VERSO UNA REALTA’ SEPARATA

“Se le porte della percezione fossero sgombrate,
ogni cosa apparirebbe com’è: infinita.”
(William Blake)

di Nicola Narduzzi

Una gran pace avvolge ogni cosa attorno a noi. In silenzio ci addentriamo nel vallone di Winkel. Il passo è lento e camminiamo tendendoci a una decina di metri di distanza, ognuno alla ricerca di risposte a domande che non osa porre ad alta voce. I raggi del sole riscaldano in modo insolito una
tersa giornata di autunno, mentre i larici si infiammano in un ultimo attimo di bellezza prima del gelo e dell’ombra invernale. Tra le chiome dorate lo sguardo corre a cercare la Winkel, quella parete che da sempre guardiamo dal basso con timore, da sempre con le stesse incertezze e le stesse domande. C’è silenzio qui. Solo il rumore dei sassi smossi dal nostro passaggio lo rompe per un istante, nessuna parola a colmare il vuoto fra di noi e la parete. Troppe parole sono state spese, troppi progetti incompiuti, troppe giornate sprecate per lei. Oggi lasciamo che sia il silenzio ad accompagnarci. Lentamente arriviamo alla base della parete, lì dove già tante volte eravamo passati con mete diverse osservando però sempre una sola linea, quel tracciato che è al contempo simbolo di un’epoca e manifesto dell’arrampicata di uno dei più grandi talenti dell’alpinismo solitario: Ernesto Lomasti.

Ci sono momenti, nella vita, in cui si capisce davvero cosa vuol dire talento. C’è un che di dispregiativo in questa parola, ormai abusata riferendosi a persone particolarmente dotate nella loro disciplina, da riuscire a raggiungere buoni risultati quasi senza sforzi. Eppure talento non è solo questo. Non c’è talento nell’essere solamente ”forti”, che tu lo sia impegnandoti o che tu abbia una capacità innata. Il talento non conosce mezze misure, non è proprio di chi si accontenta. Per avere talento bisogna essere talmente padroni della propria arte da poterla dominare in qualunque situazione, con superiorità e consapevolezza. Questo, per l’arrampicata solitaria, era Ernesto Lomasti. Grazie a lui, più che ad ogni altro, sono diventato un alpinista.

Tutto ha avuto inizio con una storia d’amore. Non certo una storia convenzionale, ma d’altronde non c’è niente di ordinario nell’amore che un alpinista prova verso una parete. Era l’inverno del 2006 e, sul numero invernale delle “Alpi Venete”, il fortissimo alpinista Roberto Mazzilis firmò un pezzo intitolato “In cordata con Ernesto Lomasti”. Leggendolo scoprii di come un ragazzo neanche ventenne avesse sconvolto il mondo alpinistico. Dal ruvido calcare del Cavallo alla liscia lavagna del Coritenza, passando per i silenzi delle Giulie, conobbi così il percorso di Ernesto. Per me, all’epoca diciassettenne fresco di corso roccia, le pareti o i gradi delle vie citate non significavano granché, visto la mia pressoché inesistente conoscenza delle montagne di casa. Ciò che più mi colpì fu una foto, e oltretutto neanche una foto che ritraeva il protagonista dell’articolo in una qualche arrampicata. In questa immagine Ernesto era in piedi davanti alla ringhiera di un piccolo ponte, le braccia conserte a mostrare degli avambracci da vero arrampicatore, vestito in jeans e camicia come se fosse appena arrivato da una passeggiata in centro alla sua Pontebba. Alle sue spalle una parete appena accennata nello scatto in bianco e nero. Recitava l’intestazione: “Ernesto, dopo la prima salita solitaria al famoso Diedro Cozzolino sul Piccolo Mangart di Coritenza.”

Da arrampicatore dell’ultim’ora mi sembrò la cosa più pazzesca che avessi mai visto e appena cercai maggiori informazioni restai fulminato dalla parete e dalla sua via più evidente: il Diedro. Fino a quel giorno le mie uscite su roccia in montagna si potevano contare sulle dita della mano. Ancora mi intestardivo nelle prime entusiaste uscite nelle falesie vicino casa, alternando l’ostico calcare di Anduins alle altrettanto ostiche placche di Gemona. Grazie ad una letale combinazione di mancanza di coordinazione, scarsa forza fisica e paura dell’altezza sembrava che la gravità si accanisse particolarmente contro i miei tentativi di imparare ad arrampicare se non con grazia, almeno in modo decente. Le soddisfazioni erano poche e assolutamente non commisurate allo sforzo compiuto, tanto da farmi dubitare di poter essere in grado di combinare qualcosa “di bello” tra i monti. Che poi, anche se alla fine fossi stato in grado, cosa avrei voluto fare “di bello”? Quel giorno, dopo aver visto quella foto, capii cosa avrei voluto. Nonostante l’evidenza dei fatti suggerisse il contrario, quel giorno decisi di voler diventare un alpinista. Volevo scalare il Diedro Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza.

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Ernesto Lomasti dopo la prima solitaria del Diedro Cozzolino

Sono trascorsi nove anni da quell’inverno prima di poter sbucare infine sulla cresta di confine attraverso il più grandioso diedro delle Alpi. Finalmente pensai di aver realizzato quel qualcosa “di bello” che mi si era profilato di fronte in quel lontano inverno. Eppure, nel momento del coronamento di quello che era stato il mio sogno più grande, mi ero reso conto che proprio per raggiungere quell’obiettivo ero andato ancora oltre. Avevo imparato a conoscere il territorio alpino, le pareti, le diverse rocce. Avevo compreso quali erano le mie debolezze, e quali invece i miei punti di forza. Avevo studiato la storia dell’alpinismo, scoprendo come forse è vero che l’animo umano non ha confini. Ero giunto infine ad amare quella realtà separata che solo le grandi pareti sanno offrire, e tutto questo lo dovevo ad una persona: Ernesto.

Nel lungo cammino verso il Diedro Cozzolino, e poi ancora oltre cercando di riempire il vuoto generato da quella salita, più volte avevo incrociato la sua traccia. Poche settimane dopo il diedro mi ero fatto strada nella nebbia lungo quel difetto infinitesimale, quella incrinatura nella porcellana che è il diedro della Via Lomasti-Ceccon. E ancora nel vallone di Winkel alla fine dell’estate avevo girovagato senza corda sulla prima traccia che lasciò sulle sue pareti di casa.

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La Baita Winkel e l’omonimo vallone. Sullo sfondo, a destra la piccola Torre Winkel

É stata una grande stagione, ricca di giornate memorabili come di grandi batoste, con la consapevolezza però che tutto alimenta il pozzo dell’esperienza. Nonostante ciò un sentimento di incompletezza accompagnava il calare del sole sulla linea dell’orizzonte, il cambiamento di colore delle chiome degli alberi, la prima neve. Quasi mancasse il punto conclusivo nella frase di questa stagione ormai finita. Poi c’era la Winkel con il suo spigolo sud, sintesi di quei tre fattori che, per un alpinista “moderno” molto legato alla tradizione “classica” come me, rendono una linea perfetta: l’eleganza dell’arrampicata, la logicità ed estetica del tracciato e la storia. Volevo quindi che i suoi 150 metri di calcare fossero il
punto finale degno di una stagione memorabile.

Ci siamo ritrovati così, io e Saverio, alla base della parete. Proprio perché il senso di incompiuto è condiviso e per cercare di spezzare, insieme, quella strana aura negativa che circonda la nostra cordata. In fondo non poteva essere solo un caso se proprio nell’estate più calda degli ultimi decenni per ben tre volte eravamo stati respinti dal maltempo e dal bagnato, sempre e solo insieme.

Oggi invece un tiepido sole ci riscalda, mentre dopo essere sopravvissuti a quel mix letale di erba, detriti e roccia che è lo zoccolo accarezziamo finalmente il calcare di Winkel. È sempre un piacere arrampicare in questa estrema propaggine di Carniche, che poi Carniche non sono se non per il
nome. Il calcare è compatto, ruvido, massiccio, lontano anni luce dal temibile lisciume e dalle fragili scagliette dell’altro estremo di Carniche, il Peralba. Spalmarsi su queste placche baciate dal sole è pura gioia, anche se fin dal primo tiro ci si ricorda che se qualcosa si stacca, di certo sarà enorme. Raggiungo Saverio sulla terrazza alla base della famosa fessura ad arco. Lo vedo pensieroso, con aria dubbiosa guarda verso l’alto, provando a scoprire il mistero celato da questa fenditura. Alla fine decide che preferisce lasciare a me il compito di svelarlo, con mio grande sollievo. Se avesse voluto l’avrei lasciato a condurre, eppure troppo a lungo ho pensato a questa fessura per non poter provarla da primo. Consapevole della storia che la accompagna provo ad arrampicare con un minimo di eleganza. Ben presto però cedo alla tecnica di progressione che mi è più congeniale: rinuncio ad ogni velleità tecnica, e con i piedi alzati il più possibile ed il braccio bloccato basso salgo veloce prima di esaurire le forze. Mi par di vederlo l’Ernesto, seduto comodamente sul terrazzo sottostante a guardare lo sgraziato spettacolo scuotendo sommessamente
il capo.

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La fessura strapiombante

Nonostante la scarsa eleganza che da sempre mi accompagna, una gran carica mi pervade e veloce seguo poi Saverio nel sinuoso percorso verso il monolite terminale. Ora che la fessura è dietro di noi voglio sporgermi oltre lo spigolo. Voglio vedere il vuoto da voltastomaco. Voglio avere un’ennesima conferma di quanto visionario fosse Ernesto. Protesa verso il vallone di Winkel, la linea dello spigolo in fondo non è altro che il confine verso un altro stato di separazione. Una volta superato questo limite mi sento incredibilmente solo, quasi sospeso su una parete che sembra scomparire pochi metri sotto i miei piedi. I chiodi sono sufficienti ma comunque pochi, altro per integrare non c’è. Nello spazio tra un chiodo e l’altro mi sento ormai in balia di me stesso, niente e nessuno può aiutarmi. Sono legato ma solo, semplicemente solo. Saverio non mi vede, può solo assecondare il mio movimento con la corda e aspettare. Ho varcato la soglia di questa realtà separata e il mondo attorno a me è scomparso, ristretto a quei pochi metri di roccia giallastra e rugosa che mi circonda.

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Traverso verso lo spigolo

La sosta, sospesa nel vuoto di quella parete che fu la vera visione di Ernesto, consente un attimo di respiro. Saverio mi raggiunge e insieme condividiamo il nostro stato di separazione. La cima è a venti metri di distanza, eppure è come se un oceano ci separasse dal suo confortante mondo orizzontale. Tre volte parto dalla sosta e torno indietro. Non mi fido, vorrei un chiodo che non c’è e che non si riesce a piantare. Alla fine mi faccio coraggio e riprovo la sequenza, ormai imparata, fino al chiodo successivo. Pausa. La testa deve riposare, è difficile da sostenere questa realtà separata per chi non è visionario come Ernesto. Durante gli infiniti istanti fino al chiodo successivo, che balla caricato dal mio peso, e poi ancora fino a quello dopo, ritorno a sentirmi solo. 20 metri sono bastati per prosciugarmi, non tanto fisicamente quanto mentalmente. Mentre percorro gli ultimi, instabili metri appena prima del ritorno alla realtà, appeso a blocchi rotti che paiono molto vicini a raggiungere i ghiaioni sottostanti, maledico la Winkel e Ernesto. Maledico me stesso perché mi
vado a cacciare sempre in queste situazioni. Trattenendo in fiato mi innalzo più delicatamente possibile, fino a ribaltarmi con un grido di liberazione sulla piatta cima della Torre. Con calma mi siedo su un masso, ansimando. Mentre recupero Saverio mi convinco di averne avuto abbastanza, diessere stufo della roccia, della paura e del vuoto. Ho trovato una degna conclusione.

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La Torre Winkel: la via Lomasti sale l’evidente fessura al centro della parete per poi spostarsi in traverso verso lo spigolo che supera sul lato destro.

Lungo la discesa lentamente il mondo attorno a me sembra ricomparire, mi rendo conto di dove mi trovo. Assimilo il calore dei raggi del sole ormai basso sull’orizzonte, il freddo che sale dal vallone sprofondato nell’ombra, i larici infiammati nella loro veste autunnale. Nonostante tutto mi rendo conto che non ne avrò mai abbastanza di tutto questo. Nonostante tutto dovrò tornare a cercare una realtà separata. In fondo solo attraverso la fatica, paura e solitudine, che sempre accompagnano le salite migliori, potrò gioire ancora una volta della bellezza e sentirmi felice e semplicemente, radicalmente libero. Forte di questa prospettiva e della strada indicata dai visionari che mi hanno preceduto, già comincio il viaggio verso una nuova estate, mentre l’ombra invernale avvolge i resti di una grande stagione ormai conclusa.

POSTFAZIONE 

di Saverio D’Eredità

Arrampicare nel vallone del Winkel – un po’di storia

Il circo di pareti che chiude con un semiarco da sud a ovest la conca dove sorge la Baita Winkel conserva tra le pieghe dei suoi calcari alcune tra le vie di arrampicata più belle ed interessanti delle montagne friulane. Per lungo tempo ai margini dell’esplorazione alpinistica, vuoi per la posizione appartata, vuoi per la scarsa importanza orografica delle vette principali (per cosi dire “minori” rispetto a massicci più complessi ed articolati delle Carniche quali il Peralba, Coglians-Chianevate o Sernio-Grauzaria oggetto delle attenzioni alpinistiche già nei primi anni del Novecento) queste pareti hanno man mano acquisito una loro fisionomia agli occhi degli alpinisti solo a partire dagli anni settanta, ovvero quando un giovane (ed allora ancora minorenne) ragazzo di Pontebba cominciò prima con un gruppo di amici poi anche da solo ad aprire i primi itinerari. Quel ragazzo si chiamava Ernesto Lomasti. Un nome oramai scolpito nella leggenda dell’alpinismo friulano e non solo che nella sua breve ma folgorante carriera e nell’arco di pochissime stagioni tracciò alcuni degli itinerari più ambiti e temerari (anche considerando lo stile e i materiali usati) non solo della zona, ma forse dell’intero arco alpino tanto da far affermare a Piussi che Lomasti, probabilmente, è stato il più grande alpinista friulano di tutti i tempi. Lungi dal fare una disamina storica del personaggio (peraltro magistralmente raccontato dal compianto Luca Beltrame nel suo oramai classico “Non si torna indietro”), va sottolineato come il nome di Lomasti sia intimamente legato a questi luoghi che furono inizialmente la sua “palestra”, ma che egli frequentò assiduamente anche nella sua breve stagione di “maturità” alpinistica quando già percorreva (spesso slegato) le severe pareti delle Giulie.

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In arrampicata sul tiro chiave della “via dei Finanzieri” alla Creta di Pricot

Il segno di Lomasti è indelebile su queste pareti, non solo per gli itinerari tracciati (ancora oggi ambiti e difficili), ma anche per l’aura di leggenda che essi racchiudono. Ne è un esempio la salita dello spigolo sud della Torre Winkel, piccolo ed ardito campanile sulle cui pareti lisce e strapiombanti Lomasti diede un saggio di audacia ed estrema evoluzione tecnica, spingendo molto avanti le possibilità di salita con gli strumenti dell’alpinismo classico (e per di più in scarponi!). Non sarebbe errato dire che Lomasti fu pari a Messner se non per le difficoltà superate almeno per lo stile e la ferrea etica alpinistica che il ragazzo di Pontebba impose alle sue cordate e prima ancora a se stesso, con la differenza forse del “palco” in cui Lomasti recitava. La Creta di Pricot non è certo il Sass de la Crusc ma le difficoltà superate da Lomasti all’epoca e confermate dalla “visionaria” salita della Nord del Piccolo Mangart sono una prova del livello raggiunto da un ragazzo all’epoca perfettamente sconosciuto e ai margini della platea alpinistica.

Ernesto apre numerose vie in questo vallone, tra le quali per bellezza spicca la “via dei Finanzieri”, che egli ripetette anche da solo, che si snoda con grande fiuto in mezzo ad una parete all’apparenza uniforme, priva di grandi punti di riferimento, ma che svela man mano salendo la sua logica ed intrinseca bellezza. Altrettanto importante, anche se meno bella nel complesso è la via aperta con Ceccon sulla N/E del Cavallo il cui passo chiave – un’esile fessura diedro di grande continuità e tecnica – è già un esempio delle capacità di Ernesto come “liberista”.

Tuttavia è proprio la Winkel che lega il nome di Lomasti a questo piccolo angolo (come da origine tedesca del nome ) in maniera indissolubile. Un condensato di storia alpinistica, un esempio della visionaria grandezza di Lomasti: linea elegante, arrampicata esposta e completamente in libera…il tutto in solo 150 mt di solidissimo calcare.
Curioso come questa piccola ma grintosa Torre abbia segnato più di altre la storia alpinistica locale. Il primo tentativo di Lomasti e Piussi è condizionato da un temporale che li costringe a trovare un’uscita meno elegante, ma più facile attraverso un provvidenziale “foro” nella cresta. Ma Lomasti, più di tutto, era un ragazzo determinato fino all’esasperazione. Non contento quindi ritorna e, abbandonato il sistema di fessure in centro parete traversa nettamente a destra verso lo spigolo. Uno spostamento apparentemente illogico, ma che ha senso nella concezione d Ernesto che già allora anticipa (o interpreta, pur essendone probabilmente all’oscuro) le tendenza dell’arrampicata moderna.

Lomasti “inventa” perciò l’uscita diretta doppiando lo spigolo con un tiro spettacolare per esposizione e continuità dei passaggi. Una via che si riassume in quel tiro che a sua volta riassume molto non solo della capacità e forza di Lomasti, ma anche della sua mentalità spinta alla ricerca sia della linea puro che di un puro arrampicare. In quegli ultimi 40 metri i chiodi che oggi troviamo sono probabilmente gli stessi che Ernesto fu capace di piantare, appena 6 in totale con passaggi che sebbene all’epoca fossero stati valutati “appena” VI in realtà lo superano, come conferma lo stesso Mazzilis. Soprattutto la compattezza della roccia e la scarsa possibiltà di ulteriori assicurazioni dimostra come egli si muovesse totalmente nell’ottica della libera, con la differenza che ai piedi portava ancora dei pesanti scarponi…
La salita destò un certo scalpore e qualche dubbio. Tuttavia ci pensò lo stesso Lomasti a fugarli compiendo una eccezionale solitaria della via nel marzo del 1978. Qualcosa di veramente notevole considerando il fatto che egli compie gran parte della salita non autoassicurato…

Negli ultimi anni questa piccola Torre è tornata a far discutere per la spittatura poco sensata (e di cattivo gusto) di cui è stata oggetto cui è seguito un corretto ripristino. Rimane, a tutt’oggi, una delle scalate più belle ed impegnative delle Carniche.

Tornando alle pareti del Winkel, terminata la breve parabola di Lomasti, queste sono state ancora accarezzate e amate dalle mani degli alpinisti, soprattutto locali, sia italiani che austriaci.

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La parete nord est del Cavallo di Pontebba

 

Sulla est del Cavallo, infatti, si trova una delle vie forse più belle di tutte le Carniche, ormai divenuta classica per l’eleganza e varietà dell’arrampicata ovvero “Gocce di Tempo”. Il fascino poetico del nome si ritrova in questa piccola perla, scolpita dall’acqua soprattutto nel caratteristico tiro del traverso “delle gocce”. L’autore è Mario Di Gallo, altro nome di assoluto rilievo nell’alpinismo friulano, apritore anche di altri itinerari meno noti ma ugualmente belli nonché compilatore dei due volumi della guida CAI-TCI “Alpi Carniche” 1 e 2. Conoscitore profondo e attento dei luoghi Di Gallo ha continuato l’opera di scoperta degli angoli più appartati di queste montagne rivelando ancora molte possibilità di apertura su roccia molto sana, alternando salite in stile classico a scelte moderne soprattutto sulla piccola Torre Clampil gemella rocciosa della Torre Winkel sulla quale sono state tracciate diversi itinerari a spit oggi molto apprezzati per la qualità della roccia.

Val la pena sottolineare quest’aspetto forse anche a sfatare la cattiva fama (oramai fortunatamente smentita) che aleggiava sulle montagne carniche rispetto alla qualità della roccia. Il calcare che infatti costituisce le pareti del Winkel è generalmente molto buono se non ottimo, spesso molto fessurato e lavorato il che permette anche buone possibilità di protezione. Solo in alcuni casi le parti alte delle vie, laddove la verticalità si abbatte, presentano zone di roccia più friabile che richiedono quindi attenzione. Si tratta tuttavia di poche sezioni e peraltro al termine delle maggiori difficoltà. Data la bassa quota e l’orientamento che sebbene generalmente settentrionale favorisce l’ingresso del sole per molte ore al giorno, le parti basse e le zone appoggiate sono spesso colonizzate da erbe, unico elemento che qua e là rende fastidiosa l’arrampicata. Nel complesso le vie si svolgono tutte su roccia ottima e compatta, spesso solcate da fessure regolari o lavorate in superficie da fenomeni di stillicidio.

Pur essendo le pareti prevalentemente orientate a settentrione, la particolare conformazione della conca che si apre verso est contribuisce a creare un microclima spesso favorevole alle scalate anche in autunno. In piena estate, invece, proprio per questo la zona può risultare anche piuttosto calda. L’avvicinamento contenuto e la comodità delle vie di discesa (che sfruttano i percorsi attrezzati delle vie Schiavi e Contin rispettivamente alla Creta di Pricot e Cavallo di Pontebba) sono senza dubbio un punto a favore per chi cerca itinerari in luoghi appartati e solitari senza per questo sobbarcarsi lunghi avvicinamenti o logistiche complesse. La maggior parte delle vie termina infatti sull’arcadico altipiano sommitale del Cavallo, brulla prateria d’alta quota che quasi rimanda idealmente agli altipiani immaginati da Motti e dalla filosofia del Nuovo Mattino. Tutti ingredienti, dunque, che permettono allo scalatore di apprezzare la bellezza dei piccoli dettagli e di vivere delle belle giornate di arrampicata in piena armonia con l’ambiente circostante.

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