La bellezza è un frutto da cercare con pazienza

di Saverio D’Eredità

Se vi dovesse venire la bizzarra idea di fare una via sul Planja, in Slovenia, nascosta dentro il vallone della Mlinarica (per tutto il resto cercate su Google, Wikipedia, Summit Post o – come si faceva una volta – aprite una cartina), dovrete parcheggiare al 38° tornante della strada di Passo Vrsic. Se ci farete caso, sul muro del rudere che sta proprio sul tornante, noterete una scritta in inglese che dice più o meno così: “Caro straniero, vai ora a scoprire il più grande tesoro sloveno. Dimentica tempo+doveri. Segui la strada proibita nella foresta, vai e prendi la strada verso l’alto.Credi in te stesso e infrangi i tuoi limiti. É magico. Prendi il mio amore e combatti i confini” Continua a leggere

Quel giorno indimenticabile sulla “sud” dell’Averau

Di Alessandro Palma ( gruppo rocciatori Gransi C.A.I. Venezia)

Guardando la parete sud ovest dell’Averau dal rifugio Fedare in una giornata estiva, si noterà fin da subito che l’attenzione degli alpinisti è focalizzata esclusivamente sulla parte destra della parete. In effetti qui salgono tre itinerari; la difficile fessura Lacedelli (E. Lacedelli e Verzi, M. Astaldi estate 1942), la via salita dai Cortinesi Illing, Alverà, Pompanin  Apollonio il 29 giugno 1945 la Toto e Paola salita in solitaria da Marco Berti nel 1987.

Continua a leggere

Viaggio a Uqbar

di Saverio D’Eredità

“Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia.” (J.L.Borges, “Finzioni”)

Verso la fine degli anni ’90 sulle pareti del Winkel Mario Di Gallo disegna due itinerari di ispirazione “borgesiana”. Pur diverse come tipologia di arrampicata, queste due vie hanno in comune la caratteristica di dipanarsi lungo linee effimere, appena intuibili. O forse inesistenti.

Alcuni anni fa, circa a metà della via “Rosacroce” smarrimmo improvvisamente la traiettoria di diedri e fessure, perfettamente scolpiti, della parte bassa per trovarci a cercare indizi in un mare di placche bombate ed imperscrutabili. Forse non fummo abbastanza attenti, o forse era questa la ragione del nome. Ci rimase il dubbio. Come di un sogno di cui ricordi qualcosa ma che più ci pensi e più ti sfugge. Rispetto a Rosacrcoe, “Viaggio a Uqbar” conserva lo stesso fascino surreale che proviene dall’immaginario del grande scrittore argentino, svolgendosi in senso apparentemente opposto alle linee naturali della parete. In effetti, quando a pochi metri dalle certezze offerte dai regolari diedri della “Guerrino Di Marco” ci si trova in equilibrio su queste placche delicate viene da pensare che tutto questo sia un assurdo gioco senza senso. La tentazione di darsi alla fuga è forte. Ma per trovare Uqbar bisogna rinunciare alle certezze e offrirsi all’immaginazione. Scoprendovi un’alternativa possibile. La grande placca di metà via, dove due fessure parallele consentono una traversata non facile, ma possibile riassume bene il senso della via e il fascino di queste scalate “surreali”.

P1040458
Erico Mosetti sui diedri iniziali di “Rosacroce” – foto S.D’Eredità

Questo pezzo di roccia – che insieme alla Chianevate e al Bila Pec possiede la roccia forse migliore che si può trovare in Friuli – offre salite di grande valore e sicura soddisfazione. Difficile non innamorarsene e altrettanto difficile resistere alla tentazione di tornarci ancora una volta. Non staremo a fare la contabilità, ma ci soffermeremo ancora una volta, increduli e riconoscenti sulla cengetta che come un salvacondotto porta fuori dalla parete. O sul grande altopiano sommitale, dove ci si risveglia come da uno strano contorto sogno che ci appare improvvisamente lontano. Ad ognuna si legherà un ricordo. Un giorno di compleanno, le chiacchiere in sosta con un amico, un tiro di corda particolare (sempre lo stesso, uguale nel tempo, che si ripete) e un piccolo errore. Cose senza importanza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Andrea Fusari sul breve traverso in placca del quarto tiro di “Viaggio a Uqbar” – foto S.D’Eredità

A ben vedere, su questa parete, non c’è una linea più ideale delle altre, come nei racconti di Borges è difficile capire quale mondo sia reale, se Uqbar o Tlon, e chi sta parlando di cosa o per conto di chi. Che ricorda che nell’arrampicare un po’tutto sia effettivamente possibile seppure non logico. E quindi, in fin dei conti, nemmeno così importante.

IMG-20200628-WA0007
In uscita dal tiro chiave di “Viaggio a Uqbar” – foto S.D’Eredità
Viaggio a Uqbar – Quota 2208 del Cavallo di Pontebba (parete Nord Est)

Una delle più belle salite del gruppo del Cavallo, aperta da M.Di Gallo e P.Pedrini nel 1995 segue una linea apparentemente non naturale nel centro della parete, ma che man mano svela una sua logica intrinseca alla ricerca di movimenti estetici su roccia di ottima qualità. Leggermente meno impegnativa della vicina “Rosacroce” anche se diversa come scalata, prevalentemente su placca tecnica e di equilibrio. Parzialmente attrezzata a spit alle soste e lungo il tiro chiave (2 spit e un provvidenziale lungo cordone che permette di assicurarsi sul passo più impegnativo), offre comunque eccellenti possibilità di protezione a friend di ogni misura. La via incrocia in due punti la classica “Guerrino” e quindi la possibilità di deviare in caso di necessità. Discesa (comoda) per la via Schiavi o la normale del Cavallo (preferibile ad inizio stagione).

Difficoltà: V, VI, due passi di VII-

dav
Sul penultimo tiro della via “Guerrino Di Marco” – foto S.D’Eredità

Succede, ogni tanto

di Saverio D’Eredità

Succede, ogni tanto. Di rado, ma succede. Che trovi una via da scalare dal primo all’ultimo tiro senza pensieri o paure, ma solo con la curiosità di sapere come sarà il prossimo, se la roccia sarà ancora così bella, generosa, multiforme. Che ti invita alla scoperta. Che ti dà dei segnali, ma non troppi e starà a te interpretare. Non farti prendere dall’ansia. Una soluzione si trova. Un metro a destra o uno a sinistra, non conta poi tanto se sotto di te i compagni non ti mettono fretta e la giornata scorre via leggera, con questo sole che scalda appena – lo apprezzi di più quando il vento che insiste a levigare questa prua si tace un istante. Succede, si. Che anche se siete tanti – è vero, anche stavolta l’abbiamo buttata in gita sociale: pazienza, per cambiare la Storia ci sarà tempo un’altra volta – e ci sarà da aspettare poco male, si approfitta per raccontarsi qualcosa, prendersi per il culo o osservare le grandi pareti attorno come una volta – e come vorremmo fosse sempre.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
La Torre di Babele – foto S.D’Eredità
Incuneata nel caotico, fantastico mondo dei Cantoni di Pelsa, la Torre di Babele mantiene un fascino discreto. Prendetela e mettetela al centro di una qualunque scena dolomitica: non sfigurerebbe certo. Però si vede che non ci tiene tanto. Le due sorelle terribili, la Venezia e la Trieste stanno lì a guardia della valle dei Cantoni, mostrando i loro profili. La Torre le lascia fare, ti lascia vedere questo spigolo affilato ed elegante senza strafare. E allora arrampicarsi lungo questa linea diventa un gesto quasi naturale.
Non ci è mancata l’avventura. La trovi in fondo ad un passaggio dove osservare bene la sequenza degli appigli come per risolvere un piccolo quesito logico, nel dosare bene l’attrezzatura, nel cercare di stare bene anche sospesi su una piccola cornice di pochi centimetri. Certe volte basta poco.
Succede, sì, ogni tanto. Non spesso,che poi ci si abitua male. E magari così si apprezzano di più queste giornate. L’importante è ricordarsene. Come diceva Kurt Vonnegut – “Quando siete felice, fateci caso”.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Il bel diedro di quinto più nella parte alta della via, dopo la cengia mediana – foto S.D’Eredità
Torre di Babele, spigolo Sud, via Soldà
Una classica, ma non troppo classica, su una torre minore solo perchè confusa tra le altre bizzarre forme dei Cantoni di Pelsa, ma che in realtà appare elegante e slanciata. Sconta la minore visibilità rispetto alle vicine vie sulle ben più rinomate Torri Venezia e Torre Trieste, ma non per questo è ignorata. La Soldà risale con arrampicata elegante e fluida lo spigolo sud, su roccia ovunque ottima ed appigliata, oltre che ben proteggibile. Lungo la via si trovano soste e alcuni chiodi di passaggio, l’orientamento all’inizio non è scontato ma con logica si trovano i passaggi migliori. Molto bella la parte superiore in particolare i due tiri sopra la cengia mediana. Raggiunto l’intaglio che divide la cima vera e propria dal Pulpito di Babele si discende con 5 doppie in un orrido camino sul versante opposto.
350 mt,
diff.IV,V,V+, 1 p.VI-
Relazione sulla nuova edizione di Quartogrado – Dolomiti Or.li vol. 2 oppure su
OLYMPUS DIGITAL CAMERA
Il tiro chiave – una breve fessura leggermente strapiombante, in grande esposizione – foto S.D’Eredità

La via che non c’è più

di Saverio D’Eredità

Sto salendo in auto i tornanti che mi portano nella parte alta di Belluno e sono ovviamente in ritardo. La riunione inizia tra cinque minuti e non ho la minima idea di dove si trovi. Tengo il navigatore acceso – non lo faccio mai – solo per avere la certezza del mio ritardo. “Via Attilio Tissi” – dice il collega a fianco a me guardando fuori dal finestrino – “…senatore…”. Inchiodo. “Come scusa?” chiedo al collega. “Via Attilio Tissi…conosci? Mai sentito”. Guardo il cartello: riporta la data di nascita e morte. “Se è quello che penso, credo proprio di sì” dissi.

Perchè è un po’così, con gli alpinisti. Ripercorrendo le loro salite, immedesimandosi nelle paure o sensazioni provate da loro stessi nel toccare quelle pietre, pare quasi di finire per conoscerli davvero. Anche se ormai quelle tracce sono antichissime e tutto – indumenti, materiali, parole, valori – sembrano appartenere quasi ad un’altra specie. Ogni via è un viaggio nel tempo e nell’animo di qualcuno che ci ha preceduto. Continua a leggere

Chiamiamole montagne, per favore

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

Agli uomini piace parlare della guerra per allontanare il momento dell’entrata in battaglia. Questa è una delle lezioni che si possono trarre dall’Iliade di Omero¹ e che ritroviamo in questi giorni. Gli uomini (intesi come genere maschile) di fronte ad un problema che li ha spaventanti e che li ha trovati spiazzati, hanno scelto di riesumare le parole della guerra come veicolo comunicativo con la comunità (italiana, nel nostro caso). Perché è sicuramente più facile segnare una linea per terra e dividersi in due fronti che valutare la complessità di un evento. Perché parlare della guerra, come ci ha insegnato il poeta Greco, rimanda il momento della battaglia in cui è noto che senza una strategia non si vince. Chissà che paradigmi sarebbero stati usati per affrontare il problema sanitario, se la presenza femminile nelle varie task force governative, invece di essere in netta minoranza, fosse stata perlomeno pari agli uomini. Si sarebbe parlato ancora di guerra? Continua a leggere

Cicale

di Saverio D’Eredità

Se aprite un libro di fiabe per bambini noterete come gli animali possano trovarvi un riscatto dalla loro condizione di (presunta) inferiorità con l’essere umano. Quale specchio capovolto della realtà, in quelle storie fantasiose ci addentriamo in un mondo fatto di personaggi curiosi: asini intellettuali, gufi dottori, simpatici serpentelli e affidabili topolini. Però c’è un animale che se la passa male praticamente sempre, almeno dai tempi di Esopo. La cicala.

Fateci caso, la cicala se la passa malissimo. Non solo ne esce regolarmente sconfitta dall’impietoso confronto con quella rompicoglioni saccente della formica. Ma viene pure sbeffeggiata, dipinta come una bohemien, vestita di stracci e robe logore, pure un poco svampita e magari scroccona. In questo mondo che esalta la formica, la cicala viene costantemente derisa. Pure nelle fiabe.
Non so perché sto pensando alle cicale, forse è il sole sulla testa che pare estate in questo vallone che pare un calderone. Forse penso alle cicale perché mi viene più naturale solidarizzare con coloro che vengono derisi, insultati o degradati.
Io sto con le cicale, insomma.
Anche se da bambino, devo dire, anche io non sopportavo le cicale. Passavo le ore – quelle ore senza sonno nel dopo pranzo estivo, di sole implacabile, sprofondate nel silenzio immoto rotto dallo stridio di un canto che pareva un pianto – a dar loro la caccia, tirando sassi contro i pini sperando di zittirle. In realtà, non volevo proprio ucciderle, quanto piuttosto vederle, le cicale. Voi le avete mai viste le cicale?

“Sono come dei grilli, ma non verdi”

“Come dei mosconi giganti, ma non così brutti”

Mistero su queste cicale. Sentirle, ma non vederle, era insopportabile. Forse sto con le cicale perché la loro inutilità oggi mi assomiglia.
Da un paio d’ore mi sto chiedendo infatti quando arriva questa forcella e soprattutto per cosa sto facendo tutta questa fatica. È una domanda che ritorna ogni volta che mi trovo a galleggiare con queste due assi sotto e ai piedi. E in particolare a primavera.
In fondo in fondo, me lo sapete spiegare a cosa serve, sciare?
Per dire, oggi, potevi andare in falesia no? E poi non ti lamentare se quest’estate ti trovi appeso come al solito a piagnucolare che non sei abbastanza allenato o che è bagnato o che è unto o che ne so. Potevi pensarci prima.
E poi, dai, ne vale la pena? Con questa sveglia disperata che ti manda in tilt i cicli di sonno tutta la settimana – hai una brutta settimana davanti ci hai pensato?
E proprio quest’anno, poi, che non c’è neve, dove te ne vai?
Eccolo quindi, il coro delle formiche, con i loro consigli che mi ronzano in testa, non mi fanno pensare, non mi fanno osservare.
Insomma, abbiamo capito, sciare non serve a niente.
Non c’è nessun traguardo da tagliare, nessun obiettivo da raggiungere. Non un tempo da battere o un grado da superare.
Un gesto del tutto fine a sé stesso. Un canto di cicale.
Come le cicale riempiono il cielo con il loro canto stridulo e insistente, così gli sciatori lasciano la loro traccia sui pendii stesi nel sole. Una traccia destinata a svanire, frutto di una fatica inutile e di una gioia effimera. Come le cicale gli sciatori disegnano grandi linee pur essendo esseri minuscoli nel teatro della montagna. Come le cicale, qualche volta, sono anche invisibili.
Ma questo è un mondo governato dalle formiche. Gente previdente, che sa sempre cosa fare. Gente organizzata, che non lascia spazio alle incertezze, men che meno alle improvvisazioni. Che detesta questo nostro essere superficiali, scanzonati, questa nostra ostentata leggerezza. Come cicale, si sa, siamo destinati a perdere e pure malamente.
Eppure in questo nostro essere superficiali, talvolta pare di cogliere un’imperscrutabile profondità.
Che non vi sia nulla come questo scivolare che restituisca la montagna nella sua totalità. Soprattutto adesso, che il sole è di nuovo alto all’orizzonte e pare che ogni cosa si rimetta in movimento.
E allora diventa chiaro che tutto in qualche modo si tiene, tutto si compone. L’odore di resina e di bosco nuovo con l’alito gelido della neve, le rocce riaffioranti nel sole e le ultime bave di ghiaccio appese alle pareti.
In questo scivolare c’è la montagna nella sua interezza nel suo essere fatica e gioco, gioia e rivoluzione.

Nei lunghi pomeriggi d’estate, assuefatti da quel canto narcotico, vi erano brevi istanti in cui le cicale si fermavano di colpo, tutte insieme. Senza motivo apparente. Il sollievo non era che breve. Presto ci guardavamo smarriti, come se d’improvviso si facesse vuoto anche il silenzio. Come abissi spalancati in quelle giornate eterne.
E come le cicale, senza saperne il motivo, anche noi ad un certo punto sappiamo che dopo alcune curve dobbiamo fermarci, respirare e guardare. Non c’è una regola, non c’è una ragione. Si scende un pendio, si tracciano linee che tra un istante non esisteranno più, come il canto delle cicale abbiamo la presunzione e il desiderio irrefrenabile di riempire questo spazio immenso. Per poi di colpo fermarci. Voltarci. Alzare le maschere e – senza dire niente- guardarci negli occhi come fosse la prima volta.
Sciare non ha prospettiva né futuro. Ogni stagione finisce e riparte da zero, ogni stagione diversa, ogni neve irripetibile. È questo che lo rende inutile. È questo che lo rende infinito.

stenar-44

Nell’angolo – approcci di alpinismo invernale nel gruppo del Cavallo di Pontebba

di Saverio D’Eredità

1 – White Out

White-out. È una parola strana, praticamente intraducibile. White-out. Non lo capisci finchè non ci sei dentro, e allora quello smarrimento bianco ti prende la testa e lo stomaco. Ti fa girare come un ottovolante anche se non muovi un passo. Cancella i tuoi riferimenti, le tue certezze. Rende ogni passo un azzardo, ogni minuto un’infinità, ogni pensiero un’angoscia.
Credo che un po’tutti gli amanti dell’alpinismo abbiamo nel proprio retroterra letterario una dose di libri delle grandi esplorazioni: le avventure dei pionieri, uomini di un’epoca smarrita alla ricerca del “blank on the map”, figli dell’epoca vittoriana e dell’estetismo. Nessuno può essere rimasto insensibile ai racconti pieni di suspence di uno Shackleton e chiunque non può che provare solidarietà per la tragica figura di Scott.
In quelle letture masticavo per la prima volta la parola “white-out” senza capirne bene il significato. E senza sospettare che ci sarebbero voluti almeno 10 anni prima di poterla tradurre sulla mia pelle. Continua a leggere

Dieci anni fa, Luca

di Saverio D’Eredità

Luca era uno che salutava. Che fosse lungo lungo il sentierino che sale allo Zacchi, ad una virata qualunque sugli altipiani del Canin o su un affollatissimo “Pellegrino” in un giorno di neve – da sempre, i migliori – Luca salutava. Ma non come tutti – quel saluto di sfuggita, strappato tra i denti, come un automatismo o consuetudine. No, Luca era uno che si fermava, a salutarti. In montagna ci si saluta quando si incrocia qualcuno. E’ una delle poche cose che veramente differenzia l’essere in montagna dall’essere al piano. Questa sorta di “rarità” – anche se avrai già incrociato decine di persone – del rapporto umano, è (ancora) un’esclusiva propria dell’andare per monti. E Luca questa specialità sapeva rispettarla sempre. Anche se era nel pieno della sua sgambata di allenamento e avrebbe potuto fumarti con il passo che aveva, invece no: si fermava anche solo due secondi per un saluto e anche un come va?

L’ho incrociato poche volte – troppo poche, mi verrebbe da dire – ma questa cosa mi è sempre rimasta. Non il curriculum – pazzesco – non la lista di prime salite o prime discese che pure siamo sempre qui a snocciolare ogni qualvolta si ricorda un’alpinista famoso. No, ogni volta che capita di parlare di Luca, o ricordarlo in qualche maniera (tra le righe di una guida in cui il suo nome compare vicino a scalate futuristiche su ghiaccio, o anche solo alzando lo sguardo verso quella capannina sul Buinz che porta il suo nome), a me viene sempre da dire – Luca Vuerich era uno che ti salutava. E magari ti chiedeva come va e si sprecava in un commento – anche sul Pellegrino, anche in una mattina di allenamento, ma senza l’isteria della tutina perché a lui come te, gitante qualunque, piaceva salire al Lussari nei giorni di neve che non puoi fare altro se non farti una bella sudata per poi con maggior piacere sederti da Jure, guardare i vetri appannati e la bufera e le stradine che scompaiono e ordinare uno jagertee.

Questo stesso giorno, dieci anni fa Luca Vuerich se ne andava a seguito di un incidente mentre scalava sotto il Prisojinik. Probabilmente uno, se non il, maggior talento alpinistico friulano degli ultimi vent’anni. Uno che attraverso le sue scalate, ma vorrei dire anche e soprattutto il suo modo di interpretare la montagna, ha fatto sempre respirare il lato migliore dell’alpinismo. Una perdita ancora non rimarginata. Una traccia ancora presente.

Perché sarebbe bello che qualche volta ricordassimo gli alpinisti non con quella noiosa lista di “prime”, ma per quello che erano come persone innanzitutto. E allora sarebbe da ricordarlo così. Luca Vuerich, un bravo ragazzo. Uno che in montagna, se ti incontrava – te che non eri nessuno – ti salutava. Sempre.

Cogliere l’attimo – Fugaci apparizioni invernali sulle pareti del Canin

di Saverio D’Eredità

Brutte, sporche e cattive. Così potremmo definire le tozze e sgraziate pareti del Canin. Questa montagna che domina la scena dell’orizzonte friulano è veramente un massiccio dalle molte forme e dalle molte facce, che sfugge ad ogni catalogazione. Una montagna “trasformista”, che riesce ad emanare sempre un certo fascino, un’attrazione inspiegabile e – confessiamolo – un po’torbida. Perché tutto si può dire tranne che queste pareti che orlano i desolati quanto misteriosi altipiani carsici, siano propriamente “belle”. Dalla loro non hanno praticamente niente. Né l’estetica, essendo più simili a dei muretti a secco, per giunta bassi, né la qualità della roccia che dire scadente è praticamente farle un complimento, né in realtà la storia. Qui l’alpinismo è passato un momento ed è andato via presto. Poche tracce, preistoriche ormai, su qualche colatoio appena accennato o spigoli che meglio perderli che trovarli. Continua a leggere