Estasi e tormento

di Saverio D’Eredità

Ci sono strade che ti portano giù senza che tu te ne accorga. Lo capisci davvero quando avverti che le gambe non spingono più e l’aria si fa più leggera sul viso. Quando la mente si sgombra e il cuore rallenta. E tutto è in qualche maniera come dovrebbe essere. Semplicemente perfetto. Quell’istante è la ricompensa del sacrificio. La spiegazione plausibile ad ogni tua rinuncia. È la ragione per cui. È tutto quello che serve.

Eravamo dunque giunti alla fine delle montagne. Profili indistinti di valli e di dorsali emergono, nel chiarore del giorno che si espande. Sprofondi di valli delle quali più non ci curiamo di dare un nome. Ci sovrasta, ovunque, il Sassolungo. Ultimo frammento della regione dolomitica, faraglione arenato nei docili altipiani dell’Alpe di Siusi.
Eravamo giunti alla fine delle montagne e forse non solo. Pure in questa mattina leggera e luminosa grava la sensazione che qualcosa volga alla fine. È un pensiero che cerchi di scacciare come mosche e invece ritorna. È una maglietta appiccicosa di sudore. Un rumore bianco.
Finiscono le montagne, come pare stia già finendo quest’estate. In questi ultimi giorni lo potevo sentire dentro ogni mattina andando a lavoro, nell’odore di terra che pareva marcire, di campi schiantati dal caldo o da qualche temporale abbattuto senza pietà su alberi innocenti.

Aspettavo. Il verificarsi di coincidenze. Di trovare, tra pagine di libri ormai consumati, parole nuove. Ma sarebbe bastata una giornata di sole, come quelle che una volta – ne ero sicuro – c’erano e oggi non ricordo. Così come non ricordo esattamente, ora, cosa stavo cercando.
Se ne andava, invece, l’estate. Indifferente svaporando da tetti sfibrati dal sole o nel riverbero di auto arroventate, senza che noi possiamo eccepire nulla in contrario. Perché in fondo bisognerebbe lasciarla stare, l’estate. Osservarla scorrere come certi fiumi ingigantiti dalle piene che portano via tutto – un ramo, una carcassa d’auto, bidoni dell’immondizia e cose che d’improvviso smarriscono il loro senso – verso un luogo lontano dagli occhi.

I prati del monte Pana sono pregni di rugiada. Le scarpe, dopo poco, pesano come spugne gonfie d’acqua. Sempre più frequentemente spezzo il mio cammino, indugiando sugli ultimi raggi di sole che presto saluteremo per immergerci nell’ombra della Nord. Visti così, in fila lungo la traccia che si inerpica sulle ghiaie, sembriamo dei tori che caricano a testa bassa un muro. Un muro di pietra alto mille metri, informe ed incolore. Ingombrante se non fosse per un dettaglio, una nota fuori dal coro che pure dà un senso a tutto ciò. Un sigaro roccioso che pare piantato come un cippo, si prende tutta la scena. Trecentocinquanta metri assolutamente senza logica. L’ultima vetta di Emilio Comici.

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Molto si è scritto e detto dell’ultima salita di Emilio Comici. Un alone quasi mistico avvolge l’ultimo periodo di vita di uno dei più eccezionali alpinisti della storia. A metà tra leggenda e verità, si è tramandata l’idea che Comici stesso quasi presagisse un finale.
Non deve stupire. Il secolo che sta per entrare nella sua parte più oscura e disumana ha bisogno di eroi che esaltino le nazioni. Un’aura sovrannaturale, quasi esoterica, li pervade. Eppure, oltre la leggenda e la retorica gli eroi nascono e muoiono come tutti gli altri uomini. Da una parete di roccia alle desolate campagne di Russia.
Emilio Comici è tra questi. L’invincibile “angelo delle Dolomiti”, capace di ogni impresa, di passare ovunque, anche dove i migliori cedono. L’uomo che sale da solo la stessa “invincibile” nord della Cima Grande che aveva risolto pochi anni prima con i fratelli Dimai. Ma Comici è sempre più un angelo caduto, improvvisamente conscio della propria mortalità. Da qualche tempo, e ancora più da quando è scampato alla “Falciata della morte” sul Pomagagnon, aveva iniziato ad affiorare nel suo animo una sensazione di vulnerabilità, inconcepibile per un uomo che aveva votato la sua vita all’azione. E d’improvviso si scopre attaccato alla vita nelle cose semplici. Lo slancio vitalista ed eroico, tipico di quegli anni, stride nel volto di un uomo decisamente complesso, tormentato. Talvolta se ne intuisce una malinconia profonda, un senso di inappagamento che lo accompagna e allo stesso tempo anima.

Sono anni in cui l’amico Severino Casara lo stimola e la pungola costantemente per nuove imprese. Comici è un alpinista ormai affermato, potrebbe tranquillamente passare il resto dei suoi anni sugli allori e concedendosi di tanto in tanto qualche scalata a piacimento, magari come guida o accompagnando i clienti in viaggi esotici. Ma non è nella sua indole. Quello di Comici è uno spirito che brucia come brace sotto la cenere e basta poco per fare rivivere più intensa la fiamma. Ed è quello che fa Casara puntualmente.
Nell’estate del 1940, più volte Comici si interroga su quel curioso pilastro affusolato ed impettito. Sente che ancora qualcosa deve e gli è dovuto. Un’ultima salita. Un ultimo disperato tentativo di trovare una risposta.

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Un lungo ed esposto traverso segna il vero inizio della via. Osservo il Conta procedere verso quell’orizzonte dove non vediamo più montagne. La corda sfila tra le mani lenta, mentre la sua figura rimpicciolisce man mano, diventando un puntino scuro sul dorso della parete. Dopo i primi metri impegnativi il traverso si fa più facile, seppure non scontato. Passo passo si scopre là un appoggio, qui una fessura o un buco. Ogni tanto un improvvisato gradino permette quasi di stare in equilibrio senza sforzo, sopra la parete che sotto rientra e scompare. Se solo ci portasse oltre, penso. Se solo questo traverso continuasse così, ad infinito, senza mai toccare la cima e poi ricominciare. Arrivo alla sosta seguito da Nicola. Sopra di noi la fessura che dà la direttrice della via si alza verticale ed inappellabile. Questa è la linea.
Di fatto non c’è nessun motivo valido per scalare se non per cercare qualcosa. Ogni altra giustificazione o è falsa, o è fuorviante. Non la competizione, destinata a infrangersi contro l’inconfutabilità di un risultato. Nemmeno la prestazione atletica, anch’essa fugace e provvisoria tanto quanto le nostre forze. In tutta la sua avventura alpinistica Comici ha incessantemente ricercato la linea perfetta. Oltre la soluzione del problema alpinistico imposto da una parete o un versante, il suo stile si è sempre contraddistinto per una stupefacente semplicità, anche in mezzo alle pareti più complesse.
Quasi sempre, nelle vie di Comici, l’eleganza conduce alla soluzione del problema stesso. Come a dire che – come spesso accade – è la semplicità a racchiudere l’essenza. Ciò si è tradotto nella ricerca di una purezza: nello stile, nella linea, nel confronto con la Natura stessa. Eppure il prezzo da pagare sembra sempre essere troppo alto.
In mezzo si attraversano le paludi della malinconia e di quella logorante insoddisfazione che offusca i successi appena ottenuti. Anche alla fine delle scalate più intense, Comici si trova a contemplare le montagne senza riuscire a carpirne quel segreto che pure dev’esserci. Se no, per quale motivo sentiamo questa spinta irrazionale verso degli insignificanti mucchi di sassi?

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La verticalità è davvero notevole. Nonostante l’abbondanza di appigli e la roccia solida, la scalata richiede concentrazione. Le corde piombano sempre in verticale e sotto i piedi percepiamo il classico vuoto d’aria dolomitico. In questi momenti Comici si esprimeva al massimo livello, con quella “voluttà” (come ebbe a definire la sensazione dell’arrampicata in libera) che provoca un senso di piacere inesprimibile, carnale quasi. L’arrampicata di Comici oscilla tra momenti di estasi e dolorosi tormenti. Lampi di luce in un cielo oscuro.
Il Conta, che conduce la cordata, la prende un po’troppo sul serio e tira su anche più dritto del dovuto. Toccherà a Nicola riportarci in linea, con una successione di passaggi eleganti e in totale esposizione. Tiro dopo tiro le braccia iniziano a stancarsi e la parete inarcata non pare risolvere il dilemma della propria oscurità.  E se non avesse fine? Se vi fosse da qualche parte una parete come questa, perennemente verticale, costantemente appigliata, che non lasci dubbi o rimpianti?
Non qui. Non ora. Oltre lo strapiombo che strozza la fessura, la via piega prima a sinistra per poi tornare a destra con un altro traverso, più breve ma delicato. La retta che avevamo seguito fin qui si spezza, rendendo ancora una volta imperfetta la linea. La parete si rompe in un garbuglio di camini e pinnacoli, mentre usciamo dall’ombra in un pomeriggio che sa di miele e di addio.

C’è una foto, l’ultima, che ritrae Comici sulla vetta di questa torre. La fascetta a raccogliere i capelli è l’unico segno sbarazzino sul volto di un uomo segnato nell’animo ancora prima che nel fisico. Le rughe profonde, la pelle bruciata dal sole che pure era il vanto di una vita libera e piena, sono il sintomo di qualcosa che sfiorisce. Lo stesso sguardo, adombrato dagli occhi socchiusi, rivela una nota malinconica. Cosa guardava Emilio? Altre montagne, altri progetti? O nei suoi occhi, affacciati oltre quel confine che non sarebbe dato vedere, non si rifletteva forse lo specchio implacabile della nostra fragilità?

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***

Nicola guida veloce nella notte che ci inghiotte. I fari dell’auto fendono il buio come lame sottili. Quante volte sarà successo? Quanti di questi ritorni? Eppure stavolta assomiglia più ad una fuga all’indietro, verso quelle valli e quei boschi dove tutto è iniziato, in un tempo che non ricordo, come non ricordo più cosa stavamo cercando. Una volta eravamo stanchi. Tornavamo con le gambe piene e gli occhi ubriachi, tenendoci svegli l’un l’altro per non andare a sbattere al termine di quelle giornate. Quando parlavamo ancora di altre montagne, più in là verso un confine di cui nemmeno ci curavamo.  Quando aspettavamo semplicemente le estati. Oggi fuggiamo all’indietro – guida più veloce Nicola, se potessi guideresti all’indietro nel tempo, là dov’erano le giornate di sole che ora non troviamo. Forse anche le montagne hanno una fine e in fondo, noi, dalle estati non siamo che scappati credendo invece di viverle.
Siamo arrivati alla fine delle montagne, là dove l’orizzonte svanisce. Dove ritroviamo quelle promesse non mantenute. Esse rimarranno a solcare il nostro passato, come letti di fiumi abbandonati dall’acqua.

Ci sono strade che ti portano giù e te ne accorgi sempre troppo tardi. Potrai rallentare, controllare, ma non tornare indietro. Eppure, prima che ciò accada, c’è sempre quel piccolo momento, quell’istante perfetto, in cui tutto è come dovrebbe sempre essere. Quel momento dovrebbe corrispondere a ciò che intendiamo come felicità. Ma l’ironia, e quindi la tragicità di tutto ciò, è che esso si rivela un istante dopo che è passato. La meta del viaggio, infatti, ci sarà nota solo al termine del nostro cammino.

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