Una speciale Trilogia nel segno di Comici

di Saverio D’Eredità

Stilare classifiche e liste è sempre un giochetto divertente seppur fine a sé stesso. Nel mondo alpinistico le raccolte più o meno note di “le 100 più belle…” (scalate, sciate, cime, traversate…l’elenco può essere lunghissimo) sono una costante e bisogna ammettere che ognuno di noi ha le sue liste segrete. Che poi, si sa, lasciano il tempo che trovano, ma dato che viviamo una passione che per metà è sogno e metà azione, quella parte di sogno va pure coltivata! Il bello delle liste è che se ne possono creare di tutti i tipi. Il brutto (ma anche il bello, su) è che non metteranno mai tutti d’accordo, e mi sembra normale. Ma c’è un tipo del tutto particolare di liste, quelle che potremmo definire “filologiche”, che sono certamente da intenditori, ma almeno abbastanza oggettive. Sono le liste che si costruiscono sulla storia, sui legami sottili tesi attraverso le epoche, i personaggi, gli stili. Richiedono conoscenze, una certa dose di gusto e anche capacità di osservazione. Se dovessi iniziare a parlare di una “Lista” di linee sciistiche di alto livello citando Emilio Comici forse qualcuno inizierebbe a non seguirmi. Non è infatti noto a tutti che proprio Comici, lo scalatore simbolo dell’epoca del sesto grado, fosse anche un altrettanto appassionato esploratore di salite su neve e ghiaccio. Le Alpi Orientali, si sa, non sono il terreno ideale per questo genere di salite, eppure una caratteristica propria delle Dolomiti e delle Giulie sono proprio i grandi canaloni nevosi. Cupi e incassati tra le pareti, spesso interrotti da salti “misteriosi” in quanto imprevedibili e soggetti all’andamento delle stagioni, i canali dell’est hanno caratteristiche peculiari rispetto a quelli dell’ovest. Soprattutto, sono linee “naturali” e per questo non possono che attrarre l’insaziabile occhio dei cacciatori di linee. Tanto di salita quanto di discesa.

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Cogliere l’attimo – Fugaci apparizioni invernali sulle pareti del Canin

di Saverio D’Eredità

Brutte, sporche e cattive. Così potremmo definire le tozze e sgraziate pareti del Canin. Questa montagna che domina la scena dell’orizzonte friulano è veramente un massiccio dalle molte forme e dalle molte facce, che sfugge ad ogni catalogazione. Una montagna “trasformista”, che riesce ad emanare sempre un certo fascino, un’attrazione inspiegabile e – confessiamolo – un po’torbida. Perché tutto si può dire tranne che queste pareti che orlano i desolati quanto misteriosi altipiani carsici, siano propriamente “belle”. Dalla loro non hanno praticamente niente. Né l’estetica, essendo più simili a dei muretti a secco, per giunta bassi, né la qualità della roccia che dire scadente è praticamente farle un complimento, né in realtà la storia. Qui l’alpinismo è passato un momento ed è andato via presto. Poche tracce, preistoriche ormai, su qualche colatoio appena accennato o spigoli che meglio perderli che trovarli. Continua a leggere

Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

In contemplazione del Mistero

di Nicola Narduzzi

“Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
eppure ancora tutta l’esperienza è un arco attraverso cui
brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
per sempre e per sempre quando mi muovo.”
(A. Tennyson, Ulysses)

Chiudo gli occhi. Penso a una parete, penso a quella parete: il mio frutto proibito. La sogno, come si sogna il sole nell’ora buia che precede l’alba. La desidero, sapendo che il desiderio non verrà appagato. L’ho anche sfiorata, conservando però sempre la consapevolezza che non sarei mai arrivato al suo cuore. Continua a leggere

“Amici per sempre” – nuova via sulla Nord della Cima Verde

di Saverio D’Eredità

Prendi l’auto e vai in una valle, una valle che conosci da sempre e di cui credi di sapere già tutto. Guarda in alto le pareti. Cosa ti viene in mente? Non pensarci, non serve. Lascia che te lo dicano loro. Soltanto guardale con occhi nuovi. Non cercare niente. Dimentica tutto, butta all’aria, libri, tracciati, riviste e consigli. Trova e basta. Il segreto è tutto lì. Lasciati stupire.

La Nord del Montasio sovrasta la Saisera con la sua architettura squadrata e severa. È forse la più cupa e incazzata nord di tutte le Giulie. Non c’è un solo metro di parete che conceda qualcosa all’occhio dei cacciatori di linee. Continua a leggere

The Pink Punk Donkey – Una storia d’amore

di Saverio D’Eredità

La notizia, già rimbalzata prima tramite social quindi ripresa dai giornali locali, è ormai nota. A 30 anni dalla prima discesa di Rumez e Gardossi, la parete Nord del Nabois è stata nuovamente scesa con gli sci da due specialisti del ripido, Enrico Mosetti e Zeno Cecon.

La Nord del Nabois non è propriamente quella che diremmo una parete sciabile. Qui una linea va inventata più che cercata, congiungendo effimeri pendii nevosi sospesi come lenzuola ad un balcone di mille e passa metri sopra la Val Saisera. Una nord molto particolare, come i profili di questa montagna ingombrante ed orgogliosa che come uno scudo si frappone tra i boschi della Saisera e le nobili pareti del Fuart. L’inclinazione è sfuggente e progressiva, la neve fatica ad incollarsi tanto da creare dei corridoi sciabili. Eppure, con un battito d’ala che si verifica poche volte in un decennio o forse un paio di decenni, le condizioni si ripresentano, anche se parlare di condizioni è quasi eufemistico in casi come questo dove, più che quelle della parete servono le doti visionarie di sciatori appartenenti ad un’altra concezione dello sci stesso. Continua a leggere