Titoli di coda

di Saverio D’Eredità

Quando arrivò la pioggia, pensai davvero che fosse finita. Ma non finita perché troppo duro o troppo pericoloso. Finita proprio perché non avevamo altro da aggiungere.
Avevamo fatto trecento chilometri per quattro tiri. Trecento chilometri per cercare un triangolo di sole in mezzo a valli brune, incenerite dall’autunno precoce. Nemmeno quella poca neve, sui monti, riusciva a rallegrarci.
Del resto, pensai, quest’anno ho iniziato la stagione un pomeriggio di marzo in coda sull’A4, a chiacchierare con un camionista e un agente di commercio dei problemi della mobilità sulle grandi reti. Due ore di permesso e una di coda. Come pretendevo che andasse, questa stagione?
Ero lì, in mezzo ad un fottuto tiro di quarto, stava iniziando a piovere e avevo persino paura di cadere. Trovai la cosa, prima ancora che terrificante, essenzialmente triste. Ero salito senza un briciolo di cervello per venti metri, senza aver la pazienza di mettere una protezione, ma solo con la fretta di arrivare alla sosta fare il tiro duro e tornare a casa. E ora ero qua, a venti metri dalla sosta e a non so quanti dalla prossima. E la vergogna più grande non era tanto quella di cadere, ma che mi trovavo su un tiro facile e avevo paura di cadere. E poi ero stanco. Stanco di dover arrampicare senza aver nessuna voglia di farlo.
Ho passato l’infanzia cercando una scusa per non andare a catechismo o alla messa della domenica per andare in montagna. E alla fine non stavo che facendo esattamente la stessa cosa. Seguendo una noiosa, ripetitiva, liturgia.
Incrociai il suo sguardo. Mi sarei aspettato una bestemmia, o un incitamento un po’grezzo. Mi fissò a lungo, poi si voltò verso l’orizzonte, come fanno certi cani sconsolati.
“Cosa c’è” chiesi brusco
“Niente. Guardo.”
“A cosa pensi” – dissi biascicando le parole con un kevlar in bocca mentre cercavo di passare una clessidra minuscola scavata con le unghie.
“Penso all’estate”
La clessidra faceva cagare. Avevo perso cinque minuti. Idiota.
“Bè, potevi pensarci prima, cazzo. Che se avessi fatto come dicevo io mica stavamo qua a romperci le palle oggi che – dai – con sto tempo solo noi siamo ad arrampicare”
Non credo mi stesse ascoltando. Forse era proprio finita.
Mi raggiunse alla sosta, guadagnata un po’ per culo e senza dire niente proseguì. Un diedro giallo si lasciò scalare con piacere, dandoci l’illusione di qualcosa che poteva ancora funzionare. Che il grande spettacolo sarebbe andato in scena di nuovo.
Appigli, movimenti, spostamenti. Era proprio lungo, quel diedro, e la braccia alla fine facevano male. Anche la pioggia, per qualche minuto, si disinteressò di noi. Quando appoggiai le mani sul bordo della parete le nubi si allontanarono del tutto.
Non ci fu gioia, né sollievo su quella cima. Le corde si fecero su da sole e da soli prendemmo la cengia per tornare all’attacco.

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Era vero. L’estate era proprio finita. Ci pensavo proprio stamattina mentre come un automa passavo valli e paesi e semafori e ogni argomento finito troppo presto. Presto come quest’estate.
Sono sempre così, le estati. Come quando da bambino giocavi con i pesci nella boccia  e cercavi di prenderli, ma loro sgusciavano via. Vi è mai capitato? Cercavi di prenderli, ma loro guizzavano senza ragione, erano pazzi quei pesci, dove pensavano di scappare? Eppure non riuscivi ad agguantarli del tutto. Qualche volta con le dite sfioravi le loro squame lucide, viscide. Ne eri spaventato. Faceva quasi ribrezzo. Non era quello che pensavi. Ma era proprio quella sensazione, tra orrore e desiderio che ti spingeva a tentare di prenderli.
Siamo rimasti lì, noi. A quelle estati in cui immaginavamo di poter esser tutto. Siamo rimasti lì, nel grido solitario di un pomeriggio pieno di sole e con i grandi a dormire. Siamo rimasti lì, nel brivido di notti percorse da grilli a scoprire cosa c’era dietro il buio.
Mi attendeva al bivio, per consuetudine più che per sostegno.
“Lo so” – disse soltanto – “potevamo fare di più. Ma non me la sentivo, oggi. Scusa”
A ovest una nube spalancata come la bocca di una balena stava per inghiottire di nuovo la Croda. E voi, montagne, cosa avete da dire voi a vostra discolpa? Anche voi siete un po’ giù. Vi vedo grigie. Persino un po’ lise. Consumate. Non basterà questa poca neve a rendervi più belle.  Nemmeno un’altra estate.  Dovreste prendervi una vacanza pure voi, e tornare più belle di prima.
 “Cosa vuoi fare adesso?”
“Non lo so. Vorrei solo tornare a casa. Non pensarci più. Aspettare un’altra estate.”

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Che sarebbe stato un viaggio di ritorno lunghissimo, lo sapevo sin dal mattino.  Speravo solo di non dovermi fermare a fare benzina.
L’auto filava dritta verso il tunnel della notte. I profili delle montagne scurivano, diventando sagome mostruose stagliate contro un cielo di vetro. Resisteva, il sole, su creste più alte che non riuscivamo a vedere.
“Vedi, qualche volta penso che ci abbiano raccontato la storia sbagliata. Che dovevamo studiare. Impegnarci. Sudare. Che avremmo ottenuto grandi cose. E invece non è stato così. “Lavora sodo” diceva sempre mio padre. Io gli ho creduto. Cosa potevo fare altrimenti?”
La voce emerse dal buio dell’auto. Fino a quel momento non aveva detto una parola.
Non trovai risposta. Speravo solo che il semaforo all’incrocio fosse verde. Speravo solo di tornare a casa, prima possibile. Forse non sarei riuscito ad arrivare a casa senza fare benzina. Nemmeno se fossi andato in quinta a giri bassissimi.
“Ho fatto un sogno l’altra notte. Scalavo una montagna bellissima. Mi sentivo bene, la roccia era perfetta, il sole la illuminava di lato ed era piena di appigli e il vuoto non faceva paura. Vedevo la cima, ero curioso di raggiungerla, ma anche dispiaciuto. E salivo, salivo. Ma nel frattempo loro spostavano la cima sempre un po’più avanti. E più avanti andavo più ogni cosa mi pareva grigia, e triste, e invece che salire ora scendevo. E attorno a me non c’era il vuoto, e il sole, ma una strada asfaltata e automobili parcheggiate. Mi dicevano che la cima era più avanti, ma io vedevo solo una grande città, i semafori e i palazzi.”
Il semaforo era rosso e ci costrinse ad aspettare.
“Forse abbiamo dato troppo peso a tutto ciò. Abbiamo creduto che le montagne potessero salvarci, mentre il mondo avrebbe funzionato da solo. 
Che ci stavano togliendo il mondo, non ce ne siamo accorti. Eravamo distratti, impegnati ad alzarci presto la mattina e tornare tardi la sera disfatti.
Andavamo in giro con la lista delle montagne da scalare, come se avessimo mille anni davanti.
Forse è stato in quei giorni che ci stavano togliendo il mondo sotto i piedi.
Qualche volta mi pare di essere qui, ad aspettare una guerra che non ci sarà mai. Ci hanno messo in braccio le armi, in testa l’elmetto. Ci hanno detto “siete pronti” e ora che siamo qui, il nemico è altrove e usa armi che non conosciamo.”
Luce verde. Riaccesi il motore. Sul parabrezza si disegnò il profilo della grande parete. La luce del sole la tagliava di netto. Era di fuoco e di argento.
“Guarda che bella” – dissi soltanto – “la prossima estate, ti prometto, ci andiamo”.

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