In Giulie, per antiche vie

di Saverio D’Eredità

L’estate del 2013 fu quella in cui mezza Val Raccolana andò a fuoco. Per 40 giorni e 40 notti bruciarono incessantemente i suoi fianchi scoscesi, i boschi di pino abbarbicati, i pascoli estremi e le rocce precipiti. Il fuoco divorava senza posa ogni angolo di quella valle, mangiandosi ettari su ettari, lambendo qua e là le case, scomparendo per poi riapparire altrove, o più in alto. Ogni tanto la puzza di bruciato sconfinava alle pianure; la potevi sentire persino a Udine, in quelle sere estive in cui le brezze di monte portano frescura ai palazzi infuocati. Ma in quei giorni erano nuvole di cenere, inquietanti come certe brutte notizie che arrivano a turbare le ore di ozio, le passeggiate serali e i pensieri delle vacanze. Sentivi quell’odore acre, penetrante, selvaggio e al tempo stesso moribondo, che occupava senza vergogna le strade fuori dal centro, tra le villette e i parchi, spodestando con la violenza di un invasore teneri sentori di glicine pendenti da giardini. Altre volte vedevi la nube grigia spargersi piatta ed inquietante, a mezz’aria tra i costoni delle montagne, dilagare lenta come un fiume di morte sopra le valli. Le montagne dimenticate ci facevano ricordare così, la loro assenza.
Non finiva mai, quell’incendio. Se si cercava di spegnerlo da una parte, riappariva dall’altra. Ora a valle, ora a monte, ora ripreso in qualche canalone che manco sapevi che ci fosse. Non era il fuoco, a non farsi domare. Erano le montagne stesse. Quei versanti scoscesi, riottosi ad ogni presenza umana, sembravano respingere ogni genere di cura ed intervento. Solitari e arcigni anche in quella singolare apocalisse.
Ma con i boschi e i prati, e i pascoli ormai dimenticati, non potevamo sospettare si stesse polverizzando anche una storia antica. Per decenni questi fianchi scortesi, poco inclini ad accogliere alpinisti e camminatori, resistevano in una solitudine tanto estrema quanto paradossale. Perché ci sono giorni che, a seconda del vento, dalla vetta del Cimone potresti sentire il rumore dei camion che passano sui viadotti come un sottofondo costante. Mentre certe cime rimangono talmente disertate da non essere più che quote su una mappa…

Quell’estate tutto il versante meridionale del Cimone era quindi andato letteralmente in fumo, come se un gigante fosse stato messo a rosolare sopra un calderone. Il fumo stagnava nella stretta vallata rendendola quasi invivibile, mentre i grandi prati del crestone sommitale boccheggiavano. Non pioveva mai, quell’estate. E si sperava che arrivasse, la pioggia, a porre rimedio al disastro da essa stessa provocato quando un fulmine – così si diceva – aveva colpito un albero, dando via al grande incendio.
Non hanno mai avuto fortuna, del resto, le cime e i valloni che si radunano attorno al Cimone. Con quei nomi ostinatamente primigeni, quei canaloni invisibili ed ostili, i verdi ripidissimi, i larici sospesi sopra gli abissi: non una di quelle cime ha mai davvero richiamato l’interesse degli alpinisti. Troppa poca gloria, per così tanta fatica. Troppa natura orgogliosa, sovrastante, per poter dare anche solo un suggerimento, un facile accesso o una chiave di lettura. Quando passi per Piani o per Saletto il Cimone non ti invita. Letteralmente ti schiaccia. Tutta quella mole enorme, abbacinante per il chiarore del calcare compatto e levigato che la struttura, pare quasi venirti addosso. Passi veloce con l’auto, come a sfuggire da una morsa. Non c’è punto dove soffermarsi a guardare, concedersi una sosta. Quel panorama è solo uno sforzo cervicale non ripagato da alcuna vista di conforto. Tutto è inerpicato. Tutto è salita. Tutto è pena.

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Versante sud del Cimone – foto S.D’Eredità

Sfogliando le vecchie guide si ha come la sensazione che su queste vette immemori abbia vissuto una qualche misteriosa civiltà oggi scomparsa. Una specie di Atlantide, inabissata chissà dove in quei pozzi senza fondo. Di nuovo tornano quei nomi ora aspri, ora magici. La Semide dai Agnei. L’abisso dello Sfonderat. La Forca del Fossal. Accanto, corsivi di nomi provenienti da decenni passati, quando già questi luoghi erano disertati. Alpinisti che parevano più missionari in terre incognite, che non scalatori di strapiombi. Dougan, Desimon, Botteri, Ogrin, Knapp…nomi che si perdono nel tempo, la cui traccia è ormai svanita. Di quella che doveva esser stata una grande epopea rimanevano solo indizi. Giusto una via di Comici, avvolta nel silenzio, luccica ancora sulla parete ovest del Cimone, desiderata ed inviolabile come un frutto proibito. Tra loro e noi, buchi trentennali, orme cancellate come piste di nomadi nel deserto.
Mi affascinava leggere i dettagli di forcelle o vette minori che – chissà, un giorno – avrei avuto il coraggio di esplorare. “Si potrebbe un giorno…” – quante volte ce lo siamo detti, per poi rimandare, guardare altrove?
Stamattina il fuoco dell’alba avvampa alle nostre spalle, dietro le lunghe e regolari creste del Canin, rischiarando appena il cammino davanti a noi. Quell’alba che ci lasciamo alle spalle pare quasi il tempo presente, mentre ci inoltriamo lungo la traccia della Via Alta andando a ritroso nel tempo passato. Prelude a questo viaggio l’attraversamento di coste smangiate dal fuoco, i resti di larici inceneriti, la terra smossa, violentata dalle fiamme e ancora agonizzante. Quando si tratta di abbandonare definitivamente il sentiero per inoltrarci tra i ripidi pendii del Cimone, capiamo da subito che non servirà cercare bensì reinventare.

***

Non è facile capire dove finisca un prato ripido ed inizi la parete vera e propria. Tutta la sud del Cimone, se vista da lontano, ovvero dagli altipiani più occidentali del Canin, appare come una pala irta, raggiunta fino al massimo possibile consentito dalla gravità e dal terreno da pini avventurosi aggrappati a ripidissimi pendii erbosi, inframmezzati da balze rocciose. Oltre la linea pioniera degli alberi si drizzano prati dalla pendenza talvolta incalcolabile, che se non fosse per il colore scambieresti per pareti vere e proprie pareti solo un po’appoggiate. La stratificazione regolare delle bancate calcaree lascia spazio a cenge tappezzate di erba che non danno conforto, inclinate come sono sul vuoto. Più in alto cadono a piombo lastronate intere, qua e là stratificate, raramente incise da fessure. E’ un corpo grande e complesso, la parete sud del Cimone, monolitico all’apparenza eppure segmentato in un dedalo di colatoi, pieghe, depressioni, pilastri improvvisi. La reale percezione non la si può aver se non addentrandovisi.

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la porta d’accesso: il “Malpasso” – foto S.D’Eredità

La porta d’accesso a questo mondo dimenticato era una volta un’esile traccia, che tagliando in traverso i prati sospesi permetteva di approcciare la base delle pareti. Anche se in realtà l’arrampicata talvolta inizia già sull’erba. Perché di traccia di cacciatori, del resto si trattava, non di alpinisti. Tracce che attraversano più che salire, conducendo a luoghi volutamente invisibili. Tracce che seguono la vita del camoscio, non dell’uomo e che quindi ignorano gli accessi più logici alle pareti. Ti trovi, per quei passaggi, a confermare una tua manifesta incapacità, sentirti estraneo a questo universo in pendenza che pare  voglia sempre scrollartisi di dosso.

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Canalone delle Doline – Cimone – foto S.D’Eredità

Le vedevi, quelle tracce, spingersi in luoghi raccapriccianti ed illogici, sospesi su prati sporti nel vuoto. Sempre alla rincorsa della bestia in una lotta muta e senza vincitori. Una storia remota, come remoti sono i passi che intraprendiamo attraverso le pieghe del Cimone. Quando i primi alpinisti arrivarono qui, quasi cento anni fa, quei passi erano già in procinto di svanire. Le storie di cacciatori e bracconieri di quella valle – valle di fatica, di pascoli strappati a forza dalle pendici, dove il sole scompare per quasi 6 mesi all’anno – facevano già parte di leggende tramandate a bassa voce nella notte. Eppure incutevano rispetto, quei cammini sospesi, introvabili quasi con l’occhio dell’alpinista. Perché hanno viste diverse, il cacciatore e l’alpinista.
Di quel percorso, oggi, rimane ben poco. Il grande incendio ha letteralmente rivoltato la terra, cancellando gli insidiosi “verdi” che difendevano i rifugi dei camosci e mettendo a nudo un ghiaione instabile e claudicante. I segni di quell’antica civiltà sono svaniti per sempre. Qua e là ci sembra di ritrovarli, ma sono più illusioni che altro. Una zolla appena un po’appiattita, due pietre ravvicinate in maniera innaturale. Indizi? Passavano di qui i cacciatori di Raccolana? Guardando la traccia mirare verso il canalone delle Doline  o inerpicarsi senza timore sui i prati del Mucul di Vallisetta sfidandone le leggi fisiche, tornano in mente le parole di Ignazio Piussi. Che di solitarie difficili, a parte una, non amava farne. Tranne che a caccia. Lì si che aveva fatto cose davvero difficili. “Ma a caccia era diverso...”

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Canalone delle Doline – Monte Cimone – foto S.D’Eredità

Entriamo in traverso nel canalone, sfuggendo ad un salto che un tempo doveva essere coperto da un nevaio. La roccia, sul fondo, è incredibilmente sana, cosa che sospettavo. Sottopostal dilavamento costante delle acque che si convogliano in questo stretto imbuto, le rocce appaiano quasi “plasmate” da un paziente levigatore. Persino un po’troppo. Il risultato è che prima del tempo ci tocca tirare fuori la corda e ammettere che andavano proprio forte, quei cacciatori di una volta. Oltre le prime balze ed aggirati branchi di camosci ignari, il cuore del Cimone si schiude piano piano davanti a noi. Quelle lavagne informi acquistano una prospettiva, rivelando quinte, pinnacoli, diedri che non immaginavamo. Un libro aperto.
Una gigantesca voragine, aperta improvvisamente nel mezzo del ramo sinistro del grande canalone, ci stupisce come fossimo i primi uomini su un continente sconosciuto. Dentro sopravvive un nevaio da tempi immemorabili.

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Colori autunnali lungo la “Via Alta” sulle pendici del Cimone; una prima neve imbianca il Canin – foto S.D’Eredità

Ci sono luoghi che più di altri paiono sovvertire le leggi del Tempo. Che per quanti decenni o persino secoli possano passare, per quante descrizioni, relazioni, parole vi si possa spendere, hanno il potere di rimanere inafferrabili. In Giulie, per le antiche vie che un tempo furono di coloro i quali conobbero le montagne prima ancora degli alpinisti, ho avuto spesso questa sensazione. Ed anche oggi provo quasi nostalgia dei miei stessi passi, abbandonati in una linea immaginaria attraverso quei prati avversi, passi che non riesco più a riannodare e che quindi rimarranno irripetibili. Le antiche vie portano la testimonianza di un Tempo prima del Tempo, in cui trovare un passaggio era quasi più un atto di gratitudine che di conquista. Dove prevaleva il montanaro sull’alpinista.
Usciamo sulla cresta intiepidita da un sole i cui raggi  stentano tuttavia a ravvivare le praterie che precedono la vetta. Quasi come un beffardo gioco, qui il monte di distende e si stiracchia, la dorsale si fa dolce e mite dopo tanto salire. Il passo si rilassa e rallenta mentre ogni tanto lascio sprofondare l’occhio sui baratri delle pareti a picco sulla Val Dogna. Dalla parte della Raccolana i profili grigi dei pini bruciati dalle fiamme puntellano, come una miriade di lapidi, i poggi e gli sbalzi sospesi sul vuoto.

I grandi incendi hanno segnato la storia delle civiltà e della Natura. In quelle fiamme si è cancellata la memoria di secoli troppo passati per essere ricordati. Grandi città sono cadute, foreste intere sono scomparse. Al loro posto altre città sono sorte. La Natura, lentamente, è rifiorita. Quello che a noi rimane, sopra la cenere, è quella capacità primordiale di sapere osservare tutto come fosse la prima volta. Ed è forse questo il dono che ci portano oggi le montagne dimenticate.

 

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La lunga cresta che da Jof di Goliz conduce al Cimone – foto S.D’Eredità
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One thought on “In Giulie, per antiche vie

  1. sandro 13 novembre 2017 / 13:54

    preciso l’incendio del Monte Jovet che si allargò fino alle pendici del Cimone verso malga Pecol, iniziò il giorno 11/07/13 e fu spento dalla pioggia il 23/08/2013 per ha. 945 complessivi

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