Arrampicare non è divertente

di Saverio D’Eredità

Arrampicare non è divertente. Al più potrà essere appagante, se volete. Ma divertente no. Arrampicare è sofferenza. Stringere tacche, contrarre gli addominali, stringere il culo, pensare a non cadere. Insomma, di base cerchi di fare tutte queste cose insieme per non morire. Spiegatemi come fa, ad essere divertente. Arrampicare spesso è frustrante. Perché ti devi allenare moltissimo per ottenere pochissimo. E allenarsi, si sa, non è mai divertente. Anche perché poi ti vengono a spiegare che arrampicare “è tutta testa, non serve allenarsi!”, ma a dire il vero non ho mai visto nessuno di quelli che sostenevano questa tesi scalare sotto il 7a. Di certo è sia una roba di testa che di muscoli. Insomma, una roba ingestibile. Quando hai il fisico, non hai la testa. Quando hai la testa, non ti tieni. Raramente hai tutte e due. Quando succede, la stagione di solito è finita.

No, arrampicare non è divertente. Sciare, è divertente. Anche se su questo con l’amico Nicola potremmo discutere fino alla fine dei nostri giorni, almeno finché io non avrò imparato ad arrampicare e lui a comprendere il senso profondo delle stagioni. Ma molto meglio discutere di questo che non darci ragione a vicenda o ridurci ad una serie di fuck-yeah-grande vez. Si, lo so che dire queste cose non è molto popolare. Ma arrampicare una volta mica faceva tanto figo, come adesso. Se tiravi pacco alla serata con gli amici o peggio mollavi il dopocena ad una certa “perché domani mi alzo alle 5” ti prendevano per il culo a morte. Il risultato era che si dormiva due ore per notte per barcollare verso gli attacchi, ma certo figo e divertente non lo era mai. E poi, chi l’ha detto che ci si deve divertire per forza, o che tutte le giornate sono meravigliose e quelle cose lì che ci leggiamo e ci diciamo ogni lunedì? Io per esempio, ho passato un sacco di giornate di merda, arrampicando. Ho avuto paura, mi son dato dell’idiota, ho rimpianto di non essermi allenato abbastanza o di aver pensato troppo allo sci o alla neve. Mi son sentito inadeguato, ho litigato con me stesso, qualche volta con gli altri. Ho tirato fuori il peggio di me. Ok, ora so che mi verrete a dire che dovrei rilassarmi, cercare il flow, la mindfulness o certe cose new age che non si capisce perché adesso siano immancabili, invece ai tempi di Comici ne ignoravano l’esistenza e mi pare che arrampicassero alla grande uguale. Che se fosse divertente, arrampicare, arrivando in falesia vedresti gente felice invece è più facile sentire una sinfonia di grugniti e bestemmie o gente che ti guarda storto se non sei del posto, occupi una certa via o – sia mai – soffi il progetto a qualcuno. Insomma, arrampicare non è divertente, o almeno io non mi diverto tanto. Di solito cerco solo di non farmi male. Nel mezzo, invece, mi perdo in mille ragionamenti complicati, passo da cose serie tipo dove piazzare la protezione a cose inutili come la politica internazionale, intervallando ricordi, ora nitidi ora sbiaditi. Persone, volti, situazioni. Una festa del liceo, un amico che non sento da tempo. L’ultima mail mandata il venerdì o una qualche rogna da risolvere il lunedì. Mentre nel cervello girano in loop ritornelli di canzoni idiote, una playlist di scarsa qualità e quasi mai dei miei pezzi preferiti. “Pensa se adesso voli con in testa It’s my life di Bon Jovi o Girls just wanna had fun di Cindy Lauper, pensa che brutto” mi dico. Ecco, cose così. Niente eclatanza del gesto, niente flow. Solo pensieri confusi e disordinati.

Saverio D’Eredità sul traverso della via Tissi alla Torre Venezia – foto C.Piovan

Qualche volta credo che l’arrampicata mi piaccia nonostante tutto ciò. E che la soddisfazione non stia tanto nel bel gesto, nell’appagamento edonistico della prestazione, quanto piuttosto nel fatto di esserci riusciti – nonostante tutto. Dell’arrampicata amo i dettagli. La scomodità condivisa di una sosta. Una presa più grande nel posto giusto (capita, raramente, ma capita). Scoprire un chiodino là dove speravi ci fosse, il compagno che in fondo ti perdona tutto e i silenzi in mezzo. La Storia, anche. Eppure quando ci sei dentro, alla Storia ci pensi poco. Non stai mica passeggiando in un museo. Quella volta sulla Comici alla Cima Grande, per dire, pensavo solo a saltare fuori prima che le braccia cedessero. Non mi facevo i selfie con i chiodi vecchi o i cordini laceri. C’è l’ambiente, direte. Ma anche quello ce lo raccontiamo. Conosco modi migliori di fare turismo naturalistico senza avere come obiettivo della giornata una catena in inox o dei cordoni marci. Insomma, non c’è una sola cosa che renda davvero credibile questa scelta di arrampicare. Eppure, anche se arrampicare non è divertente, talvolta credo sia necessario. Come un rito purificatore, o piuttosto un grande filtro, agisce sui quei pensieri confusi, sul mio fare disordinato, ricollocando tutto nella giusta prospettiva.

Anche oggi , ad esempio. Oggi è una grande giornata. Duplo risale lentamente i pacifici tornanti che salgono alla Rudnig Alm e noi non abbiamo fretta. Forse pioverà, ma più tardi. Non ci preoccupiamo. Ora non ricordo bene cosa ci spingesse gli anni passati ad andare incontro alla paura di proposito e immancabilmente trovarla, alla fine. Il copione era scritto, ma facevamo finta di non conoscerlo. Oggi è una grande giornata, adesso c’è il sole, dopo chissà. Oggi non spetta a noi, riprendere Berlino. Scavalcata la forcella e gli impianti silenti, ci si addentra in questa valletta sospesa, aperta in modo discreto sulle Giulie e circondata da monti di perla. Pareti che ti ingannano ogni volta. Paiono gigantesche e invece sono appena più alte di un piccolo grattacielo. Si mostrano lisce e verticali e invece offrono generose appigli e buchi e gradini, in un ricamo di roccia che sai prezioso.

Arrampichiamo, per essere all’altezza dei bambini che siamo stati. Per non deludere la parte irrinunciabile e stupida di noi stessi. Arrampichiamo per contraddirci, qualche volta, perché in quella contraddizione troviamo un briciolo di verità. E anche se oggi una nuvola è la scusa per tornare, la realtà è che per rimettere tutto in prospettiva, talvolta basta la sensazione della pietra sotto le dita e dell’erba nuova sotto i piedi. C’è sempre tempo, in fondo, per riprendere Berlino.

La Dinamica

Rimozione. Colpevolezza. O consapevolezza? Sono queste le domande che sorgono quando apriamo il libro nero degli incidenti in montagna. Quello che non vorremmo sfogliare mai. Eppure sappiamo bene come quelle pagine, per quanto dolorose, siano in realtà la chiave per comprendere meglio e aiutarci a decidere e valutare le nostre azioni.

L’alpinismo, lo scialpinismo, l’escursionismo e l’arrampicata sono attività di natura pericolose in quanto ci espongono ai rischi (oggettivi della montagna e della natura) e soggettivi (delle nostre azioni ed omissioni). Ma sono anche attività che arricchiscono di conoscenza come poche. Diceva Massimo Mila che l’alpinismo è una forma di conoscenza superiore in quanto prevede sia la teoresi che l’azione. Peccato che una volta a casa raramente ripensiamo a cosa abbiamo fatto e se l’abbiamo fatto bene. Affidarsi alla fortuna come elemento di riduzione del rischio non è un’idea saggia, tanto come pensare di esser esenti da rischi solo perché facciamo le cose “in sicurezza”. Cosa vuol dire sicurezza? E’ un protocollo codificato o forse la somma di esperienze pratiche sul campo, razionalizzate ed analizzate?

La verità, scomoda, è che non ci piace aprire quel libro. E che quando “succede” l’istinto sia quello di rimuovere i traumi per andare avanti. E’umano. Ma non ci fa evolvere in quella conoscenza che dovrebbe essere parte integrante dell’esperienza. Così facendo lasciamo il campo alla colpevolezza (chi si fa male, si sa, ha sempre torto per l’opinione pubblica), che ci amareggia quando tocca leggere i soliti commenti pressapocchisti e superficiali di chi quella conoscenza non ce l’ha e si permette di giudicare. Finita l’era (o quasi) della montagna assassina intrisa di retorica, la società securitaria odierna reagisce agli incidenti (siano essi fatali o no) con un miscuglio di moralità e contabilità. Moralità quando si tratta di giudicare come “stupide” queste attività (salvo poi essere elogiate e reclamizzate quando si fa marketing dell’outdoor…) e contabilità quando il tutto si riduce ad una nota spese degli interventi di soccorso (come se il soccorso stesso non fosse espressione della solidarietà naturale non solo di chi frequenta la montagna ma degli esseri umani!). Ecco quindi che la risposta non può che venire dalla consapevolezza. Di ciò che accade, di come accade e di come possiamo migliorare. Sapendo che l’imponderabile esiste e può fare male. Che il rischio non si azzera, ma solo si riduce. Che il bello, se volete, di ciò che viviamo in quei giorni in montagna è proprio imparare, esplorando spazi interiori di consapevolezza.

Il progetto di Fabio Gava, “La Dinamica” è una novità in questa pagina così poco approfondita delle attività in montagna. Sono storie di incidenti di arrampicata, alpinismo, scialpinismo e canyoning, raccontate direttamente dai protagonisti e condivise per contribuire ad aumentare la sicurezza in montagna.

La formula è quella del podcast ed è una risposta per chi crede che sia necessario sviluppare, tra i frequentatori della montagna, una cultura che faccia sentire le persone libere di rendere pubbliche le proprie esperienze negative senza essere giudicate, colpevolizzate o umiliate. Lo scopo di questo podcast è di ridurre il numero di futuri incidenti in montagna, attraverso i racconti degli incidenti passati.

L’ideatore del progetto è disponibile ad essere contattato da chiunque voglia raccontare la propria esperienza. Ascoltate le prime uscite. Si parla di incidente in arrampicata o sci, direttamente da chi li ha vissuti e può riportarli, e soprattutto da semplici appassionati “della domenica”.

Sito web: http://www.ladinamicapodcast.it

Instagram & Facebook: @ladinamicapodcast

Link agli episodi su Spotify:

https://open.spotify.com/show/01y8ShLjhHqNmtBZXg2LSo

(il podcast è disponibile anche su tutte le principali piattaforme di podcasting, quali Apple Podcast, Google Podcast e Amazon Music)

Precario

di Saverio D’Eredità

Ho chiesto al Batti delle foto elettrizzanti della gita dell’altra volta. Anche se era stata una giornata un po’ così, senza arte né parte, ero certo che il Batti la sua foto “alla Batti” me l’avrebbe tirata fuori. La classica dello sciatore nell’istante della curva, un poco grandangolata per dare profondità e un po’ di “wow”, con il soggetto nella terza parte dell’inquadratura e quel bilanciamento del bianco tecnicamente ineccepibile, ma vagamente insipido. La classica foto alla Batti – che ahilui – non può mai contare su performer di riguardo, gente bene in piega, con lo spruzzo, colorata, arrogante, sbarazzina, che sa sciare, che sa fare, che sa tutto. No, lui c’ha gente come noi, il Biondo al più per aggiungere un tocco da south rock americano, altrimenti il Pasc o me. Me che son il peggiore anche perché non gli faccio mai la curva dove dice lui per la foto. E nemmeno dove dico io. La curva viene dove deve venire, io sta cosa ancora non la domino bene, quindi la foto viene, inoppugnabilmente, male.

Ma la foto elettrizzante, al Batti, l’avevo chiesta perché volevo parlare del Leupa. Anzi a dire il vero la gita l’avevo approvata “così” potevo parlare del Leupa. Sapete, sto un po’in fissa con sta cosa che se non parlo io delle montagne, specie quelle un po’ diciamo “di nicchia”, poi non ne parla nessuno. E quindi su Google non si trovano. E quindi praticamente è come se non esistessero. Solo che il Leupa / Lopa in sloveno, con quella quota facile da ricordare (2402, bel numero), non ha proprio niente di interessante. Non è brutta, forse al più anonima. Più che brutta è “non-figa” che tutte le montagne pare siano fighissime e invece no, alcune non sono niente. A parte essere montagne, ovviamente. Ma quelle del Canin, poi più che montagne-montagne sono tipo cippi lungo la strada. Tutte circa uguali, squadrate, tarchiatelle, striate, poco alte (non basse, solo poco alte). Il Leupa pure è così. A forma di rettangolo, con una cresta piatta come cima, e le regolari stratificazioni calcaree che a me, magari un po’prosaicamente, ricordano le pieghette dell’omino Michelin. Tutte le cime del Canin son un po’come l’omino Michelin, quel fisico non slanciato, pacioccoso diciamo ma pur sempre ingombrante che se si sposta fa un casino.

Il Batti di foto me ne tira fuori due, pure un po’deluso che non c’era molta ispirazione (a nord, con il cielo terso, la poca neve, le solite cime, uffa). In una ci sono io, un puntino rosso in mezzo all’altipiano che punto dritto verso la nord del Leupa. Probabilmente in quell’istante, stavo pensando a cosa dire del Leupa, quindi potremmo dire che è una foto matrioska, oppure aristotelica a seconda del vostro gusto, ma in quel momento a me venivano in mente più che Leupa Aristotele e Matrioske, gli influencers. Che, poracci, devono sempre dire qualcosa della loro giornata – tipo me, adesso, solo che non ci vado a fare la spesa con ste cose che vi racconto – e deve essere una vitaccia, eh, sempre qualcosa da dire di una giornata.

Altopiano del Poviz – verso il Leupa – foto M.Battistutta

Vabè visto che non son influencer scrivo solo se mi pare oppure ho una mezzora libera, o voglio che il tag “Leupa” compaia più spesso su Google. Solo che il Leupa non ha niente di interessante. La parete, abbiamo detto. Banconate calcaree sia compatte che fragili, che a mio modesto quanto insindacabile modo di vedere, sono praticamente inscalabili. Si si, litighiamo pure però prima andate sul Leupa e io vi guardo da sotto. Chiamiamo anche i maghi del misto o del dry, una Angelika Rainer se si degna di venire qua e vediamo. Se agganci una picca una. Se ti proteggi a meno di 25 metri. Se quello che metti come protezione tiene più della vostra giacca. Vediamo. Tutti bravi. E poi: tiè c’è il Leupa. Che Buscaini, secondo me, è andato in fiducia quando gli hanno detto che c’erano 2 vie. Secondo me manco è andato a vedere che diciamolo, su, chi vuoi che vada a scalare 150 metri di quella roba lì. Io il canale friabile e la cengetta a sinistra e lo spigolo etc mica li ho visti. Ma lo capisco, il Busca, anche lui ogni tanto ha spuntato la lista perché andava di fretta magari. Peccato perché io dal Busca tiro sempre fuori robe interessanti, anche con 3 nomi una data e un “1 chiodo lasciato” che ci ricamo su le favole. Invece il Leupa niente. Ha due creste, sappiatelo. Una Est, una Ovest (facile). Non ha un versante sud (si ovvio che ce l’ha, ma voi fate come se non). Due normali. Una Est, una Ovest (facile). Quella ovest, “Celo”! Un inverno di anni fa, con Stief e Cricca, di quei tempi che la cima era il must. Che ti presenti “sciallo” e dopo neanche 5 minuti sei lì che ti muovi tipo gli acrobati di Oceans’eleven. Cengette spioventi, ghiaccietto, canalino-ok, uscita-non ok, cresta – sospiro – giù subito e piano e aspetta che vedo di piantare un chiodo valà – ah guarda c’è! (1 chiodo lasciato, avevi ragione Busca) – e via di doppia sul chiodo che ti pare un pilone. La est mi mancava, sarebbe pure la normale, ed è l’unica traccia digitale in Google (grazie Raffaello!). Cresta a tratti esposta, passaggio di II che d’inverno sarà una esaltante goulotte di ben 3 metri, cresta saliscendi. Facile. E qui veniamo alla seconda foto. Nella seconda foto ci sono sempre io, che traverso con fare delicatissimo e l’occhio sgranato sta cengetta che in realtà è pure larga eh, e avrà un saltino che so di 1 metro? e poi sotto c’è neve. Ma io paio sospeso sull’abisso. In quella foto c’è tutta la mia, la nostra, la sua (del Leupa), precarietà. Sarà il movimento che il Batti ha preso, sarà il casco, lo sfondo non lo so, ma lì c’è tutta la precarietà di questo nostro andare, di questo nostro essere. Se solo ci fosse più neve. Se solo sapessi se posso calarmi. Se solo capissi perché ci tenevo tanto a parlare del Leupa. Questo monte che tutti fingono di conoscere (“guarda! quello è il Leupa” dicono indicando un punto tra la Cima Confine e il Sart, che magari l’hanno letto su Peak Finder un attimo fa) e nessuno ci è stato mai. Questo monte che nessuno si fila, ma poi, se non c’è o se un giorno non lo vedi, ti dispiace. Come l’amico – che chiameremo non so, Fred – che c’è sempre a tutte le serate, ma non dice molto, non è antipatico, nemmeno simpatico, ma si ricorda del tuo compleanno e magari ti porta a casa quando sei sbronzo. Fred c’è. Il Leupa c’è. Ma se una volta non lo trovi ci stai male.

Però senti questa precarietà, questo senso di qualcosa che non sai mai quanto dura. Me lo si legge in faccia, nella piega del ginocchio, nelle mani che scorrono la roccia ed è precaria anche lei. E quindi non hai certezze più.

Sulla cima non ci siamo andati, poi. Era appunto un po’troppo precaria, quella poca neve, quel poco ghiaccio, quel poco tutto, anche la voglia magari. Siamo andati per poterci ricordare questa montagna e ne siamo tornati con meno certezze di prima. La montagna, a me, altro che fiducia in sé stessi e quelle cose che ci raccontano, mi da sempre meno certezze. Queste poi, mai. Ma forse è proprio questa assenza a rendere tutto molto interessante. E penso di nuovo agli influencers, che sono sempre certi di tutto, hanno sempre qualcosa da dire, mentre io oggi mi tengo stretta questa foto, questa precarietà che dovremmo sempre avere a cuore, come le montagne che nessuna sa dove sono, eppure ci sono sempre. A fare da sfondo. A portarci a casa.

Nei pressi di Forca Sopra Poviz, verso la cresta del Leupa – foto M.Battistutta

Una speciale Trilogia nel segno di Comici

di Saverio D’Eredità

Stilare classifiche e liste è sempre un giochetto divertente seppur fine a sé stesso. Nel mondo alpinistico le raccolte più o meno note di “le 100 più belle…” (scalate, sciate, cime, traversate…l’elenco può essere lunghissimo) sono una costante e bisogna ammettere che ognuno di noi ha le sue liste segrete. Che poi, si sa, lasciano il tempo che trovano, ma dato che viviamo una passione che per metà è sogno e metà azione, quella parte di sogno va pure coltivata! Il bello delle liste è che se ne possono creare di tutti i tipi. Il brutto (ma anche il bello, su) è che non metteranno mai tutti d’accordo, e mi sembra normale. Ma c’è un tipo del tutto particolare di liste, quelle che potremmo definire “filologiche”, che sono certamente da intenditori, ma almeno abbastanza oggettive. Sono le liste che si costruiscono sulla storia, sui legami sottili tesi attraverso le epoche, i personaggi, gli stili. Richiedono conoscenze, una certa dose di gusto e anche capacità di osservazione. Se dovessi iniziare a parlare di una “Lista” di linee sciistiche di alto livello citando Emilio Comici forse qualcuno inizierebbe a non seguirmi. Non è infatti noto a tutti che proprio Comici, lo scalatore simbolo dell’epoca del sesto grado, fosse anche un altrettanto appassionato esploratore di salite su neve e ghiaccio. Le Alpi Orientali, si sa, non sono il terreno ideale per questo genere di salite, eppure una caratteristica propria delle Dolomiti e delle Giulie sono proprio i grandi canaloni nevosi. Cupi e incassati tra le pareti, spesso interrotti da salti “misteriosi” in quanto imprevedibili e soggetti all’andamento delle stagioni, i canali dell’est hanno caratteristiche peculiari rispetto a quelli dell’ovest. Soprattutto, sono linee “naturali” e per questo non possono che attrarre l’insaziabile occhio dei cacciatori di linee. Tanto di salita quanto di discesa.

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Fuga sul Plauris

di Saverio D’Eredità

Sono giunto alla conclusione che il merito di certe imprese un po’folli sia da attribuirsi non tanto a chi le ha concepite (che a sparare minchiate siamo bravi tutti), quanto piuttosto al primo che ci crede. Mi spiego. Quando arrivi a dire “bè, se siamo in zona rossa e possiamo muoverci solo in bici potremmo pur sempre fare – che ne so – il Plauris partendo da Udine” (che già il Plauris, di per sé, non è che sia una montagnetta). Ecco, quando dici una cosa del genere (sapendo benissimo che rimarrà sepolta in qualche chat insieme a chissà quali altre fantasie) è il primo a venirti dietro che è veramente l’artefice. E con lui tutti gli altri. E a quel punto tutto rientrerà nell’ambito di una certa – seppure disagiata – normalità.

Partenza notturna da Udine – foto M.Battistutta

Sembrerà normale quindi sgattaiolare alle 5 del mattino, con la città ancora anestetizzata dalla notte e il coprifuoco, trovarsi come ladri all’angolo di una strada e filare via leggeri se non nel carico almeno nell’animo. Gli sci che fendono l’aria come spinnaker sulla bici, tutto il resto legato alla “mah sì, secondo me regge” e via attraversando gli scheletri di cemento e acciaio della nostra quotidianità. Scoprendo che gli uccellini cinguettano anche alle rotonde (sì, anche al Terminal Nord) e che l’alba colta all’altezza del sexy shop di Gemona sa essere tenue e commovente come da una cresta del Bianco.

Cambio assetto 1/ Portis ore 7 – foto F.Clocchiatti

E a quel punto non ci sarà più niente di strano e ti sembrerà persino ovvio parcheggiare le bici e caricarsi gli sci in spalla (tanto era lì che stavano già da due ore e 40 km) e addentrarsi nella val Lavaruzza, misteriosamente bella come tante valli prealpine. Anche se a risalirle, queste valli (o sarà meglio definirle scoli, grondaie, pareti un po’boscose), è come la comica del rastrello: ogni passo che fai è come pestare un rastrello e prendersi un palo in faccia da quanto è ripido. Però le cascate, ora al disgelo, sono bellissime e da qui non si vede nemmeno l’autostrada.

Quella di Cjariguart è una terra promessa di neve e silenzio, a dimostrazione che follia non era, anzi. Metter giù gli sci (finalmente!) e incamminarsi verso la cima (che vuoi sono solo ancora 700 metri) a quel punto non sarà né un sacrificio né un’agonia, ma un dovuto omaggio al Re delle Prealpi Giulie. Perché alla fine siamo venuti qua – ammettiamolo – per una foto. Una bella foto, per carità, quella che immortala la curva (una, due, al massimo) più elegante delle Prealpi Giulie. Ma pur sempre una foto. No, ditemi se non è da bohemien questa cosa. Però loro ci hanno creduto. E allora penso che se tutti veramente avessimo qualcosa in cui credere (qualcosa di bello, di esteticamente apprezzabile, di totalmente coinvolgente, intendiamoci), chissà che sfracelli faremmo. Pensa che spirito, che coesione, che forza! Potremmo farne la rivoluzione.

Ultimi passi prima della cima del Plauris – foto G.Simeoni

Sempre che la cosa non sfugga di mano. È successo, anche stavolta – è un rischio insito nelle rivoluzioni – che poi gli altri ci credano un po’ troppo. Che la tua idea del mattino (una delle tante) di sfruttare quella lingua di neve che scarta a destra la cascata e (pensa tu!) ti fa sciare ancora duecento metri sia veramente fattibile. Ci avevamo visto passare un camoscio come una scheggia giù di là. Ed è vero che “dove passa il camoscio passa anche l’uomo” ma io a quella panzana non ci ho mai creduto. Dove passa il camoscio l’uomo passerà anche, ma se la fa sotto. Già mi vedevo derapare afferrando rametti qua e là calcolando punti di caduta e potenziali traumi, litigare con qualcuno a caso e tornare giù infastidito. Quindi è stata persino commovente l’insistenza infantile di Gabriele (“se non vieni tu non ci vengo io”) e l’audacia silenziosa (e inconsapevole) del Batti, nel lanciarsi sul bordo di quell’abisso tra rododendri, faggi e poi chissà e dire “mah si, SEMBRA che si passi”. E perdio, siamo pur sempre sciatori o no? E allora via, seguendo il camoscio e ancora la neve, fino al salto della cascata, là dove ridiventa acqua, ridiventa tempo che scorre. Allora via, ma a cercare cosa poi, l’avevamo capito? Avevo riletto qualche giorno prima l’avventura di Felice Benuzzi sul Monte Kenya. La fuga da un campo di prigionia (e ritorno) a puro scopo di alpinismo. Vi lascio con queste parole, senza aggiungerne altre.

“Esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare, se si sa preparare. Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare con tutto te stesso.”

La più bella curva delle Prealpi Giulie: Gabriele Simeoni in discesa dalla cima del Plauris – foto M.Battistutta

L’età incerta

di Saverio D’Eredità

C’è stato un tempo, molto tempo fa, prima che tutto iniziasse – o non era forse già iniziato? tempo di cartine Tabacco stropicciate tra libri di scuola, tempo di numeri di Alp che duravano mesi sul comodino, letti e riletti e mandati a memoria, pubblicità incluse – c’è stato un tempo, dicevo, in cui mi ero posto un grande obiettivo: salire in inverno tutte le maggiori cime delle Giulie occidentali. Un obiettivo tanto grandioso quanto stupido: che valore poteva mai avere un progetto alla portata di ogni alpinista medio? Nessuno, probabilmente, come nessuna era la possibilità che avevo di realizzarlo, allora. Ma tutto questo non potevo ancora saperlo. Eppure quello strano sogno diventò a poco a poco il pane della mia solitudine. É una solitudine tutta particolare, quella che provi a 14 anni. Simile a quella di chi emigra o di chi porta con sé un grande dolore. La solitudine di chi realizza di non aver più un passato mentre vive un presente di argilla. Paradossalmente il futuro diventa la cosa più concreta cui tu possa aggrapparti.

Se è vero che nel dipingere bisognerebbe prima posizionare il soggetto e poi definire lo sfondo, io procedevo all’inverso. Nella mia immaginazione non facevo che disegnare sfondi. E lo sfondo, il mio sfondo, era la corona di montagne spiate di nascosto dal colle del Castello sul quale passavo i pomeriggi e mille sconosciuti tramonti. In quella solitudine, di quel tempo in cui tutto era ancora possibile, tracciavo i miei confini.

In discesa dal Jof Fuart, un pomeriggio di fine inverno: sullo sfondo le Cime Castrein – foto G.Simeoni

L’alpinismo invernale ha senza dubbio un grande fascino e credo che abbia a che fare proprio con l’idea di un confine. Di un qualcosa che è posto ai margini e per questo motivo ci attrae. Come la notte o l’amore, la sua inconoscibilità è ciò che ci interessa. Perché come esseri umani siamo naturalmente portati ad andare verso un confine. E la montagna d’inverno è un confine. É remota. Aliena. Scorre in un altro tempo. I suoni, gli odori, le luci. Tutto è straniero. Inconoscibile. Forse era proprio per quello che la ricercavo. L’inverno era quanto di più lontano fosse dalla mia conoscenza. Un buon motivo, quindi, per mettersi su quella strada

Sono arrivato sulla cima del Jof Fuart – casualmente da solo – in uno degli ultimi giorni d’inverno. Solo quando ho visto la grande scritta in vernice rossa sull’ultimo masso prima della cima ho realizzato che stavo per portare a termine quello stupido progetto di tanti anni prima. Me ne ero quasi dimenticato, eppure quell’idea aveva vissuto con me molto più di tante altre persone, cose, passioni in questi anni. In qualche maniera mi aveva definito.

In discesa dalla normale del Jof Fuart – foto G.Simeoni

La cima era silenziosa e l’aria calma. Grandi nubi si arroccavano sulle creste del Montasio. Un po’più in là, il Canin fluttuava come un pack ghiacciato sopra la valle. Ho percorso la cresta piatta fin quando, all’estremo opposto, non ho potuto scorgere la Spragna. La cima è sempre là dove puoi guardare oltre. Non faccio mai niente di particolare, quando arrivo in cima ad una montagna. Mi limito a sistemare lo zaino, bere un sorso d’acqua e guardarmi attorno. Poi penso solo a scendere. E’ curioso che il luogo verso il quale concentriamo tutte le nostre energie finisca per diventare solo un passaggio transitorio e quasi senza sentimento. Ho provato a scattare una foto, ma il laconico “be-bop” del telefono ne ha preannunciato lo spegnimento. Finita la batteria, senza più altro da fare, rimasi lì fermo sul bordo della cornice con nient’altro che me. A ben vedere, però, non ero solo. Al margine di quella cresta, infatti, mi aveva aspettato quel ragazzo che fui, quello che saliva sul Castello a spiare le montagne e disegnava sfondi. Mi ha aspettato pazientemente in tutti questi anni, quel ragazzo, solo su questa cima come me adesso. Mi ha visto invecchiare, prendere altre strade. Credo di averlo deluso. Forse non ho avuto il coraggio di diventare ciò che lui avrebbe desiderato e me ne vergognavo un po’. Eppure oggi ero qui, le nostre solitudini ritrovate e un debito saldato.

Una frotta di nubi risaliva a conquistare la cima, preceduta da un vortice di fiocchi di neve. Guardai nuovamente attorno, poi iniziai a scendere seguendo a ritroso la processione dei miei passi. Mi voltai un’ultima volta prima di veder scomparire quelle quattro pietre, le mie impronte sulla neve e quel ragazzo di 14 anni che stavo salutando per l’ultima volta. Si sarebbe allontanato da me, piano piano svanendo tra le nebbie che ora avvolgevano la cima. Avevo raggiunto il suo confine e procedevo oltre.

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui in qualche modo tutti noi siamo stati senza passato e abbiamo cercato di definire noi stessi. Il più delle volte non ne abbiamo che una vaga idea. Un’immagine sfocata. Una tavolozza di colori mescolati e qualche linea appena abbozzata. Presi dalla fretta di vivere, abbiamo presto dimenticato quel tempo, in cui senza rendercene conto abbiamo spostato lo sguardo un po’più in là, tracciando i nostri confini. In quell’età incerta, l’unica cosa che avevamo era il futuro.

Elmer, l’elefante sulla neve

di Saverio D’Eredità

Oltre il dosso la traccia finiva, e con essa il rumore. Più in là era il silenzio e nient’altro che due larici naufragati nel pendio grigioazzurro del mattino. Non credete che le tracce facciano rumore? Eppure le puoi sentire. Il vociare chiassoso delle tracce di sci confuse a quelle delle racchette da neve, disturbate dallo zampettare di cani e da buchi di impronte. Tutto un rincorrersi, un sovrapporsi di parole, e suoni e odori anche. E poi ci sono le tracce incerte come bisbigli, che vanno qua e là, tornando indietro nel dubbio. Ci sono le tracce regolari, sicure, ben scandite, che seguono geometrie euclidee. Le invidio, nella loro sicurezza, nel loro non aver nemmeno un’esitazione. E ancora quelle che sanno di sudore, fatica e bestemmie (una sbavatura nella corsia, il forsennato pestare dei bastoncini a trovare un equilibrio) e infine le tracce che cercano. Le capisci da subito, le tracce che cercano, paiono segugi che fiutano l’aria. In apparenza indugiano, in realtà osservano. Si adattano. Le vedi da come si plasmano al pendio, hanno una loro logica anche se sgraziate. Arrivano, il più delle volte. Altre, invece, scompaiono.

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Un passo dopo l’altro sulla cresta Val d’Inferno

di Saverio D’Eredità

Non c’è mai niente di facile, da queste parti. Soprattutto, mai niente di scontato. O che sia quantomeno un po’prevedibile. In quanto terra di opposti, dove idilliaco e arcigno coesistono costantemente, la Carnia non si smentisce. Ti priva di punti di riferimento. Prendi le sue creste, ad esempio. O sono quelle dorsali mansuete, bovine, dove pascolare in serenità lasciandosi cullare nei grandi spazi, o sono fragili castelli tutti in bilico e precarietà. Sono controverse, le creste. Sono l’ossatura delle montagne, l’esoscheletro che le tiene appese al cielo. Ma non tutte, perché altre te le devi immaginare. Non dev’essere un caso che a “pensare” e poi intrecciare i passaggi di questa cresta fossero stati due assi come Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, nel 1939. Castiglioni stava battendo le Carniche per realizzarne la prima guida CAI, e pensò bene di inanellare tutti i i pinnacoli della lunga cresta che dalla Forcella Val Grande arriva fino ai Brentoni. Eppure, non è esattamente una cresta logica. Districarsi tra questi denti scheggiati è un tormento non da poco, una specie di esercizio mentale dove alla fine vince chi riesce a scendere ad un compromesso sufficiente con una serie di cose: sicurezza, velocità, curiosità. Non si può essere troppo ortodossi, mentre si fa l’elastico su questa specie di yo-yo di calcare sbrecciato, che poi ogni tanto – vedi? gli opposti, le contraddizioni che ti stupiscono – ti regala momenti di pura delizia salendo alle vette. Del resto, come si fa a non fare una visita a quella cima beccuta dal nome Pinguino (solo per il nome, andrebbe salita), o alla baricentrica Torre Val d’Inferno o ancora alla Torre Innominata col suo libro di vetta che è una specie di bottiglia dei naufraghi. Salendole scopri il dono della roccia magnifica, appena dopo aver lasciato pensieri e capelli bianchi in traversini che te li raccomando. Ci sarebbero un sacco di considerazioni da fare, azzardando paragoni con la vita e gli stati d’animo, andando in su e in giù in qua e in là su questa cresta che poi è cresta solo ogni tanto e quando gli pare a lei. Che sa anche respingerti o scambiare le carte (vero, Torre Evelina?) ma noi che appunto non siamo troppo fissati con i numeri ma ci piace il gioco in sé, una soluzione l’abbiamo trovata lo stesso. Si, si potrebbe ricavarne un po’di lezioni sulle cose del mondo, ma per oggi preferiamo rimanere concentrati sul presente. Un passo dopo l’altro. E occhio eh, che non si sa mai. Un po’come la vita, in effetti.

La cresta Val d’Inferno ben visibile a destra. A sinistra la piramidale cime Ovest dei Brentoni – foto S.D’Eredità
A fil di cielo: Carlo Picotti nel tratto di cresta che precede la Torre Val d’Inferno
Sospesi: caratteristica lama prima del Pinguino – foto C.Picotti
Saverio D’Eredità risale la fessura sotto la Torre Val d’Inferno – foto C.Picotti
Traverso delicato sotto Punta Anna -foto C.Picotti

Cresta Val d’Inferno

(Alpi Carniche – gruppo dei Brentoni)

Difficoltà: dal II al IV

Dislivello: circa 500 mt (saliscendi) e circa 1500 di sviluppo

Roccia: di qualità varia, da friabile a molto buona

Prima salita: Ettore Castiglioni e Gino Pisoni, 13 luglio 1939

Prima Invernale e solitaria: Mario Di Gallo, 20 gennaio 1990

Itinerario n. 11 della Guida A. Carniche Occ.li

Nel suo genere, più un’eccezione che una regola, considerando che le Carniche non abbondando di percorsi di cresta. Castiglioni e Pisoni nel ’39 hanno saputo immaginare un percorso di grande fantasia ed eleganza, destreggiandosi tra torri e pinnacoli e toccando ben 5 cime tra la Forcella Valgrande e la forcella che separa la Torre Evelina dalla Cima Brentoni Est. In totale sono oltre mille metri di dislivello e quasi duemila di sviluppo su terreno esposto, spesso su roccia friabile, ma anche incredibilmente solida (soprattutto salendo al Pinguino, Torre Val d’Inferno e Torre Innominata). Ne risulta una specie di “grande course”, molto interessante e decisamente alpinistica anche se le difficoltà non superano il quarto. Necessaria una corda da 50 metri, qualche friend e chiodi per evenienza. Lungo il percorso si incontrano 4 brevi doppie (vivamente consigliate!) e – a seconda dell’esperienza e grado di confidenza – potrà essere necessario effettuare brevi tiri di corda, in particolare nel traverso (delicato, noi l’abbiamo trovato verglassato) sotto Punta Anna e nella salita alla Torre Evelina. A onor del vero su quest’ultima, per pochi metri, non siamo arrivati: la fessura finale ci è parsa decisamente friabile seppur fattibile. Abbiamo quindi optato per l’aggiramento della Torre per rampa a sud e attrezzato una breve doppia per entrare nel canale sotto la forcella (1 ch. vecchio in loco+1 ch.nostro e kevlar nuovi).Rispetto alla relazione nella nostra guida Alpi Carniche occ.li, segnaliamo che nel tragitto prima del Pinguino sono 2 e non 1 le doppie da eseguire, mentre la salita a Punta Evelina presenta roccia friabile in finale. Forse è possibile salire per la parete sud più a sx e quindi completare integralmente la cresta (ovviamente se qualcuno ha info saremo ben felici di correggere e aggiornare!)

Sguardo a ritroso per Carlo Picotti verso la lunga cresta Val d’Inferno – foto S.D’Eredità

Ritorni – prima che faccia notte

di Saverio D’Eredità

C’è un gusto particolare a cogliere le ultime di stagione. Che poi ultime non sono mai, si sa, ma lo si fa per scandire il tempo. O per ingannarlo, il tempo. Le ultime prima delle tempeste, ti fanno sentire un po’privilegiato (tutto ruota spesso attorno a questa cosa qui, di qualcosa di unico, di irripetibile, che in realtà è già così), come il marinaio rientrato in porto prima della burrasca o l’ultimo dei mohicani. Allora, rivolgi lo sguardo alle montagne di sempre, quelle che fanno parte dell’orizzonte quotidiano (le altre,quelle nobili, quelle desiderate già si sono isolate nel loro silenzio invernale) e quindi anche se non ci pensi sono sempre con te, fanno parte di una sorta di paesaggio interiore sempre presente. Ti si parano davanti quando rotei in uno svincolo autostradale, uscendo dal supermercato, mentre distrattamente guardi dal finestrino. La Grauzaria per noi che non siamo poi tanto lontani, ma manco vicini è quella cosa lì. La montagna sempre presente, la cui porta è sempre aperta, soprattutto quando hai una malinconia da qualche parte che non sai spiegare. E ci sono di più – come vecchi amici cui confidare un segreto, un dubbio, un pensiero – in prossimità di questi giorni che già sanno di inverno e ti prende quella fretta o non so che di sapere ancora qualcosa, prima che finisca tutto, prima che faccia notte. Quel desiderio di tornare. Allora metti da parte aspirazioni, pretese, o chissà che idee senza senso e non hai difficoltà a dire all’amico “ma sì, torniamo lì”.

In vista della Medace

Per noi, per me, la Grauzaria è quella cosa lì. Montagna a cui torni, anche mille volte, e non ti pesa. Nessuna occasione perduta. Nessun rimpianto. La “Direttissima” ce l’ho sempre nella coda dell’occhio in quei momenti insulsi in cui attraversi strade e paesaggi nei giorni in cui non succede niente che poi è la vita normale, e se la visibilità è buona subito la ritrovi. Il terrazzo sospeso del Gran Circo, la turrita cresta sommitale, i gorghi inestricabili sotto la Cima Senza Nome. Si torna alla Grauazaria, come da bambini in qualche rifugio segreto, la casa sull’albero per chi ha avuto la fortuna di avercela, un angolo della stanzetta per altri, il muretto con gli amici.

Il traverso delle fessurette

Se poi è un po’che ti sei messo in pausa, allora le montagne di sempre sanno ricordarti il motivo per cui torni. Che ti mancava la sveglia, uscire nel buio, tagliare le tele di ragno nel bosco. Fare quel passo fuori dal sentiero tracciato. Riscoprire un certo passaggio. Cercare un ometto e aggiungergli una pietra sopra. Prima che faccia notte.

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Creta Grauzaria mt.2065

Via “Direttissima” (N.Cozzi e T.Cepich 8/9 settembre 1900)

Tra le vie cosidette “d’ambiente” senz’altro una delle più affascinanti delle montagne friulane, che permette una traversata della Creta da est a ovest con giro ad anello. Percorso solare ed arioso, molto vario e con alcuni passi caratteristici come il pertugio “dantesco” che permette di superare il grande masso incastrato d’attacco e il traverso delle fessurrette che -per l’epoca di apertura- fecero meritare l’appellativo di “Direttissima”. Primi salitori illustri per questa montagna ora fuori moda, ovvero il leggendario Napoleone Cozzi con Tullio Cepich, membri della Squadra Volante protagonista di spettacolari prime salite all’alba del Novecento, un vero salto di qualità per l’alpinismo “senza guida”. Si tratta di terzi gradi, ma considerando i mezzi ridotti e le scarse conoscenze anche geografiche dei gruppi, di tutto rispetto. La salita (itinerario n.111 della Guida Alpi Giulie e Carniche Or.li) non supera mai il III+ (brevi passaggi) ed è sufficiente uno spezzone di corda (anche 30 metri) per percorrerla (qualche rinvio e un paio di friend per sicurezza). La parte alta, in cresta, si svolge su terreno spesso insidioso dove prestare attenzione. Discesa per la normale.

Cresta sommitale dall’anticima S/E- visibile la cima della Creta, la sx delle due

La bellezza è un frutto da cercare con pazienza

di Saverio D’Eredità

Se vi dovesse venire la bizzarra idea di fare una via sul Planja, in Slovenia, nascosta dentro il vallone della Mlinarica (per tutto il resto cercate su Google, Wikipedia, Summit Post o – come si faceva una volta – aprite una cartina), dovrete parcheggiare al 38° tornante della strada di Passo Vrsic. Se ci farete caso, sul muro del rudere che sta proprio sul tornante, noterete una scritta in inglese che dice più o meno così: “Caro straniero, vai ora a scoprire il più grande tesoro sloveno. Dimentica tempo+doveri. Segui la strada proibita nella foresta, vai e prendi la strada verso l’alto.Credi in te stesso e infrangi i tuoi limiti. É magico. Prendi il mio amore e combatti i confini” Continua a leggere