La Decima Alba – Torre Genziana

di Saverio D’Eredità

“Non è fame…è più voglia di qualcosa di buono” . Forse ricorderete questa celebre battuta di uno spot degli anni ’90 e del resto gli esperti di pubblicità sanno che tasto toccare. Ovvero quello della perenne indecisione sul concedersi o meno un piacere. Devo dire che il popolo di arrampicatori – antropologicamente mai sazio di piacere come giusto che sia per un’attività di per sé edonistica – spesso vive in questa costante indecisione. Non tutti, sia chiaro. Ma noi, alpinisti della domenica (o del sabato, a seconda), spesso ci avvitiamo tra la tentazione dell’ennesima grande impresa (nella nostra testa) o la voglia di rilassarsi un momento, rinunciare alla (peraltro rinunciabilissima) lotta coll’alpe e godersi una normale giornata di scalata alla ricerca, appunto del piacere. Continua a leggere

Lo spigolo del Cornetto

di Carlo Piovan ed Eugenio Cipriani

Il pilastro sud della cresta sud del Cornetto è percorso a sinistra dalla via “Soldà-Flashmann-Amstad del 1952 e, nel centro, dalla variante “Vezzaro-Fantuzzi” del 1967. La via qui descritta sale a destra di quest’ultima sfruttando una serie di strutture di ottima roccia ancora non utilizzate e tenendosi poi sul bordo destro del pilastro, proprio lungo l’estremo limite della parete, sul filo dell’aereo spigolo. Dalla cima del pilastro, poi, si ricollega alla “Soldà” e per essa raggiunge la vetta. La scalata è assai varia e si presenta, anche in virtù del notevole sviluppo (almeno in relazione alle altre vie del Sengio Alto) come una interessante alternativa alle altre due vie del pilastro. Inoltre è stata salita, e viene qui di seguito descritta, anche una variante sulla parete est del pilastro che si svolge lungo un’evidente serie di spaccature. E’ assai probabile che alcuni tratti di questi due itinerari siano stati, almeno parzialmente, già percorsi in precedenza. In questa sede si è voluto dare sia sul terreno che sulla carta una continuità all’insieme dei tiri di corda (e delle singole strutture su cui si sviluppano) ed il risultato è una via ben chiodata, aerea, elegante, continua e su ottima roccia.

In alternativa all’accesso descritto, si può accedere al sentiero d’arroccamento, percorrendo lo Spigolo Bellavista alla Torre Boffental, realizzando così una bella cavalcata area e panoramica, sul versane Sud-Ovest del Sengio Alto.

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Quel giorno indimenticabile sulla “sud” dell’Averau

Di Alessandro Palma ( gruppo rocciatori Gransi C.A.I. Venezia)

Guardando la parete sud ovest dell’Averau dal rifugio Fedare in una giornata estiva, si noterà fin da subito che l’attenzione degli alpinisti è focalizzata esclusivamente sulla parte destra della parete. In effetti qui salgono tre itinerari; la difficile fessura Lacedelli (E. Lacedelli e Verzi, M. Astaldi estate 1942), la via salita dai Cortinesi Illing, Alverà, Pompanin  Apollonio il 29 giugno 1945 la Toto e Paola salita in solitaria da Marco Berti nel 1987.

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Cogliere l’attimo – Fugaci apparizioni invernali sulle pareti del Canin

di Saverio D’Eredità

Brutte, sporche e cattive. Così potremmo definire le tozze e sgraziate pareti del Canin. Questa montagna che domina la scena dell’orizzonte friulano è veramente un massiccio dalle molte forme e dalle molte facce, che sfugge ad ogni catalogazione. Una montagna “trasformista”, che riesce ad emanare sempre un certo fascino, un’attrazione inspiegabile e – confessiamolo – un po’torbida. Perché tutto si può dire tranne che queste pareti che orlano i desolati quanto misteriosi altipiani carsici, siano propriamente “belle”. Dalla loro non hanno praticamente niente. Né l’estetica, essendo più simili a dei muretti a secco, per giunta bassi, né la qualità della roccia che dire scadente è praticamente farle un complimento, né in realtà la storia. Qui l’alpinismo è passato un momento ed è andato via presto. Poche tracce, preistoriche ormai, su qualche colatoio appena accennato o spigoli che meglio perderli che trovarli. Continua a leggere

Tra-monti di Mare – nuova via sul Pupo in Marmarole

di Gianmario Meneghin (Ghin)

Bello sarebbe poter fare una via Nuova con uno dei tuoi più cari amici, ma quando uno di questi tuoi amici va avanti,puoi solo serbare nel cuore il ricordo delle cose fatte assieme,fatiche,soddisfazioni,rischi calcolati ,pericoli scampati ,giornate passate assieme ad allenarsi e serate a raccontare e a raccontarsi.

Un modo che la gente come noi usa per ricordare un amico è dedicargli una via Nuova in montagna e così ho pensato di fare io per ricordare Alessandro Marengon “MARE” come lo chiamiamo, Mare è andato avanti assieme ad Enrico Frescura facendo il canalone Oppel sul monte Antelao.

Aprire una via Nuova sul Pupo (di Baion per i baruffanti di Domegge e di San Lorenzo o di Lozzo per i mosite) era una cosa che avrei voluto sempre fare,un po’ perche è una guglia stupenda nel cuore delle Marmarole e un po’ perché è molto vicino alla baita costruita da mio padre a Pian dei Buoi dove sono cresciuto e dove passo molto del mio tempo libero. Ricordare Mare ha messo assieme le cose

Aiutato da mio cognato Giancarlo Dalla Fontana, alpinista ed ex membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, senza dimenticare il suo ruolo di Vice Rettore dell’Università di Padova, ho portato il materiale fino alla base della parete e poi in autosicura durante due sabati pomeriggio e un giovedì rubato al lavoro ho chiodato dal basso questi 7 tiri protetti in maniera sportiva.

É sicuramente una via senza pretese ma il tiro del tetto dopo la cengia mediana e la partenza di quello dopo se passati in libera possono essere”ingaggianti”.Non sapevo come chiamare questa via ma durante un tramonto proprio mentre ero appeso sul tiro del tetto mi ha fatto scegliere per “TRA-MONTI DI MARE…” a chi lo conosceva lasciamo l’interpretazione….

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Marmarole Gruppo Ciastelin

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Via “Tra-Monti Di MARE”

Dedicata a Alessandro Marengon (MARE)

 

Notizie generali

Il “PUPO”che sia chiamato di Bajon, di San Lorenzo o di Lozzo è rappresentato da una guglia di circa 150 metri dal inequivocabile forma nel cuore delle marmarole che sovrastano il Pian Dei Buoi e la zona del rif.Bajon.

Conteso fra i due comuni (Domegge e Lozzo) è stato (ahimè) ceduto nel 1953 dal Comune di Domegge al Comune di Lozzo in cambio di pascoli,resta in ogni caso il simbolo sia del Pian dei Buoi che Di Bajon.

Avvicinamento e punti di appoggio

Per strada carrozzabile dal Comune di Lozzo di Cadore (BL) si segue per 12 km la strada asfaltata a una corsia,(che in luglio e agosto è a senso unico alternato si sale dalle 9 alle 13 e si scende dalle 14 alle 17 e per il resto degli orari è a doppio senso)Arrivati al Pian dei Buoi si può optare per andare verso il rif.Ciareido lasciando la macchina nel parcheggio alla base della strada che porta allo stesso,oppure si può andare al rif. Bajon per strada carrozzabile sterrata.

Se salite verso il Ciareido poco prima dello stesso trovate bivio che girando a sinistra porta tramite un pezzo di mulattiera al sentiero che sale verso destra per il pupo e le altre pareti(ometto),circa 40 minuti.

Se salite dal Bajon prendete il sentiero C.A.I.272 che dal rifugio va verso il Pupo ,seguite il sentiero alto che riporta verso Pian dei Buoi e poi tagliate su a sinistra per tracce di sentiero circa in un ora siete alla base

Relazione tecnica

La via è chiodata interamente a spit da 10 mm con aggiunta di un chiodo e una clessidra,le soste sono tutte a spit con catena e anello di calata,nei tiri piu facili le protezioni sono un pò piu distanti ma volendo si può integrare con friend medi.

Attacco della via targhetta con nome

  1. 30 metri 6 spit+clessidra quarto grado
  2. 15 metri 4 spit partenza di quinto grado poi quarto più
  3. 20 metri 5 spit + chiodo bong 6a
  4. 15 metri 3 spit partenza di quinto poi quarto grado
  5. 15 metri 10 spit partenza molto strapiombante7a+/7b poi 6b+/6c
  6. 25 metri 11 spit partenza impegnativa 7a/7a+ poi 6b
  7. 30 metri fino alla cima 6 spit 6a

Discesa

La discesa può essere fatta giu per la via di salita fino alla cengia mediana poi camminando verso sinistra faccia alla parete fino in forcella,oppure con due doppie per il versante nord.Ci si abbassa verso la forcella su di uno spit con maglia rapida proprio sulla cima e per alcuni metri fino a trovare la prima calata con sosta a catena,da questa calandosi verso destra con la faccia alla parte dopo una ventina di metri si trova la seconda catena su una evidente cengia e da li con una calata da 40 metri fino in forcella poi per facili roccette fino alla base del pupo(primo grado).Usare corda da 80 o gemelle per le doppie a nord.Tutte le soste della via sono con catena e maglia rapida grossa,avevo lasciato un moschettone a ghiera sulla ultima sosta in cima per le doppie e qualche brillante scienziato lo ha già rubato…stramberie.

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The Blue Zone – nuova via in Creta di Mimoias

di Alberto Giassi

Qualche anno fa mi trovavo sulla parete della Creta di Mimoias per ripetere “Affinità e divergenze”, una delle linee più belle di questa poco nota parete carnica. Poco nota, ma senza dubbio tra quelle che riserva la roccia migliore, in un angolo particolarmente pittoresco e nascosto, ma di una bellezza che ti rapisce. Nei momenti di sosta lungo la via mi guardavo attorno chiedendomi se su una parete così bella ci fosse ancora spazio per una piccola avventura in apertura.

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Il tracciato della via

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Spesso disegno linee immaginare, ma poi nel concreto le lascio li dove sono, forse per paura di rimanere deluso. Quest’estate siamo tornati a scalare in creta di Mimoias con Andrea Polo e “Pierin” Piero Surace e rivedendo la parete mi sono deciso. Appena una settimana dopo ero nuovamente alla base con macchina fotografica e binocolo, per vedere se potesse essere una buona idea oppure no. In un giorno di meteo – come spesso quest’estate – “ballerino”, complice l’entusiasmo irrefrenabile di Pierin siamo saliti con armi e bagagli e abbiamo cominciato. Neanche a dirlo, la parete ci ha salutato con una lavata ciclopica….

“eh bon toccherà tornar!”

Ormai la giostra era partita. Lasciamo nascosta la ferramenta e scendiamo. Due settimane dopo, grazie ad un allineamento astrale stravagante torniamo su, questa volta in tre: il sottoscritto, Pierin e Lorenzo Michelini. E, come da tradizione, con il meteo sempre incerto…

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Alberto Giassi in sosta

Salgo fino al punto raggiunto la volta prima e faccio salire i compagni. Tocca a Pierin dare sfoggio della sua arte arrampicatoria utilizzando i suoi chiodi fatti in casa e posizionando gli spit. In sosta gli amici se la ridono… il colore della roccia è azzurro come il cielo terso. Ma solo per il momento.
Infatti, quando tocca a me salire l’ultimo tiro devo muovermi il più veloce possibile: ovviamente il bel cielo blu che ci accompagnava ora è coperto e comincia gocciolare. I miei compagni di cordata mi raggiungono: giusto il tempo di organizzarci per la doppia che comincia a piovere. Per ironia è proprio la maledetta pioggia che ci ha perseguitato in quest’avventura a suggerirci il nome da dare alla via. Calandoci, infatti, ci accorgiamo che la roccia, bagnandosi, rivela un fantastico colore bluastro che come un alone si espande nella parete. Una magia che solo la pioggia ha potuto svelare, in fondo un piccolo premio alla nostra costanza. Battezziamo quindi con “Blue Zone” questa porzione di parete che ci ha lasciato la possibilità di disegnare la nostra linea.

Creta di Mimoias – Avancoropo N/E mt.2066

The Blue Zone

Primi salitori: Alberto Giassi, Piero Surace, Lorenzo Michelini – estate 2019

Lunghezza: 110 mt

Difficoltà: 6b (gradi da confermare) /S2

Note: la via attacca 50 mt a dx di “Affinità e Divergenze” e risulta attrezzata con spit da 10mm. Tutte le soste sono attrezzate con 2 spit e cordone, anche per calata.

Per accessi, schizzo della via e discese: vedi guida cartacea E. Zorzi, S. D’Eredità, Alpi Carniche Occidentali, 2018, ed. Alpinestudio, pag. 50.

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Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

Il frutto proibito

di Saverio D’Eredità

Noi siamo quelli del Fight Club. E la prima regola del Fight Club, com’è noto, è che non si parla del Fight Club. Quindi non devo spiegarti perché il dorso della mia mano destra è inciso da un taglio lungo almeno sette centimetri dall’indice al polso, ancora poco cicatrizzato e ben visibile. Soprattutto perché tu, con quella camicia rosa e la cravatta con i pagliacci non hai proprio niente da guardare.
Accade più spesso di lunedì. Stringi una mano, ti poggi su un bancone per chiedere un caffè o saluti qualcuno entrando. Ti guardano con quell’aria, tra il biasimo e lo stupore, tipo quando vai in giro con la zip dei pantaloni aperta o la maglietta infilata al contrario. Ti chiedi cosa non vada in te, ok la barba non la tieni proprio bene, ma non sei certo un hypster e comunque la doccia stamattina l’hai pur sempre fatta.
Poi osservi le tue mani, tagliuzzate e rovinate e pensi che qualcuno possa immaginare di te chissà che perversioni. In un certo senso è così.
Accade più spesso di lunedì, coi capelli ancora un po’incrostati e la faccia di cuoio bruciato. Riconosci i tuoi simili, e non dici niente perché hai già capito. Siamo quelli del Fight Club. E abbiamo assaggiato tutti, almeno una volta, il frutto proibito dell’oblio. Continua a leggere