Dieci anni fa, Luca

di Saverio D’Eredità

Luca era uno che salutava. Che fosse lungo lungo il sentierino che sale allo Zacchi, ad una virata qualunque sugli altipiani del Canin o su un affollatissimo “Pellegrino” in un giorno di neve – da sempre, i migliori – Luca salutava. Ma non come tutti – quel saluto di sfuggita, strappato tra i denti, come un automatismo o consuetudine. No, Luca era uno che si fermava, a salutarti. In montagna ci si saluta quando si incrocia qualcuno. E’ una delle poche cose che veramente differenzia l’essere in montagna dall’essere al piano. Questa sorta di “rarità” – anche se avrai già incrociato decine di persone – del rapporto umano, è (ancora) un’esclusiva propria dell’andare per monti. E Luca questa specialità sapeva rispettarla sempre. Anche se era nel pieno della sua sgambata di allenamento e avrebbe potuto fumarti con il passo che aveva, invece no: si fermava anche solo due secondi per un saluto e anche un come va?

L’ho incrociato poche volte – troppo poche, mi verrebbe da dire – ma questa cosa mi è sempre rimasta. Non il curriculum – pazzesco – non la lista di prime salite o prime discese che pure siamo sempre qui a snocciolare ogni qualvolta si ricorda un’alpinista famoso. No, ogni volta che capita di parlare di Luca, o ricordarlo in qualche maniera (tra le righe di una guida in cui il suo nome compare vicino a scalate futuristiche su ghiaccio, o anche solo alzando lo sguardo verso quella capannina sul Buinz che porta il suo nome), a me viene sempre da dire – Luca Vuerich era uno che ti salutava. E magari ti chiedeva come va e si sprecava in un commento – anche sul Pellegrino, anche in una mattina di allenamento, ma senza l’isteria della tutina perché a lui come te, gitante qualunque, piaceva salire al Lussari nei giorni di neve che non puoi fare altro se non farti una bella sudata per poi con maggior piacere sederti da Jure, guardare i vetri appannati e la bufera e le stradine che scompaiono e ordinare uno jagertee.

Questo stesso giorno, dieci anni fa Luca Vuerich se ne andava a seguito di un incidente mentre scalava sotto il Prisojinik. Probabilmente uno, se non il, maggior talento alpinistico friulano degli ultimi vent’anni. Uno che attraverso le sue scalate, ma vorrei dire anche e soprattutto il suo modo di interpretare la montagna, ha fatto sempre respirare il lato migliore dell’alpinismo. Una perdita ancora non rimarginata. Una traccia ancora presente.

Perché sarebbe bello che qualche volta ricordassimo gli alpinisti non con quella noiosa lista di “prime”, ma per quello che erano come persone innanzitutto. E allora sarebbe da ricordarlo così. Luca Vuerich, un bravo ragazzo. Uno che in montagna, se ti incontrava – te che non eri nessuno – ti salutava. Sempre.

Cogliere l’attimo – Fugaci apparizioni invernali sulle pareti del Canin

di Saverio D’Eredità

Brutte, sporche e cattive. Così potremmo definire le tozze e sgraziate pareti del Canin. Questa montagna che domina la scena dell’orizzonte friulano è veramente un massiccio dalle molte forme e dalle molte facce, che sfugge ad ogni catalogazione. Una montagna “trasformista”, che riesce ad emanare sempre un certo fascino, un’attrazione inspiegabile e – confessiamolo – un po’torbida. Perché tutto si può dire tranne che queste pareti che orlano i desolati quanto misteriosi altipiani carsici, siano propriamente “belle”. Dalla loro non hanno praticamente niente. Né l’estetica, essendo più simili a dei muretti a secco, per giunta bassi, né la qualità della roccia che dire scadente è praticamente farle un complimento, né in realtà la storia. Qui l’alpinismo è passato un momento ed è andato via presto. Poche tracce, preistoriche ormai, su qualche colatoio appena accennato o spigoli che meglio perderli che trovarli. Continua a leggere

Tre Storie – di neve, di sci e di quella strana, insolita, grazia

di Saverio D’Eredità

1 . Del cadere. E del rialzarsi.

“E tu? E tu da dove vieni?”

Lo sguardo del maestro, mascherato dagli occhiali a specchio, era puntato proprio su di me. Anche se io in quel momento non stavo perfettamente seguendo le indicazioni su come impostare la curva a sci paralleli. Il mio sguardo, invece, era rapito da quel cupo canalone incassato tra le pareti del Siera, del quale non vedevo lo sbocco ma ne immaginavo avventurose strettoie, linee fragili, sfuriare di venti.

“Sì, parlo proprio a te, con quel piumino verde!” Continua a leggere

Di acqua. Di luce.

di Saverio D’Eredità

“…a climber’s heart cannot wish for more”

Ora, ditemi se con una introduzione del genere non vi fiondereste anche voi sotto la parete. Anche se il nome della cima si divincola a mala pena tra i denti con tutte quelle consonanti e quello dei primi salitori pare uscito da una spy story. Anche se si tratta di una valle subalterna della grande regione del Triglav che per arrivarci un’occhiata alla mappa per sicurezza ce la dai. Ed anche se a conti fatti ci sono più di due ore di avvicinamento e oltre tre di discesa per “appena” 400 metri e su difficoltà moderate – che a casa poi qualcuno vedendoti tornare col buio giustamente ti chiede “ma almeno era bella?”.

Sarebbe da spiegare che di mezzo ci sono i libri e qualche volta la tristezza. Perché il fatto è che quando sono triste compro libri. È una specie di antidolorifico ed antidepressivo, mi serve per dare un senso di profondità a certe giornate che se ci pensi ti fanno male solo a vederle passare. Si lo so che è una cosa un po’consumistica (sei triste quindi compri e rimetti in circolo la viziosa circolarità della società dei consumi), ma tutto sommato trovo che sfogarsi sui libri sia un po’meglio che sulle slot machine.

Mi sa che ero triste o semi depresso per qualche inconcludente riunione quel pomeriggio quando, passando in piazza Oberdan a Trieste, sono entrato nella libreria slovena senza sapere nemmeno il perché (cosa ci vai a fare in effetti, tu che sai quelle 12 parole di sloveno imparate ad un corso serale 10 anni fa?) e ho chiesto se avevano “Slovenske Stene”. Forse perché ci sono pomeriggi a Trieste – la luce radente di un tramonto di ottobre gioca la sua parte, e il vento pure – in cui mi pare di esserci già, tra le rocce delle Giulie. Continua a leggere

Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

A casa, nella “Stena”

di Saverio D’Eredità

Se prendete una moneta da 50 cent potrebbe capitarvi di vedere l’immagine stilizzata di una montagna e la frase “Oj Triglav Moj Dom”. Qualcuno forse potrebbe osservarla distrattamente e affrettarsi ad infilarla nella macchinetta del caffè, o magari qualche volta ci avete fatto caso. Io, per dire, quella moneta da 50 cent la aspettavo ancora prima che la zecca di stato sloveno la stampasse. Una montagna su una moneta è una cosa unica e quando l’ho trovata per la prima volta (credo un resto in un bar a Gorizia) l’ho conservata non so per quanto tempo (no,non sono un numismatico) perchè credevo che questa cosa della moneta alpinistica non si ripetesse mai più.
Magari invece la montagna l’avete anche riconosciuta, ma della frase non sapete nulla. Oj Triglav Moj Dom è un canto popolare sloveno, e gli sloveni si sa sono un popolo di montagna anche se le montagne non occupano tutto il loro territorio. Ma sono un popolo che considera le montagne alla stregua di divinità. E che vede nella montagne la propria patria.
Ogni sloveno, si dice infatti debba almeno una volta nella vita salire il Triglav, o Tricorno per noi, il cui nome non corrisponde tanto alle “tre teste” (che non ci sono) quanto all’incarnazione di una divinità tricefala. La divinità è quindi la montagna stessa. Sarà per questo che, pur non essendo sloveno, ho sempre nutrito grande ammirazione e rispetto per questi luoghi e soprattutto condivido quell’approccio unico che gli sloveni hanno nell’andare verso i monti come fossero al tempo stesso luoghi dello spirito e la propria casa. Oh Triglav, casa mia! dice la canzone – che ogni sloveno conosce come conosce la torretta dell’Aljazev Stolp a guardia della vetta più alta delle Giulie.
E anche se non sono sloveno, questa sensazione di “sentirmi a casa” in quello che Kugy definì il “regno” del Triglav l’ho sempre avuta. E se il Triglav è un regno, la sua parete nord è uno dei feudi più vasti e ricchi. Certo, l’idea di sentirsi a casa in quella che è una delle pareti più alte ed imponenti delle Alpi Orientali potrà sembrare paradossale, eppure è proprio così che mi sento ogni qual volta oltrepasso la radura dell’Aljazev Dom. Il grande feudo è fatto di castelli e fossati, torri e ponti levatoi. E una miriade di strade a collegare le regioni più distanti, quelle “cenge di Zlatorog” che attraversando la parete da parte a parte ti danno la sensazione di poterti muoverti liberamente in questo mondo di pietra.
Sarà per questo che torno alla “Stena” sempre con un grande sorriso e l’animo sereno. Forse è semplicemente questo che chiediamo alle montagne. Un luogo dove sentirsi a casa.

Triglav – parete Nord “Helba”

Primi salitori: Libor Anderle, Luka Rozic, Dusan Srecnik, 1971
350 mt, V, VI, VI+ (1 p. VIII o A0)
Pur essendo una delle più “brevi” scalate della “Stena” è sicuramente tra le più interessanti dal punto di vista alpinistico. Supera con bella logica una sezione molto verticale della “torre Skala” (avancorpo di fatto inglobato dal Triglavski Steber) lungo una linea naturale e logica di diedri e fessure, salvo un unico tratto (il chiave) che affronta una placca compattissima. Concatenabile con le altre vie della parete se si vuole realizzare una grande ascensione di ampio respiro ed impegno.

La via fu aperta in memoria di Riko Salberger, alpinista di Trzic caduto sulla via “Bavarska” sempre sulla nord del Triglav nel 1969. “Helba” era il nomignolo di Riko, il quale, recandosi a Klagenfurth per acquistare un casco da roccia, storpiò la parola tedesca “helm” (casco) in “helba”. 

Triglav, via Helba

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Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Alpi Giulie e Carniche Orientali

di Saverio D’Eredità ed Emiliano Zorzi

(dall’introduzione alla guida “Alpi Giulie e Carniche Orientali – Alpine Studio, 2019)

Quando abbiamo dato alle stampe, appena tre anni fa, la guida “Alpi Carniche e Giulie” pensavamo di aver fatto del nostro meglio per rendere omaggio a queste montagne e invitare ad una loro scoperta. Non sospettavamo, però, che ci sarebbe stata data una nuova possibilità di perfezionare e ripensare quel lavoro dopo così poco tempo. Se la prima esigenza era quella di ristampare la guida, andata esaurita già nel primo anno, man mano abbiamo tuttavia maturato la convinzione di poter reimpostare completamente questo lavoro e cogliere l’occasione per offrire ai lettori non tanto una ristampa, quanto una nuova edizione. Come già preannunciato nel 2017 con la parte dedicata alle Carniche Occidentali, si è deciso di riequilibrare la partizione dell’arco alpino friulano (escluse le Prealpi) dividendo la parte di Carnia occidentale (dalla valle del But a Ovest) da quella orientale che confluisce, in questa trattazione, con la parte italiana delle Alpi Giulie. Seppur non rigorosa dal punto di vista geografico tale suddivisione consente un miglior bilanciamento complessivo. Da considerare inoltre che, sebbene Aip-Cavallo appartengano morfologicamente e geograficamente alle Carniche, il gruppo Sernio-Grauziaria può già considerarsi una piccola eccezione, dove ritrovare caratteristiche tipiche delle Giulie.
In questa nuova edizione abbiamo portato avanti l’idea di una guida che si avvicinasse quanto più possibile alla monografia, in qualche modo sulla scia della collana Monti d’Italia. Se quel livello di completezza è oggi pressoché irraggiungibile dato il numero davvero notevole di itinerari che si sarebbero dovuti inserire, nel nostro caso abbiamo cercato di mantenere l’approccio originario (ovvero una cernita, per quanto ampia, delle possibilità alpinistiche) integrandolo con un numero maggiore di dettagli ed informazioni.
Già con la guida “Alpi Carniche Occidentali” si era deciso di rimettere in primo piano le montagne rispetto alle vie su esse tracciate. Da ciò l’inclusione delle vie normali nel senso di salita, ad esempio, nonché di numerosi itinerari che – seppur non relazionati o ripetuti in prima persona – ritenevamo giusto segnalare per dovere di completezza. Con questo volume ci siamo spinti ancora più avanti.
Oltre alle normali, infatti, vengono segnalati anche percorsi non strettamente alpinistici (quali ferrate di una certa importanza o itinerari a cavallo tra escursionismo impegnativo e alpinismo); ci è parso più corretto, sia per ampliare gli orizzonti degli alpinisti invitando ad una conoscenza non limitata alla mera scalata, sia al fine di facilitare la lettura e fruizione della guida stessa. A ciò si aggiunge la grande quantità di informazioni relative ad itinerari presenti su una certa parete o versante dei quali si è dato puntuale riferimento bibliografico.
Ecco come, allora, questo volume tenda a differenziarsi ulteriormente da quelli precedenti con il tentativo di avvicinarsi al concetto di monografia. Queste note, che potranno apparire dettagli, possono diventare valore aggiunto nel momento in cui da un lato orientano meglio lo scalatore dentro la parete, e dall’altro lo stimolano ad intraprendere un percorso di ricerca anche all’infuori di essa. Chi non ha passato giorni (se non anni) a sognare di scalare una via o una parete divorando tutte le informazioni in suo possesso, stimolando la fantasia e l’immaginazione, componente essenziale dell’alpinismo? Siamo infatti convinti che proprio nella fase di studio e ricerca inizi la vera conoscenza della montagna: in questo senso l’aggiunta di queste informazioni vuole essere un invito all’esplorazione, anche personale, senza che la scelta – per quanta ampia, sempre arbitraria – degli autori finisca per condizionare l’esperienza alpinistica.
Rimangono invece i tratti distintivi che per noi, come autori, rimangono imprescindibili. La raccolta delle informazioni è sempre avvenuta direttamente sul campo (con le nostre ripetizioni) o attraverso compagni di cordata, amici o semplici conoscenti che ci hanno fornito relazioni e suggerito correzioni, ma sempre basate sull’osservazione diretta e il più possibile recente. La cura dei disegni, delle foto e delle descrizioni tecniche che vanno a comporre un unicum e che come tale invitiamo a leggere. Infine la ricerca di una certa uniformità di giudizio, cercando di contemperare il rispetto della storia, l’evoluzione delle tecniche e la percezione dell’alpinista con equilibrio, ma senza risultare asettici. Non si può infatti ignorare che negli anni le valutazioni e la sensibilità degli alpinisti sia cambiata di pari passo con il progresso tecnico, dei materiali e delle maggiori conoscenze. Al tempo stesso però si è cercato di mantenere un criterio di omogeneità, in linea con la storia, ma anche con l’evoluzione.

Il lettore troverà tra queste pagine molte possibilità. Dalle normali alle vie a spit moderne. Dalle grandi classiche alle vie di scoperta. Itinerari esplorativi dove mettere in pratica intuito e capacità alpinistiche ed eccezionali scalate dove misurarsi con le alte difficoltà e una concezione moderna dell’arrampicata. Non è stata solo una scelta, ma la fotografia esatta di queste montagne estremamente varie, per troppo tempo marginalizzate, ma che oggi sanno proporre all’alpinista una straordinaria diversità di esperienze ed approcci. Non solo nella tipologia di itinerari, ma anche e soprattutto negli ambienti e nelle peculiarità paesaggistiche che fanno di questo angolo nordorientale delle Alpi una perla di rara bellezza, forse oggi quasi introvabile nell’arco alpino.

Siamo tornati su queste pareti, con un entusiasmo e una voglia di conoscere e condividere per certi versi ancora maggiore del passato. I buoni riscontri degli altri volumi ci hanno stimolato a migliorare ogni aspetto di questo lavoro. Speriamo di ripagare sul campo i nostri lettori.
Avremmo voluto fare ancor di più, ma questo compito rischiava di diventare diabolico. Le Giulie nascondono ancora terreni di esplorazione che riportano al passato e offrono straordinari stimoli anche gli alpinisti di oggi e domani. Il nostro non è altro che un invito. Speriamo di vedervi ripercorrere queste montagne con passione e divertimento, e con la curiosità che dovrebbe essere sempre nello zaino di ogni alpinista.

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Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove. Continua a leggere