Tra-monti di Mare – nuova via sul Pupo in Marmarole

di Gianmario Meneghin (Ghin)

Bello sarebbe poter fare una via Nuova con uno dei tuoi più cari amici, ma quando uno di questi tuoi amici va avanti,puoi solo serbare nel cuore il ricordo delle cose fatte assieme,fatiche,soddisfazioni,rischi calcolati ,pericoli scampati ,giornate passate assieme ad allenarsi e serate a raccontare e a raccontarsi.

Un modo che la gente come noi usa per ricordare un amico è dedicargli una via Nuova in montagna e così ho pensato di fare io per ricordare Alessandro Marengon “MARE” come lo chiamiamo, Mare è andato avanti assieme ad Enrico Frescura facendo il canalone Oppel sul monte Antelao.

Aprire una via Nuova sul Pupo (di Baion per i baruffanti di Domegge e di San Lorenzo o di Lozzo per i mosite) era una cosa che avrei voluto sempre fare,un po’ perche è una guglia stupenda nel cuore delle Marmarole e un po’ perché è molto vicino alla baita costruita da mio padre a Pian dei Buoi dove sono cresciuto e dove passo molto del mio tempo libero. Ricordare Mare ha messo assieme le cose

Aiutato da mio cognato Giancarlo Dalla Fontana, alpinista ed ex membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, senza dimenticare il suo ruolo di Vice Rettore dell’Università di Padova, ho portato il materiale fino alla base della parete e poi in autosicura durante due sabati pomeriggio e un giovedì rubato al lavoro ho chiodato dal basso questi 7 tiri protetti in maniera sportiva.

É sicuramente una via senza pretese ma il tiro del tetto dopo la cengia mediana e la partenza di quello dopo se passati in libera possono essere”ingaggianti”.Non sapevo come chiamare questa via ma durante un tramonto proprio mentre ero appeso sul tiro del tetto mi ha fatto scegliere per “TRA-MONTI DI MARE…” a chi lo conosceva lasciamo l’interpretazione….

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Marmarole Gruppo Ciastelin

cima “Pupo”m.2371

Via “Tra-Monti Di MARE”

Dedicata a Alessandro Marengon (MARE)

 

Notizie generali

Il “PUPO”che sia chiamato di Bajon, di San Lorenzo o di Lozzo è rappresentato da una guglia di circa 150 metri dal inequivocabile forma nel cuore delle marmarole che sovrastano il Pian Dei Buoi e la zona del rif.Bajon.

Conteso fra i due comuni (Domegge e Lozzo) è stato (ahimè) ceduto nel 1953 dal Comune di Domegge al Comune di Lozzo in cambio di pascoli,resta in ogni caso il simbolo sia del Pian dei Buoi che Di Bajon.

Avvicinamento e punti di appoggio

Per strada carrozzabile dal Comune di Lozzo di Cadore (BL) si segue per 12 km la strada asfaltata a una corsia,(che in luglio e agosto è a senso unico alternato si sale dalle 9 alle 13 e si scende dalle 14 alle 17 e per il resto degli orari è a doppio senso)Arrivati al Pian dei Buoi si può optare per andare verso il rif.Ciareido lasciando la macchina nel parcheggio alla base della strada che porta allo stesso,oppure si può andare al rif. Bajon per strada carrozzabile sterrata.

Se salite verso il Ciareido poco prima dello stesso trovate bivio che girando a sinistra porta tramite un pezzo di mulattiera al sentiero che sale verso destra per il pupo e le altre pareti(ometto),circa 40 minuti.

Se salite dal Bajon prendete il sentiero C.A.I.272 che dal rifugio va verso il Pupo ,seguite il sentiero alto che riporta verso Pian dei Buoi e poi tagliate su a sinistra per tracce di sentiero circa in un ora siete alla base

Relazione tecnica

La via è chiodata interamente a spit da 10 mm con aggiunta di un chiodo e una clessidra,le soste sono tutte a spit con catena e anello di calata,nei tiri piu facili le protezioni sono un pò piu distanti ma volendo si può integrare con friend medi.

Attacco della via targhetta con nome

  1. 30 metri 6 spit+clessidra quarto grado
  2. 15 metri 4 spit partenza di quinto grado poi quarto più
  3. 20 metri 5 spit + chiodo bong 6a
  4. 15 metri 3 spit partenza di quinto poi quarto grado
  5. 15 metri 10 spit partenza molto strapiombante7a+/7b poi 6b+/6c
  6. 25 metri 11 spit partenza impegnativa 7a/7a+ poi 6b
  7. 30 metri fino alla cima 6 spit 6a

Discesa

La discesa può essere fatta giu per la via di salita fino alla cengia mediana poi camminando verso sinistra faccia alla parete fino in forcella,oppure con due doppie per il versante nord.Ci si abbassa verso la forcella su di uno spit con maglia rapida proprio sulla cima e per alcuni metri fino a trovare la prima calata con sosta a catena,da questa calandosi verso destra con la faccia alla parte dopo una ventina di metri si trova la seconda catena su una evidente cengia e da li con una calata da 40 metri fino in forcella poi per facili roccette fino alla base del pupo(primo grado).Usare corda da 80 o gemelle per le doppie a nord.Tutte le soste della via sono con catena e maglia rapida grossa,avevo lasciato un moschettone a ghiera sulla ultima sosta in cima per le doppie e qualche brillante scienziato lo ha già rubato…stramberie.

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The Blue Zone – nuova via in Creta di Mimoias

di Alberto Giassi

Qualche anno fa mi trovavo sulla parete della Creta di Mimoias per ripetere “Affinità e divergenze”, una delle linee più belle di questa poco nota parete carnica. Poco nota, ma senza dubbio tra quelle che riserva la roccia migliore, in un angolo particolarmente pittoresco e nascosto, ma di una bellezza che ti rapisce. Nei momenti di sosta lungo la via mi guardavo attorno chiedendomi se su una parete così bella ci fosse ancora spazio per una piccola avventura in apertura.

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Il tracciato della via

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Spesso disegno linee immaginare, ma poi nel concreto le lascio li dove sono, forse per paura di rimanere deluso. Quest’estate siamo tornati a scalare in creta di Mimoias con Andrea Polo e “Pierin” Piero Surace e rivedendo la parete mi sono deciso. Appena una settimana dopo ero nuovamente alla base con macchina fotografica e binocolo, per vedere se potesse essere una buona idea oppure no. In un giorno di meteo – come spesso quest’estate – “ballerino”, complice l’entusiasmo irrefrenabile di Pierin siamo saliti con armi e bagagli e abbiamo cominciato. Neanche a dirlo, la parete ci ha salutato con una lavata ciclopica….

“eh bon toccherà tornar!”

Ormai la giostra era partita. Lasciamo nascosta la ferramenta e scendiamo. Due settimane dopo, grazie ad un allineamento astrale stravagante torniamo su, questa volta in tre: il sottoscritto, Pierin e Lorenzo Michelini. E, come da tradizione, con il meteo sempre incerto…

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Alberto Giassi in sosta

Salgo fino al punto raggiunto la volta prima e faccio salire i compagni. Tocca a Pierin dare sfoggio della sua arte arrampicatoria utilizzando i suoi chiodi fatti in casa e posizionando gli spit. In sosta gli amici se la ridono… il colore della roccia è azzurro come il cielo terso. Ma solo per il momento.
Infatti, quando tocca a me salire l’ultimo tiro devo muovermi il più veloce possibile: ovviamente il bel cielo blu che ci accompagnava ora è coperto e comincia gocciolare. I miei compagni di cordata mi raggiungono: giusto il tempo di organizzarci per la doppia che comincia a piovere. Per ironia è proprio la maledetta pioggia che ci ha perseguitato in quest’avventura a suggerirci il nome da dare alla via. Calandoci, infatti, ci accorgiamo che la roccia, bagnandosi, rivela un fantastico colore bluastro che come un alone si espande nella parete. Una magia che solo la pioggia ha potuto svelare, in fondo un piccolo premio alla nostra costanza. Battezziamo quindi con “Blue Zone” questa porzione di parete che ci ha lasciato la possibilità di disegnare la nostra linea.

Creta di Mimoias – Avancoropo N/E mt.2066

The Blue Zone

Primi salitori: Alberto Giassi, Piero Surace, Lorenzo Michelini – estate 2019

Lunghezza: 110 mt

Difficoltà: 6b (gradi da confermare) /S2

Note: la via attacca 50 mt a dx di “Affinità e Divergenze” e risulta attrezzata con spit da 10mm. Tutte le soste sono attrezzate con 2 spit e cordone, anche per calata.

Per accessi, schizzo della via e discese: vedi guida cartacea E. Zorzi, S. D’Eredità, Alpi Carniche Occidentali, 2018, ed. Alpinestudio, pag. 50.

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Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

Il frutto proibito

di Saverio D’Eredità

Noi siamo quelli del Fight Club. E la prima regola del Fight Club, com’è noto, è che non si parla del Fight Club. Quindi non devo spiegarti perché il dorso della mia mano destra è inciso da un taglio lungo almeno sette centimetri dall’indice al polso, ancora poco cicatrizzato e ben visibile. Soprattutto perché tu, con quella camicia rosa e la cravatta con i pagliacci non hai proprio niente da guardare.
Accade più spesso di lunedì. Stringi una mano, ti poggi su un bancone per chiedere un caffè o saluti qualcuno entrando. Ti guardano con quell’aria, tra il biasimo e lo stupore, tipo quando vai in giro con la zip dei pantaloni aperta o la maglietta infilata al contrario. Ti chiedi cosa non vada in te, ok la barba non la tieni proprio bene, ma non sei certo un hypster e comunque la doccia stamattina l’hai pur sempre fatta.
Poi osservi le tue mani, tagliuzzate e rovinate e pensi che qualcuno possa immaginare di te chissà che perversioni. In un certo senso è così.
Accade più spesso di lunedì, coi capelli ancora un po’incrostati e la faccia di cuoio bruciato. Riconosci i tuoi simili, e non dici niente perché hai già capito. Siamo quelli del Fight Club. E abbiamo assaggiato tutti, almeno una volta, il frutto proibito dell’oblio. Continua a leggere

Alessandro Beber – 8 novembre- Venezia

Nato a Trento l’08 giugno 1986. Alpinista e Scialpinista, Laureato in Geografia nel 2007, lavora come guida alpina a tempo pieno dal 2008.

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Se penso al turbine di emozioni che fin da bambino provavo ad un qualsiasi riferimento all’alpinismo e all’arrampicata, pur così estranei al mio ambito familiare, mi viene spontaneo pensare ad un’indole innata che ognuno di noi si porta dietro, e che lotta per venire a galla…
Quando poi nella mia adolescenza sono venuto a contatto con quell’universo verticale fatto di avventure, progetti ed esplorazioni, è stato per me come toccare con mano dei sogni a lungo covati: d’un tratto ho saputo che quel mondo avrebbe indissolubilmente fatto parte della mia vita.
Diventare Guida Alpina è stato così una scelta naturale, sostenuta dalla volontà di continuare a sognare ad occhi aperti e condividere le soddisfazioni di quell’impareggiabile scuola di vita che è la montagna.
…Un altro “pallino” , è sempre stato quello di documentare le proprie esperienze, nella speranza di riuscire a trasmettere almeno un briciolo della struggente bellezza che gli alpinisti trovano tra le montagne, ed in questi ultimi anni ho trovato la possibilità di esprimerla attraverso la realizzazione di svariati reportage e film documentari

“DoloMitiche – opere d’arte a cielo aperto” project documentari sulla storia dell’alpinismo in DoloMitiche www.visittrentino.it/dolomitiche
“Wild White Winter” projectdocumentari sull’outdoor invernale www.visittrentino.it/wild-white-winter

Realizzazioni alpinistiche di maggior rilievo
Nuvole Barocche
1250m, IX+ e A2.
Via di roccia sulla parete
Nord-Ovest del Civetta, 1°ripetizione, 2007.
Terapia d’urto al Guanaco VII+ e A3.
Via di roccia sulla parete Ovest della Cima Su-Alto, 1°ripetizione, 2007.
Chimera Verticale
600m, IX
Via di roccia sulla parete
Nord-Ovest del Civetta, 1°salita, 2009.
La bella addormentata
170m, WI VI+.
Cascata di ghiaccio in Valsugana, 1°salita, 2010.
Diedro del Compleanno, Ceremagica, Papillon,
W gli Sposi
4 vie nuove nel gruppo del Lagorai (difficoltà dal VII
all’VIII, 300m), 2011.
Colonne d’Ercole
1200m, IX+.
Via di roccia sulla parete
Nord-Ovest del Civetta, 1°salita, 2012
Premiata come miglior ascensione dell’anno in Dolomiti (premio Silla Ghedina 2012).
Argento Vivo
1350m, WI VI+, M8 e A2, V+.
Via di Misto sulla Parete
Nord della Piccola Civetta, 1°salita, 2013.
Via segnalata tra le 20 miglior ascensioni del 2013 dalla giuria del premio Piolet d’Or.
Cima Dodici-Parete Nord
500m, 55°- 60°.
Itinerario di sci ripido in Valsugana, 1°discesa, 2014.
Cima Brenta-Parete Sud
600m, 55°-60°.
Itinerario di sci ripido nel Gruppo di Brenta, 1°discesa, 2014.

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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K2 la Discesa

di Carlo Piovan

Per un alpinista la salita di una delle cime più alte della terra può rappresentare il sogno di una vita, la tecnologia e le tecniche di allenamento, oggi, concedono sicuramente più possibilità di successo rispetto ad una volta, ma le condizioni dell’ambiente in cui ci si muove rimane molto complicato e le condizioni possono diventare sovente ostili alla permanenza in quota. In un’ascensione di tale portata raggiungere la cima è la meta per molti e la discesa, come si legge spesso nei diari delle salite, è una fuga da un mondo sfavorevole alla vita dell’uomo, verso la salvezza del campo base.

Per uno scialpinista la salita e la cima sono solo l’antefatto dell’obbiettivo principale: scendere.

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Alpi Carniche Occidentali – serate di presentazione della nuova guida

di Saverio D’Eredità

Quest’anno la stagione pare metterci fretta! Non era nemmeno un mese fa che si ragionava di sci e discese in condizioni, ed eccoci proiettati già nel vivo della stagione alpinistica.
Per stuzzicare il vostro appetito “alpinistico” abbiamo pensato di…venirvi a trovare a casa!
Un piccolo “tour” di presentazione della guida, in cui io ed Emiliano Zorzi vi racconteremo il percorso che ha portato a questa nuova edizione della guida Alpi Carniche Occidentali.
Una guida nuova, come avremo modo di spiegarvi, e non una semplice ristampa, con nuove vie, aggiornamenti, correzioni e perfezionamenti necessari ad offrire agli alpinisti un prodotto di qualità.
Ma non vi anticipo troppo. Questo il riepilogo degli appuntamenti:
7 giugno ore 21 – Trieste presso la sede della Società Alpina delle Giulie
8 giugno ore 20.45 – Codroipo presso la sede della Sezione del CAI di Codroipo
22 giugno ore 20.45 – Tolmezzo presso la sede del CAI di Tolmezzo

Ringraziamo le sezioni CAI e gli amici che ci ospiteranno e che ci hanno dato l’occasione di condividere con tutti voi il nostro lavoro.
Vi aspettiamo!

p.s: e per farvi venire l’acquolina scaricate l’indice delle vie che trovate in allegato!

p.p.s: per chi avesse acquistato la precedente guida “Alpi Carniche e Giulie”, portatela con voi alla presentazione, ci sarà una sorpresa 🙂

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Una delle più belle pareti della conca sappadina: la Nord della Cima Dieci con i suoi itinerari – foto E.Zorzi

 

Indice vie