecnicamente est/nord est , ma di fatto il sole non entra per molti mesi all’anno.

Unico difetto è quello di non condurre in alcun luogo: né vetta né forcella. Ma forse in ottica moderna possiamo liberarci dal giogo dell’obiettivo…

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Alla scoperta del Canale senza nome del Mangart – foto S.D’Eredità

Dati tecnici

Canalone del Piccolo Mangart quota 2100

Dislivello: 1200 metri

Difficoltà: OSA/S4 – 35°/40° con tratti a 45°-50°

Materiale: piccozza e ramponi

Periodo consigliabile: probabilmente anche in pieno inverno con condizioni di relativa sicurezza comunque fattibile per molti mesi grazie alla favorevole esposizione.

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