Contaminazioni carniche

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

L’accensione del quadro elettrico dell’auto mi ricorda che oggi è un giorno un po’diverso dagli altri. Lo so benissimo – chi non si ricorda almeno del proprio compleanno? – ma la cosa mi lascia più che stupito, divertito. Non è poi tanto usuale decidere di svegliarsi alle 5 per andare ad arrampicare, il giorno del proprio compleanno. Potrebbe essere una giornata di relax, chiamate, messaggi, giri da offrire e qualche regalo inatteso. Invece oggi ho la strana, inebriante sensazione di essermi svegliato prima di me stesso, tentando ingenuamente di annullare il Tempo per consegnarmi ad un altro tempo, fatto di tiri di corda, di passaggi, movimenti. Si può ingannare il Tempo? Continua a leggere

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Non così lontano

“Humboldt ci pensò su. No, disse poi, me ne rammarico.
Una collina di cui non si conosce l’altitudine è un’offesa per la ragione che mi inquieta. Senza esaminare costantemente la propria posizione, nessun uomo può progredire. Non si lascia ai propri margini un mistero, per quanto insignificante.”

Daniel Kehlmann “La misura del mondo”

di Saverio D’Eredità

Oltre il tozzo pilastro del Robon, gli altipiani del Canin digradano di colpo verso le cime cupe della Val Rio del Lago. Questo contrafforte minore, finemente cesellato di rigole e goccette, è praticamente l’ultima parete delle Giulie procedendo verso sud. Al di là della Cima Confine, già brilla di luce la valle dell’Isonzo e il mare. Da qui in poi lentamente sfumano le Alpi, fondendosi nella placca balcanica ad altre montagne dal sapore d’oriente. Qui ci fermiamo anche noi, che nel frattempo siamo arrivati a trecentrotrentasette. Questo è il numero progressivo dell’ultima tra le vie inserite nella guida: “Rigoletto”, aperta da Marco Sterni e Massimo Sacchi nel 1998. Curiosamente questa parete non è solo l’ultima in senso geografico, ma anche cronologico dato che è diventata oggetto dell’esplorazione alpinistica solo a partire dagli anni ’80.
Si dice che Piussi e Cassin, osservando queste pareti durante una delle battute di caccia che erano soliti compiere da queste parti in autunno, fossero stati tentati, per un attimo, di rivestire i panni degli alpinisti che furono per lasciarvi un segno. Immagino la loro tentazione di riprendere chiodi e martelli e lanciarsi in una nuova avventura. Pare però che proprio Piussi smorzò l’entusiasmo dell’amico dicendo “Noi abbiamo fatto il nostro tempo, Riccardo. Lasciamo qualcosa agli alpinisti del futuro. Continua a leggere

Oltre la paura – la raccolta di racconti di Nicola Narduzzi

di Saverio D’Eredità

Perché si scrive di alpinismo? Domanda ostica e scivolosa, la cui risposta è difficile tanto quanto quella che, logicamente, la precede. Ovvero, perché l’alpinismo?
Se le risposte ai “perché dell’alpinismo” sono tante almeno quanto i suoi praticanti ed appassionati, quella della scrittura dovrebbe (o almeno, potrebbe) percorrere strade più lineari. Invece così non è. Sembra anzi che le due domande siano complementari l’una all’altra, e la risposta (o tentativo) che vi si può dare ad una possa offrire un aiuto per approcciare la sua gemella.

Ne azzardiamo una. Si scrive di montagna anzitutto perché la montagna è essa stessa narrazione. Narrazione dell’ascendere e del tornare, di ostacoli e superamenti. Di un farsi Tempo e quindi Storia. Tutto lo svolgimento di un’ascensione ripercorre gli archetipi del “cammino dell’eroe” sul quale si fonda la struttura narrativa dell’epos. Il racconto della Montagna, o meglio sarebbe dire del dialogo tra Uomo e Montagna, richiama l’essenza stessa del narrare, in quanto ogni storia è di per sé movimento verso qualcosa, di un movimento innescato dal desiderio. Quindi scrivere di montagna sembra essere la naturale conseguenza dell’andare verso la montagna, la testimonianza di una presenza. Da qui la complementarietà tra il perché della scrittura e il perché dell’alpinismo.
Ma di cosa parla, oggi, il racconto di montagna?
Imprigionato nello schema consolidato del “récit“, questo genere non è stato capace nel tempo di evolversi e rinnovarsi, ripetendo invece moduli e linguaggi standardizzati. Ciò ha limitato fortemente l’espandersi della letteratura (e quindi la cultura) alpinistica alla stretta cerchia degli addetti ai lavori, chiudendosi in una desolante autoreferenzialità.
Se un tempo tutto ciò poteva ancora avere un senso, in quanto legato alla più vasta tradizione del racconto di avventura (le grandi esplorazioni dei “poli” della Terra, l’avvincente saga del sestogrado o delle spedizioni himalaiane), oggi par quasi che il semplice fatto dell’andare in montagna possa già di per sé un motivo per scriverne, senza tuttavia scavare in quella profondità interiore che la Natura ci suggerisce. Fatte poche eccezioni, anche gli esponenti di spicco del mondo alpinistico sembrano essere incapaci di trasmettere davvero le motivazioni, i sentimenti e il percorso umano e che muove l’intera esperienza alpinistica, limitandosi ad uno schema ripetitivo, spesso scontato e in fondo asettico.
Gli strumenti digitali e del web hanno spalancato le porte della narrazione ad una miriade di potenziali scrittori, ma ciò ha portato più ad un inflazione dello strumento che non ad una suo vero rinnovamento. Ci troviamo così oggi ad assistere al proliferare di memorie o biografie di “top climber” più o meno plasmate da esigenze di marketing da un lato (dove anche il reale valore di quelle che un tempo chiamavamo “imprese” risulta assai annacquato) e all’esplosione di bloggers, influencers e nuovi media che dispensano pensieri spesso di un livello di poco superiore a quello dei temi dell’elementari. Sempre però con un occhio all’autopromozione. Sconfortante.

Nicola Narduzzi appartiene alla schiera degli alpinisti della domenica, senza che questa definizione risulti spregiativa: parliamo di tutti coloro che frequentano la montagna per pura passione, senza scopi professionali o commerciali. E’quindi un buon rappresentante di una sorta di ceto medio (si passi la definizione) che oggi sembra essere evanescente, schiacciato tra il mondo dei “pro” e la miriade di narratori improvvisati che riversano su web poco più che il resoconto della gita. Ma con una differenza. Anzitutto perché Nicola è in possesso di una solida cultura alpinistica che gli permette di collocare i suoi racconti nella giusta prospettiva storica, omaggiandola e in qualche maniera interpretandola. In secondo luogo – dettaglio non scontato – sa “usare” le parole, scegliendole con quell’attenzione e cura che dovrebbe essere un pre-requisito prima di mettersi alla tastiera, non un optional.
E qui veniamo al punto. Nicola non parla “solo” di alpinismo. Ma parla dell’alpinismo (e della Montagna) come chiave di accesso ad un percorso introspettivo più complesso, in cui quella che superficialmente è una semplice, per quanto accesa passione diventa rappresentazione della vita stessa. Tenta quindi, Nicola, quella sintesi cui accennavamo all’inizio: ovvero di riportare la scrittura verso il senso stesso dell’alpinismo, cercando attraverso di essa di fornire le risposte alle domande che l’alpinismo pone. Nello scrivere, infatti, non solo si rivive la salita, ma si rielabora la persona stessa, le sue motivazioni, la sua proiezione nel mondo. Nella Montagna, Nicola non si “purifica” come una ormai logora visione di questa disciplina continua a trasmettere (Montagna=purezza versus Città=corruzione, Alpinismo=ideale versus Vita reale=compromessi e frustrazione), quanto piuttosto trasporta qui il proprio dissidio, la problematicità del crescere e del confrontarsi. E se non servisse a questo, l’alpinismo, a cos’altro? E lo scrivere, poi, non finirebbe per diventare puro esercizio retorico, o peggio autocelebrativo?

In bilico tra i due poli della spettacolarizzazione delle imprese o di un neo esistenzialismo di bassa lega, chi scrive di montagna troppo spesso ignora il proprio essere – semplicemente –  degli esseri umani: deboli, imperfetti, insicuri, incoerenti. In tutta la letteratura alpinistica vengono in mente pochissimi esempi di alpinisti/scrittori in grado di mettersi a nudo e mettere in discussione sé stessi, invece di celebrarsi. Giusto un paio, tra tutti: Steve House nel suo Beyond the Mountain e Andy Kirkpatrick con Psychovertical. Non a caso di scuola anglosassone. Quella italiana, ahimè, non riesce ad affrancarsi dal “bonattismo” come da un romanticismo rurale alla Corona.
“Oltre la paura” è un cammino. Dai primi innamoramenti alle illusioni e disillusioni. Momenti esaltanti. Paura. Tanta paura, che non viene né eroicamente vinta né sprezzantemente snobbata. Ma è presente, cammina accanto, sembra suggerire il percorso. E’ un omaggio alla storia alpinistica, magari ogni tanto un po’ troppo entusiasta, ma se ciò avviene è perché alle spalle c’è una passione davvero profonda e sincera.

Dai primi passi sulle pareti di casa al richiamo irresistibile delle grandi classiche, scorrono sotto le dita le ruvide rocce carniche e gli appigli dolomitici dove è stata scritta la storia. Marmolada, Civetta, Tofana, Bosconero, Mangart, Peralba: quello di Nicola è un pellegrinaggio devoto attraverso le “vie e vicende”, per citare una nota guida, che hanno costruito l’immaginario alpinistico di un ragazzo. In mezzo, quelle che all’apparenza sono digressioni “intime” fanno invece da collante all’intera struttura. Racconti, sì, ma con un “fil rouge” che non sarà difficile rintracciare.

Nicola ci offre una raccolta semplice, schietta, immediata. Il diario di uno come noi, uno come tanti, che ha cercato nell’alpinismo non tanto delle risposte – peraltro sempre sospese in una narrazione che coinvolge e cattura con empatia – quanto una visione di sé. Alpinismo come formazione del carattere, sebbene raramente compiuta. Nicola ci confessa che forse è ancora lontano dal realizzarsi. Che il cammino non è compiuto. Ma con l’alpinismo, forse, è un passo più vicino a saperlo.

 

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Il libro è disponibile al seguente link

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/biografia/477029/oltre-la-paura-2/

Il ragazzo che era in noi – un ricordo per Tom

di Saverio D’Eredità

Talvolta pare che anche le montagne abbiano dei sentimenti. Guarda le Tre cime adesso, ad esempio. Paiono rabbuiate, chiuse in un silenzio livido e pieno di dolore. Eppure non ci sarebbe motivo, in questa giornata mite che fluttua leggera sopra un inverno mai compiuto. Fa caldo, la neve già crocchia nel sole.
Non è vero che non provano niente, le montagne. O se non altro, provano i nostri stessi sentimenti. Ci fanno da specchio.
E sento anche io come un’oppressione, una nuvola che passa ad oscurare quest’angolo di luce.
Perché ricordo il giorno in cui Carlo mi scrisse chiedendomi se qualcuno avesse mai salito da solo e d’inverno la “Comici” alla Grande. “Sai, c’è un ragazzo inglese che la sta facendo proprio adesso”, mi disse.
Ci volle poco a scoprire che sì, qualcuno aveva già fatto la prima solitaria e invernale, ma  allora come mai quel ragazzo inglese si era scelto il giorno più corto dell’anno per salirla? Se non per la gloria, allora per cosa?

La domanda rimase sospesa ancora qualche giorno, finché quello stesso ragazzo inglese me lo ritrovai appiccicato come una mosca alle placche smaltate di ghiaccio del Badile. Quindi, o è un vizio, o c’è una storia dietro, pensai.
Senza capire perché, le scalate di quel ragazzo sentivo che mi toccavano da vicino. Non capivo perché, ma mi affascinavano più degli altri titoli che noiosamente capitava di leggere sui siti e riviste di alpinismo. Niente Himalaya niente mete da guinness. Solo le vecchie care nord delle Alpi. Roba da libri di storia.
Ne parlammo su queste pagine, perché ci sembrava bello raccontare la storia di un ragazzo che riempie lo zaino e decide in un inverno di scrivere il suo pezzo di storia, riprendendo dal punto lasciato sospeso nemmeno trent’anni prima dalla mamma. Le 6 storiche nord delle Alpi, da solo e in inverno. Giusto questo dettaglio a significare quel gradino in più che lui, Tom Ballard, voleva salire rispetto alla mamma Alison. Alison Hargreaves.
Quello che ci affascinava, in quel ragazzo, era forse il fatto che lui stava realizzando i sogni che potevano essere miei e di chiunque altro abbia passato l’adolescenza a fantasticare di pareti nord, ghiaccio, roccia, stelle e tempeste. Tom era il ragazzo che è in tutti noi.

Passarono pochi mesi prima di poterlo conoscere. Di quella serata a Mestre conserviamo il ricordo un’ottima birra, due spalle d’acciaio e un trascurabile errore. Davanti alla birra parlammo delle sue scalate come avrei potuto farlo con chiunque altro dei nostri amici. Ricordo di aver avuto davanti un ragazzo come tanti, la faccia pulita e un sorriso un po’timido, che semplicemente cercava di realizzare tutto ciò che noi nel nostro piccolo avevamo solo osato sognare. In quei pochi momenti (avremmo dovuto concentrarci sulla serata, la scaletta, le domande del pubblico!) fu davvero stupido, ma parlammo di altre montagne. Perché sono fatti così, gli alpinisti.

Di quella serata porto ancora il rimorso di un piccolo errore. Era andata bene, tutto sommato, ma proprio alla fine incappai in uno scivolone. Me lo fece notare Stefania alla fine, che avevo tradotto male l’espressione “I’ve got a cold” (avevo preso un raffreddore) con “avevo freddo”. Che pirla. Cadere sul più classico dei “false friend”. Che a pensarci, poteva mai essere un problema, il freddo, per uno che stava facendo la Nord dell’Eiger?
In questi anni, trovando ogni tanto le notizie sulle imprese che man mano Tom stava realizzando, ho pensato spesso a quello stupido errore. Leggevo di lui, dalle Dolomiti all’Oberland, passando per il Pakistan, sempre con quel suo stile originale negli obiettivi e silenzioso nei modi e pensavo a quello stupido errore. Magari l’avrei rivisto un giorno e mi sarei scusato.
Invece mi trovo di nuovo davanti a quella parete dove è iniziato il suo viaggio con questo senso di smarrimento. Le montagne forse non provano sentimenti, ma sanno porci molte più domande che risposte. E’ questo che ci attrae, in loro. E’ questo che ci inquieta, di loro.

Di risposte, invece, pare pieno il mondo. Risposte che siamo pronti a dare senza nemmeno ascoltare le domande. Per allontanarle, quelle domande.

In questi casi crediamo che sia molto facile dire qualcosa di sbagliato. Spargere melassa o seminare rancore, sprecarsi in giudizi o peggio ancora aprire dibattiti o estenuanti analisi. Quando sarebbe forse più onesto accettare il fatto che non su ogni cosa si debba avere un’opinione. Che non ogni cosa pretenda una parola. Che qualche volta semplicemente non deve rimanere nulla da dire. Nulla se non i ricordi di chi rimane. Di chi l’ha accompagnato per una vita, per pochi anni o anche solo per un giorno. Sono uno spazio che ciascuno tiene per se, dietro un limite invalicabile che la pietà umana dovrebbe conoscere.

A noi di Tom rimane quel ricordo, quella serata con panino birra e a dirsi “oh ma hai visto quanto è forte?” Anche di quell’errore, sì.
E noi Tom vogliamo ricordarlo così, come quel ragazzo con il quale, una sera, abbiamo semplicemente parlato di montagne e delle eterne domande che esse ci pongono.

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Tom Ballard sulla Colton McIntyre

Ruggine

di Saverio D’Eredità

Quel chiodo, io, l’ho sempre passato.
Alla faccia dei soloni della falesia, dei benpensanti e dei custodi dell’etica. Se c’è un chiodo si passa, anche se non serve. Anzi, magari è pure peggio perché fa scorrere malamente la corda e sarà una facile scusa per fallire il passaggio. Ma il chiodo si passa. Io passo sempre tutti i chiodi, a prescindere. Per educazione, diciamo. Come salutare le persone che incontri al mattino. Si saluta, sempre. Anche se questo poi qualche volta finisce per creare problemi, come con i vecchi chiodi. Continua a leggere

Un piccolo diedro – B.C. 2018 – Altitudini –

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Un piccolo diedro

di Carlo Piovan

Vi è mai capitato di scovare in cantina, dentro una valigia impolverata, dei vecchi giochi? I colori son sbiaditi, la grafica tradisce i gusti dell’epoca, i materiali sono ingialliti dall’umidità, ma il senso che per cui sono nati non muta.

Uscire di casa in un giorno lavorativo, con lo zaino e la corda in spalla, mi trasmette lo stesso stato d’animo di quando andavo in gita scolastica. I pensieri legati alle pratiche da sbrigare sono saltate a piè pari dall’aspettativa di passare un pomeriggio a giocare con placche e fessure.

Le ore pomeridiane, passate sulle pareti di Rocca Pendice, sono un regalo prezioso per me. Arrampicare a due passi da casa, alleggerisce la mente e permette concentrarsi sul movimento del corpo in parete, senza le complicazioni che ogni fine settimana vado a cercare in giro per le Alpi.

Ma un luogo con più di cento anni di storia non lascia indifferenti alle tracce di chi è passato prima di noi con stili e materiali diversi. Gli itinerari recenti chiodati a fix[1] talvolta rispettano i tracciati storici, altre volte li intersecano o li inglobano per dare spazio ad un modo diverso d’intendere l’arrampicata, ma senza cancellare totalmente la presenza.

Non è raro, mentre scalo, di incappare in qualche vecchio chiodo, davanti al quale non riesco a trattenere la mia curiosità.

In questo reticolo di sentieri verticali, c’è un diedro sospeso dimenticato da tutti. La sua regolare geometria assieme alla storia di chi l’ha salito sembrano averlo preservato dal passare del tempo.

L’ho osservato spesso salendo itinerari vicini ma non ho mai avuto il coraggio, l’occasione o anche solo la voglia di misurarmi con esso.

La proposta arriva da un nuovo compagno di arrampicate. Giorgio è da molto tempo che vuole scalarlo. Ci accordiamo così per farlo assieme.

Apro il portellone del furgone per prendere lo zaino ma il peso, maggiore del solito, mi trasmette un messaggio subliminale – oggi non è un pomeriggio come gli altri – . Rimando la comunicazione al mittente e mio avvio sotto la parete est, ben conscio che il tiro chiave spetta per diritto a Giorgio.

Siamo sotto la parete, l’attacco originale della direttissima è oggi un monotiro attrezzato a fix che porta comodamente alla prima cengia sotto la verticale del diedro. L’introduzione all’avventura.

La linea di salita è molto evidente, cinque metri sopra le nostre teste si intravedono dei chiodi che suggeriscono la direzione da seguire.

Giorgio inizia ad arrampicare alternando ai momenti di silenzio giudizi negativi sulla qualità dei chiodi presenti. I movimenti sono cauti ma i commenti sui chiodi perentori. – Son marci! – e propende per una cauta ritirata, arrampicando in discesa fino alla sosta.

Mentre lo assicuro, il messaggio subliminale di prima, risuona ora più forte nella mia testa.

– Oggi non è un pomeriggio come gli altri! –

Accolgo il mio compagno in sosta e gli comunico che provo a fare un tentativo. La curiosità che avevo per questo tiro ora è aumentata in modo esponenziale.

Abbandono la certezza di un segno rosso su una foto per seguirne uno sbiadito tracciato su una vecchia foto in bianco e nero.

Arrivo all’inizio del diedro ed effettivamente il chiodo a cui si riferiva Giorgio non è sicuramente uno dei migliori che abbia visto e non c’è modo di rinforzarlo.

Il passo successivo equivale al varcare la porta del mondo di Alice, un incastro “fiducioso” di dita in una piccola fenditura, mi deposita nel cuore del diedro.

Mi ritrovo davanti ai segni di uno stile di scalata che non c’è più, piccoli pezzi di ferro ritorti ed utilizzati per aiutare la progressione.

Arrampico evitando di usare i chiodi per salire, il senso dell’arrampicata contemporanea è questo. Incastro mani e piedi per guadagnare un metro alla volta, per progredire in un piccolo viaggio di trenta metri, in luogo sospeso nel tempo.

Il diedro finisce ed approdo alla sosta. In pochi centimetri quadrati si condensano due esili chiodini artigianali, probabilmente dei primi salitori, un anello cementato anni settanta e una recentissima sosta a fix inox, la storia del chiodo in pochi centimetri quadrati. Inevitabilmente il senso di conservazione della specie vince e mi appendo alla modernità.

In questo microcosmo di rocce e licheni, dove regolarmente giochiamo in “sicurezza, oggi abbiamo aperto una polverosa valigia dimentica per riscoprirci con uno stile contemporaneo su tracciati demodé. Rompere gli schemi, uscire dai solchi sicuri della quotidianità è uno stimolo per mettere alla prova la conoscenza dell’oggi su terreni stranieri.

– Giorgio parto! –

Con la promessa di rivederci trenta metri più alto, il viaggio prosegue fino al capolinea della nostra curiosità.

 

 

[1] tassello ad espansione, nato nell’ambito dell’edilizia ed utilizzato come punto di ancoraggio fisso.

Titoli di coda

di Saverio D’Eredità

Quando arrivò la pioggia, pensai davvero che fosse finita. Ma non finita perché troppo duro o troppo pericoloso. Finita proprio perché non avevamo altro da aggiungere.
Avevamo fatto trecento chilometri per quattro tiri. Trecento chilometri per cercare un triangolo di sole in mezzo a valli brune, incenerite dall’autunno precoce. Nemmeno quella poca neve, sui monti, riusciva a rallegrarci.
Del resto, pensai, quest’anno ho iniziato la stagione un pomeriggio di marzo in coda sull’A4, a chiacchierare con un camionista e un agente di commercio dei problemi della mobilità sulle grandi reti. Due ore di permesso e una di coda. Come pretendevo che andasse, questa stagione? Continua a leggere

Vladimir Dougan – il “figlio unico” dell’alpinismo giuliano

di Saverio D’Eredità

Che fine fanno le storie al margine della Storia? Cosa accade a tutte quelle testimonianze, memorie, documenti o semplici ricordi che non riescono ad entrare nel flusso principale della Storia? Scivolano via, sfocano piano piano prima di scomparire del tutto. Eppure la Storia è un processo selettivo. Per tutto ciò che viene cristalizzato nella memoria e poi tramandato alle generazioni successive vi è una parte altrettanto consistente di storie minori, voci deboli, ma non per questo trascurabili. O semplicemente sfortunate, o dimenticate sbadatamente. Troppo intime per essere raccontate a fondo.
Sembra questo il destino di certi alpinisti. Non la loro bravura, né le coincidenze, o le occasioni li fanno scivolare ai margini dei ricordi. Ma una sorta di pudore.

La storia di Vladimir Dougan ne è forse un caso esemplare. Una storia che riemerge oggi, quasi un reperto da fondali del Tempo e della sua prediletta val Dogna, nel film  di Giorgio Gregorio e Flavio Ghio “Domandando di Dougan“.
Disseppellire storie è un processo faticoso ed affascinante. Una forma di archeologia estenuante, per la quale spesso non basta metodo e dedizione, specie quando anche le voci di chi è testimone sono scomparse. Continua a leggere

Il frutto proibito

di Saverio D’Eredità

Noi siamo quelli del Fight Club. E la prima regola del Fight Club, com’è noto, è che non si parla del Fight Club. Quindi non devo spiegarti perché il dorso della mia mano destra è inciso da un taglio lungo almeno sette centimetri dall’indice al polso, ancora poco cicatrizzato e ben visibile. Soprattutto perché tu, con quella camicia rosa e la cravatta con i pagliacci non hai proprio niente da guardare.
Accade più spesso di lunedì. Stringi una mano, ti poggi su un bancone per chiedere un caffè o saluti qualcuno entrando. Ti guardano con quell’aria, tra il biasimo e lo stupore, tipo quando vai in giro con la zip dei pantaloni aperta o la maglietta infilata al contrario. Ti chiedi cosa non vada in te, ok la barba non la tieni proprio bene, ma non sei certo un hypster e comunque la doccia stamattina l’hai pur sempre fatta.
Poi osservi le tue mani, tagliuzzate e rovinate e pensi che qualcuno possa immaginare di te chissà che perversioni. In un certo senso è così.
Accade più spesso di lunedì, coi capelli ancora un po’incrostati e la faccia di cuoio bruciato. Riconosci i tuoi simili, e non dici niente perché hai già capito. Siamo quelli del Fight Club. E abbiamo assaggiato tutti, almeno una volta, il frutto proibito dell’oblio. Continua a leggere