Arcipelago Altitudini

di Saverio D’Eredità

Pochi giorni fa mi è capitato di leggere una riflessione di quel grande giornalista di sport che è stato Gianni Mura che così diceva “Molti direttori di giornali non credono più nel pezzo lungo e scritto con un buon italiano, perché dicono che la gente non ha tempo di leggere e invece non è vero. Io ho sempre sostenuto che questa fosse una balla, se uno vuole il tempo lo trova. Dipende cosa dai da leggere a un lettore.” Io questa cosa l’ho sempre un po’pensata, solo che mi veniva difficile sostenerla – anzitutto perché non sono Gianni Mura, mi pare ovvio – e poi perché ammetto di aver un problema con la sintesi o forse il punto è che siccome già per lavoro devo scrivere cose molto astratte in tipo 200 caratteri, ho sviluppato una sorta di rifiuto per ogni tipo di paletto che si voglia mettere alla scrittura. Quindi, anche se volessi sostenerla non sarei credibile. Però una cosa va detta. La tendenza, ormai in atto, di condizionare un testo al tipo di strumento di lettura rischia alla lunga di impoverire la forma narrativa. Ci rende schiavi del mezzo, senza considerare che alla fine non esistono né storie troppo lunghe né troppo brevi. Esistono le buone storie, punto. E se una storia merita di essere raccontata, la lunghezza conta relativamente.

Devo dire che quando Teddy Soppelsa mi ha proposto di collaborare con il progetto Arcipelago Altitudini, ho subito aderito con entusiasmo. In primo luogo ne ero onorato (non è che capiti proprio tutti i giorni di trovarsi un po’casualmente in mezzo alle firme che leggi su libri e riviste) e tutto sommato il fatto di poter scrivere una “storia lunga” a schema libero rappresentava una sorta di liberazione. A scuola, del resto, quando c’era il compito d’italiano sceglievo sempre il tema libero.

Il progetto ha un obiettivo ambiziosamente demodè: rimettere al centro il racconto, quella forma narrativa ibrida che oggi trova poco spazio tra la tirannica brevità del web e la solida architettura del romanzo o del saggio. Rimettere al centro la parola, la sua forza millenaria, che così bene si sposa alla montagna e alla natura, là dove il tempo non ha importanza e segue altre regole.

AA – Arcipelago Altitudini è quindi un progetto “diverso” e per questo val la pena seguirlo e perché no, sostenerlo. Dentro troverete grandi penne della narrativa “di montagna” (come Camanni o Sciampliciotti) e “di natura” (Faggiani e Campani) e perfetti sconosciuti che magari si esprimono saltuariamente sui blog, con le forme e i tempi propri del web. C’è spazio per racconti lunghi e biografie, reportage e graphic novel, per mettere insieme tutte le forme espressive possibili “su carta”. Proprio come un arcipelago dove il lettore si troverà a navigare, speriamo con piacere, interesse, curiosità. La forma del libro-magazine, con una grafica elegante e curata è essa stessa un invito a quella lettura profonda che è anche uno dei più sottili piaceri della vita. Ci troverete la montagna, magari non al centro, e nemmeno di sfondo. Ma sicuramente ci troverete il “sentimento” della montagna, che si assapora di più proprio quando, liberatisi dal tempo, si lascia spazio all’immaginazione con un passo lungo. Un po’ come affrontare certe lunghe vie d’ambiente.

“Fuori traccia”, il racconto che troverete dentro il libro magazine, riprende un tema già proposto sulle pagine di questo blog, ovvero di come la società odierna sia sempre più dominata da un concetto di sicurezza vuoto e che tende a de-responsabilizzare l’individuo, trasformando l’ambiente naturale – con le sue ineluttabili regole – in quel “parco giochi urbano” che rende l’avventura sì divertente, ma insipida. Cosa accadrebbe quindi se, in un futuro distopico, tutto ciò che oggi diamo per scontato non lo fosse più? Se andar per monti diventasse un’attività con regole rigide e strette sorveglianze, se tutto ciò fosse la normalità, tanto da non accorgercene nemmeno? Un futuro in cui quello che oggi consideriamo la nostra libertà diventasse fuorilegge?

Futuro distopico, ma non troppo. I segnali qua e là arrivano, bisogna essere attenti a coglierli. E di tutto ciò, è inutile girarci attorno, possiamo pure accusare il capitalismo, il Sistema o quello che volete, ma i primi colpevoli siamo noi. Abbiamo perso gli ultimi trent’anni a discutere di spit e gradi, mentre attorno a noi avveniva una rivoluzione silenziosa che minava il presupposto dell’alpinismo in senso lato, sia esso classico, sportivo, con gli sci o su ghiaccio. La libertà delle proprie azioni. Con il tempo osserviamo questo spazio ridursi, giustificato dalla necessità di rendere “sicuro”, “fruibile, di “valorizzare” l’ambiente naturale, verso la chimera del rischio-zero. Ma venendo meno quella libertà, viene meno lo spirito stesso che ha fatto dell’alpinismo una delle attività (chiamarlo sport, ancora, non ci piace) che più possono arricchire una vita. Difendere questa libertà e al tempo stesso impegnarsi affinché quello spazio naturale in cui si esprime (e che ne dà un senso) rimanga integro per noi e le future generazioni dovrebbe essere la vera frontiera dell’alpinismo del futuro. Allora sì, la parola, la narrazione, prima ancora di un hashtag o una foto potranno venirci in soccorso.

Per maggiori informazioni su Arcipelago Altitudini consultate la pagina di altitudini.it (http://altitudini.it/aa/) e quella di Mulatero Editore (https://mulatero.it/prodotto/arcipelago-altitudini/) dedicate al progetto, con la possibilità di acquistarlo online. Lo trovate in libreria dal 30/09.

Cicale

di Saverio D’Eredità

Se aprite un libro di fiabe per bambini noterete come gli animali possano trovarvi un riscatto dalla loro condizione di (presunta) inferiorità con l’essere umano. Quale specchio capovolto della realtà, in quelle storie fantasiose ci addentriamo in un mondo fatto di personaggi curiosi: asini intellettuali, gufi dottori, simpatici serpentelli e affidabili topolini. Però c’è un animale che se la passa male praticamente sempre, almeno dai tempi di Esopo. La cicala.

Fateci caso, la cicala se la passa malissimo. Non solo ne esce regolarmente sconfitta dall’impietoso confronto con quella rompicoglioni saccente della formica. Ma viene pure sbeffeggiata, dipinta come una bohemien, vestita di stracci e robe logore, pure un poco svampita e magari scroccona. In questo mondo che esalta la formica, la cicala viene costantemente derisa. Pure nelle fiabe.
Non so perché sto pensando alle cicale, forse è il sole sulla testa che pare estate in questo vallone che pare un calderone. Forse penso alle cicale perché mi viene più naturale solidarizzare con coloro che vengono derisi, insultati o degradati.
Io sto con le cicale, insomma.
Anche se da bambino, devo dire, anche io non sopportavo le cicale. Passavo le ore – quelle ore senza sonno nel dopo pranzo estivo, di sole implacabile, sprofondate nel silenzio immoto rotto dallo stridio di un canto che pareva un pianto – a dar loro la caccia, tirando sassi contro i pini sperando di zittirle. In realtà, non volevo proprio ucciderle, quanto piuttosto vederle, le cicale. Voi le avete mai viste le cicale?

“Sono come dei grilli, ma non verdi”

“Come dei mosconi giganti, ma non così brutti”

Mistero su queste cicale. Sentirle, ma non vederle, era insopportabile. Forse sto con le cicale perché la loro inutilità oggi mi assomiglia.
Da un paio d’ore mi sto chiedendo infatti quando arriva questa forcella e soprattutto per cosa sto facendo tutta questa fatica. È una domanda che ritorna ogni volta che mi trovo a galleggiare con queste due assi sotto e ai piedi. E in particolare a primavera.
In fondo in fondo, me lo sapete spiegare a cosa serve, sciare?
Per dire, oggi, potevi andare in falesia no? E poi non ti lamentare se quest’estate ti trovi appeso come al solito a piagnucolare che non sei abbastanza allenato o che è bagnato o che è unto o che ne so. Potevi pensarci prima.
E poi, dai, ne vale la pena? Con questa sveglia disperata che ti manda in tilt i cicli di sonno tutta la settimana – hai una brutta settimana davanti ci hai pensato?
E proprio quest’anno, poi, che non c’è neve, dove te ne vai?
Eccolo quindi, il coro delle formiche, con i loro consigli che mi ronzano in testa, non mi fanno pensare, non mi fanno osservare.
Insomma, abbiamo capito, sciare non serve a niente.
Non c’è nessun traguardo da tagliare, nessun obiettivo da raggiungere. Non un tempo da battere o un grado da superare.
Un gesto del tutto fine a sé stesso. Un canto di cicale.
Come le cicale riempiono il cielo con il loro canto stridulo e insistente, così gli sciatori lasciano la loro traccia sui pendii stesi nel sole. Una traccia destinata a svanire, frutto di una fatica inutile e di una gioia effimera. Come le cicale gli sciatori disegnano grandi linee pur essendo esseri minuscoli nel teatro della montagna. Come le cicale, qualche volta, sono anche invisibili.
Ma questo è un mondo governato dalle formiche. Gente previdente, che sa sempre cosa fare. Gente organizzata, che non lascia spazio alle incertezze, men che meno alle improvvisazioni. Che detesta questo nostro essere superficiali, scanzonati, questa nostra ostentata leggerezza. Come cicale, si sa, siamo destinati a perdere e pure malamente.
Eppure in questo nostro essere superficiali, talvolta pare di cogliere un’imperscrutabile profondità.
Che non vi sia nulla come questo scivolare che restituisca la montagna nella sua totalità. Soprattutto adesso, che il sole è di nuovo alto all’orizzonte e pare che ogni cosa si rimetta in movimento.
E allora diventa chiaro che tutto in qualche modo si tiene, tutto si compone. L’odore di resina e di bosco nuovo con l’alito gelido della neve, le rocce riaffioranti nel sole e le ultime bave di ghiaccio appese alle pareti.
In questo scivolare c’è la montagna nella sua interezza nel suo essere fatica e gioco, gioia e rivoluzione.

Nei lunghi pomeriggi d’estate, assuefatti da quel canto narcotico, vi erano brevi istanti in cui le cicale si fermavano di colpo, tutte insieme. Senza motivo apparente. Il sollievo non era che breve. Presto ci guardavamo smarriti, come se d’improvviso si facesse vuoto anche il silenzio. Come abissi spalancati in quelle giornate eterne.
E come le cicale, senza saperne il motivo, anche noi ad un certo punto sappiamo che dopo alcune curve dobbiamo fermarci, respirare e guardare. Non c’è una regola, non c’è una ragione. Si scende un pendio, si tracciano linee che tra un istante non esisteranno più, come il canto delle cicale abbiamo la presunzione e il desiderio irrefrenabile di riempire questo spazio immenso. Per poi di colpo fermarci. Voltarci. Alzare le maschere e – senza dire niente- guardarci negli occhi come fosse la prima volta.
Sciare non ha prospettiva né futuro. Ogni stagione finisce e riparte da zero, ogni stagione diversa, ogni neve irripetibile. È questo che lo rende inutile. È questo che lo rende infinito.

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Tre Storie – di neve, di sci e di quella strana, insolita, grazia

di Saverio D’Eredità

1 . Del cadere. E del rialzarsi.

“E tu? E tu da dove vieni?”

Lo sguardo del maestro, mascherato dagli occhiali a specchio, era puntato proprio su di me. Anche se io in quel momento non stavo perfettamente seguendo le indicazioni su come impostare la curva a sci paralleli. Il mio sguardo, invece, era rapito da quel cupo canalone incassato tra le pareti del Siera, del quale non vedevo lo sbocco ma ne immaginavo avventurose strettoie, linee fragili, sfuriare di venti.

“Sì, parlo proprio a te, con quel piumino verde!” Continua a leggere

La linea o la cima?

di Saverio D’Eredità

Se pensate che i gruppi whatsup di mamme e colleghi di lavoro siano una piaga sociale, bé, non conoscete quelli degli sci alpinisti. Credete che siano semplicemente un luogo virtuale di scambio informazioni, invece rapidamente si trasformano in sedute di ascolto per gente psicolabile, generatrici di effetti destabilizzanti sulla vostra psiche e sull’armonia della vostra esistenza. Perché capita (raramente, a dire il vero) che non ci state pensando affatto, all’uscita del weekend, magari sto giro mettete a posto casa, o che so, una corsetta e basta. Magari una gita in una città d’arte. E ti piomba invece addosso il fanatico della powder a tutti costi, subito incalzato da un “uphill hero” che rilancia con i suoi “1500 D+ ”. Dalla Slovenia a Chamonix. Senza vergogna e senza pietà per te, i tuoi affetti, e quella parvenza di stabilità mentale che stai tanto cercando.
Stavolta, si dirà, è per una giusta causa. E la colpa è di quel soggetto con gli occhiali da ghiacciaio stile Hermann Buhl che sta smadonnando su per il pendio. Mi sembra giusto così, i freeride bisognerebbe farseli dal verso giusto. Non al contrario. Del resto se per freeride “si indica l’attività fuoripista in neve fresca, avente scopo ludico e la ricerca del senso di libertà; per la risalita si utilizzano gli impianti e a volte, per brevi tratti, le ciaspole, le pelli di foca oppure l’elicottero” noi allora o non ci abbiamo capito niente, o potremmo dire di essere dei veri contestatori.
Fighetti.
Se non siete buoni a guadagnarvi le vostre curve statevene a casa. E tutto questo perché, anche il giorno della gita, non eravamo in grado di rispondere ad una domanda di fondo: è più importante la linea o la cima?
Che andava a finire così, io lo sapevo. Dal giorno in cui Marco ha aperto la chat “Missione Piovan” con il nobile proposito di celebrare degnamente l’addio al celibato di Carlo, ma con il subdolo intento di scavare due giorni di “tritaggio” senza pietà da qualche parte nell’arco alpino.

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Discesa dal Voerderer Daunkopf – Alpi di Stubai foto L.Brigo

 

Che andava a finire così si sarebbe capito dai primi due messaggi, quando uno ti dice “forse ho solo due giorni” e l’altro – il Biaso, chi se no – ti risponde “Marbrees”. E avanti così passando in rassegna tutti i resort possibili da La Grave a Kitzbuhel, da St. Anton ai couloir del Sella, e sempre col Biaso che ogni due ti butta les Periades, Argentiere, Brenva o Glacier Ronde. No, capite che è una vita impossibile. E alla fine quasi ci eravamo persi per strada il motivo – far festa ad un amico, perdio! – e allora perché tutti questi problemi? Insomma, la linea o la cima?
Diciamo che è stato una sorta di esperimento sociale. Butta dentro una chat 8 scialpinisti/freerider fanatici, dagli uno scopo qualsivoglia e vedi cosa succede. Aggiungici provenienze differenti, tempi risicatissimi tra lavori e famiglie, e vediamo chi va fuori di testa per primo. Anche se in realtà, fuori di testa lo siamo un po’tutti. E poi diciamolo su che era solo una scusa per giustificare un’assenza prolungata da casa – e quando ci ricapita!
Che andava a finire in casino, anche si sapeva. Tra momenti di totale irragionevole euforia (Marbrees!Spalla di Entreves!), ad altri di cupa depressione (“Oh fioi, se non nevica cazzo facciamo”?) siamo arrivati in qualche modo in questo angolo delle Alpi che in realtà è proprio al centro, scoprendo che tra le Dolomiti e il Bianco non ci sono delle anonime colline. Portarsi dietro corde imbraghi, viti, picche e ferraglie come dovessi fare il Nanga Parbat in invernale quando hai ben che ti vada 36 ore. E ovviamente poi trovarsi in parcheggio che “sì la parrucca bionda per il Carlo ce l’abbiamo” e “io ho messo la sgnappa nel tè” però – cazzo- le pelli i guanti e il magnare?
Un po’come adesso che stiamo affacciati sul bordo del pendio con le bocche impastate le gambe dure e forse un accenno di diarrea. E la sensazione, angosciante, di essere in un posto anche giusto magari, ma dalla parte rovescia. E che di quattro sciatori di buono forse ne facciamo uno. Per le foto, intendo. Che si viene per le foto, alla fine no?
Insomma, la linea o la cima? Sta domanda me la faccio da quando stamattina ho visto questa pala tutta venature di neve e salti rocciosi e allora ogni piano ponderato di uno scialpinismo confortevole e molto austriaco nello stile, è andato letteralmente a farsi fottere. Come al solito ti si chiude qualcosa nello stomaco e nella testa, qualcosa che è fuori dal tuo controllo e forse proprio per questo tenti di controllare. Quel pendio sospeso non può non essere sciato.
Insomma, dopo due giorni con questi matti io non ho ancora risolto il dilemma della linea o della cima, so solo che lo sci genera questa specie di regressione infantile che si ripete ogni volta. Riguardatevi i vostri scatti prima di scendere, vedrete sorrisi tirati e mutande piene: fatte quattro curve siete già delle scimmie urlatrici con i pugni alzati “Grande vecchio, prossimo giro nord della Tour Ronde!”.
Che razza di imbecilli. Mi sa che alla fine linea o cima, polvere o crosta, la scusa era quella di trovarsi con questi specie di folli e la nostra ossessione scoprendo che è proprio la stessa per tutti, e allora ti senti un po’meno solo e un po’ meno folle. E tra la cima e la linea mi sa che scelgo la seconda che è un po’come l’amicizia. Una traccia che pare ripetersi infinite volte.
Che poi alla fine l’importante, come dice il Biaso, è tritare. Tritare sempre.

K2 la Discesa

di Carlo Piovan

Per un alpinista la salita di una delle cime più alte della terra può rappresentare il sogno di una vita, la tecnologia e le tecniche di allenamento, oggi, concedono sicuramente più possibilità di successo rispetto ad una volta, ma le condizioni dell’ambiente in cui ci si muove rimane molto complicato e le condizioni possono diventare sovente ostili alla permanenza in quota. In un’ascensione di tale portata raggiungere la cima è la meta per molti e la discesa, come si legge spesso nei diari delle salite, è una fuga da un mondo sfavorevole alla vita dell’uomo, verso la salvezza del campo base.

Per uno scialpinista la salita e la cima sono solo l’antefatto dell’obbiettivo principale: scendere.

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Sulle ali della Civetta a quota 3000

di Emanuele Andreozzi

Era da diversi mesi che avevo l’idea di concatenare insieme, le cime sopra i 3.000 m di quota del massiccio del Civetta. Finalmente dopo tanto caldo arriva una giornata fresca, si prevede anche il cielo leggermente velato, proprio le condizioni perfette che aspettavo! Elaborato il piano, che prevede rigorosamente un percorso ad anello, eccomi finalmente a Pecol Vecchio. Sono nel buio della notte, da solo e non conosco completamente la zona. Alla luce della mia frontale ho un gran bel da fare tra mappa e relazioni durante la prima parte del percorso, così va a finire che albeggia ancor prima di arrivare al Passo del Tenente.

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Tre e trentatre

di Saverio D’Eredità

Che poi lo sappiamo tutti che esistono due tipi di sciatori. Quelli che smettono e quelli che in realtà non smettono mai. O se smettono è solo per un attimo, per quel periodo che si fa sempre più lungo tra l’ultima lingua di neve e la prima nevicata. Una parentesi, diciamo. Un cartello “Torno subito” fuori dal locale.

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La pattuglia acrobatica/atto I: prima discesa con gli sci della Gola Nord della Veunza per Cecon, Limongi e Mosetti

di Saverio D’Eredità

“Impossibile non sia stata ancora sciata!”

Ogni qualvolta mi capita di passare dalle parti di Fusine ed osservare quella vena bianca che fila sinuosa nel ventre della Veunza, mi faccio sempre la stessa domanda. Per una generazione che si muove nel “post-tutto”, il rischio è che anche quell’immaginazione che un tempo doveva andare al potere possa inaridirsi. Eppure la domanda tornava costante “E se ancora non fosse stata sciata”?

Incassato tra le pareti della Strugova e della Veunza, questo canale noto come “Gola Nord della Veunza” (in realtà l’apice del canale è la Forca di Fusine, passaggio sulla grande cresta Ponze-Mangart) è pressoché invisibile nella sua interezza da qualunque angolazione lo si osservi. La vena, sinuosa, appare da lontano solo per un breve tratto della sezione superiore, salvo essere “inghiottita” alla vista dalle pareti che vi si ripiegano attorno. Nemmeno andandovi alla base, al culmine del bel conoide della Strugova, è chiaro esattamente se questo canale abbiamo o meno continuità: bisogna dunque entrarci per scoprire che un “muro” di circa trenta metri si pone a difesa di questa linea che ha tutto per essere “ideale” ma che nella migliore tradizione giuliana riserva sempre qualche sorpresa.

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Sehnsucht (quasi una lettera di Natale)

A Francesca, nel giorno in cui scoprì la neve

di Saverio D’Eredità

I tuoi occhi sono tristi, ma sulle tue guance il sole ha disegnato due mele rosse. Per guardarti negli occhi ho appoggiato anche io la testa sul tavolo, come si faceva da bambini quando volevamo riposare dopo i compiti. Ma li ho visti bene prima, i tuoi occhi, con quella luce che si accende e sembra venga da stelle lontane. Mentre infilavi gli sci ai piedi e lasciavi le tavole scivolare dapprima piano, poi sempre più veloce e non avevi paura. Ho sempre detto che lo sci, in realtà, è gioco per bambini.
Sei stanca, ora. Lo posso sentire dal peso del tuo corpo che si rilassa man mano. Conosco questa stanchezza, che è quella più bella, e più dolce. Ti prende quando restituisci alla vita un briciolo di quello che ti ha donato. Ed ogni cosa par tornare al suo posto, ogni cosa ha un senso e le domande trovano la risposta come le onde trovano la riva. Dormi, ora, dormi sogni di neve.
“Papà, ho nostalgia della neve” mi hai detto, prima di chiudere gli occhi. Hai solo tre anni e già vedo in te i sintomi di questa malattia.

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Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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