Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua.

Rifare a ritroso un cammino triste. La valle era svuotata. Il cielo spento. Alberi di cenere che s’aprivano al passo incerto. Dovevamo capirlo subito. Sentirlo se lei non ti chiama e stai solo entrando a disturbare.
Lo dovevamo capire, dal succedersi scostante degli ometti. Di una frana inattesa. Del greto dileguato dalle acque. E il finale di un libro che batte in testa da stamane “una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata, con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano ed odoravano di muschio (…) sul dorso avevano disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti”.*

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Jalovec – foto N.Narduzzi

La Mlinarica è una sorta di arcadia. Con le sue cascate che cantano e i boschi che emanano luce sulla Val Trenta. Oggi, inoltrandoci, annaspiamo in una fossa scavata tra due ali di montagne cupe. A destra, la muraglia sovrastante del Planja. A sinistra i fianchi ingombranti del Prisojnik. Il Razor, panciuto e massiccio, sembra lontanissimo. Una luce piatta ed amorfa lo rende insolitamente freddo e distante.
Sono stato solo un paio di volte in cima al Razor. Strano, per una montagna così alta e centrale nelle Giulie slovene. Eppure la sua cima è così bella. Approcciando un monte tanto grande e vasto immagineresti una sommità altrettanto spaziosa. Ed invece è una torretta sbilenca, spaccata dai fulmini con la terra rossa che esce dalle crepe e un senso di precarietà che contrasta la sua mole solenne. “Sarebbe bello salirlo d’inverno” dissi un giorno a Nicola. Sarebbe bello trovarsi lì nel silenzio che compatta tutto e tiene fermi i sassi e le stelle. Ricordo un caminetto divertente che si apriva tra i grandi massi della cima che non so perché mi è rimasto impresso per tanti anni.

Rinunciata ogni ricerca della traccia corretta, saliamo lungo il fondo della gola, facendo attenzione a non scambiare il ghiaccio vetrato che s’annida nelle pozze con la roccia chiara e levigata. Il muschio, di un verde che sbiadisce, si sgretola come sabbia tra le mani.

Osservo ai lati della gola colate di ghiaccio appena accennate. Quasi tutte pendono con stalattiti bavose ed incomplete, che non toccano terra. Alla base si notano scaglie ammassate dei ghiaccioli crollati. Ogni tanto il fischio di una scarica si abbatte in qualche forra invisibile. Poi torna, di piombo, il silenzio. Nemmeno più il vento.
Mi ricorda la fine di Fantasia ne “La Storia Infinita”. Pezzo per pezzo, un mondo fantastico crolla, collassa, svanisce nel Nulla. Se dovessimo crearlo daccapo, saremmo in grado di immaginare tutto di nuovo?

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Canalone senza nome – foto N.Narduzzi

C’è una sorgente, al colmo della valle, è facile da trovare perché c’è il bollo del sentiero proprio sopra il masso che la veglia. È una polla che ha un suono d’argento. Ci passi col piede che nemmeno ti accorgi di tanto miracolo. Ricordo a Nicola che Kugy amava sostare in questo luogo, sdraiarsi sul declivio dolce che guarda Trenta come da un balcone sospeso. L’abbraccio delle pareti, imponenti ma pacifiche come giganti buoni. Nicola annuisce e guarda attorno. I prati – poche macchie d’erba gialla, pelati dal vento, da una calvizie di ghiaia che si espande – sembrano lande abbandonate. Procediamo senza dire nulla.
Saremmo tornati indietro, più avanti, forse più per mancanza di fantasia che di coraggio. Più facile dire che era tardi. “In fondo è Natale, Sav” – mi ricorda Nicola. Dovremmo accontentarci. Dovremmo ritrovare la gioia di scegliere una cima senza pensare a nient’altro che il desiderio di posare lo sguardo oltre una cresta.

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Canalone senza nome – foto N.Narduzzi

Oggi non arriveremo da nessuna parte. Risaliamo alla cieca un canalone, nella distanza che tra noi si fa distacco. I ramponi mordono la neve vecchia ed indurita. Un passo, picca, un passo, picca. Ritrovo Nicola abbarbicato all’apice di una crestina non più larga di due posti.
Pochi minuti, poche parole, prima ricominciare la sequenza. Picca, passo, passo, picca.
Abbandono la cima facendo un rapido giro d’orizzonte. Che strano. Per un curioso gioco di prospettive da qui vedo solo montagne ad una certa altezza. Sembrano sorgere dal niente. Non vedo il fondo delle valli, i paesi, non intuisco nemmeno i rumori di una vita lontana. Il mondo sembra sommerso, da qui. Il resto, desolazione.

Anche lo scorso anno passammo la Vigilia in montagna. Nel grande secco di quell’alta pressione, scovavamo un lato persino ironico nel vedere affollarsi il rituale del turismo invernale mentre si poteva arrampicare al sole sentendo la roccia calda e piacevole sotto la pelle. In fondo la montagna aveva regalato qualcosa di inatteso. Ma quest’anno si percepisce un’aria diversa. Oggi la neve, limitata alle regioni più alte con un limite netto, sembra quasi sbarrare l’accesso. Se lo scorso anno la montagna si regalava quest’anno sembra negarsi, lasciandoci a secco.
Leviamo i ramponi, consumiamo una sosta che vorrebbe essere piacevole ma non ci riesce. Cala l’ombra e mi pervade una strana ansia. Rimpinziamo lo zaino senza ordine e ripartiamo.

“Siamo giusto in tempo per tornare senza correre”
“Già”
“Forse è meglio seguire il sentiero e non cercare altri problemi per oggi”
“Son d’accordo”.

Saremmo riusciti a perdere il sentiero dopo pochi minuti. La bella traccia vista dall’alto smarrita nel disordine di una mugheta. Qualche ometto abbozzato, un rametto tranciato, tracce appena più profonde nella terra. Infine il bosco, ripiegato su se stesso. Paiono mille anni che nessuno passa da qui.
Divalliamo a precipizio, per un bosco sospeso sopra qualcosa che ci inquieta. Al nostro fianco precipita un canalone stretto e ripido. Man mano che scendiamo ogni possibilità di riattraversalo per cambiare versante si assottiglia. Che stiamo facendo? Perché questo cuore pulsa in testa, perché quest’ansia? Stiamo ancora cercando qualcosa?
Il pendio di foglie si inclina sempre più, costringendoci ad aggrapparci ai rami, scivolando qua e là finché non capiamo che dobbiamo infilarci proprio là dentro, nel canalone da cui stavamo sfuggendo. Oramai non abbiamo scelta, ci siamo infilati nella trappola da soli e dobbiamo cercare lo spiraglio per uscirne. È una forra stretta, aperta come una ferita da taglio nel bosco. Ogni metro che caliamo è un ponte che si taglia. Le pareti ai lati sono levigate, ogni tanto una marmitta scavata dalla potenza delle acque crea un inatteso sedile. Ancora non ne vediamo il fondo.

“…Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva aggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero”.*

In quei pochi minuti di discesa, in quella corsa sfrenata che sembrava quasi una caduta, forse abbiamo riassaporato il mistero.
Andando per i monti, negli spazi, in un mare aperto, camminando ai margini di tutto ciò non è ordinario, o codificato non facciamo altro che riappropriarci di quel mistero. Nella rinuncia, nella paura, nell’insoddisfazione, riscopriamo il mistero. Non importa che si tratti di un sentiero, di una nuova linea su una parete o su un pendio. Che sia esplorare il cielo volando o lentissimamente misurando i singoli passi sulla terra. Ciò che ci attrae è quel piccolo margine, lo spazio ancora bianco, l’intercapedine che separa i confini del reale da quelli dell’immaginario.

Con sollievo mettiamo nuovamente i piedi sul fondo pietroso della Mlinarica. Ritroviamo la fila di ometti pazienti e le orme lievi lasciate al mattino. Lascio passare qualche istante che si normalizzi il respiro e il battito del cuore. Infine lo sguardo, fin lì concentrato sui singoli passi, si risolleva.
“Sembrano delle belle linee” dico a Nicola indicando una serie di punti immaginari sul versante opposto del vallone. “Chissà se si potranno mai salire”
Ci vorrà del tempo. Ne sono sicuro. Il tempo è una cosa che sottovalutiamo troppo spesso, assegnando a noi stessi il potere di influire sul corso degli eventi.

Questa forra forse non si riempirà di nuovo, così come quella colata di ghiaccio non si riformerà. Questo sentiero domani potrebbe non esistere e noi, in quel bosco, aver seguito un cammino in realtà inesistente. Non è detto che Fantasia risorga.

Ci vorrà del tempo. Dovremmo prendercelo, ogni tanto. E risognare tutto di nuovo.

 

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Skrlatica, Prisojnik, Razor e Triglav: sopra le nubi – gennaio 2014, foto S. D’Eredità

* Corman McCarthy “La strada”

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