Senza rete – 3 scatti da un’invernale

di Saverio D’Eredità

“Wow!se è tutta così, ragazzi, abbiamo svoltato!”

L’esclamazione di Marco ha il potente effetto di far tirare un respiro collettivo alla comitiva, ancora preda dell’apnea da traverso appena superato. Sopra di noi, la lunga e regolare linea del canalone Findenneg si apre tra torrioni lisci e ricamati di neve ghiacciata. Sotto, lo sguardo corre con un volo nero nella profondità della Clapadorie.

Il lungo traverso della Gran Cengia ha lasciato una lunga e regolare sequenza di buchetti neri su una esile striscia bianca sospesa nel vuoto. E quel silenzio spesso e palpabile dei momenti di maggiore tensione. Da anni avevo in testa questa salita e per quello strano, perverso gioco che è l’alpinismo invernale, più ci pensavo più non riuscivo a distogliere il pensiero di attraversare il suo lato selvaggio, affacciandomi su questo balcone inclinato sulla parete più alta delle Giulie.

È un meccanismo strano, quello che ci fa desiderare così tanto una salita, una cima, una via o forse soltanto una giornata e al tempo stesso rimanere attratti da ciò che potrebbe negarla. Approcciare il Montasio d’inverno dal Findenneg vuol dire infatti ingaggiare una partita a scacchi con una serie di fattori difficilmente preventivabili. L’esposizione occidentale della Grande Cengia, infatti, non permette alla neve di trasformarsi del tutto, soprattutto a inizio stagione. Al tempo stesso un innevamento eccessivo potrebbe risultare deleterio, visto che si corre costantemente sul filo di cenge sottili, tirate come fili tra gli strati di calcare e perennemente in bilico sopra il risucchio della forra della Clapadorie, mille e passa metri più in basso. Si passeggia così, sul filo di questo cornicione, come trapezisti senza rete di protezione.

L’inverno inizia oggi, ma non è certo la data a far la differenza. La stagione come spesso capita stenta a partire e con gli anni ci si adatta a quello che la Natura offre. Ho smesso da un po’di ragionare secondo calendario e stereotipi, cercando la neve o forse solo di rovinare le solette degli sci, ostinandomi in improbabili sciate tra i sassi. Negli ultimi anni dicembre diventa mese propizio per l’alpinismo invernale, un genere forse un po’demodé, o in termini di analisi di mercato sarebbe meglio dire schiacciato tra l’offerta dello sci e quella delle cascate di ghiaccio, decisamente più remunerative le prime e prestazionali le seconde.

Eppure l’alpinismo invernale è stato l’amore primigenio, quello delle grandi letture, dei sogni ad occhi aperti di bufere, luci radenti, tenacia e passione. Condensa l’alpinismo nella sua vesta più cruda e forse per questo più intrigante. Un lavoro sporco, insomma, fatto di tracce ed attese frustranti, di piedi freddi e movimenti ora goffi ora leggiadri per attraversare una cornice sospesa o divincolarsi in un camino gelato.

Un lavoro che di solito riesce meglio immaginare sprofondati in poltrona a guardare luccicanti foto di cime smaltate di ghiaccio e che già la sveglia del mattino manda in frantumi.

110 anni fa anche Kugy e compagni giungevano su questa cima in inverno, proprio dal canalone Findenneg e dopo svariati tentativi non proprio fortunati dalla via normale, che nonostante la maggiore facilità nascondeva le insidie di ogni pendio esposto al sole e sopra dei salti rocciosi. E con più di qualche imprecazione – sicuramente censurata nei libri – delle sue guide che probabilmente percepivano i rischi di una salita del genere. Poi, l’intuizione di passare per la via apparentemente meno logica, quel canalone aperto come una grondaia sul ballatoio della Grande Cengia e sospeso nel vuoto. La cordata di Kugy azzecca giornata a condizioni partendo di notte dall’allora romantico alpeggio di Nevea e passo passo guadagna la cima che farà strappare a Kugy più di qualche parola di estasi.

È curioso il fatto che anche oggi salire il Montasio d’inverno sia faccenda tutt’altro che scontata. Nonostante cavi e scalette abbiamo ingabbiato la normale, non è che sia diventata proprio una gita sociale. Ciononostante al mattino la macchina di Nicola è piena di soci e buoni propositi avendo caricato prima me e Marco a Udine ed infine Livio a Sella, che per l’occasione si concederà un’uscita estemporanea senza tavole ai piedi.

L’inverno sembra confinato alle zone più ombrose delle montagne, oggi, mentre constatiamo che le mucche potrebbero tranquillamente pascolare sui Piani ancora un po’. La neve inizia abbastanza in alto, ma so che non bisogna farsi troppe illusioni. La normale è già abbastanza segnata dalle scariche e quindi sicura, ma l’occhio scivola a sinistra oltre la sagoma della Torre Disteis che come un cippo segna il confine tra il rassicurante paesaggio dei Piani e il profilo chiaro scuro dei pilastri rivolti ad ovest. Sento che bisogna tentare oggi e non farsi troppe domande, nonostante pochi anni fa la cima fosse sfumata per un soffio…

Primo scatto: gennaio 2011, ore 13.45

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“Allora, alle 13.30 dietro front: ovunque ci troviamo”

Il patto, stretto a metà di un pendio gonfio di neve inconsistente dove affondavamo fin quasi al petto, stava per eseguire la sua sentenza. L’ora era già passata e noi guardavamo la cima come le labbra di una ragazza che non avremo il coraggio di baciare. La linea sensuale della cresta rimase distesa davanti a noi, senza che potessimo fare più nulla per poterne saggiare le sue meringhe di zucchero e panna. Troppo vicina, la vetta, per dire di non avercela messa tutta. Troppo lontana per nuotare ancora nella neve polverosa chissà quante altre mezzore di rinvii e tacite violazioni del patto.

Mi voltai verso Andrea sperando in un ulteriore ripensamento, ma lui stava già armeggiando con la macchina cercando di catturare nell’obiettivo lo straordinario spettacolo sotto i  nostri piedi. Sì, perché dopo ore passate a rincorrere il sole oltre le spesse nuvole livellate a 2500 metri finalmente potevamo osservare quell’eterea moquette grigia ben sotto di noi. Solo le cime più alte, come relitti abbandonati, galleggiavano nel sole di quel pomeriggio di gennaio.

Dai, va bene così. Mi sa che è meglio scendere, che vien buio qua”. Brucia, essere onesti, in montagna. Inutile raccontarcela. Perché la nobiltà della rinuncia è sempre a posteriori. Sul momento pensi solo alla mezzora di sonno che ti sei abbuonato al mattino e a tutti i tratti in cui forse potevi farti meno problemi. E ti dai dell’idiota.

Perché la cima non conterà poi così tanto, finché non ti sei fatto quasi 6 ore di salita nuotando nella neve fonda e una volta messo il naso in paradiso ti dicono che quello non è il posto per te.

Prendemmo la via del ritorno, reso ancor più mesto dal declinare della poca luce e dalle fauci spalancate delle nubi aperte sotto di noi.  Mai come quella volta la rinuncia rappresentò così bene il ritorno in basso. Le condizioni non erano forse delle migliori, quel giorno. Nella nebbia salimmo a tentoni una successione di pendii di neve fresca tracciando una diagonale il più possibile diretta verso il piccolo nevaio triangolare alla base della scala Pipan. Ma per qualche strano sortilegio per quanto ci alternassimo a far traccia la nostra progressione sembrava andare a rallentatore. L’uscita dalla scala verso la cresta si presentò delicata e la baruffa con le scenografiche meringhe della cresta mi fece passare di un colpo tutto l’estetico compiacimento dell’alpinismo invernale. Rimase quello scatto, un tappeto di batuffoli e solo le cime più alte delle Giulie a salutare il sole.

Poco dopo essere tornati indietro dall’alto calarono sopra di noi altri tre alpinisti. Tra di loro c’era Luca Beltrame, i cui articoli sulle riviste spesso deliziavano ed ispiravano. Erano saliti (“per sbaglio” disse uno di loro) per la direttissima Kugy ai pilastri. Non seppi cosa dire, loro avevano fatto una via più dura ed erano arrivati prima. Questa onestà in montagna proprio non paga, pensai.

Gli spiegammo che avevamo rinunciato perché si era deciso di andar avanti fino ad una ora precisa e poi mollare. “Corretto, bravi” – ci disse. E scomparve nella nebbia.

Mi ripromisi di scrivergli per raccontarci di quella giornata e fargli i complimenti per il suo “Non si torna indietro” su Lomasti.

Non ci fu tempo e occasione. Luca scomparve due anni dopo, sulla Grande Vergine.

Secondo scatto: solstizio d’inverno, stessa ora di quel giorno di gennaio.

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Mai come stavolta è proprio vero. Indietro non si torna. Mi volto e non vedo nessuno. Superata una piccola strettoia quasi verticale credevo fosse finita invece gli ultimi venti metri non cedono di un soffio. I polpacci fanno male ma le picche entrano bene nella neve durissima che quest’angolo a nord ovest ha mantenuto fredda e stabile. I pilastri sommitali del Montasio smaltati di piccoli ricami di ghiaccio incorniciano come giganteschi arazzi il budello finale del Findenneg.

Dopo essere passati con poche parole e passi misurati sulle sottili linee bianche della Grande Cengia, la salita del Findenneg ci era sembrata un piccolo premio all’azzardo giocato. Neve perfetta e una profonda rigola da sfruttare metro su metro spremendo i polpacci al ritmo del movimento delle picche. Ogni tanto uno sguardo allo scivolo sotto di noi, proteso come un trampolino sulla Val Dogna.

Giunti sotto l’uscita io e Marco ci siamo divisi in due rami diversi del canale per sondare le possibilità e dare sfogo all’euforia da cima ormai vicina. Da qualche minuto, però, era  calato uno strano silenzio e non solo non riuscivamo a vederci, ma nemmeno sentirci, mentre Nicola e Livio probabilmente aspettavano di vedere chi era più nella merda per decidere dove passare.

Due, tre passi, taglio un gradino per far rifiatare il polpaccio poi prendo deciso sopra di me ed esco in cresta. Ci siamo, penso, è fatta. Sto per sorridere ma la smorfia mi rimane bloccata in faccia.

Merda. Una meringa, come un piccolo palloncino di neve inconsistente, occupa i pochi metri che mi servono per ritrovare il filo sicuro del crestone. E ora? No, indietro non torno. Ricordavo questa uscita del Findenneg, quando ci passi d’estate è di fatto l’unico punto minimamente esposto e con grande precisione e autolesionismo sono riuscito a beccarlo perfettamente persino oggi.

A nord sprofonda un buio canalone, a ovest la linea di puntini protesa nel vuoto. Certo rimanere incrodati qua, e per giunta con il cordino nel mio zaino, sarebbe proprio da idioti. Gli altri sembrano svaniti nel nulla e come prima, mi sento senza rete di protezione.

Ma se le invernali sono un lavoro sporco, tanto vale sporcarsi fino in fondo. Ripulisco meticolosamente il quadrato di cresta davanti a me e sperando che il tutto abbia una minima consistenza ci salgo sopra, al tempo stesso goffo e delicato. Regge. Per un attimo penso assurdamente da che parte mi sarebbe piaciuto cadere. Nel canalone invisibile a nord (però lì c’è un bel cumulo di polvere, magari…) o come “bob” umano sparato verso ovest?

Il pensiero mi rende pesante, faccio ancora due tre passi incerti poi il crestone si allarga. Mi volto e vedo sbucare Marco che ride credendo che io abbia trovato un’uscita facile mentre lui era incappato su un muro di bellissima polvere decisamente poco raccomandabile. Pochi minuti dopo anche Nicola e Livio sbucano dall’imbuto del Findenneg.

È la stessa ora di quel giorno di gennaio, ma oggi, a pochi metri dalla cima, non ci toccherà tornare indietro.

Terzo scatto – La luce fuggente.

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La ripetitività dei movimenti in discesa permette di usare il cervello quasi in due fasi. Mentre una esegue l’ordine alternato degli arti, l’altra divaga, esplora orizzonti, ritorna sul posto e riparte. Mi soffermo su dettagli infinitesimali, riapro armadi di ricordi, altri scatti buttati alla rinfusa nello scatolone dei negativi. Ancora le nebbie viscose di quel pomeriggio di gennaio, il volto stanco di Luca Beltrame che ci fa i complimenti per la rinuncia, la luce fioca, il rumore degli attacchi che si chiudono e la discesa veloce su una neve zuccherina che per qualche istante ripagò le ore di fatica improba e inutile.

“Ah se avessi degli sci ai piedi sarei anche più contento” commenta Livio che senza mollare un colpo chiude la comitiva. Nel frattempo qualcuno o meglio qualcosa ha deciso che era più semplice scendere direttamente a valle per la direttissima. Lo zaino di Marco, infatti, stanco di essere trasportato a passo d’uomo ha pensato bene di prendere il volo giù per i salti della parete sud del Montasio. Atterrando integro sulla neve dell’altipiano.

Noi invece, consapevoli di essere ancora senza la rete di protezione lentamente abbiamo zigzagato tra le stratificazioni regolari della parete con una cautela e circospezione. La luce fuggente del solstizio si infilava nel punto più basso dell’orizzonte.

Scrive Marco Albino Ferrari che “per poter sognare abbiamo bisogno che rimanga una porzione sconosciuta di natura che ci porti verso le prime albe del mondo”.

Nella montagna invernale, in questo momento di luci brevi e lunghi silenzi, le cime sembrano riacquistare una innocenza perduta. E nel ritornarvi si è quasi più vicini alle sensazioni dei primi che le raggiunsero. Di osservare anche noi quelle albe e quei tramonti con occhi nuovi, come se un mondo nuovo fosse ai nostri piedi, un mondo in cui poter riscrivere le regole o fare vecchi errori.

L’ultimo scatto è quello che non ho ripreso. È Livio che saltella come un folletto sull’erba secca dei prati , nella  luce del giorno più corto e sparisce nell’ombra della notte più lunga.

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