Tre Storie – di neve, di sci e di quella strana, insolita, grazia

di Saverio D’Eredità

1 . Del cadere. E del rialzarsi.

“E tu? E tu da dove vieni?”

Lo sguardo del maestro, mascherato dagli occhiali a specchio, era puntato proprio su di me. Anche se io in quel momento non stavo perfettamente seguendo le indicazioni su come impostare la curva a sci paralleli. Il mio sguardo, invece, era rapito da quel cupo canalone incassato tra le pareti del Siera, del quale non vedevo lo sbocco ma ne immaginavo avventurose strettoie, linee fragili, sfuriare di venti.

“Sì, parlo proprio a te, con quel piumino verde!”

In effetti l’abbigliamento non deponeva a mio favore. Salopette rossa in acrilico, con rinforzi in gommapiuma anni ’70 tipo Piero Gros, stratificazioni varie dalla maglia di lana alla camicia di flanella, infine un fiammante piumino verde acido che faceva tanto omino Michelin e molto poco sciatore provetto. Unico tocco alla moda del tempo, un cappellino con visiera in pile della Invicta dai toni fluo sgargianti – questo sì davvero anni ’90!
Si dice che l’abito non fa il monaco, ma nello sci forse sì. Quella “mise” molto poco trendy condizionava senz’altro le mie prestazioni, rendendole goffe e poco convincenti. A questo si aggiunga il fatto che – oggettivamente – il mio grado di apprendimento risultava piuttosto lento e farraginoso.
Cadere e rialzarsi. Per me lo sci non ha voluto dire altro, in quella prima settimana bianca. Non riuscivo proprio a capire come poter assumere una posizione stabile con quegli stretti e lunghi assi ai piedi, imprigionati in scatole di plastica rigide che non consentivano altri movimenti se non quelli di un disperato frenare puntellato dai bastoncini. Cadere e rialzarsi.
Molto spesso mi ritrovavo supino ad agitare gli sci in aria come lo scarafaggio di Kafka, imprigionato in un’inutile armatura e consapevole che tutto questo non aveva nulla a che fare con la montagna che immaginavo. Eppure per me lo sci, a 13 anni, era di fatto l’unica possibilità per starci in montagna seppure in una forma distante dal mio ideale di “stelle e tempeste”. La musica tamarra al baracchino della salsiccia, le urla dei bambini, l’irritante agilità ed eleganza dei più bravi. Cadere e rialzarsi. Quelle insopportabili punte degli sci che non facevano che incrociarsi mettendo a repentaglio le mie ginocchia e l’equilibrio.
Non era un caso che apprezzassi infatti molto di più i brevi periodi in seggiovia, quando – immancabilmente solo – potevo osservare i profili delle montagne da prospettive inedite.

“Quindi? Parlo con te !o sei sordo anche?”

Sì, parlava con me, ma come facevo a capirlo dietro quegli occhiali a specchio e il sorrisetto ironico nascosto dal baffone? Gli altri ragazzi, in fila, mi osservavano ridacchiando. Non ho mai avuto fortuna nei gruppi. Temo fosse colpa della tuta da sci. Per sfuggire ai commenti maligni di chi osservava le mie discese cercavo di mettermi in mezzo alla fila in modo che nessuno potesse notarmi più di tanto. Ad ogni esercizio infatti corrispondeva una caduta o ben che potesse andare una sonora culata per terra prontamente ripresa a prezzo di sforzi di braccia sovrumani. Sempre la stessa scena. Corpo indietro, culo basso, ginocchia rigide, punte che si incrociano. Cadere e rialzarsi.
Giorni sempre uguali, lo stesso sole, la stessa neve sciolta. Le casette di Cima Sappada piccole e lontane, separate da un calvario di lividi, goffaggini assortite e quella insopportabile sensazione di rigidità da burattino. Ginocchia tese e culo basso.

“Io? In che senso?” – il baffone se la ride dietro gli occhiali a specchio e i compagni di corso a ruota (gregge senza dignità!). “Sto dicendo, dove sei nato te?” Eccolo, il trabocchetto. Sono stato smascherato. 24 mesi non sono bastati a camuffare il mio accento. Forse è colpa anche del piumino verde acido.

“Io…bè abito a Udine…” – balbetto – “però sono di Palermo”.

Ecco, ho fatto outing. Non poteva durare per tutta la settimana bianca, il trucco. Ebbene sì sono l’usurpatore di nevi alpine, un nativo del 38° parallelo che si permette di assaggiare la purissima neve sappadina.

“E cosa ci fa un palermitano sulla neve?” La risata del baffone è sonora ed irritante. Quella del gregge anche. La mia posizione sociale tracolla.
Del resto, ai tempi, bisognava guadagnarsi la pagnotta a suon di sorrisi assecondando anche le peggiori battute. Ma se avessi imparato a sciare, bè quello sì che sarebbe stato un bel riscatto. Sì, anche un palermitano può imparare a stare su la neve. E non quella granita sporca che da bambino mi portarono a toccare ad un incrocio stradale sulle colline stranamente imbiancate attorno a Palermo. Ma se era la neve l’oggetto del desiderio, ebbene, sarebbe stata quella l’arma per affrancarsi!

E quindi un giorno per miracolo eccola, la neve. Giorno di bufera, di alberi cristallizzati e mucchietti a bordo pista. Immediatamente la fantasia adolescenziale si popolò di immagini di lotte nella tormenta, la situazione più alpinisticamente tipica. Mi sentivo bene quel giorno. Tutti bravi ad impostare la curva sci paralleli sulle piste tirate a biliardo. Ma è quando il gioco si fa duro che si tirano le somme. E quindi tutti a lamentarsi che non si vede niente, che la neve bagna, che è pesante e che non si curva. Pivelli, penso tra me. Un Bonatti sarebbe stato a batter traccia a quest’ora, altro che!

La solita scena della fila indiana a scalare. Stavolta ho fatto male i conti e son rimasto ultimo, a monte. Tutti potranno vedere dunque la maldestra esibizione. Curva a sci paralleli. Il baffone alza il bastoncino, mi muovo lentissimo, poi un briciolo di velocità e – senza accorgermene – voilà ecco fatta una perfetta curva a sci paralleli. Penso sia un caso, trattengo l’euforia e già pronto alla sconfitta, ne imposto un’altra ma il numero si ripete. Le imbrocco tutte fino a planare in mezzo alla fila indiana, a pochi metri dagli occhiali a specchio del baffone. Forse punto nell’orgoglio non mi fa un complimento diretto, ma si rivolge al gregge. “Ecco, avete visto? Dai, riproviamo!” Sono confuso e disorientato. Il miracolo si è compiuto. Guardo in alto il canalone inghiottito dalla nebbia. Forse un giorno scenderò anche di là.

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Imbocco del canalone N. del Siera – foto S.D’Eredità

Sarebbero passati vent’anni ed in ognuno di questi, passando con l’auto da Cima Sappada avrei abbassato lo sguardo ad indagare il canalone, promettendo a ciascuno dei miei compagni e più spesso a me stesso che avremmo fatto anche quello. Fino a quest’anno quando usciti dal tunnel di 2 mesi di nevicate e nel sole di marzo, l’auto si ferma finalmente sotto la direttrice del canalone.
Poche ore dopo sto ansimando nel battere una traccia non condivisa perché i soci sotto hanno saggiamente deciso di lasciarmi andare avanti nell’opera masochista spostandosi in  un ramo parallelo meno ripido. Mancano pochi metri, vedo la forcella e sento il vento fischiare. Pochi metri neve al petto e con un’insidiosa placca ventata da traversare. La maledizione invernale della forcella non raggiunta si ripeterà?

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Scendendo il canalone del Siera – foto S.D’Eredità

Stavolta sono determinato, con delicatezza e seguendone il bordo taglio la placca che valuta il mio peso consono alla sua tenuta. Striscio sulla forcella quasi come un ghepardo. I soci hanno rinunciato a portarsi gli sci e mi stanno raggiungendo a piedi dall’altro ramo. Per una sorta di nemesi, dunque, mi ritrovo solo ad affrontare l’incassato seppur breve imbuto nevoso appena salito e inclinato forse oltre il lecito per me. Ma se la maledizione della forcella è stata sconfitta anche quella reticenza ad osare una discesa ripida dovrà esserlo. Vedo le casette di Sappada finalmente dalla prospettiva agognata. È il momento di prendersi la rivincita sul baffone e il piumino verde. Il preparativo è meticoloso, ma è solo quando abbasso la maschera e batto gli sci sulla neve che sento quella strana sensazione di sicurezza che ti danno le tavole sotto i piedi. Una curva saltata, un derapage prudente, poi la sequenza prende forma e ritmo. La neve è leggera, le vibrazioni sulla frequenza giusta. Riscatto il canalone faticosamente tracciato alternando zucchero su fondo duro a qualche tratto di crosta e altri di valanga. Ma è tutto un preludio al gran finale, dove il canale si espande come la foce di un fiume, atteso da quella volta del baffone. Il sole entra di taglio e sembra illuminare ogni singolo cristallo, scelgo una linea e mi lancio. Trovo il raggio giusto, la neve perfetta, apro le curve e sento allargarsi un infantile sorriso sotto la maschera. Di nuovo quella stupida felicità mi pervade ed una strana, insolita grazia. Plano sulle piste sfiorando la fila indiana di un corso voltato verso di noi.

2 . Una questione di passi

Un piccolo morso al polpaccio arresta i miei passi, avvertendomi che dopo 1700 metri di dislivello a ritmo tambureggiante è lecito andare fuori giri. Mi fermo, lasciando passare avanti i compagni ben contenti di poter andare a riempire di orme la cima ancora intatta. La cosa non mi spiace, perché dopo un po’di ore posso tirare il fiato e guardarmi indietro.

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Le Giulie dalla cima del Mangart – foto M.Battistutta

Il sole invade la conca di Fusine erodendo la scorza dell’inverno, aprendo una prima breccia sulla superficie gelata del lago a liberarla da mesi di prigionia bianca.  Ci vorrà ancora un po’prima che venga sgomberare la neve dalla croce di vetta, che emerge superstite quale relitto di un mondo passato. E anche noi ci aggiriamo sulla cupola del Mangart come i primi uomini sbarcati nel mondo nuovo. Seduto sulle tavole degli sci, ammiro l’opera dell’inverno che appare come svelata in questa giornata tersa. Adoro l’inverno perché esso sovrasta ogni cosa, colmandola, sommergendola, livellandola. Come una marea lenta ed inesorabile ricopre tutto, smorza le asperità, plasma le forme. Niente come la neve ci riporta la cifra delle stagioni, del tempo che passa, il senso di un ritmo profondo. Porta la grazia sopra ogni cosa e ciò che era brutto e triste, o semplicemente grigio, si riscatta. Come queste giornate infinite, in cui la montagna ti entra dentro come un fiume in piena.
Sono forse queste le scialpinistiche da cui traggo più soddisfazione. Quando l’idea nasce fulminea come un’intuizione e ti rode lentamente come un tarlo. Allora si iniziano a studiare i bollettini anche in lingue sconosciute, si fanno tarature di isobare e temperature, ragionando su esposizioni e stratigrafie, effettuando ricognizioni non dichiarate e comparazioni tra itinerari simili. Più che sci alpinisti ci si sente generali alle grandi manovre, oppure giocatori d’azzardo. Per dei dilettanti come noi, del resto, tentare un Mangart fuori stagione è proprio una scommessa. Ma è da qui che nasce la soddisfazione. Sentire la concentrazione crescere già dalla sera prima, soppesare i materiali, quindi uscire in albe altrimenti riservate agli animali, i panettieri e i turnisti.

Riguardo indietro i nostri passi. Lo scialpinsimo è una questione di passi. I primi pesanti passi del mattino, lo sguardo rivolto a cime, forcelle, pendii che sembrano appartenere da altri continenti, sentirsi terribilmente stupidi e masochisti nel voler passare ore dentro delle scatole di plastica trascinando gli sci ai piedi. Litigare con i rami di un bosco e compiere acrobazie nel passare letti di torrenti, solo per non togliere gli sci, quasi fosse un disonore. Quindi uscire in spazi aperti, dove larici affogati boccheggiano nella neve. E poi ancora canaloni, creste, cornici, traversi, ognuno una sua storia privata e segreta, ognuno una trattativa tra gli attriti, la gravità e il desiderio. Tutto per due curve disegnate su una tavola bianca.

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Discesa dal Mangart – foto M. Battistutta

Abbiamo solcato vasti deserti di neve portandoci nel cono d’ombra della cupola del Mangart e seguendone la linea più diretta quasi senza dire niente siamo arrivati sulla cima. Anche per oggi i miei sci ormai segnati da ferite insanabili hanno avuto il privilegio di toccare la vetta sulle mie spalle, ma non l’onore di potersi posare sulla neve e iniziare la discesa dalla cima. Anche per oggi mi accontenterò di ciò che ho avuto perché mai come in questi casi è la montagna a lasciare gli spazi aperti e tocca a noi saperli scegliere. Anche per oggi della rinuncia farò una forma di saggezza. Del resto non è la prestazione, il pezzo forte dell’inverno. Rifaremo quindi al contrario la procedura fin qui seguita, la procedura dei passi misurati e cadenzati, uno dopo l’altro marcheremo le nostre impronte a ritroso su quel lenzuolo bianco steso nel cielo di Fusine. Passato anche l’ultimo ostacolo mi decido a rompere gli indugi e mettere gli sci ai piedi. Una prima curva rigida, una seconda malfatta, ed una terza finalmente padrona del pendio mi portano a gran velocità fuori dal cono d’ombra e con una piccola soddisfazione. E nello scivolare sul fondo del torrente che prepara il disgelo sembra quasi che ogni ferita venga sanata, mentre le scie delle nostre curve ricoprono ancora una volta i nostri passi, rendendoli invisibili

3. Inconsapevolmente

Inconsapevolmente. Abbiamo rimesso gli sci sulle spalle, tendendo le mani ai rami appiccicosi dei mughi come braccia di amici lontani, rivisti dopo passati remoti. Accarezzato le rocce, rinnovando ancora una volta promesse per la stagione. Un narciso, emerso da un’isola nella neve sotto un grande faggio, è un punto esclamativo nel fitto vociare del bosco. Una risposta pacata, ma decisa: che il grande fiume ha ricominciato a scorrere. Le montagne sembrano andare alla deriva come un pack. Ne sono un avviso i tuoni delle valanghe che ci immobilizzano.

Al diavolo le guide, i percorsi consigliati e le 5 stelle. E anche le foto di copertina, i post e gli status. Troveremo anche la polvere, inattesa, ma non saremo felici per questo. Inconsapevolmente, abbiamo accettato questa fatica, la traccia penosa nella neve molla, le virate incalcolabili, per capire quanto è lecito alzare la soglia del dolore, del non poterne più di trascinare gli sci come palle e catene ai piedi per un fine inspiegabile. Per lasciarci la libertà dell’essere inutili. Inconsapevolmente e solo per quel piacere che si trova nel fiutare la traccia, il passaggio nascosto. Abbiamo seguito le cacche dei camosci, apprezzandole quali inconfutabili segni che la vita resiste e rivendica il suo posto. Abbiamo chiesto scusa a certi rami già affranti dal peso dell’inverno per averne pelato la corteccia. Ci siamo sentiti vivi, ispidi, sudati, distrutti. Tutto per misurare una montagna nella sua interezza, quasi ispettori di un mandante sconosciuto. Un passo avanti e ancora un altro fino a piangere, ridere o comunque qualunque cosa ci facesse sentire inutili e inconsapevoli.

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Le Giulie Orientali dallo Spik, nell’inverno 2014. Foto S.D’Eredità

Lo Spik, questa piramide magnetica che avanza come una sentinella dalla regione selvaggia del Martulijek non è una cima per sci di largo consumo. Anzi, qui per metà lo sci è goduria, per metà patimento. Non so ancora perché stiamo salendo questi crinali ruvidi. Ma abbiamo accettato il gioco. Senza farci troppe domande, senza paragoni o ripensamenti. Come bambini ci siamo divertiti nelle curve finali e sono pronto a scommettere che bastino queste a far dimenticare ogni fatica. Ripenso alle parole di Buzzati che una volta scrisse “personalmente non conosco immagine più perfetta, ingenua e spensierata di felicità – la felicità consentita sulla terra – che un mattino di sole limpido… e intorno c’è la pace, e ci si sente gli sci ben sicuri ai piedi, e si sta per lanciarsi in basso: quell’impazienza, quell’insensato appagamento, quel non pensare a nulla, quel sentirsi così bene, quell’illusione, ahimè, di giovinezza; anche se dura un breve istante”.

Questo è lo sci: quella cosa un po’ strana, bizzarra e senza senso, che proprio perchè un senso non ce l’ha ci farà sentire sempre stupidamente felici ed eternamente bambini.

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Curve sotto lo Spik e davanti alle Moistrocche – foto M.Battistutta

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