Il Tempo che fa

Intervista ad Antonino Renda (meglio noto a livello locale come Toninometeo) sulle caratteristiche climatologiche e meteorologiche dell’estremo Nord-Est, con un occhio di riguardo alle nostre montagne e alle tendenza nevose passate ed in atto. Dedicato ai nivofili, ma non solo. Un’occasione per affrontare in maniera scientifica, ma accessibile ai più, l’universo affascinante e controverso della meteorologia, una scienza non esatta che da sempre accompagna e condiziona le nostre attività sui monti.

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Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua. Continua a leggere

L’uomo che fissa le nubi – alla cieca sulla Cima Fanton

di Saverio D’Eredità

Il Batti ronfa alla mia destra già da un paio di chilometri, mentre Raffaello sul sedile posteriore non dice nulla, sprofondato tra zaini e sci. In silenzio ci addentriamo con l’auto in Val d’Oten mentre osservo a metà tra l’incredulo e il depresso la spolverata bianca sui rami degli alberi sopra i 1500 metri. Non posso crederci. Ancora una volta l’imprevista nevicata notturna rischia di stravolgere i piani, proprio nel giorno – l’ultimo – che mi ero concesso per tentare disperatamente di dare un senso alla stagione sci alpinistica. Cerchiamo qualcosa, ma non lo sappiamo spiegare. Continua a leggere

Il canale nascosto del Piccolo Mangart

di Saverio D’Eredità

È  innegabile che uno degli aspetti sociali più caratteristici dello scialpinsimo – almeno nella sua versione 2.0 – sia quello di vantare (per non dire ostentare) la scoperta dell’itinerario perfetto, possibilmente originale, con neve sempre e comunque di qualità eccezionale, ovviamente senza essere umano alcuno a parte i novelli esploratori. Il tutto sarebbe persino accettabile se ciò non fosse pervaso da una vaga supponenza per non dire un accenno di giudizio morale su quanti (al contrario) non fanno che ripercorrere banalmente e senza creatività i medesimi itinerari di sempre. Continua a leggere

Roda di Vael una prima invernale: quasi per caso sugli appigli di Renato.

Una prima invernale nata dall’entusiasmo e dall’incessabile ricerca di avventura di due amici, che nelle righe a seguire, ripercorrono le poche ore di luce che l’inverno concede, usate per salire la via di Renato Casarotto alla Roda di Vael il 23 gennaio 2016.

di Jacopo Biserni e Paolo Tiezzi Scuola Pietramora (Ravenna)

“Facciamo un’invernale? Dai, per fare un pò di esperienza in quelle condizioni!” Qualche amico risponde:

“ma no, se ci sono le condizioni piuttosto vado a fare cascate o qualche via di misto.” Io non demordo, ho proprio voglia di rimanere a contatto con la roccia… Tempo fa, cercando la relazione di un’altra via, mi sono imbattuto nel sito oltrelavetta dove a volte attingo informazioni. Guardando tra le relazioni delle ascensioni nel gruppo del Catinaccio, l’attenzione mi cade sul nome del grande alpinista vicentino (Renato Casarotto Ndr) .

Via Casarotto alla Roda de Vael.

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Roda di Vael con il tracciato della via Casarotto e var.  – foto archivio Biserni

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Miopia bianca

di Carlo Piovan

A mio parere, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

J. Saramago, Cecità.

Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico, recita un antico adagio. Ed è quello che ho immediamente pensato quando ho letto la notizia dell’annuncio del potenziale sviluppo del comparto scistico di Sella Nevea sul versante dell’altopiano del Montasio.

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/ricerca?tags=sci&sort=pubdate&sortDir=desc&page=1

Notizia, che cade in una stagione magrissima di coltre bianca, in cui siamo stati abituati a vedere tristi scene di lingue di neve creata artificialmente in mezzo ad un paesaggio dominato da varie gradazioni di giallo.

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Picco di Carnizza mt. 2443 – Salita invernale per la ferrata Grasselli

 

di Saverio D’Eredità

Se è vero che il gruppo del Canin, soprattutto d’inverno, si trasforma in un interessante e vario “terreno di gioco” per le attività alpinistiche e scialpinistiche è altrettanto vero che non tutte le zone del massiccio sono frequentate alla stessa maniera. Ovviamente attorno al centro gravitazionale del Gilberti ruota quasi tutto l’interesse per le diverse linee ed itinerari che confluiscono nella conca Prevala; ma qualche volta basta spaziare un po’più in là e sollevare lo sguardo oltre le forcelle per riaprire inusuali spazi di gioco.

Con questo intento domenica scavalchiamo la piccola mezzaluna di Sella Bila Pec per dirigerci verso il lato meno noto del versante nord del Canin, ovvero il grande altipiano solcato dalla dolina del Foran dal Mus. Un altipiano anomalo, tutto fossati ed inghiottitoi, forse più noto agli speleo quale porta d’accesso di grandi esplorazioni sotterranee che non agli scialpinisti. Svalicare ha sempre un certo fascino di ignoto, anche se siamo dietro l’angolo degli impianti. Ed è questo che ci intriga di più!

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Vista sul Foran dal Mus

La meta è il Picco di Carnizza, nobile “bracciolo” del Canin che ne sorregge il contrafforte maggiore verso nord-ovest. Una vetta a sè stante eppure di transito per chi percorre l’alta via resiana. L’idea è quella di dare un’occhiata alle possibili salite lungo i canali che solcano le regolari stratificazioni del versante nord, ma di fatto sappiamo che forse solo la ferrata “Grasselli” ci permetterà una soluzione di salita in queste condizioni.

Percorriamo il lungo corridoio del Foran dal Mus aperto tra le gobbe della morena del Canin e i profili ondulati del Col delle Erbe. Siamo in una vera “fossa” dalla quale a mala pena riusciamo a intravvedere le creste del Canin come riferimento. Dopo un’oretta di saliscendi e cambi di strategia decidiamo per la salita di una dorsale che ci porta proprio sotto la nord del Picco. Gli sci vanno in spalla per semplificare e approfittando della neve compatta e trasformata del periodo.

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Verso il Picco di Carnizza

L’idea (velleitaria) di salire uno dei canali (con il relativo carico di armamenti e ferraglie per ogni evenienza) viene subito scartata per dirigersi nettamente all’attacco della cresta nord-ovest e della ferrata. I primi metri sono stati “mangiati” dalla seppure poca neve, quindi saliamo qualche metro a sinistra per una “specie” di canale per poi riprendere i cavi con qualche mossa funambolica. Per il resto per fortuna i cavi sono abbastanza scoperti e permettono di risalire rapidamente la cresta che dopo alcuni metri verticali si appoggia. Con maggiore innevamento sarebbe possibile deviare per un canale diretto a sinistra, ma quest’anno è magra. Saliamo ancora lungo la cresta, quindi con un traverso delicato per neve inconsistente (unico punto dove decidiamo di legarci) finalmente confluiamo in un bel canale regolare: ottima neve plasticosa e pressata! Scaldiamo per bene i polpacci (la pendenza è costante sui 45° con uscita a 50°) e usciamo in cresta, in una aria livida e tenebrosa. Solita risalita che sembra eterna e siamo in cima, con gran vista sulla misteriosa ovest del Canin e la sua “magic line” di discesa quest’anno invisibile.

 

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Ovest del Canin

Il rientro è per lo stesso percorso, alternando brevi sciate e risalite con gli sci sul groppone. Tutto sommato oggi interpretiamo lo scialpinismo in un’accezione meno ludica ma comunque avventurosa. L’altopiano, sprofondato nella luce piatta di un pomeriggio plumbeo, è un golfo bianco e inconsistente. Di dosso in dosso – con immancabile risalita spacca polmoni a Sella Bila Pec – usciamo dal “wild side” del Canin per tornare a zone più familiari. Come immancabile è la scorta della polizia lungo la pista discesa in orario “limite”. Parafrasando un ben noto titolo della letteratura di montagna “Colpevoli di alpinismo”.

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Picco di Carnizza – ferrata Grasselli

“Con il bambino in giallo nella casa maledetta” – Nuova via per Comelli e Mosetti sulla Cima del Lago

di Saverio D’Eredità

“Pronto Sav, sono il Mose, come va?”

“tutto ok…tu? In giro?”

“Sì…volevo chiederti: mi confermi che non ci sono vie sulla Nord della Cima del Lago?”

“Mah..qualcosa c’è, ma dovrei controllare: cosa volevi fare”

“No, è che sono SULLA cima e abbiamo appena fatto una via…ma mi sa che è nuova”

Certo, non capita tutti i giorni di ricevere una telefonata da una cima. Ancor meno se la cima è stata appena raggiunta in inverno e per una via nuova!

La telefonata del Mose spezza un sonnacchioso dopopranzo in cui sto giusto pensando dove andarmi a ficcare nel prossimo weekend che promette condizioni abbastanza rock ‘n roll nel complesso, frutto di un inverno fin qui indecifrabile.

Intanto ci hanno pensato Enrico “Mose” Mosetti e Leonardo “Leo” Comelli a sperimentare le condizioni e svelare i trucchetti di certe Giulie dal pelo folto che sanno riservare sempre del sadico divertimento. Andarlo a scovare su una delle pareti più neglette delle Giulie certo non è da tutti. La Cima del Lago (o Jerebica in sloveno) incombe con la sua forma massiccia sulla già non solare Val Rio Del Lago, conferendo al tutto un aspetto piuttosto tenebroso che rimanda a certe atmosfere alla Twin Peaks di David Lynch. Evidentemente ispirati dalle vibrazioni della zona (provate a sentire un paio di leggende locali per credere) i due hanno ben tradotto questa atmosfera spettrale e vagamente onirica nel nome, di per sé è una bella introduzione alla via: “Con il bambino in giallo nella casa maledetta” .

La via sale nel cuore di un’ampia porzione di parete rivolta rigorosamente a nord e compresa tra il poco definito costolone dello Sperone dei camosci e le pieghe ripide e boscose del versante nord/ovest. Dopo la risalita sul fondo del Canale del Camoscio, Mose e  Leo hanno attaccato direttamente la parete con un tiro d’ingresso verticale su ghiaccio cui sono seguite svariate centinaia di metri in assetto “misto” Giulie con neve non esattamente ideale e terreno quantomeno “vario” prima di sbucare in vetta con un paio di tiri “psicologici”. Difficoltà? Di tutto un po’ nell’ambito del “misto giulia” che prevede un po’di dimestichezza con sezioni precarie e costanza di pendenza sui 70° per 1200 metri totali, di cui 600 di vera e propria via.

Un bel modo per inaugurare la stagione delle invernali, che in Giulie offre sempre un terreno di gioco vario e mai scontato. Intanto vi postiamo una foto, ma non fateci troppo affidamento. Gli spiritelli della Jerebica sono sempre in agguato e pronti a mescolare le carte!

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Sosta

di Saverio D’Eredità

La sosta, per quanto non necessaria, ci sembrò dovuta.

Ci arrestammo quindi proprio in mezzo al sentiero, quasi a sancire un predominio o una specialità di questo giorno, esattamente un passo prima della netta linea di demarcazione dell’ombra, che lentamente avanzava divorando metro a metro i prati, le vallecole, gli sbalzi sottocresta.

Spalancammo gli zaini dai quali disordinatamente sfuggivano capi di corda, vestiario in eccesso e un paio di tintinnanti moschettoni. Le unghie affondarono aspramente nella scorza d’arancia, le cui bucce furono lanciate senza troppi ripensamenti oltre un orizzonte di mughi, poco più in là.

Sedevamo in mezzo al sentiero, le spalle rivolte alla parete, le mani ad arruffare ciocche d’erba secca, imbiondita dal sole. Sopra di noi taceva la parete delle gocce, quasi fosse una gola rinsecchita, senza più parole. Muti, ci lasciavamo intorpidire dai raggi penetranti del sole, padrone assoluto della conca, delle pietre, delle creste, dei covi persino d’animali. D’ogni nostro pensiero.

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Eravamo soli, ma d’una solitudine che si faceva acuta, stridente quasi. Le porte del rifugio sembravano chiuse da almeno cent’anni, questa mattina, quando ci fermammo per far tacere il respiro affannoso delle parole rincorse ad ogni svolta. Il cigolio di un cancello mal chiuso sembrava un’implorazione, sola nel mattino non scandito dai passi.

La montagna era svuotata. Come se le avessero portato via tutto, denudata senza vergogna. Essa ci appariva così, come sempre era stata. Non avremmo saputo fare lo stesso.

Di dicembri così se ne ricordano pochi, nessuno forse. Seduti sulle pietre del sentiero, guardavamo avanti a noi la massa scura del Canin, lunga e minacciosa come un’ombra, oltre la quale una rimonta di vapori si infrangeva come onde su una scogliera. Sembrava dovesse cedere da un momento all’altro e l’avevamo anche temuto, ad un certo punto, prima di approcciare le rocce ora tiepide ora gelide della cresta di Riofreddo.

Qua e là esili strisce di neve, dissonanti, s’acquattavano nei fossi più profondi, evase al pungolare dei raggi solari, al soffio d’aria calda che sale dalle valli. L’inverno appariva come un liberatore ancora troppo tardivo.

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Sta passando un lungo, infinito autunno. Di giorni sempre uguali, di cieli sereni, assenti di dubbi. La natura si è come inceppata, la macchina è ferma, la corsa finita. Forse è questo che ci inquieta. Improvvisamente ci accorgiamo che i calendari sono leggi senza fondamento e quasi surreali appaiono le lingue di neve costruita sulle piste, lo straniante cigolare degli impianti e la loro liturgia . C’è qualcosa di umoristico, in tutto ciò. Quasi che la montagna si volesse prendere gioco di noi.

Ci guardammo attorno. Qui dove sedevamo potevo riconoscere la pianta del vecchio ricovero, i buchi delle travi nella parete a fare da muro portante, la scaglia di cemento confusa tra le pietre naturali, dei vecchi ferri ritorti piantati nel terreno. Nel silenzio del pomeriggio e dei suoi cento incessanti tramonti potevamo essere gli ultimi uomini sulla terra. Sarà forse così? I resti di una civiltà sconfitta, le quattro mura del rifugio, i segni sbiaditi sulle pietre. Le strade sgomente e la ferita mai sanata nel bosco. Tutto poi si confonderà con il resto.

 

Forse questi lunghi giorni in cui si rinnovano le nostre occasioni perdute, sono quell’invito a fermarsi e riflettere. Per troppo tempo credo di essere rimasto su qualche parete troppo desiderata, sulla rincorsa all’obiettivo, alla lista mai spuntata. E in questa corsa avevamo dimenticato qualcosa. Avevamo dimenticato la montagna.

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Non abbiamo avuto fretta. Abbiamo scelta una cima, l’abbiamo raggiunta là dove ci sembrava più bello. Ci siamo concessi il piacere di una sosta.

E oggi a ripercorrere ancora queste cenge sospese tra gli spalti, nel camminarvi indisturbato e indifferente al calendario o alle ore che rimangono, sembra quasi di entrare in una città liberata. Tutto era permesso. Avevamo la libertà definitiva e rimpiangevamo i giorni della prigionia. Si, la montagna si sta prendendo gioco di noi.

L’ombra si allungò oltre lo spigolo, raggiungendo la punta degli scarponi. Senza dire niente, riprendemmo la strada verso casa.