Andrè Contamine, chapeau!

di Carlo Piovan

Prima del mio arrivo a Chamonix, ammetto che se dell’Aguille du Peigne ne ignoravo bellamente l’esistenza almeno il nome di Contamine lo avevo già sentito nominare.

Italiano provinciale ignorante, pensi che il Monte Bianco finisca sulla comba Maudit?

È un pomeriggio d’agosto quando mi ritrovo a passeggiare per le vie di Chamonix, con lo sguardo perennemente puntato in alto, verso le Aiguille du Chamonix , sognando ad occhi aperti di posare le mani in quelle fessure di granito, delle quali avevo avuto solo un assaggio sul Gran Capucin anni addietro.

Le Guglie chamoiniarde, viste dal fondovalle, appaiono con la loro ritmica sequenza fino a sfumare sugli accecanti scudi del Bianco.

Ma se vi sedete a bere una birra all’Elevation, una punta più aguzza delle altre attirerà la vostra attenzione. La Pigne, piccola e aguzza, ha un architettura semplice e slanciata con la sua guglia finale che sembra la punta di un pennello, messo lì ha disegnare il cielo d’Europa.

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Aiguille du Chamonix – fonte camp to camp

Galvanizzati da questa dimensione, quasi dolomitica, la guglia entra nella top ten di ascensioni scelte con il mio compagno, per i giorni a venire. Ovviamente se la si deve scalare che lo si faccia per la via più blasonata e che più si avvicina alla cima. Per poi “facilmente calcarne la vetta”.

L’arroganza del dolomitista medio imperversava

Dopo un riscaldamento sul bel granito della Blatiere, una giornata di relax sulle Aiguille Rouge, una falsa partenza per il Pilier Gervasutti al Tacul e molte birre e bollettini meteo, mi ritrovo a scendere dalla stazione intermedia della “teleferica” dell’Aiguille du Midi, in una fredda e limpida mattina d’agosto, con l’aria di chi oramai a Chx è di casa.

Con Enrico, ci dirigiamo spediti verso la base della parete sud ovest della Peigne, discutendo e fantasticando sul reale impegno della via e su quali passaggi avremo dovuto affrontare, ma prima di tutto se sarebbero serviti o meno i ramponi, per superare il breve ghiacciaio che scende dalla base.

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La terminale, oggi si passa così

La risposta all’ultima domanda arriva subito; la misera lingua di ghiaccio e neve che sopravvive alla margine della parete, risulta facilmente superabile dapprima stando sulle lingue rocciose emerse dal suo progressivo ritiro, e nella fase finale, passandoci addirittura sotto, tanto è scollata dalla parete. Meglio così, pensiamo, un peso di meno nello zaino.

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Lungo i tiri centrali

Iniziamo ad arrampicare, su quelli che dovrebbero essere dei tiri facili, ma vuoi per le mani infreddolite, vuoi per il leggero strato di brina che si è creato sulla roccia, le difficoltà ci mettono subito in guardia sul tenore della via.

Lunghezza di corda dopo lunghezza di corda, procediamo lungo un campionario di fessure che ci impegnano progressivamente ad incastrare tutto quello di cui siamo capaci: dita, mani, braccia, gambe, fino all’intero corpo nel tiro del célebrè cheminée, come mi dice un arzillissimo settantenne parigino che raggiungo in sosta. Nel frattempo lungo la via a fianco (Maillon Manquant) la troupe di Tv Monutain sta eseguendo le riprese, per uno dei loro meravigliosi video sulle salite del Bianco, chissà se riusciremo a rubare la scena per qualche secondo ci chiediamo.

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Il camino

Proseguiamo, mettendo a frutto energie ed esperienza accumulate, lungo le varie salite su granito collezionate negli anni in val di Mello, Orco e Alpi Centrali, ma sopratutto ricevendo una delle più importanti lezioni di arrampicata in fessura, avute fin d’ora.

Andrè Contamine, chapeau

Arriviamo finalmente sul Gendarme Rouge, uno sguardo verso la troupe di Tv Mountain che non si mai … e senza nemmeno guardare l’ora, inizio a traversare verso quella che ipotizzo sia la breche, dai cui salire la guglia finale ovvero la cima della Peigne.

Procedo in mezzo alle nuvole fino ad affacciarmi sulla sella dove scopro, con non poco disappunto, che c’è una notevole quantità di gente che sale, scende e aspetta di salire questi ultimi 150 m. Tale contatto con la presenza umana, mi riporta a considerare un aspetto fondamentale che regola la vita sul pianeta da milioni di anni: il sorgere e calare del sole!

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in uscita dal tiro chiave

Nel frattempo Enrico mi raggiunge e li pongo la cruciale domanda: ma che ore sono?

La risposta non mi soddisfa molto: 15:30!

Mentre preparo la corda doppia per raggiungere quel cumulo di zaini, corde e uomini che parlano lingue a me sconosciute, provo a stimare quanto tempo sarà necessario per salire e scendere, almeno alla base della parete, con la luce del sole. La risposta, nonostante gli elaborati algoritmi messi in gioco, non è delle più entusiasmanti.

Presto!! non c’è tempo da perdere!

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lungo i tiri finali

Piombiamo alla breche come dei marines da un elicottero. Senza perdermi in convenevoli chiedo subito a dei ragazzi polacchi in partenza, che via volessero salire per arrivare sulla cima della Peigne?

Che via?

Certo!

Siamo mica arrivati fino a qui per salire lungo la normale! Se cima dev’essere sia per la fessura Lepeny, che come recita la nostra guida la lunghezza finale è teatro di gioie e tragedie, e rimane a lungo nella memoria di chi la sale. Peccato che i primi 40 m siano in comune con la via normale, scelta dai ragazzi dell’est.

Mi apposto diligentemente in coda, aspettando il mio turno, e guardando sconsolato che il primo di cordata rimane letteralmente inchiodato sulla fessura che porta alla prima sosta.

Nella mia testa sento inesorabilmente il ticchettio dell’orologio, inizio a lanciare occhiate di fuoco al mio compagno, scalpito come un cavallo e ringhio come un mastino, fino a che, sfoderando tutto il mio sauvoir faire mi rivolgo con la gentilezza di un lord inglese alla compagna del tipo e chiedo –Excuse me, can I leave? –

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Cordate sulla guglia finale della Peigne

Lei non fa a tempo a pronunciare l’ultima sillaba del suo – yes – , che parto con i balzi di puma inferocito verso la mia preda, ops scusate, fessura. Raggiungo il ragazzo incrodato, lui mi guarda sconsolato e mi confida sottovoce che non ama le fessure, io abbozzo un sorriso a metà tra la compassione ed il ghigno, pensando tra me e me, – fratello sei nel posto sbagliato allora – , affronto con l’arroganza di un bullo di periferia quella “banale” fessura di IV, che tanto lo ha fatto dannare. Al primo innalzamento capisco che forse non è proprio così banale, ma stringo i bordi e proseguo, al secondo movimento comprendo che ci vorrebbe un friend formato famiglia per proteggersi, ma stringo ancora e vado avanti, al terzo movimento realizzo che se sbaglio il prossimo passo, oltre a fare una figura di merda colossale, rischio di cadergli direttamente addosso combinando un gran guaio. Punto tutto sull’orgoglio maschile che mi permette di allungare un friend al volo in una piccola fenditura a lato e balzare fuori dalla fessura fin sul terrazzino di sosta, con un movimento da circense bulgaro. La sosta è conquistata, l’onore è salvo. Enrico parte e mi raggiunge, anche lui in gran velocità.

Cambi di materiale e … dove si va ora?

Guardiamo la relazione, dando inizio al consueto teatrino di litigi su su dove corra la via corretta, così se ne vanno altri dieci minuti.

Io sento già il fiato del tramonto sul collo e mi pregusto la tragicomica scena del sottoscritto incastrato sulla famigerata fessura Lepeny a godersi il tramonto su Chx e prepararsi ad un bivacco, non organizzato.

Parte Enrico, dopo pochi metri sento che ringhia come un cinghiale ed inizia a brontolare che è non salito dal versante giusto e che deve tornare indietro.

Ritorna alla sosta, ci guardiamo, se fossimo in un film di Sergio Leone ci sarebbe un’inquadratura stretta sul mio sguardo, lo sguardo di Enrico e quello beffardo della Peigne.

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Ci guardiamo di nuovo e la risposta viene da se: il tempo rimanente non ci permetterebbe di salire e tornare alla base con la luce.

Decidiamo senza rimorsi di scendere, così da evitare inutili bivacchi, solo per ingordigia.

Raggiungiamo i ragazzi polacchi alla breche e condividiamo la discesa fino alla base della parete. Da li ci attenderà una lunghissima discesa a piedi verso Chamonix, con un tramonto sul Monte Bianco, da incorniciare nella memoria.

Il sentiero di ritorno, lascia più spazio alla mente di divagare.

Questa salita mi ha fatto scoprire una nuova figura dell’alpinismo che prima non conoscevo.

Ma chi era questo Andrè Contamine?

Andrè Contamine, savoiardo di Feissons sur Saline, nato nel 1919 è stato una figura emblematica e leggendaria dell’alpinismo francese. Guida alpina ed istruttore all’ENSA, probabilmente uno dei massimi se non il maggiore conoscitore del Bianco, più del suo maestro Charlet e più di Rebuffat e Terray. La sua conoscenza del massiccio non aveva eguali, così come la sua intensa attività (si contano 1500 scalate e 32 prime ascensione, il più prolifico apritore del dopoguerra, superato solo da Patrick Gabarrou).
Inventore della tecnica di ramponaggio oggi detta “francese” ma conosciuta anche come “Contamine” è stato uno dei più grandi maestri della scuola di alpinismo dell’ENSA, minuzioso e severo nell’applicazione delle regole e delle tecniche.
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Andrè Contamine lungo la sua via sul Dru
La sua via più famosa è sicuramente quella sulla ovest delle Petit Jorasses, ma quasi tutte le Contamine sono note ed apprezzate per la loro bellezza. Quella sulla peigne con Vaucher è proababilmente la più classica delle classiche delle Aiguille des Chamonix, scalata magnifica su un granito che fiammeggia al tramonto.
Ripetutissima anche quelle su misto al Triangle (con Mazeaud e Grisolle) e quella sulla Punta Lachenal. I suoi capolavori forse sono la supera via di misto sulla Verte e la bellissima ovest delle Petit Jorasses con Bron e Labrunie, per Rebuffat la numero 85 delle 100 più belle. Una scalata quasi perfetta per bellezza, difficoltà, stile.
Muore nel 1985.

Arriviamo con il primo buio a Chamonix, la città brulica di persone, qui la sera c’è sempre un clima di festa.

Ovviamente la strada è già tracciata; seduti sui tavolini dell’Elevation brindiamo a noi, alla nostra salita ed alla doppia lezione di oggi.

Grazie Andrè.

Grazie Peigne.

Prologo

L’inconcina verde si accende sul monitor del cellulare e compare sotto il nome di Enrico questo link: https://youtu.be/7Mzoi36us6k … alla fine su Tv Mountain ci siamo andati… sarei curioso di sentire i commenti dei cugini d’oltralpe nel sentire i nostri accenti lagunari nei secondi finali del video.

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