Il fuoco dell’anima – Andrea Di Bari con Luisa Mandrino

di Saverio D’Eredità

“L’incontro con la Montagna ha cambiato la mia vita”, “Il mio sogno era arrampicare” “L’arrampicata ha dato un senso alla mia esistenza”. Quante volte avremo letto nelle innumerevoli, ridondanti biografie di alpinisti e climber queste frasi? Quante di queste storie, in fin dei conti, si assomigliano, senza che possano trasmettere il vero pathos che è poi l’essenza del narrare?

Bene, se siete anche voi annoiati da una letteratura di montagna conformista e appiattita, dove personaggi che – specie nel mondo attuale – hanno ben poco di interessante a parte talento e – evidentemente – una grande disponibilità di risorse (economiche e non), leggetelo, il libro di Andrea Di Bari scritto a quattro mani con Luisa Mandrino (ed. Il Corbaccio, 2018). Perchè nella storia di uno dei più importanti ed influenti scalatori italiani, venuto su nella piccola borghesia di una borgata romana, si trova forse un significato più sincero di ciò che l’arrampicata può rappresentare nella vita di un ragazzo. Continua a leggere

Tra-monti di Mare – nuova via sul Pupo in Marmarole

di Gianmario Meneghin (Ghin)

Bello sarebbe poter fare una via Nuova con uno dei tuoi più cari amici, ma quando uno di questi tuoi amici va avanti,puoi solo serbare nel cuore il ricordo delle cose fatte assieme,fatiche,soddisfazioni,rischi calcolati ,pericoli scampati ,giornate passate assieme ad allenarsi e serate a raccontare e a raccontarsi.

Un modo che la gente come noi usa per ricordare un amico è dedicargli una via Nuova in montagna e così ho pensato di fare io per ricordare Alessandro Marengon “MARE” come lo chiamiamo, Mare è andato avanti assieme ad Enrico Frescura facendo il canalone Oppel sul monte Antelao.

Aprire una via Nuova sul Pupo (di Baion per i baruffanti di Domegge e di San Lorenzo o di Lozzo per i mosite) era una cosa che avrei voluto sempre fare,un po’ perche è una guglia stupenda nel cuore delle Marmarole e un po’ perché è molto vicino alla baita costruita da mio padre a Pian dei Buoi dove sono cresciuto e dove passo molto del mio tempo libero. Ricordare Mare ha messo assieme le cose

Aiutato da mio cognato Giancarlo Dalla Fontana, alpinista ed ex membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, senza dimenticare il suo ruolo di Vice Rettore dell’Università di Padova, ho portato il materiale fino alla base della parete e poi in autosicura durante due sabati pomeriggio e un giovedì rubato al lavoro ho chiodato dal basso questi 7 tiri protetti in maniera sportiva.

É sicuramente una via senza pretese ma il tiro del tetto dopo la cengia mediana e la partenza di quello dopo se passati in libera possono essere”ingaggianti”.Non sapevo come chiamare questa via ma durante un tramonto proprio mentre ero appeso sul tiro del tetto mi ha fatto scegliere per “TRA-MONTI DI MARE…” a chi lo conosceva lasciamo l’interpretazione….

IMG-20191005-WA0029

Marmarole Gruppo Ciastelin

cima “Pupo”m.2371

Via “Tra-Monti Di MARE”

Dedicata a Alessandro Marengon (MARE)

 

Notizie generali

Il “PUPO”che sia chiamato di Bajon, di San Lorenzo o di Lozzo è rappresentato da una guglia di circa 150 metri dal inequivocabile forma nel cuore delle marmarole che sovrastano il Pian Dei Buoi e la zona del rif.Bajon.

Conteso fra i due comuni (Domegge e Lozzo) è stato (ahimè) ceduto nel 1953 dal Comune di Domegge al Comune di Lozzo in cambio di pascoli,resta in ogni caso il simbolo sia del Pian dei Buoi che Di Bajon.

Avvicinamento e punti di appoggio

Per strada carrozzabile dal Comune di Lozzo di Cadore (BL) si segue per 12 km la strada asfaltata a una corsia,(che in luglio e agosto è a senso unico alternato si sale dalle 9 alle 13 e si scende dalle 14 alle 17 e per il resto degli orari è a doppio senso)Arrivati al Pian dei Buoi si può optare per andare verso il rif.Ciareido lasciando la macchina nel parcheggio alla base della strada che porta allo stesso,oppure si può andare al rif. Bajon per strada carrozzabile sterrata.

Se salite verso il Ciareido poco prima dello stesso trovate bivio che girando a sinistra porta tramite un pezzo di mulattiera al sentiero che sale verso destra per il pupo e le altre pareti(ometto),circa 40 minuti.

Se salite dal Bajon prendete il sentiero C.A.I.272 che dal rifugio va verso il Pupo ,seguite il sentiero alto che riporta verso Pian dei Buoi e poi tagliate su a sinistra per tracce di sentiero circa in un ora siete alla base

Relazione tecnica

La via è chiodata interamente a spit da 10 mm con aggiunta di un chiodo e una clessidra,le soste sono tutte a spit con catena e anello di calata,nei tiri piu facili le protezioni sono un pò piu distanti ma volendo si può integrare con friend medi.

Attacco della via targhetta con nome

  1. 30 metri 6 spit+clessidra quarto grado
  2. 15 metri 4 spit partenza di quinto grado poi quarto più
  3. 20 metri 5 spit + chiodo bong 6a
  4. 15 metri 3 spit partenza di quinto poi quarto grado
  5. 15 metri 10 spit partenza molto strapiombante7a+/7b poi 6b+/6c
  6. 25 metri 11 spit partenza impegnativa 7a/7a+ poi 6b
  7. 30 metri fino alla cima 6 spit 6a

Discesa

La discesa può essere fatta giu per la via di salita fino alla cengia mediana poi camminando verso sinistra faccia alla parete fino in forcella,oppure con due doppie per il versante nord.Ci si abbassa verso la forcella su di uno spit con maglia rapida proprio sulla cima e per alcuni metri fino a trovare la prima calata con sosta a catena,da questa calandosi verso destra con la faccia alla parte dopo una ventina di metri si trova la seconda catena su una evidente cengia e da li con una calata da 40 metri fino in forcella poi per facili roccette fino alla base del pupo(primo grado).Usare corda da 80 o gemelle per le doppie a nord.Tutte le soste della via sono con catena e maglia rapida grossa,avevo lasciato un moschettone a ghiera sulla ultima sosta in cima per le doppie e qualche brillante scienziato lo ha già rubato…stramberie.

Pupo_baion (1)

Estasi e tormento

di Saverio D’Eredità

Ci sono strade che ti portano giù senza che tu te ne accorga. Lo capisci davvero quando avverti che le gambe non spingono più e l’aria si fa più leggera sul viso. Quando la mente si sgombra e il cuore rallenta. E tutto è in qualche maniera come dovrebbe essere. Semplicemente perfetto. Quell’istante è la ricompensa del sacrificio. La spiegazione plausibile ad ogni tua rinuncia. È la ragione per cui. È tutto quello che serve.

Eravamo dunque giunti alla fine delle montagne. Profili indistinti di valli e di dorsali emergono, nel chiarore del giorno che si espande. Sprofondi di valli delle quali più non ci curiamo di dare un nome. Ci sovrasta, ovunque, il Sassolungo. Ultimo frammento della regione dolomitica, faraglione arenato nei docili altipiani dell’Alpe di Siusi.
Eravamo giunti alla fine delle montagne e forse non solo. Pure in questa mattina leggera e luminosa grava la sensazione che qualcosa volga alla fine. È un pensiero che cerchi di scacciare come mosche e invece ritorna. È una maglietta appiccicosa di sudore. Un rumore bianco.
Finiscono le montagne, come pare stia già finendo quest’estate. In questi ultimi giorni lo potevo sentire dentro ogni mattina andando a lavoro, nell’odore di terra che pareva marcire, di campi schiantati dal caldo o da qualche temporale abbattuto senza pietà su alberi innocenti. Continua a leggere

Di acqua. Di luce.

di Saverio D’Eredità

“…a climber’s heart cannot wish for more”

Ora, ditemi se con una introduzione del genere non vi fiondereste anche voi sotto la parete. Anche se il nome della cima si divincola a mala pena tra i denti con tutte quelle consonanti e quello dei primi salitori pare uscito da una spy story. Anche se si tratta di una valle subalterna della grande regione del Triglav che per arrivarci un’occhiata alla mappa per sicurezza ce la dai. Ed anche se a conti fatti ci sono più di due ore di avvicinamento e oltre tre di discesa per “appena” 400 metri e su difficoltà moderate – che a casa poi qualcuno vedendoti tornare col buio giustamente ti chiede “ma almeno era bella?”.

Sarebbe da spiegare che di mezzo ci sono i libri e qualche volta la tristezza. Perché il fatto è che quando sono triste compro libri. È una specie di antidolorifico ed antidepressivo, mi serve per dare un senso di profondità a certe giornate che se ci pensi ti fanno male solo a vederle passare. Si lo so che è una cosa un po’consumistica (sei triste quindi compri e rimetti in circolo la viziosa circolarità della società dei consumi), ma tutto sommato trovo che sfogarsi sui libri sia un po’meglio che sulle slot machine.

Mi sa che ero triste o semi depresso per qualche inconcludente riunione quel pomeriggio quando, passando in piazza Oberdan a Trieste, sono entrato nella libreria slovena senza sapere nemmeno il perché (cosa ci vai a fare in effetti, tu che sai quelle 12 parole di sloveno imparate ad un corso serale 10 anni fa?) e ho chiesto se avevano “Slovenske Stene”. Forse perché ci sono pomeriggi a Trieste – la luce radente di un tramonto di ottobre gioca la sua parte, e il vento pure – in cui mi pare di esserci già, tra le rocce delle Giulie. Continua a leggere

The Blue Zone – nuova via in Creta di Mimoias

di Alberto Giassi

Qualche anno fa mi trovavo sulla parete della Creta di Mimoias per ripetere “Affinità e divergenze”, una delle linee più belle di questa poco nota parete carnica. Poco nota, ma senza dubbio tra quelle che riserva la roccia migliore, in un angolo particolarmente pittoresco e nascosto, ma di una bellezza che ti rapisce. Nei momenti di sosta lungo la via mi guardavo attorno chiedendomi se su una parete così bella ci fosse ancora spazio per una piccola avventura in apertura.

70438289_932296897140598_5771699415983063040_n
Il tracciato della via

70762369_374187516610510_6768760921104842752_n

Spesso disegno linee immaginare, ma poi nel concreto le lascio li dove sono, forse per paura di rimanere deluso. Quest’estate siamo tornati a scalare in creta di Mimoias con Andrea Polo e “Pierin” Piero Surace e rivedendo la parete mi sono deciso. Appena una settimana dopo ero nuovamente alla base con macchina fotografica e binocolo, per vedere se potesse essere una buona idea oppure no. In un giorno di meteo – come spesso quest’estate – “ballerino”, complice l’entusiasmo irrefrenabile di Pierin siamo saliti con armi e bagagli e abbiamo cominciato. Neanche a dirlo, la parete ci ha salutato con una lavata ciclopica….

“eh bon toccherà tornar!”

Ormai la giostra era partita. Lasciamo nascosta la ferramenta e scendiamo. Due settimane dopo, grazie ad un allineamento astrale stravagante torniamo su, questa volta in tre: il sottoscritto, Pierin e Lorenzo Michelini. E, come da tradizione, con il meteo sempre incerto…

70768204_961770304158631_7893769776852369408_n

71498791_2349328532000267_7509410619502624768_n
Alberto Giassi in sosta

Salgo fino al punto raggiunto la volta prima e faccio salire i compagni. Tocca a Pierin dare sfoggio della sua arte arrampicatoria utilizzando i suoi chiodi fatti in casa e posizionando gli spit. In sosta gli amici se la ridono… il colore della roccia è azzurro come il cielo terso. Ma solo per il momento.
Infatti, quando tocca a me salire l’ultimo tiro devo muovermi il più veloce possibile: ovviamente il bel cielo blu che ci accompagnava ora è coperto e comincia gocciolare. I miei compagni di cordata mi raggiungono: giusto il tempo di organizzarci per la doppia che comincia a piovere. Per ironia è proprio la maledetta pioggia che ci ha perseguitato in quest’avventura a suggerirci il nome da dare alla via. Calandoci, infatti, ci accorgiamo che la roccia, bagnandosi, rivela un fantastico colore bluastro che come un alone si espande nella parete. Una magia che solo la pioggia ha potuto svelare, in fondo un piccolo premio alla nostra costanza. Battezziamo quindi con “Blue Zone” questa porzione di parete che ci ha lasciato la possibilità di disegnare la nostra linea.

Creta di Mimoias – Avancoropo N/E mt.2066

The Blue Zone

Primi salitori: Alberto Giassi, Piero Surace, Lorenzo Michelini – estate 2019

Lunghezza: 110 mt

Difficoltà: 6b (gradi da confermare) /S2

Note: la via attacca 50 mt a dx di “Affinità e Divergenze” e risulta attrezzata con spit da 10mm. Tutte le soste sono attrezzate con 2 spit e cordone, anche per calata.

Per accessi, schizzo della via e discese: vedi guida cartacea E. Zorzi, S. D’Eredità, Alpi Carniche Occidentali, 2018, ed. Alpinestudio, pag. 50.

008_CRETA DI MIMOIAS copia.jpg

SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

100_5852 Continua a leggere

Il gioiello del “Vecio” – una linea a goccia d’acqua sulla Cima Piccola di Lavaredo

di Saverio D’Eredità

Nell’immaginario degli alpinisti dell’epoca cosiddetta del “sesto grado” la linea “a goccia d’acqua” ha rappresentato un simbolo cui ambire. Riuscire ad individuare la linea perfetta dalla base alla vetta, che superasse una parete senza aggiramenti o deviazioni, era di fatto il “Non plus ultra” di ogni apritore. Di certo un teorico di questa “estetica del verticale” fu Emilio Comici, il quale cercò sempre nelle sue vie di seguire la linea più diretta possibile, anche in nome di uno stile che anteponeva il gesto al mero superamento (anche forzoso) del problema alpinistico. Se la “goccia d’acqua” è un marchio di fabbrica di Comici, bisogna riconoscere che i suoi epigoni intrepretarono bene il concetto.

Proprio accanto al celeberrimo Spigolo Giallo, l’esempio (quasi) perfetto dell’etica di Comici, nel primo dopoguerra e quasi in silenzio due rappresentanti della grande scuola triestina dei “Bruti di Val Rosandra”, va a tracciare la linea perfetta della parete. Guglielmo Del Vecchio è stato uno dei membri più importanti di quel gruppo, ma vuoi il duro periodo post bellico, vuoi la ricerca di pareti minori (e spesso, guarda caso, proprio laddove Comici aveva lasciato una firma) il suo nome è per lo più sconosciuto. La sua attività esplorativa però è notevole:dal Montasio al Popera, dalla Cima Undici alla Cima d’Auronzo, il “vecio” Del Vecchio è attivissimo in nuove aperture come anche in ripetizioni. Da ricordare che già nel 1946 ripete la nord della Cima Grande (affrontando al secondo tiro quello che è oggi il passaggio attuale, dopo la frana che ha cancellato l’originale) ed è sua la seconda ripetizione della Comici-Casara al “Salame” del Sassolungo. Accanto a queste salite, il suo nome è ricordato “in Valle” (la Rosandra,appunto) per numerose salite che hanno costituito un bel banco di prova per aspiranti alpinisti.

Se si guarda la sud est della Cima Piccola, però, quella linea a goccia cadente che incide la parete giallastra e repulsiva negli ultimi 150 metri richiama immediatamene l’occhio dell’alpinista: è senza dubbio “la” linea! Oggi la Del Vecchio-Zadeo inizia ad essere rivalutata e a ricevere una giusta fama. Esposizione “da Lavaredo”, arrampicata elegante e sostenuta, senza contare la minore usura dello Spigolo ne fanno un’alternativa molto consigliabile per riassaporare, in quei tiri, un po’dell’alpinismo dei “veci”.

 

Anticima della Cima Piccola di Lavaredo mt. 2780

Parete S/E

Via Del Vecchio-Zadeo

Scalata molto interessante, di grande logica ed estetica: la linea perfettamente verticale sfrutta un’evidente fessura giallastra aperta nel cuore della strapiombante parete S/E della Cima Piccola. Un vero esempio di tracciato a “goccia d’acqua”. Nonostante ciò è molto meno frequentata dell’adiacente e classicissimo Spigolo Giallo, rispetto al quale è leggermente meno impegnativo nel complesso e meno chiodato (a parte il tiro chiave, ben protetto), ma anche meno consumato. La roccia è quasi ovunque solida, o comunque ben ripulita. L’esposizione solare e la non eccessiva lunghezza la rendono percorribile fino a stagione inoltrata.

Dislivello: 380 mt

Difficoltà: V, VI, VI+(A0)

Tempi: 4/5 h

Prima salita: G. Del Vecchio e A.Zadeo, 5/08/1946

Cima Piccola_Tracciato Del Vecchio Zadeo
Il tracciato della Del Vecchio-Zadeo sulla sud est della Cima Piccola di Lavaredo

Avvicinamento: dal rif. Auronzo seguire la strada in direzione del Rif.Lavaredo. Prima di questo, in corrispondenza della chiesetta alpina Madonna della Croda, si abbandona la strada per salire su tracce lungo il ghiaione verso la base della gialla parete sud della Cima Piccola. L’attacco si trova in corrispondenza della più bassa delle due cenge che incidono la parte basale della parete. Si segue la cengia pochi metri verso dx portandosi sotto una parete giallo nera. Si attacca in corrispondenza di 1 ch. alla base di una fessurina (0’45)

L1: salire la fessurina con un primo innalzamento non banale (V), e seguendo la fessura verso sx (1ch.) portarsi sotto un tetto giallastro. Traversare su esile cornice a dx (all’inizio scaglie friabili) e, dove il tetto si interrompe, salire in verticale per rocce scure all’ampia cengia soprastante sostando a dx di un diedro e sotto una parete nera. (n.b: possibile arrivare qui dall’attacco dello Spigolo Giallo, traversando facilmente lungo la cengia con breve tratto esposto). 40 mt, V, IV, 1 ch. 3 CF.

L2: salire in corrispondenza del diedro su parete verticale ben appigliata (1FR inc. nel diedro, IV+), quindi piegare a sx verso rocce grigie più facili che adducono ad una vasta zona a gradoni. Salire senza via obbligata obliquando legg. a sx in direzione dello Spigolo Giallo. Sosta su spuntoni. 60 mt, IV+ poi IV, III.

L3: verso sx portarsi sotto un salto verticale di rocce articolate. Salire direttamente sfruttando alcune fessure quindi piegare a dx verso il bordo del catino sottostante la parete gialla verticale. Sosta su 1 CL o da attrezzare. 60 mt, III, IV.

L4: salire nel catino e rimontarlo mirando alla radice della fessura che incide la parte alta della via. Qui si è molto vicini alla linea dello Spigolo Giallo e il percorso non è obbligato. Si sosta su 2 ch. su una cengetta sotto una parete grigia verticale un po’a sx rispetto alla verticale della fessura giallastra. 60 mt, II, III 2 CF.

L5: Superare lungo una fessura regolare (IV+, 2 ch.)la parete soprastante e, guadagnata una sottile cornice (a sx si nota la sosta dello Spigolo Giallo che precede il traverso) spostarsi verso dx dove si rinviene una sosta intermedia (3ch con cordoni). È possibile sostare qui o proseguire verticalmente su difficoltà crescenti, ma con bella arrampicata su ottime prese verso la base della fessura (V, V+, 2ch) che oppone un primo strapiombo (2ch con cordini). Lo si aggira a sx (1ch) per poi rientrare sulla linea principale a dx (VI-) e sostare su un piccolo terrazzino alla base di un pilastrino staccato. 45 mt, dal IV al VI-, 6 ch. + 1 sosta intermedua, 2 CF.

L6: Senza possibilità di errore rimontare interamente la fessura con arrampicata sostenuta su roccia ben ripulita (fare comunque attenzione ad alcuni blocchi precari sulla dx) e vincendo direttamente un paio di strapiombi. Giunti sotto un tetto fessurato che chiude la fessura si esce a dx sostando scomodamente appesi. 30 mt, VI, ppVI+/A0 numerosi ch. 2 CF.

L7: Superare il tetto a sx lungo la fessura (nessun ch. ma ben proteggibile a friend, VI) che si segue alcuni metri in verticale per poi traversare pochi mt a sx su roccia nuovamente grigia. Da 1ch. salire in verticale mirando ad un pilastrino staccato dall’aspetto precario che si rimonta (1ch.) fino alla comoda su cengia. 30 mt, VI, poi V,V+, 2ch. 2CF.

L8: un po’a sx si imbocca una fessura grigia verticale (1ch subito) che si segue interamente con arrampicata divertente. Si sosta su uno spuntone staccato pochi mt sopra una cornice. 25 mt, 2 ch, 2 CF.

L9: invece di andare a sx per una larga fessura di roccia non molto buona si sale verticalmente su parete grigia in direzione di un diedro aperto che si segue fino al suo termine. Un salto verticale si aggira a sx per poi rientrare a dx su una larga cengia alla base del camino terminale. 40 mt, V, poi IV, 2 CF.

L10: risalire il camino (profondo e largo) fino alla spalla di uscita (45 mt, III, IV), dove si sosta su spuntone.

Discesa: andare in direzione N verso la Cima Piccola dapprima scendendo ad un piccolo intaglio per poi risalire (II) all’Anticima della Cima Piccola. Seguendo gli ometti ci si porta sopra un salto esposto che si supera o con breve doppia (ancoraggio in loco) o disarrampicando (10 mt, II/III). Seguire una cengetta esposta sul lato Ovest (esposto!) fino all’ampia spalla sottostante la torre finale della Cima Piccola (raggiungibile con 2 tiri di corda lungo il “Camino Zsigmondy: III,IV, IV+). Sulla parete della Cima Piccola in corrispondenza di una nicchietta si rinviene un primo anello di calata. Conviene scendere (anche assicurati) per circa 10 mt ad un sottostante anello da cui inizia una pista a doppia (30 o 60 mt, tutte attrezzate ad anelli resinati, bolli rossi per un più agevole rinvenimento). Con 3 doppie da 50/55 mt si arriva alla forcella che separa Cima Grande e Cima Piccola. Si scende il canale sud (ripido e con neve: possibile una calata da un terrazzino a sx circa 50 mt sotto la forcella) fino a ritrovare le tracce di sentiero che riportano al Rif. Auronzo (ore 1.30/2 dall’uscita).

dav
L6: parete giallo grigia verticale
IMG-20190809-WA0005
L7: quasi al termine del tiro chiave
IMG-20190809-WA0010
L8: bella roccia grigia
dav
Sosta con vista sulla Croda dei Toni
dav
Uscita della via

A casa, nella “Stena”

di Saverio D’Eredità

Se prendete una moneta da 50 cent potrebbe capitarvi di vedere l’immagine stilizzata di una montagna e la frase “Oj Triglav Moj Dom”. Qualcuno forse potrebbe osservarla distrattamente e affrettarsi ad infilarla nella macchinetta del caffè, o magari qualche volta ci avete fatto caso. Io, per dire, quella moneta da 50 cent la aspettavo ancora prima che la zecca di stato sloveno la stampasse. Una montagna su una moneta è una cosa unica e quando l’ho trovata per la prima volta (credo un resto in un bar a Gorizia) l’ho conservata non so per quanto tempo (no,non sono un numismatico) perchè credevo che questa cosa della moneta alpinistica non si ripetesse mai più.
Magari invece la montagna l’avete anche riconosciuta, ma della frase non sapete nulla. Oj Triglav Moj Dom è un canto popolare sloveno, e gli sloveni si sa sono un popolo di montagna anche se le montagne non occupano tutto il loro territorio. Ma sono un popolo che considera le montagne alla stregua di divinità. E che vede nella montagne la propria patria.
Ogni sloveno, si dice infatti debba almeno una volta nella vita salire il Triglav, o Tricorno per noi, il cui nome non corrisponde tanto alle “tre teste” (che non ci sono) quanto all’incarnazione di una divinità tricefala. La divinità è quindi la montagna stessa. Sarà per questo che, pur non essendo sloveno, ho sempre nutrito grande ammirazione e rispetto per questi luoghi e soprattutto condivido quell’approccio unico che gli sloveni hanno nell’andare verso i monti come fossero al tempo stesso luoghi dello spirito e la propria casa. Oh Triglav, casa mia! dice la canzone – che ogni sloveno conosce come conosce la torretta dell’Aljazev Stolp a guardia della vetta più alta delle Giulie.
E anche se non sono sloveno, questa sensazione di “sentirmi a casa” in quello che Kugy definì il “regno” del Triglav l’ho sempre avuta. E se il Triglav è un regno, la sua parete nord è uno dei feudi più vasti e ricchi. Certo, l’idea di sentirsi a casa in quella che è una delle pareti più alte ed imponenti delle Alpi Orientali potrà sembrare paradossale, eppure è proprio così che mi sento ogni qual volta oltrepasso la radura dell’Aljazev Dom. Il grande feudo è fatto di castelli e fossati, torri e ponti levatoi. E una miriade di strade a collegare le regioni più distanti, quelle “cenge di Zlatorog” che attraversando la parete da parte a parte ti danno la sensazione di poterti muoverti liberamente in questo mondo di pietra.
Sarà per questo che torno alla “Stena” sempre con un grande sorriso e l’animo sereno. Forse è semplicemente questo che chiediamo alle montagne. Un luogo dove sentirsi a casa.

Triglav – parete Nord “Helba”

Primi salitori: Libor Anderle, Luka Rozic, Dusan Srecnik, 1971
350 mt, V, VI, VI+ (1 p. VIII o A0)
Pur essendo una delle più “brevi” scalate della “Stena” è sicuramente tra le più interessanti dal punto di vista alpinistico. Supera con bella logica una sezione molto verticale della “torre Skala” (avancorpo di fatto inglobato dal Triglavski Steber) lungo una linea naturale e logica di diedri e fessure, salvo un unico tratto (il chiave) che affronta una placca compattissima. Concatenabile con le altre vie della parete se si vuole realizzare una grande ascensione di ampio respiro ed impegno.

La via fu aperta in memoria di Riko Salberger, alpinista di Trzic caduto sulla via “Bavarska” sempre sulla nord del Triglav nel 1969. “Helba” era il nomignolo di Riko, il quale, recandosi a Klagenfurth per acquistare un casco da roccia, storpiò la parola tedesca “helm” (casco) in “helba”. 

Triglav, via Helba

DSCN0047DSCN0052burstdavsdrDSCN0055DSCN0059DSCN0060

Contaminazioni carniche

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

L’accensione del quadro elettrico dell’auto mi ricorda che oggi è un giorno un po’diverso dagli altri. Lo so benissimo – chi non si ricorda almeno del proprio compleanno? – ma la cosa mi lascia più che stupito, divertito. Non è poi tanto usuale decidere di svegliarsi alle 5 per andare ad arrampicare, il giorno del proprio compleanno. Potrebbe essere una giornata di relax, chiamate, messaggi, giri da offrire e qualche regalo inatteso. Invece oggi ho la strana, inebriante sensazione di essermi svegliato prima di me stesso, tentando ingenuamente di annullare il Tempo per consegnarmi ad un altro tempo, fatto di tiri di corda, di passaggi, movimenti. Si può ingannare il Tempo? Continua a leggere