K2 la Discesa

di Carlo Piovan

Per un alpinista la salita di una delle cime più alte della terra può rappresentare il sogno di una vita, la tecnologia e le tecniche di allenamento, oggi, concedono sicuramente più possibilità di successo rispetto ad una volta, ma le condizioni dell’ambiente in cui ci si muove rimane molto complicato e le condizioni possono diventare sovente ostili alla permanenza in quota. In un’ascensione di tale portata raggiungere la cima è la meta per molti e la discesa, come si legge spesso nei diari delle salite, è una fuga da un mondo sfavorevole alla vita dell’uomo, verso la salvezza del campo base.

Per uno scialpinista la salita e la cima sono solo l’antefatto dell’obbiettivo principale: scendere.

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Sulle ali della Civetta a quota 3000

di Emanuele Andreozzi

Era da diversi mesi che avevo l’idea di concatenare insieme, le cime sopra i 3.000 m di quota del massiccio del Civetta. Finalmente dopo tanto caldo arriva una giornata fresca, si prevede anche il cielo leggermente velato, proprio le condizioni perfette che aspettavo! Elaborato il piano, che prevede rigorosamente un percorso ad anello, eccomi finalmente a Pecol Vecchio. Sono nel buio della notte, da solo e non conosco completamente la zona. Alla luce della mia frontale ho un gran bel da fare tra mappa e relazioni durante la prima parte del percorso, così va a finire che albeggia ancor prima di arrivare al Passo del Tenente.

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Tre e trentatre

di Saverio D’Eredità

Che poi lo sappiamo tutti che esistono due tipi di sciatori. Quelli che smettono e quelli che in realtà non smettono mai. O se smettono è solo per un attimo, per quel periodo che si fa sempre più lungo tra l’ultima lingua di neve e la prima nevicata. Una parentesi, diciamo. Un cartello “Torno subito” fuori dal locale.

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La pattuglia acrobatica/atto I: prima discesa con gli sci della Gola Nord della Veunza per Cecon, Limongi e Mosetti

di Saverio D’Eredità

“Impossibile non sia stata ancora sciata!”

Ogni qualvolta mi capita di passare dalle parti di Fusine ed osservare quella vena bianca che fila sinuosa nel ventre della Veunza, mi faccio sempre la stessa domanda. Per una generazione che si muove nel “post-tutto”, il rischio è che anche quell’immaginazione che un tempo doveva andare al potere possa inaridirsi. Eppure la domanda tornava costante “E se ancora non fosse stata sciata”?

Incassato tra le pareti della Strugova e della Veunza, questo canale noto come “Gola Nord della Veunza” (in realtà l’apice del canale è la Forca di Fusine, passaggio sulla grande cresta Ponze-Mangart) è pressoché invisibile nella sua interezza da qualunque angolazione lo si osservi. La vena, sinuosa, appare da lontano solo per un breve tratto della sezione superiore, salvo essere “inghiottita” alla vista dalle pareti che vi si ripiegano attorno. Nemmeno andandovi alla base, al culmine del bel conoide della Strugova, è chiaro esattamente se questo canale abbiamo o meno continuità: bisogna dunque entrarci per scoprire che un “muro” di circa trenta metri si pone a difesa di questa linea che ha tutto per essere “ideale” ma che nella migliore tradizione giuliana riserva sempre qualche sorpresa.

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Sehnsucht (quasi una lettera di Natale)

A Francesca, nel giorno in cui scoprì la neve

di Saverio D’Eredità

I tuoi occhi sono tristi, ma sulle tue guance il sole ha disegnato due mele rosse. Per guardarti negli occhi ho appoggiato anche io la testa sul tavolo, come si faceva da bambini quando volevamo riposare dopo i compiti. Ma li ho visti bene prima, i tuoi occhi, con quella luce che si accende e sembra venga da stelle lontane. Mentre infilavi gli sci ai piedi e lasciavi le tavole scivolare dapprima piano, poi sempre più veloce e non avevi paura. Ho sempre detto che lo sci, in realtà, è gioco per bambini.
Sei stanca, ora. Lo posso sentire dal peso del tuo corpo che si rilassa man mano. Conosco questa stanchezza, che è quella più bella, e più dolce. Ti prende quando restituisci alla vita un briciolo di quello che ti ha donato. Ed ogni cosa par tornare al suo posto, ogni cosa ha un senso e le domande trovano la risposta come le onde trovano la riva. Dormi, ora, dormi sogni di neve.
“Papà, ho nostalgia della neve” mi hai detto, prima di chiudere gli occhi. Hai solo tre anni e già vedo in te i sintomi di questa malattia.

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Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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27/08/2016

Sarà capitato a tutti di farsi assorbire dai pensieri durante un ascensione, talvolta il flusso è talmente forte che la voglia di cristalizzarli nel tempo diventa una necessità, senza pretesa di assunzione al cielo dei poeti, ma solo perchè si sente il bisogno di fissarli e condividerli. Vi proponiamo una riflessione che ruota attorno ad un luogo, carico di significati. C.P.

di Marco Lavaroni

A volte scrivo.
Di solito, dopo un po’, mi pento.
Ma oggi, con queste gambe indolenzite, il fiato che rantola, e il cuore che salta “fra l’aorta e l’intenzione” (…), l’andatura e’ lenta e c’e’ troppo tempo per pensare.

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L’uomo che fissa le nubi – alla cieca sulla Cima Fanton

di Saverio D’Eredità

Il Batti ronfa alla mia destra già da un paio di chilometri, mentre Raffaello sul sedile posteriore non dice nulla, sprofondato tra zaini e sci. In silenzio ci addentriamo con l’auto in Val d’Oten mentre osservo a metà tra l’incredulo e il depresso la spolverata bianca sui rami degli alberi sopra i 1500 metri. Non posso crederci. Ancora una volta l’imprevista nevicata notturna rischia di stravolgere i piani, proprio nel giorno – l’ultimo – che mi ero concesso per tentare disperatamente di dare un senso alla stagione sci alpinistica. Cerchiamo qualcosa, ma non lo sappiamo spiegare. Continua a leggere

Il canale nascosto del Piccolo Mangart

di Saverio D’Eredità

È  innegabile che uno degli aspetti sociali più caratteristici dello scialpinsimo – almeno nella sua versione 2.0 – sia quello di vantare (per non dire ostentare) la scoperta dell’itinerario perfetto, possibilmente originale, con neve sempre e comunque di qualità eccezionale, ovviamente senza essere umano alcuno a parte i novelli esploratori. Il tutto sarebbe persino accettabile se ciò non fosse pervaso da una vaga supponenza per non dire un accenno di giudizio morale su quanti (al contrario) non fanno che ripercorrere banalmente e senza creatività i medesimi itinerari di sempre. Continua a leggere

The Pink Punk Donkey – Una storia d’amore

di Saverio D’Eredità

La notizia, già rimbalzata prima tramite social quindi ripresa dai giornali locali, è ormai nota. A 30 anni dalla prima discesa di Rumez e Gardossi, la parete Nord del Nabois è stata nuovamente scesa con gli sci da due specialisti del ripido, Enrico Mosetti e Zeno Cecon.

La Nord del Nabois non è propriamente quella che diremmo una parete sciabile. Qui una linea va inventata più che cercata, congiungendo effimeri pendii nevosi sospesi come lenzuola ad un balcone di mille e passa metri sopra la Val Saisera. Una nord molto particolare, come i profili di questa montagna ingombrante ed orgogliosa che come uno scudo si frappone tra i boschi della Saisera e le nobili pareti del Fuart. L’inclinazione è sfuggente e progressiva, la neve fatica ad incollarsi tanto da creare dei corridoi sciabili. Eppure, con un battito d’ala che si verifica poche volte in un decennio o forse un paio di decenni, le condizioni si ripresentano, anche se parlare di condizioni è quasi eufemistico in casi come questo dove, più che quelle della parete servono le doti visionarie di sciatori appartenenti ad un’altra concezione dello sci stesso. Continua a leggere