Beyond Good and Evil

di Emanuele Andreozzi

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foto www.millet-mountain.com

Beyond Good and Evil è la famosissima via aperta dallo statunitense Marc Twight e dell’inglese Andy Parkin nell’aprile del 1992, sulla parete nord dell’Aiguille de Pèlerins, rimanendo sulla montagna 45 ore. Il fantastico diedro su cui si sviluppa la via è ben visibile da Chamonix, difatti erano in tanti ad aver adocchiato questa linea, così per soffiarla ai “locals”, i due andarono ad aprirla in condizioni non ottimali e con la funivia chiusa. Nel diedro trovarono un’esile rigagnolo di ghiaccio, sufficiente a malapena ad intasare la fessura. L’arrampicata fu difficile e di grande impegno, furono piantati tanti chiodi e superati alcuni tratti in artificiale fino all’A3, il ghiaccio non fu mai sufficientemente spesso per poter piazzare una vite. Bivaccarono e completarono la via il giorno seguente affrontando difficoltà ancora maggiori fino in cima, Andy al tredicesimo tiro volò direttamente sulla sosta. Marc Twight fiero della realizzazione, dichiarò che solo i migliori arrampicatori del mondo potevano essere in grado di ripeterla. Nelle sua relazione disegna un ironico AH AH su una traversata, mentre un teschio con le ossa incrociate indica un passaggio “delicato” su dei blocchi verso la parte terminale. La via acquisisce così un’aura di miticità, il che sicuramente rode ancora di più ai locals, che per attendere le condizioni migliori, sono rimasti con un pugno di mosche in mano.

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Rimmel

di Saverio D’Eredità

Lei ha un volto segnato dalla bellezza, una malinconia di pietra e due occhi che sanno guardarti attraverso.
Sfinge, la chiamano. Ma non è che sia cattiva, lei. Non spaventa e non mangia gli uomini, le sue domande non sono tranelli.
Sono gli uomini che un bel giorno si sono accorti di lei, e hanno cominciato a corteggiarla, prima timidamente, poi sempre più sfacciati. E per ingraziarsela hanno disegnato linee sui suoi fianchi larghi, sfiorato il suo viso, cingendone il collo.

Sfinge, la chiamano, forse per quell’aria triste e severa o per lo sguardo sempre perso in un indefinito orizzonte. Sotto il suo occhio una riga di rimmel sbiadito, a sottolineare la malinconia di una ragazza che troppo tardi scopre di essere donna. E che una vita intera le è passata davanti.                               Dev’essere stato forse in quel giorno in cui hanno separato le montagne e aperto le valli, e ammassato sassi a casaccio, dando nomi, dividendo in gruppi, spartendo il territorio. In quel fuggi fuggi generale lei è rimasta lì senza sapere dove andare ed è finita che l’hanno lasciata sola, con un padre troppo severo e una madre possessiva che la tiene incatenata tramite un guinzaglio di creste turrite. Continua a leggere

Nel giardino della Sfinge

di Saverio D’Eredità

Prologo

Lo zapping dopo mezzanotte può sempre rivelare delle piacevoli sorprese di fine giornata. Me lo concedo ogni tanto, a cercare uno spunto prima di rassegnarmi al sonno, magari un quesito insoluto con il quale rimuginare nella fase di dormiveglia. Bisognerebbe sempre andare a dormire con un dubbio, qualcosa di incompleto, per dare senso alla giornata.

Poco prima di arrendermi definitivamente al vuoto del palinsesto mi imbatto in documentario su Lou Reed. Interessante, penso. Le cose interessanti le piazzano sempre in sesta serata. Come se la gente non fosse in grado di capire certe cose. L’imbarbarimento comincia senz’altro dall’alto.

Lou Reed è sempre stato un maestro oscuro e silenzioso. Ne possiedo una discreta discografia e puntualmente negli anni ha accompagnato lunghi tragitti in auto come certi momenti di transizione. Non è musica da hit, questo si sa. Non ha il passo epico di gruppi coevi e forse proprio per questo affascina. È un bardo umile ed introverso, uno che ti dice le cose non per farti piacere, ma perché così le vede lui. Uno capace di mettere nello stesso album la acida “European Son” con la ninna nanna di Sunday Morning (la canzone di ogni domenica mattina dopo una sbronza), e album come Metal Machine e Berlin. Continua a leggere