Una cosa stupida

di Saverio D’Eredità

Palline.
Palline che sfrecciano e si srotolano a raggiera sul pendio, intrecciandosi e disperdendosi, senz’altra meta se non il nulla.
“Qua mi pare ripido”
“Già”
“Ma ripido tipo Huda Palica o meno?”
“Tipo. Forse di più”
Perché per noi l’Huda è un po’il riferimento per tutte le discese un po’più incazzate. C’è un “più del Huda” e un “meno del Huda” e attorno a questo asse valutiamo le nostre capacità e ambizioni.
Intanto, palline.
Palline che partono da sotto i miei scarponi, lanciandosi verso l’imbuto del canale e svanendo in questo latte freddo, come non fossero mai esistite.
Una volta di qua rotolavano corpi di uomini, uccisi per un motivo tanto inafferrabile quanto invece tangibile era la paura nei loro cuori. Avrei dovuto pensare a questo, durante questa lunga ora accovacciato dentro la cornice della forcella, che come un’onda gelata ci sovrasta ed avvolge.

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Fa strano non aver trovato posto migliore di questo. Il punto più impensabile eppure il più rassicurante, protetto dal vento e dal vuoto. Immersi nella nebbia ci sentiamo anche noi un po’indefiniti, sospesi come parole, penzoloni sul labbro di una bocca gigante.
Penso alle palline, al vuoto bianco latte che le inghiotte, dovrei pensare ai corpi che precipitavano in questo imbuto e che sparivano nel nulla come le palline di neve e invece non penso niente.
Perché deve essere così che scompare la memoria. Il ricordo delle guerre del passato, dei morti, di chi fu nel suo tempo di vita, del perché di tutto questo.
Le generazioni passate si allontanano da noi man mano che procediamo lungo la linea del tempo. Se ci voltiamo a guardarle esse appaiono sempre più piccole, come navi che vediamo sparire verso la linea dell’orizzonte, puntini che rimpiccioliscono tanto da divenire irriconoscibili. Come le palline che rotolano giù nel vuoto di questo canale.
“Quindi più del Huda. Ok. Cosa facciamo?”
“Magari scendiamo un paio di metri”
“Un paio di metri e derapiamo. Che ce ne fotte a noi. Ti ricordi quella volta del Huda che neve di merda”
La verità è che ce lo diciamo con questa arroganza solo per non pensare alla cosa stupida che stiamo facendo, come a convincerci che se un numero è riuscito una volta, perché non dovrebbe una seconda? La prima volta nel Huda Palica, in realtà, eravamo scesi per disperazione perché non sapevamo come tornare alla macchina. Ma sarebbe una storia troppo lunga da spiegare.
E quindi avevamo sorvolato sulle nostre paure, sulle rigole giganti da cavalcare, sulla neve in pappa e i continui scoli di neve umida. Da allora ogni volta che la pendenza aumenta ci ricordiamo del Huda, delle scariche, delle rigole e che se ce l’abbiamo fatta quella volta peggio non può andare.
Intanto le palline che partono sempre più frequentemente da sotto i miei piedi mi avvisano che lo spazio di questa esigua piattaforma sta per consumarsi rapidamente.

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Buchetti.
Buchetti lasciati dalle palline nella loro gioiosa e stolta corsa verso l’abisso, buchetti che disegnano fantasiosi arabeschi, come scie di fuochi d’artificio lasciate nel cielo. Buchetti, piccole imperfezioni sulla pelle liscia e candida del canale, buchetti su questa neve che pare soffice e morbida come un letto di piume. E se provassi a partire da qua? Se davvero il salto si potesse risolvere in un atterraggio morbido, una caduta controllata?
E invece lo sai benissimo che non è cosi, che la realtà è fatta di gambe rigide e mutande piene e questi due assi ai piedi che ti chiedi ancora perché ci insisti tanto, a far una cosa così stupida ed inutile.
Che poi a te, del ripido, non importa un fico secco. A te piacerebbe anche sciare – se solo sapessi farlo – e, ok, magari anche sciare qualcosa di veramente figo – ma non è mica detto che una sciata bella debba essere una sciata difficile. E comunque la verità è che ormai sei qua dentro e di tornare indietro non se ne parla nemmeno. Quindi ti conviene far finta di saper sciare, stare centrale e non guardare troppo. Tanto non si vede nulla.
“Punterei a quelle roccette là”
“Quali?”
“Quelle. Mi sembrano roccette. Magari lì si allarga e possiamo curvare. Forse.”

Quando un affannato Will Smith nel film “La ricerca della felicità” affida un preziosissimo scanner ad un’artista di strada dice “Questa parte della mia vita si chiama fare cose stupide”. In effetti non era stata un’idea proprio brillantissima, quella. Ma fare cose stupide può anche essere l’inizio di grandi storie. Può farti trovare la forza necessaria a superare i problemi.
Quindi anche questa parte della mia vita si chiama fare cose stupide. Tipo entrare nel Canalone Omicida senza veder nulla. Tipo che non si dovrebbero togliere gli sci in un punto del genere.

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Me lo diceva sempre, Andrea, di non togliere gli sci che poi è peggio. E invece a me che le cose stupide vengono naturali, la prima cosa che è venuta in mente è stato toglierli proprio in mezzo alla strozzatura perché non ci passavo. E poi Andrea oggi non c’è, ma io faccio finta che ci sia lo stesso, con il suo sguardo paziente che osserva le mie goffe evoluzioni, sapendo che mi sta già perdonando. Andrea non c’è, c’è solo questo spazio bianco senza gravità e il canale omicida in tutta la sua lunghezza.
Prima quello a monte. Stare attento a non farlo partire. Piantarlo bene. Stringere il culo. Contrarre gli addominali. Un passo giù. Stringi la picca. Scava un gradino. Ecco ora l’altro. Quello a valle è il più difficile. Se ti parte è finita. Se ti parte game over.
Siamo esseri intelligenti che fanno cose stupide. Come questa. Come sciare un canale ripido senza vedere una mazza, senza pensare a chi rotolava giù da qui senza nemmeno sapere perché. Senza saper veramente sciare e senza pensare alle palline che prima sparivano come potresti sparire tu.
Quando scatta il “clac!” dell’attacco sento di aver già cancellato questi momenti come la neve che scivola dall’alto sta ricoprendo già le nostre tracce. Facciamo cose stupide perchè possiamo. Stupide come sciare, certo, che non serve a nulla e che a dirla tutta non mi servirebbe nemmeno per scendere questo dannato canale. Facciamo cose stupide perchè sappiamo che ce ne dimenticheremo presto per farne altre. Perchè ci fanno sentire umani.
Talvolta siamo troppo convinti di essere in controllo. Che niente possa sfuggire al calcolo razionale, alla predizione e all’analisi. Tecnologia, esperienza, dati, tecniche. Aggiungiamo strati a strati per cercare protezione, ma non riusciamo ad eliminare l’ineliminabile. Nessuno potrà dire che questa curva ti riuscirà, nessuna tecnica appresa, nessuna conoscenza pregressa. E’probabile, ma non certo. In quel piccolo spazio, in quel “probabile” che non riesci a limare fino in fondo, in quel piccolo spazio stanno le nostre cose stupide, le nostre cose libere.
Ora pare quasi di ondeggiare. Sarà la nebbia che cancella i riferimenti, sarà la neve che scivola sotto le tavole ed io sopra di lei, curva su curva a prendere un ritmo lieve e spensierato, proprio come le palline di prima. Il canale ci restituisce ad un bianco mare aperto sulla valle. A cosa pensavo prima di scendere? Non ricordo, forse nulla. Forse ad una cosa stupida.
Quindi, in fondo, non importa.

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La pattuglia acrobatica/atto I: prima discesa con gli sci della Gola Nord della Veunza per Cecon, Limongi e Mosetti

di Saverio D’Eredità

“Impossibile non sia stata ancora sciata!”

Ogni qualvolta mi capita di passare dalle parti di Fusine ed osservare quella vena bianca che fila sinuosa nel ventre della Veunza, mi faccio sempre la stessa domanda. Per una generazione che si muove nel “post-tutto”, il rischio è che anche quell’immaginazione che un tempo doveva andare al potere possa inaridirsi. Eppure la domanda tornava costante “E se ancora non fosse stata sciata”?

Incassato tra le pareti della Strugova e della Veunza, questo canale noto come “Gola Nord della Veunza” (in realtà l’apice del canale è la Forca di Fusine, passaggio sulla grande cresta Ponze-Mangart) è pressoché invisibile nella sua interezza da qualunque angolazione lo si osservi. La vena, sinuosa, appare da lontano solo per un breve tratto della sezione superiore, salvo essere “inghiottita” alla vista dalle pareti che vi si ripiegano attorno. Nemmeno andandovi alla base, al culmine del bel conoide della Strugova, è chiaro esattamente se questo canale abbiamo o meno continuità: bisogna dunque entrarci per scoprire che un “muro” di circa trenta metri si pone a difesa di questa linea che ha tutto per essere “ideale” ma che nella migliore tradizione giuliana riserva sempre qualche sorpresa.

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Lezioni di sloveno

di Saverio D’Eredità

Per comprendere a fondo un’arte bisognerebbe studiarne altrettanto approfonditamente l’ambiente e le circostanze che ne hanno permesso l’emersione e lo sviluppo. In questo senso per capire davvero il blues si dovrebbe girare per le strade di New Orleans, così come sarebbe stato interessante poter visitare le botteghe di Firenze ai tempi di Giotto. Perché l’arte è sempre il prodotto della storia, dei costumi, delle tradizioni e dei talenti che si sviluppano in dato momento in un certo luogo.
Parafrasando, per comprendere appieno ciò che ha permesso all’alpinismo sloveno di formare alcuni tra i più grandi esponenti dell’alpinismo moderno e diventare una vera e propria scuola, è necessario calarsi nella cultura e nei luoghi che costituiscono quella sorta di fertile humus che ne ha permesso lo sviluppo.
Sono spesso questi i pensieri che mi accompagnano quando mi trovo a camminare verso gli attacchi delle vie sulla Nord del Triglav o di ritorno da un giretto a quel parco dei divertimenti per alpinismo invernale che è il Passo Vršič. Se la “Stena” è il terreno ideale d’estate per sperimentare le grandi vie d’ambiente e muoversi su centinaia di metri di parete, il passo rappresenta invece una sorta di campo scuola per approcciare percorsi, tecniche e metodi su neve e ghiaccio. Continua a leggere

La montagna del cuore

di Saverio D’Eredità

Ognuno di noi ha una montagna del cuore. O almeno dovrebbe, se proprio non è arido d’animo. Non deve necessariamente quella più bella, o più famosa o più difficile. Anzi, non dovrebbe essere nessuna di queste. Dovrebbe essere solo un luogo di riconciliazione. Dove andare quando si è stanchi. O non si ha tempo o voglia di pensare. Quando vuoi condividere qualcosa. O semplicemente, per stare. Come quando da bambino ti portavano dai nonni, e non c’era niente di meglio di quelle ore lente e pacifiche in cui ci sentivamo accolti e protetti. Che magari lì per lì dai nonni non ci volevi andare perché pensavi di annoiarti e invece finiva che da quei pomeriggi non ti saresti staccato mai.
Sarà per questo che la chiamano Stara Baba, la vecchia nonnina. Il Mataiur, con i suoi fianchi larghi e le sue dorsali smussate, con quella cupola sempre sbarbata dal vento, sembra proprio una vecchia nonna, adagiata sulla seggiola e avvolta da una scialle fatto di castagni. Osserva bonaria le sue valli, aperte come le dita di una mano ai suoi piedi. Più che una montagna, un nume tutelare per tutti gli abitanti delle valli del Natisone.
Leggenda, ma non troppo (visto che la riporta Paolo Diacono nella Historia Longobardorum), vuole che sia questo il monte che il Re Alboino “ascese e da lassù contemplò fin dove potè spingere lo sguardo, le terre che si aprivano intorno”. Vecchia nonna, nume, divinità, o monte del Re al tempo dei Longobardi, c’è sempre un motivo per guardare a questa piramide distesa e serafica.
Al Mataiur si torna in ogni stagione. In ogni momento. In ogni ora del giorno.
Il segreto del monte del cuore è proprio questo. Deve essere un luogo che ti accoglie, sempre. Come la casa dei nonni. Il segreto del monte del cuore è che ogni volta che torni non ti annoia, ogni volta vi associ un ricordo diverso. Perché comunque la si voglia vedere, pur se facile, dolce, adagiata, sempre una montagna è.
Perché c’è stata quella volta che sono salito con un vento che tagliava la faccia e manco si stava in piedi (a dire il vero, secondo Graziella, il vento lassù taglia sempre la faccia, anche d’estate). O quella volta che ho fatto tutto il giro della cupola salendovi quattro volte da quattro lati come un pellegrino. E quell’altra che sulla cresta nord (si, ha una cresta nord, cosa storcete il naso: e ha pure un suo perchè!) con un vento malefico (in effetti vento qui ce n’è parecchio) per un minuto mi pareva di essere sulla cresta del Lhotse. Ed un’altra volta invece ho trovato un firn che mi ha fatto quasi piangere.
C’è stata la volta che l’ho fatto tutto in discesa (cioè senza salita, ma è troppo lunga da spiegare) e quella invece che l’ho fatta tutta in salita da Cividale in bici. Prima la pioggia. Poi la nebbia. Infine la grandine. E la neve: e quando sono arrivato a Montemaggiore mi sono sentito Bartali al Galibier.
La prima volta di notte, e la seconda che c’era una nebbia da thriller e abbiamo sciato pianissimo neanche fossimo sui 50° e nel fascio di luce della pila per non perderci. C’è stata la volta che sui prati s’era attaccata una nebbia da Highland scozzese e poi di colpo è finita 20 metri sotto la cima e sopra era estate e galleggiavano le Giulie.
Al monte del cuore si torna soprattutto per vedere. Perché la cosa bella del Mataiur non è tanto il Mataiur stesso, ma che dalla sua cima si vedono le Giulie.
È come un album dei ricordi, in cui uno per uno appiccichi le foto come francobolli di un percorso misterioso. Non conti nemmeno più le volte che ci sei stato. Non avrebbe senso. La montagna del cuore è molto probabilmente quella dell’inizio. E altrettanto probabilmente sarà quella della fine.

Però tra tutte le volte, è sempre con la neve che accade qualcosa di speciale. Forse è stupido, forse diventa una specie di fissazione o rituale che poi è uguale. Quando la vecchia nonnina si avvolge del mantello bianco succede qualcosa di nuovo. Succede che la Stara Baba, maestra di incantesimi per i popoli delle valli, ha nuovamente compiuto la sua magia. Ma devi cogliere l’attimo, non lasciarti tentare dalle sirene o abbattere dal vento (sempre lui) che ti travolge lì dove scollini e il Nero ti appare come il dente di uno squalo. Devi cogliere l’attimo, quello in cui la nonnina ritorna quella splendida fanciulla che fu nel tempo immemorabile, prima di Alboino, prima di tutti.
E disegnare su suoi fianchi dolci le tue curve è come dare quel bacio che spezza l’incantesimo.

Di oscurità e promesse

“Vedi cara è difficile spiegare,
è difficile parlare dei fantasmi della mente”
F. Guccini

di Nicola Narduzzi

La macchina scorre veloce sulla linea d’asfalto persa nel nulla della campagna, scuotendo pigramente al suo passaggio l’erba alta che delimita la carreggiata. Le piante di mais si stagliano fiere con i loro pennacchi verso il cielo, sopra di esse solo le montagne fanno capolino attraverso l’aria estiva carica di umidità. Nessun paese, nessun edifico, nessuna persona a turbare l’armonia di questo piccolo angolo di mondo. Mentre le loro ombre gradualmente si allungano, proiettate dal sole che cala verso l’orizzonte infiammando il cielo, mi rendo conto di esser rimasto solo al mondo.
Vorrei fermarmi.
Scendere dall’auto.
Sedermi su un muretto a secco.
Guardare la luce scomparire oltre quelle creste che laggiù, ad occidente, delimitano il mio angolo di mondo.
Assaporarla fino all’ultimo istante, vivere la profonda malinconia di non poterla inseguire.
Respirare la sottile brezza che soffia la sera tra le strade di campo, quando la terra sospira finalmente libera dall’opprimente battuta dei raggi del sole. Eppure non riesco a fermare l’auto, non posso. Continuo a guidare, intrappolato in una corsa inarrestabile verso oriente, verso l’oscurità che risale dalle profondità della terra, avvolgendo la campagna, avvolgendo me, finché ogni cosa non scompare. Il resto è silenzio. Continua a leggere

Due foto, 1 di 2

di Carlo Piovan

Non mi piace appendere foto che mi riguardano sui muri di casa; non ho mai approfondito il motivo reale di questa scelta, semplicemente non mi viene spontaneo farlo anche se ci sono molti scatti che conservo e che amo rivedere, concedendomi qualche minuto di nostalgia, di quel momento passato.

Alla vita però non interessano le nostre regole personali e con la stessa leggerezza di un polline di tarassaco, sono atterrate sul mio comodino due fotografie che resistono al tempo ed alle stagioni.

Uomo e Donna appesi nel vuoto

Un punto di ripresa zenitale, una parete di dolomia gialla che sprofonda cinquecento metri più sotto nei grigi ghiaioni, due soggetti al centro della scena accomunati da due caschetti color arancio e da una profonda fiducia in quei due pezzetti di acciaio dolce, incastrati nella roccia e collegati tra essi e loro, da una sottile fettuccia di nylon. Il vuoto tutt’intorno.

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Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

Il tempo della Civetta

di Carlo Piovan

Per un amante delle arrampicate dolomitiche, il termine “Nord – Ovest” indica molto di più di un orientamento geografico. La combinazione dei due sostantivi, racchiude un’immagine chiara nella mente di ogni alpinista, un profilo fatto di chilometri di dolomia, a sviluppo verticale, con un piccolo cuore di ghiaccio, “il Giazzer”, nel mezzo. Una presenza imponente che sovrasta l’abitato di Alleghe e domina come un enorme rapace in planata la valle del Cordevole. Molto più a sud delle sorelle maggiori viene prevalentemente percorsa in estate, quando il clima consente di arrampicare leggeri e veloci come conviene ad ogni buon dolomitista. In inverno la parete nord – ovest della Civetta gonfia le sue fessure e i suoi camini di neve e ghiaccio, elevandosi al pari delle ben più note consorelle poste a cavallo dell’arco alpino Occidentale.

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Due solitudini

di Saverio D’Eredità

La sosta era appesa nel posto peggiore di tutta la torre. Sotto il culo sprofondava quel vuoto nauseante e sopra di noi c’era appena qualche ruga da seguire fino in cima. Questa non era una via: era un viaggio allucinante nella mente di un pazzo furioso. Che motivo c’era di abbandonare la linea sicura di fessure incise nella parete per buttarsi in quel vuoto cosmico? Cosa avrà suggerito la minuscola cornice che traversa verso lo spigolo, ad Ernesto?

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60 anni di chele in parete

di Carlo Piovan

Mi dicono che sessant’anni per un uomo è l’età della profonda maturazione, l’età in cui non ha più paura o remore di dire quello che pensa, l’età in cui può nuovamente stringere tra le braccia una nuova vita, con la leggerezza d’animo di chi ci è già passato.
Ma cosa sono sessant’anni per un gruppo di persone che dal 1957 hanno deciso di condividere, nello spazio della montagna e nel tempo di molte generazioni, la passione per l’arrampicata? Continua a leggere