Quattro chiacchiere e un po’di “jamming” con Samuel Straulino

di Saverio D’Eredità

Quando si parla di Carnia, in fatto di scalata, di solito vengono in mente le placche e rigole di Avostanis, o gli esigenti monotiri della Scogliera in Pal Piccolo. Gli alpinisti che masticano vie classiche avranno sicuramente passato momenti “riflessivi” sugli spalmi e altri meno riflessivi, ma piuttosto avventurosi, cercando di venire a capo delle ostiche fessure, ora esaltanti ora disperanti, specie quando – succede sempre- la roccia presenta i bordi svasi che sembrano non andare d’accordo né con le mani né con le protezioni. Insomma, la fessura carnica è una categoria a sé stante, sicuramente un bel banco di prova per quanti li affrontano e che, una volta superatolo, non temeranno di misurarsi con i luoghi di elezione di questo tipo di scalata come il Piemonte, la Val Di Mello, il Bianco o perchè no, la mitica Yosemite.

Ho incontrato per la prima volta Samuel alla base del Salto, struttura rocciosa strapiombante nell’area del Pal Piccolo. Notammo questo ragazzo intento a scalare con calma e determinazione, una fessura dall’apparenza ostile. I sassetti che cadevano ci fecero capire che non stava salendo qualcosa di molto ripetuto. Margherita, che lo assicurava alla base, ci disse infatti che stavano aprendo dei tiri in stile trad (http://quartogrado.com/cargiul/relazioni%20montecroce/Pal%20Piccolo_Falesia%20del%20Salto.htm)e ci invitò a provare una fessura che poteva fungere da variante d’attacco alla via del Sandwich che nelle nostre intenzioni più “plaisir” ci accingevamo a salire quel giorno. I 3 friends appesi al nostro imbrago sarebbero stati sufficienti per quei 15 metri. E in effetti lo furono, dato che potemmo piazzarli in maniera ottimale sul fondo della fessura. Meno sufficiente fu la mia tecnica, di colpo costretta a misurarsi con quel tipo di scalata per noi inusuale, pregiudicando un po’ la resa sui tiri successivi. Non siamo certo specialisti! Rimasi quindi colpito dallo stile di Samuel che, scoprii dopo, con Margherita Della Pietra si stava dedicando ad aperture in stile “yosemitico” sulla difficile roccia di Carnia. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere in stile “jamming”, quella particolare tecnica che si applica sulle vie di fessura, parlando del suo percorso, le sue aperture, scoprendo come anche in Carnia ci si può confrontare con questa scalata “occidentale” immaginando quella “valley uprising” che popola i sogni di tanti di noi.

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Straulino su Ain’t no easy way out, sulla Creta di Collina – 340 mt, VIII

Quando si parla di Carnia non si pensa di certo alle fessure: eppure tu sei uno specialista di questo tipo di strutture, con un bel carnet di itinerari aperti con questo stile di scalata su queste montagne. La domanda che sorge spontanea è: come hai capito il potenziale dell’arrampicata in fessura in Carnia? E cosa ti ha spinto a specializzarti?

Quando ho cominciato a scalare il pane quotidiano per me erano i video di master of stone e tutti i video riguardanti lo Yosemite e le mitiche imprese di Tommy Caldwell e Dean Potter: quindi per me la scalata era scalare in fessura! Da qui poi ho cominciato a ripetere tutte le grandi classiche delle Carniche, scoprendo come le vie in montagna di stampo classico differiscano dalla falesia proprio per la ricerca dei punti più deboli delle pareti. Sfruttando prevalentemente fessure, camini e diedri ho iniziato a comprenderne la logica e a quel punto mi si è aperto un mondo: avevo “trovato” la mia Yosemite in Carnia! Più esperienza facevo e più cercavo di ripetere vie di maggiore difficoltà. Avendo poi scalato tanto con Roberto Mazzilis e quindi imparato moltissime cose da lui e dallo stile con cui apre le sue vie in montagna, ho cominciato a fantasticare e a cercare nuovi itinerari nello stile che mi piace di più. Così ho scoperto che le nostre pareti carniche hanno ancora delle linee che non sono state scalate con fessure strepitose!

In cosa differisce questo tipo di scalata sulle pareti carniche da quella più classica che si può trovare altrove, tanto su granito quanto su dolomia? Come ti muovi per affrontarle? Tecnica, protezioni, materiali…

Certamente c’è una gran differenza tra le fessure granitiche rispetto a quelle calcaree e dolomitiche. Innanzitutto per le caratteristiche della roccia: il granito presenta fessure regolari che corrono su pareti generalmente lisce (a seconda della grana più o meno grossa), quindi per scalarle si ricorre a tutti i tipi d incastri, da quello di mano alle tecniche di incastro su fessure “offwidth”, mentre nei calcari le fessure sono irregolari e per loro caratteristica offrono appoggi e tacche in parete, quindi non sarà sempre necessario incastrare mani e piedi. Per quanto riguarda la proteggibilità, il fatto che su granito le fessure sono più regolari fa si che sia più facile e immediato usare protezioni veloci, mentre su calcare e dolomia serve maestria nel piazzarle, spesso in fessure che risultano molto “svase”. Io cerco sempre di usare il più possibile friend e dadi per proteggermi, dove non è possibile ovviamente uso martello e chiodi.

E ora una domanda classica e scontata: dicci il tiro più bello e la via più bella (sempre parlando di fessure) che hai scalato!

Come tiro direi “Separate reality”(*) in Yosemite , mentre parlando di via direi Astroman (**)sempre in Yosemite.

(*) Separate Reality: celebre monotiro scalato da Ron Kauk nel 78 (diff. originaria 5.12, 7a+), immortalato in numerose foto che hanno fatto la storia dell’arrampicata americana. Mitica la prima free solo di Gullich nel 1986.

(**) Sulla Washington Coloumn, Astroman è una delle vie più importanti dello Yosemite, aperta nel 1959 da Warren Harding, Glenn Denny e Chuck Pratt, valutata 5.11 c (corrisponde all’incirca a un 6c+ in scala francese, ma su una scalata molto specifica)

Parlaci di te, del tuo percorso e delle tue esperienze: hai viaggiato molto per andare a provare le scalate “iconiche” in fessura, ad esempio. Quali sono i luoghi da non perdere per questo tipo di scalata?

Fin da bambino ho iniziato a frequentare la montagna sia con escursioni estive che d’inverno sugli sci assieme ai miei zii. Ho cominciato a scalare a vent’anni da autodidatta e divorando tutti i video che trovavo sullo Yosemite e tutte le più famose bigwall al mondo, quindi per me la scalata era…scalare in fessura! Dopo pochi mesi ero già pronto per andare a ripetere vie classiche in montagna, la falesia era solo allenamento per riuscire ad alzare il grado sulle vie. Durante i primi anni di scalate ho avuto la fortuna di conoscere il fuoriclasse Roby (Roberto Mazzilis) e da li è cominciata una vera e propria saga di vie nuove aperte insieme a lui. Scalando con Roberto ho imparato tante cose e sopratutto ho avuto la fortuna salire dove nessuno era stato prima. Quella sensazione di novità, avventura e di mettersi totalmente in gioco che si prova soltanto in montagna mi ha rapito fin da subito. Quindi ho cercato di far più esperienza possibile per poi trovare le mie nuove linee, cercando le fessure ancora inviolate sulle pareti vicino casa. E appena ho potuto sono volato oltre oceano per visitare la mitica valle che ho sempre sognato: lo Yosemite. Qui ho ripetuto tante vie classiche e anche monotiri che hanno fatto la storia, come Separate Reality. Una grande avventura è stata la via “Astroman”, sia per la via in sé, una bellissima scalata tra diedri infiniti ed incastri in fessure di ogni larghezza, sia per il fatto che avevamo portato pochissima acqua con noi per non avere tanto peso con la conseguenza che arrivammo in cima disidratati e sfiniti. Un altro posto molto bello per le vie lunghe è il Zion National Park, dove consiglierei Moonlight Buttres e Tatooine. Il viaggio è finito con le fessure più perfette che si possano desiderare, in un ambiente magico quale il deserto a Indian creek, dove ho scalato veramente tantissimo ripetendo un sacco di vie dalle classiche “iconiche” a quelle meno conosciute. Sicuramente ci tornerò, secondo me sono posti magici!

Poi però sei tornato a casa, dove hai continuato una incessante opera di individuazione ed apertura di vie di stampo tradizionale, prediligendo lo stile “americano”, quindi arrampicata tendenzialmente “clean” e ricerca di fessure. Domanda d’obbligo: quale tra le vie da te aperte consideri la migliore?

Tra quelle che ho fatto, direi proprio l’ultima sulla parete sud della Creta di Collina, un luogo speciale per me (qui Samuel ha aperto Ain’t no easy way out e Hotshots, nonché raddrizzato la classica Viaggio ad Oxford – ndr) dove ho aperto “Be the Change”, 230 mt difficoltà massima di VIII+. Qui ho trovato dei tiri in fessura davvero spettacolari, ma anche passi in placca non da meno. Peccato solo che la parete di per sé non sia molto alta, se vogliamo è l’unico difetto che posso trovarle. Però ci tengo a ricordare anche un’altra via, che ho soltanto ripetuto, ma che ha rappresentato molto per me. Si tratta di “Laura”, sulla sud del Gamspitz (via storica, aperta da Mazzilis e Di Gallo nel 1984 dove per la prima volta su queste montagne si è sfiorato l’ottavo grado: la via infatti presenta un passo di VIII- e conta pochissime ripetizioni tutt’ora -ndr): non la più dura che ho salito, ma la più desiderata sicuramente. Ripeterla con l’autore, Roberto Mazzilis, è stata un’emozione particolare.

L’arrampicata cosiddetta “trad” sta avendo un grande interesse negli ultimi anni: secondo te come mai?

Io penso che l arrampicata “trad” possa darti molto di più a livello di “avventura” e quindi di coinvolgimento mentale, dove oltre al gesto tecnico sei tu a decidere dove e quanto proteggere un tiro. Oltre al fatto di riuscire a farti crescere mentalmente e stimolarti a ripetere vie sempre più dure.

Come vedi l’evoluzione di questo stile applicato alle falesie come ad esempio fanno da sempre in Uk, ma anche tu hai aperto dei tiri trad in Pal Piccolo. Secondo te avrà futuro o sarà sempre una nicchia?

Certamente in Uk c’è una lunga tradizione sul fatto di scalare “clean”, ma c’è anche una roccia diversa dalla nostra, quindi forse più “portata” a questo stile. Non va dimenticato comunque che anche da noi negli anni ottanta, assieme alla nascita delle falesie attrezzate a spit in Pal Piccolo sopravvivevano parecchie fessure protette solo con nut ed exentrics. Successivamente – purtroppo secondo me – anche da noi si è un po’abusato di questo strumento: su placche altrimenti impossibili da proteggere va benissimo, ma su moltissime fessure non li avrei usati. Questo perché oltre a sminuirle nell’impegno, tolgono anche la possibilità a molti di imparare ad usare le protezioni veloci e a conoscere un modo diverso di scalare. Infatti qua da noi in Friuli poca gente ha una serie di friend nella propria attrezzatura, quindi almeno qui da noi il “trad” farà molta fatica ad avere successo, se non tra i pochi appassionati.

Tu sei anche guida alpina: se un cliente volesse iniziare a provare a scalare tiri in fessura, cosa consiglieresti? come lo guideresti?

Le fessure carniche non sono certo come le fessure che si possono trovare in granito, dove si ha una scalata in fessura più completa, però secondo me si potrebbe tranquillamente cominciare con le nostre pareti, magari proprio in Pal Piccolo zona “Scogliera” per poi passare alla mia falesia trad e finire con l arrivare a ripetere qualche multipitch zona Salto (vedi https://rampegoni.wordpress.com/2020/12/06/ritorno-al-futuro-arrampicata-trad-sulle-pareti-del-pal-piccolo/). Se invece si cerca il granito, la”Mecca” qui in Italia è il Piemonte con la valle dell Orco, dove ci sono sopratutto multipitch, oppure le falesie di Cadarese e Yosesigo con i suoi monotiri e le fessure perfette!

Insomma, non resta che fasciarvi le mani, appendere i friends all’imbrago e lanciarsi in quell’avventura intensa e leale che questa arrampicata sa regalare. Immaginando per un momento di trovarsi in una nostra piccola Yosemite a nordest.

Samuel in apertura sulla falesia del Salto
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Annozero (sul Nevee Outdoor Festival e altre cose)

di Saverio D’Eredità

“Che vergogna, sarà mica accoglienza questa! Tovagliette di carta e nemmeno una carta dei vini!”

“Ci siamo persi, i segnavia erano sbiaditi e non mi prendeva il GPS!”

“Quella ferrata è pericolosa: c’è un tratto in cui il cavo è allentato e nessuno ha messo un cartello. Andrebbe chiusa!”

“Nel programma era previsto di arrivare in cima alle ore 12 e invece non l’abbiamo nemmeno vista!”

Avete già sentito commenti come questi? Non è raro intercettarli in qualche bar di fondovalle o fuori dai rifugi. Senza parlare delle pagine dei social. Forse alcuni vi sembrano esagerati, ma non siamo poi tanto lontani dalla realtà. E la realtà è che – ci piaccia o meno – tutto quello che gravita attorno alla montagna è né più né meno che un prodotto di mercato. Che sottostà a regole di marketing più che meteorologiche. Dove le condizioni naturali sono sostituite dall’offerta. Dove si fruisce e non si vive.

Potrebbe sembrare la solita lamentala di un nostalgico amante di un’arcadia ormai perduta (e forse mai esistita). Ma credo che tante volte il liquidare così ogni tipo di riflessione sia solo un modo per eludere il problema. Problema di cui siamo tutti parte: prima ancora che come “appassionati” (tralasciando le definizioni o meglio “nicchie” per usare ancora una volta un termine economico), sicuramente come cittadini per non dire consumatori. Perché quello siamo. Consumatori del prodotto montagna, con tutto il corollario che va dall’ultimo aggiornamento tecnologico che ci portiamo dietro all’abbigliamento, dall’attrezzatura tecnica ad un determinato “stile” che adottiamo (o compriamo?) per sentirci in quel contesto, in quel momento, inseriti, accettati per non dire apprezzati. E che altro non è che conformismo.

Credo sia questo il punto: non tanto demonizzare il risvolto economico del turismo (ricordandoci che la prima forma di turismo alpino fu proprio l’alpinismo dei benestanti inglesi nell ‘800), né per contro, inneggiare ad una non meglio definita libertà che si tramuta in sterile anarchia. Il punto è aver pian piano fatto sfumare il senso profondo della montagna (anzitutto per quello che è, ovvero spazio naturale) fino a farlo diventare del tutto secondario rispetto al “prodotto montagna”.

Ne avevamo già parlato su questa pagina quando, nella surreale primavera del 2020 si era posto il problema della agibilità dei rifugi (e persino della percorribilità dei sentieri!) in pandemia. Ma di quel dibattito ricordo soprattutto l’incredibile spostamento del discorso da un tema di “sicurezza sanitaria” ad uno di “qualità dei servizi”. Come se un rifugio fosse un resort che doveva “garantire” uno “standard”.

Se ci pensate non è tanto diverso dal dibattito odierno. All’indomani del cataclisma (perché quello è stato) della Marmolada, il dibattito mediatico ha deviato la sua traiettoria da una urgente riflessione sugli effetti del cambiamento climatico (ovvero la causa), per concentrarsi sulla regolamentazione delle attività che si svolgono in quota, quasi fosse quello il problema. E al di là della deprecabile morbosità quando si conta la perdita di vite umana, la conclusione è stata che bisogna in qualche maniera “porre dei limiti”. Insomma, se del caso, vietare. E così mentre ci lamentiamo che mancano i cartelli o il rifugio non propone un adeguato menu, un giorno ci alzeremo e scopriremo che in montagna potremo andarci solo sulla base di un’autorizzazione emessa da qualcuno al quale avremo delegato la nostra capacità di scelta. E magari ci starà anche bene, nel frattempo.

Ma cosa c’entra tutto questo con il Nevee Outdoor Festival? Dopo due anni di stop forzato e con il rischio di perdere quell’atmosfera festosa (e la voglia di ricrearla) che aveva caratterizzato un’occasione del genere, quest’anno il NOF riparte. Dalle origini. Da quella che era la grande festa pensata da Leo (e per Leo) come un raduno di ragazze, ragazzi, bambini e adulti accumunati da quelle passioni in cui la Natura è parte integrante.

Il NOF di quest’anno si libera di programmi, percorsi segnati, tabelle e appuntamenti. Un unico, grande raduno di due giorni il cui cuore pulsante è il Rifugio Gilberti. A parte le attività organizzate per i bambini (da sempre elemento distintivo di questo ritrovo), il resto si svolgerà a schema libero. Avete un crash pad? Portatelo su, cercatevi un masso, massacratevi i polpastrelli per risolvere un blocco! Vi piace camminare? C’è un pianeta Canin da scoprire, vi basta un passo per entrare nel Parco Prealpi Giulie. Amate le vie a più tiri? Credo che in Giulie e forse nelle Alpi orientali non esista roccia come quella del Bila Pec. Ci sono inghiottitoi per chi vuole esplorare gli abissi, linee di slack da tirare, manca solo la neve quest’anno, ma speriamo si sia solo presa una pausa.

Cosa c’entra quindi il NOF? Il NOF vive un nuovo annozero, in cui ripensare tutto di nuovo. Che nel suo piccolo lancia un messaggio: viviamo la montagna per quello che è. Viviamo la Natura indipendentemente da una tabella, un programma, un pacchetto. Non facciamoci imboccare, incasellare, guidare. Se rinunciamo a questa autonomia, il cui altro lato è la responsabilità delle nostre azioni, avremo rinunciato – e per davvero – alla libertà. E non quella vuota, svogliata, libertà “di fare quello che voglio”, ma la libertà del prendersi cura di noi stessi, degli altri, dell’ambiente. Una libertà piena e consapevole.

Dipende da noi, ora più che mai.

Note: il NOF 2022 si terrà il 23 e 24 luglio a Sella Nevea. Le attività organizzate e guidate saranno dedicate esclusivamente ai bambini (under15), quali arrampicata, speleologia e slack line e partiranno dalla mattina di sabato (ore 10) al tardo pomeriggio (ore 17), analogamente la domenica. Il resto a schema libero, nella meravigliosa cornice della conca Prevala.

Info sul NOF al sito e sulla pagina Facebook

http://www.neveeoutdoorfestival.com/ https://www.facebook.com/NeveeOutdoorFestival

The Julian connection – scalate in letargo

di Emiliano Zorzi

A quanto pare l’inverno bussa alle porte e quindi la scalata su roccia si avvia al letargo, specialmente quella rivolta a nord. Dato il luogo in cui sono nate, profondamente giulio, e la connessione di eventi che hanno portato alla loro gestazione e svezzamento, No Pellarini – no patry e Pari o dispari, ormai attenderanno il disgelo 2022 per poter conoscere il mondo.

L’estate 2020 ne ha visto la nascita, l’estate 2021 le prime scalate da parte dei genitori e qualche sporadica visita di amici, parenti e aficionados; per quella del 2022 potranno camminare con le loro gambe…o meglio, far muovere le gambe dei futuri ripetitori che apprezzino le loro fattezze, ovvero:

  • camminata di due orette circa in ambienti solitari e idilliaco-severi allo stesso tempo;
  • scalata su quel caratteristico calcare duro e arcigno delle pareti ombrose giuliane;
  • presenza di bel tempo (possibilmente caldo) stabile data la lunghezza delle vie e delle discese.

Insomma un assaggio in chiave sportiva delle nord nostrane.

Nello specifico qualche notizia:

Quinta Rondine mt.1848 – No Pellarini, no party

380 m, 7a (obbl. 6b), 15 lunghezze

Relazione qui: http://quartogrado.com/friuli/Fuart/Quinta%20Rondine_No%20Pellarini%20no%20party.htm

Si sviluppa sulla parete a forma di pala, rivolta a nord-ovest, della Quinta Rondine. Queste rocce, ben visibili da tutta la Saisera, sovrastano il morbido ambiente boscoso e prativo della Sella Prasnig. Pur in questo quadro ameno, la scalata è a tratti arcigna, anche se sempre protetta sistematicamente a fix. Nei 15 tiri entra un po’ di tutto: lunghezze verticali-strapiombanti fisiche su roccia ottima, tratti di media difficoltà su simil-placca, qualche tratto molto facile su terreno sporco e/o friabile come tipico condimento del posto.

La via è stata conclusa in extremis pre-inverno nel novembre 2020, prima scalata a fine giugno 2021 (G. Barnabà, E. Zorzi, U Iavazzo), a cui sono seguite un paio di altre scalate di cui abbiamo notizia. Dopo la conclusione della via è stata individuata, sull’altro versante, una discesa “normale” (terreno selvaggio ma max. I e II) attrezzata con qualche sosta di calata e taglio di mughi, in modo da evitare una lunghissima serie di doppie lungo la via di salita.

Per circa 10 metri, la via incrocia Caccia al tesoro di Roberto Mazzilis e Lisa Maraldo. Un ringraziamento a Roberto che ci ha permesso di mettere due fix sulla sua via, per non creare un “buco” troppo lungo fra le protezioni di No Pellarini, no party.

Il nome deriva dalla festa di compleanno a sorpresa organizzata da benemeriti amici durante il soggiorno al rifugio.

Quinta Rondine – Nono tiro di “No Pellarini no party” – foto Archivio E.Zorzi

Cresta Berdo , Pilastro Gloria (top.proposto) mt 2076 Pari o dispari

350 m, 6c (obbl. 6b), 12 lunghezze

Relazione http://quartogrado.com/friuli/Montasio/Cresta%20Berdo_Pilastro%20Gloria_Pari%20o%20dispari.htm

Si svolge a cavallo del netto spigolo dello sperone che scende dalla Cresta Berdo verso il grandioso circo sottostante la parete nord del Montasio-Cima Verde. L’idea è nata a seguito della ripetizione di una via vicina (O là o rompi), alla vista dello spettacolare spigolo tagliamare, simile alla scura pinna di squalo. Per una mera casualità, le lunghezze dispari sono quelle caratterizzate da una scalata tecnicamente più impegnativa e “sportiva” su roccia ottima; quelle pari sono invece più adatte allo scalatore “classico”. Date le difficoltà inferiori su roccia sempre buona e ripulita ma che necessita di un po’ più di occhio.

La via è stata conclusa nell’agosto 2020; la prima salita (R. Geromet, E. Zorzi, M. Buzzinelli) è dell’agosto 2021 a cui sono seguite alcune altre ripetizioni note. Curiosamente (considerando che il luogo è molto isolato, lontano da sentieri battuti), qualcuno aveva già tentato la scalata della via prima della sua pubblicazione. Abbiamo rinvenuto una maglia rapida di calata verso la fine del quinto tiro. Lì il destino beffardo (per gli aspiranti ripetitori) ha voluto che la sosta si trovi nascosta alla vista a destra oltre uno spigoletto, mentre dritti sulla parete ci sono due tasselli senza piastrina (di un nostro tentativo abortito) che devono avere ingannato gli ignoti-ignari scalatori. Ora, post-letargo inverno 2021 e svezzamento, gli aspiranti potranno avere più fortuna.

Sul nono tiro di “Pari o Dispari” alla Cresta Berdo – foto Archivio E.Zorzi

Like a Virgin – Notizie e ringraziamenti dal Vallone di Riofreddo

di Emiliano Zorzi

Come d’uso per il blog, Sav mi ha chiesto un breve testo-storia per accompagnare la notizia dell’apertura di “Like a virgin”, sulla solare faccia sud-est della Media Vergine. Data la pigrizia e il fatto che mettersi a raccontare si va a finire a dire sempre le stesse cose, butto giù semplicemente una serie di ringraziamenti e incoerenti notizie sulla via e dintorni.

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Una speciale Trilogia nel segno di Comici

di Saverio D’Eredità

Stilare classifiche e liste è sempre un giochetto divertente seppur fine a sé stesso. Nel mondo alpinistico le raccolte più o meno note di “le 100 più belle…” (scalate, sciate, cime, traversate…l’elenco può essere lunghissimo) sono una costante e bisogna ammettere che ognuno di noi ha le sue liste segrete. Che poi, si sa, lasciano il tempo che trovano, ma dato che viviamo una passione che per metà è sogno e metà azione, quella parte di sogno va pure coltivata! Il bello delle liste è che se ne possono creare di tutti i tipi. Il brutto (ma anche il bello, su) è che non metteranno mai tutti d’accordo, e mi sembra normale. Ma c’è un tipo del tutto particolare di liste, quelle che potremmo definire “filologiche”, che sono certamente da intenditori, ma almeno abbastanza oggettive. Sono le liste che si costruiscono sulla storia, sui legami sottili tesi attraverso le epoche, i personaggi, gli stili. Richiedono conoscenze, una certa dose di gusto e anche capacità di osservazione. Se dovessi iniziare a parlare di una “Lista” di linee sciistiche di alto livello citando Emilio Comici forse qualcuno inizierebbe a non seguirmi. Non è infatti noto a tutti che proprio Comici, lo scalatore simbolo dell’epoca del sesto grado, fosse anche un altrettanto appassionato esploratore di salite su neve e ghiaccio. Le Alpi Orientali, si sa, non sono il terreno ideale per questo genere di salite, eppure una caratteristica propria delle Dolomiti e delle Giulie sono proprio i grandi canaloni nevosi. Cupi e incassati tra le pareti, spesso interrotti da salti “misteriosi” in quanto imprevedibili e soggetti all’andamento delle stagioni, i canali dell’est hanno caratteristiche peculiari rispetto a quelli dell’ovest. Soprattutto, sono linee “naturali” e per questo non possono che attrarre l’insaziabile occhio dei cacciatori di linee. Tanto di salita quanto di discesa.

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Fuga sul Plauris

di Saverio D’Eredità

Sono giunto alla conclusione che il merito di certe imprese un po’folli sia da attribuirsi non tanto a chi le ha concepite (che a sparare minchiate siamo bravi tutti), quanto piuttosto al primo che ci crede. Mi spiego. Quando arrivi a dire “bè, se siamo in zona rossa e possiamo muoverci solo in bici potremmo pur sempre fare – che ne so – il Plauris partendo da Udine” (che già il Plauris, di per sé, non è che sia una montagnetta). Ecco, quando dici una cosa del genere (sapendo benissimo che rimarrà sepolta in qualche chat insieme a chissà quali altre fantasie) è il primo a venirti dietro che è veramente l’artefice. E con lui tutti gli altri. E a quel punto tutto rientrerà nell’ambito di una certa – seppure disagiata – normalità.

Partenza notturna da Udine – foto M.Battistutta

Sembrerà normale quindi sgattaiolare alle 5 del mattino, con la città ancora anestetizzata dalla notte e il coprifuoco, trovarsi come ladri all’angolo di una strada e filare via leggeri se non nel carico almeno nell’animo. Gli sci che fendono l’aria come spinnaker sulla bici, tutto il resto legato alla “mah sì, secondo me regge” e via attraversando gli scheletri di cemento e acciaio della nostra quotidianità. Scoprendo che gli uccellini cinguettano anche alle rotonde (sì, anche al Terminal Nord) e che l’alba colta all’altezza del sexy shop di Gemona sa essere tenue e commovente come da una cresta del Bianco.

Cambio assetto 1/ Portis ore 7 – foto F.Clocchiatti

E a quel punto non ci sarà più niente di strano e ti sembrerà persino ovvio parcheggiare le bici e caricarsi gli sci in spalla (tanto era lì che stavano già da due ore e 40 km) e addentrarsi nella val Lavaruzza, misteriosamente bella come tante valli prealpine. Anche se a risalirle, queste valli (o sarà meglio definirle scoli, grondaie, pareti un po’boscose), è come la comica del rastrello: ogni passo che fai è come pestare un rastrello e prendersi un palo in faccia da quanto è ripido. Però le cascate, ora al disgelo, sono bellissime e da qui non si vede nemmeno l’autostrada.

Quella di Cjariguart è una terra promessa di neve e silenzio, a dimostrazione che follia non era, anzi. Metter giù gli sci (finalmente!) e incamminarsi verso la cima (che vuoi sono solo ancora 700 metri) a quel punto non sarà né un sacrificio né un’agonia, ma un dovuto omaggio al Re delle Prealpi Giulie. Perché alla fine siamo venuti qua – ammettiamolo – per una foto. Una bella foto, per carità, quella che immortala la curva (una, due, al massimo) più elegante delle Prealpi Giulie. Ma pur sempre una foto. No, ditemi se non è da bohemien questa cosa. Però loro ci hanno creduto. E allora penso che se tutti veramente avessimo qualcosa in cui credere (qualcosa di bello, di esteticamente apprezzabile, di totalmente coinvolgente, intendiamoci), chissà che sfracelli faremmo. Pensa che spirito, che coesione, che forza! Potremmo farne la rivoluzione.

Ultimi passi prima della cima del Plauris – foto G.Simeoni

Sempre che la cosa non sfugga di mano. È successo, anche stavolta – è un rischio insito nelle rivoluzioni – che poi gli altri ci credano un po’ troppo. Che la tua idea del mattino (una delle tante) di sfruttare quella lingua di neve che scarta a destra la cascata e (pensa tu!) ti fa sciare ancora duecento metri sia veramente fattibile. Ci avevamo visto passare un camoscio come una scheggia giù di là. Ed è vero che “dove passa il camoscio passa anche l’uomo” ma io a quella panzana non ci ho mai creduto. Dove passa il camoscio l’uomo passerà anche, ma se la fa sotto. Già mi vedevo derapare afferrando rametti qua e là calcolando punti di caduta e potenziali traumi, litigare con qualcuno a caso e tornare giù infastidito. Quindi è stata persino commovente l’insistenza infantile di Gabriele (“se non vieni tu non ci vengo io”) e l’audacia silenziosa (e inconsapevole) del Batti, nel lanciarsi sul bordo di quell’abisso tra rododendri, faggi e poi chissà e dire “mah si, SEMBRA che si passi”. E perdio, siamo pur sempre sciatori o no? E allora via, seguendo il camoscio e ancora la neve, fino al salto della cascata, là dove ridiventa acqua, ridiventa tempo che scorre. Allora via, ma a cercare cosa poi, l’avevamo capito? Avevo riletto qualche giorno prima l’avventura di Felice Benuzzi sul Monte Kenya. La fuga da un campo di prigionia (e ritorno) a puro scopo di alpinismo. Vi lascio con queste parole, senza aggiungerne altre.

“Esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare, se si sa preparare. Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare con tutto te stesso.”

La più bella curva delle Prealpi Giulie: Gabriele Simeoni in discesa dalla cima del Plauris – foto M.Battistutta

Ritorno al Futuro – arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo

di Saverio D’Eredità

Trad, tred…o cosa?

Si chiama “Trad” si legge “Tred”, ma gli alpinisti di un tempo mi direbbero “alla vecchia”! Sono poi così importanti le definizioni e le etichette quando si fa qualcosa, soprattutto quando lo si fa per passione e un pizzico d’amore? Del resto, un vecchio trucco del marketing è proprio quello di cambiare nomi alle cose per farle sembrare nuove. Ma noi, che esercitiamo sempre e comunque il libero pensiero, non ci faremo trarre in inganno. Parlare di arrampicata “trad” sulle pareti del Pal Piccolo come fosse qualcosa di nuovo, in effetti, è solo una mezza verità. Perché tutto sommato qui la storia era iniziata proprio così. Con un pugno di dadi (all’epoca si trattava soprattutto dei mitici “eccentrici” oggi quasi del tutto scomparsi dall’argenteria alpinistica, anche se le fessure carniche li apprezzerebbero ancora…), un po’di sana follia e tanto pelo sullo stomaco. Oggi lo chiamiamo “trad”, ci siamo anche dati delle regole (è un po’un vizio dei nostri tempi), ma dovremmo sempre guardare le cose più per come sono che non per come vogliono apparire. E scoprire che in ogni storia nuova c’è un seme antico.

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Un passo dopo l’altro sulla cresta Val d’Inferno

di Saverio D’Eredità

Non c’è mai niente di facile, da queste parti. Soprattutto, mai niente di scontato. O che sia quantomeno un po’prevedibile. In quanto terra di opposti, dove idilliaco e arcigno coesistono costantemente, la Carnia non si smentisce. Ti priva di punti di riferimento. Prendi le sue creste, ad esempio. O sono quelle dorsali mansuete, bovine, dove pascolare in serenità lasciandosi cullare nei grandi spazi, o sono fragili castelli tutti in bilico e precarietà. Sono controverse, le creste. Sono l’ossatura delle montagne, l’esoscheletro che le tiene appese al cielo. Ma non tutte, perché altre te le devi immaginare. Non dev’essere un caso che a “pensare” e poi intrecciare i passaggi di questa cresta fossero stati due assi come Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, nel 1939. Castiglioni stava battendo le Carniche per realizzarne la prima guida CAI, e pensò bene di inanellare tutti i i pinnacoli della lunga cresta che dalla Forcella Val Grande arriva fino ai Brentoni. Eppure, non è esattamente una cresta logica. Districarsi tra questi denti scheggiati è un tormento non da poco, una specie di esercizio mentale dove alla fine vince chi riesce a scendere ad un compromesso sufficiente con una serie di cose: sicurezza, velocità, curiosità. Non si può essere troppo ortodossi, mentre si fa l’elastico su questa specie di yo-yo di calcare sbrecciato, che poi ogni tanto – vedi? gli opposti, le contraddizioni che ti stupiscono – ti regala momenti di pura delizia salendo alle vette. Del resto, come si fa a non fare una visita a quella cima beccuta dal nome Pinguino (solo per il nome, andrebbe salita), o alla baricentrica Torre Val d’Inferno o ancora alla Torre Innominata col suo libro di vetta che è una specie di bottiglia dei naufraghi. Salendole scopri il dono della roccia magnifica, appena dopo aver lasciato pensieri e capelli bianchi in traversini che te li raccomando. Ci sarebbero un sacco di considerazioni da fare, azzardando paragoni con la vita e gli stati d’animo, andando in su e in giù in qua e in là su questa cresta che poi è cresta solo ogni tanto e quando gli pare a lei. Che sa anche respingerti o scambiare le carte (vero, Torre Evelina?) ma noi che appunto non siamo troppo fissati con i numeri ma ci piace il gioco in sé, una soluzione l’abbiamo trovata lo stesso. Si, si potrebbe ricavarne un po’di lezioni sulle cose del mondo, ma per oggi preferiamo rimanere concentrati sul presente. Un passo dopo l’altro. E occhio eh, che non si sa mai. Un po’come la vita, in effetti.

La cresta Val d’Inferno ben visibile a destra. A sinistra la piramidale cime Ovest dei Brentoni – foto S.D’Eredità
A fil di cielo: Carlo Picotti nel tratto di cresta che precede la Torre Val d’Inferno
Sospesi: caratteristica lama prima del Pinguino – foto C.Picotti
Saverio D’Eredità risale la fessura sotto la Torre Val d’Inferno – foto C.Picotti
Traverso delicato sotto Punta Anna -foto C.Picotti

Cresta Val d’Inferno

(Alpi Carniche – gruppo dei Brentoni)

Difficoltà: dal II al IV

Dislivello: circa 500 mt (saliscendi) e circa 1500 di sviluppo

Roccia: di qualità varia, da friabile a molto buona

Prima salita: Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, 13 luglio 1939

Prima Invernale e solitaria: Mario Di Gallo, 20 gennaio 1990

Itinerario n. 11 della Guida A. Carniche Occ.li

Nel suo genere, più un’eccezione che una regola, considerando che le Carniche non abbondando di percorsi di cresta. Castiglioni e Pisoni nel ’39 hanno saputo immaginare un percorso di grande fantasia ed eleganza, destreggiandosi tra torri e pinnacoli e toccando ben 5 cime tra la Forcella Valgrande e la forcella che separa la Torre Evelina dalla Cima Brentoni Est. In totale sono oltre mille metri di dislivello e quasi duemila di sviluppo su terreno esposto, spesso su roccia friabile, ma anche incredibilmente solida (soprattutto salendo al Pinguino, Torre Val d’Inferno e Torre Innominata). Ne risulta una specie di “grande course”, molto interessante e decisamente alpinistica anche se le difficoltà non superano il quarto. Necessaria una corda da 50 metri, qualche friend e chiodi per evenienza. Lungo il percorso si incontrano 4 brevi doppie (vivamente consigliate!) e – a seconda dell’esperienza e grado di confidenza – potrà essere necessario effettuare brevi tiri di corda, in particolare nel traverso (delicato, noi l’abbiamo trovato verglassato) sotto Punta Anna e nella salita alla Torre Evelina. A onor del vero su quest’ultima, per pochi metri, non siamo arrivati: la fessura finale ci è parsa decisamente friabile seppur fattibile. Abbiamo quindi optato per l’aggiramento della Torre per rampa a sud e attrezzato una breve doppia per entrare nel canale sotto la forcella (1 ch. vecchio in loco+1 ch.nostro e kevlar nuovi).Rispetto alla relazione nella nostra guida Alpi Carniche occ.li, segnaliamo che nel tragitto prima del Pinguino sono 2 e non 1 le doppie da eseguire, mentre la salita a Punta Evelina presenta roccia friabile in finale. Forse è possibile salire per la parete sud più a sx e quindi completare integralmente la cresta (ovviamente se qualcuno ha info saremo ben felici di correggere e aggiornare!)

Sguardo a ritroso per Carlo Picotti verso la lunga cresta Val d’Inferno – foto S.D’Eredità

La Decima Alba – Torre Genziana

di Saverio D’Eredità

“Non è fame…è più voglia di qualcosa di buono” . Forse ricorderete questa celebre battuta di uno spot degli anni ’90 e del resto gli esperti di pubblicità sanno che tasto toccare. Ovvero quello della perenne indecisione sul concedersi o meno un piacere. Devo dire che il popolo di arrampicatori – antropologicamente mai sazio di piacere come giusto che sia per un’attività di per sé edonistica – spesso vive in questa costante indecisione. Non tutti, sia chiaro. Ma noi, alpinisti della domenica (o del sabato, a seconda), spesso ci avvitiamo tra la tentazione dell’ennesima grande impresa (nella nostra testa) o la voglia di rilassarsi un momento, rinunciare alla (peraltro rinunciabilissima) lotta coll’alpe e godersi una normale giornata di scalata alla ricerca, appunto del piacere. Continua a leggere

Lo spigolo del Cornetto

di Carlo Piovan ed Eugenio Cipriani

Il pilastro sud della cresta sud del Cornetto è percorso a sinistra dalla via “Soldà-Flashmann-Amstad del 1952 e, nel centro, dalla variante “Vezzaro-Fantuzzi” del 1967. La via qui descritta sale a destra di quest’ultima sfruttando una serie di strutture di ottima roccia ancora non utilizzate e tenendosi poi sul bordo destro del pilastro, proprio lungo l’estremo limite della parete, sul filo dell’aereo spigolo. Dalla cima del pilastro, poi, si ricollega alla “Soldà” e per essa raggiunge la vetta. La scalata è assai varia e si presenta, anche in virtù del notevole sviluppo (almeno in relazione alle altre vie del Sengio Alto) come una interessante alternativa alle altre due vie del pilastro. Inoltre è stata salita, e viene qui di seguito descritta, anche una variante sulla parete est del pilastro che si svolge lungo un’evidente serie di spaccature. E’ assai probabile che alcuni tratti di questi due itinerari siano stati, almeno parzialmente, già percorsi in precedenza. In questa sede si è voluto dare sia sul terreno che sulla carta una continuità all’insieme dei tiri di corda (e delle singole strutture su cui si sviluppano) ed il risultato è una via ben chiodata, aerea, elegante, continua e su ottima roccia.

In alternativa all’accesso descritto, si può accedere al sentiero d’arroccamento, percorrendo lo Spigolo Bellavista alla Torre Boffental, realizzando così una bella cavalcata area e panoramica, sul versane Sud-Ovest del Sengio Alto.

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