Guida alle falesie della Valle del Piave

La zona geografica alpina che si affaccia sul corso del fiume Piave, nel tratto che va da Pieve di Cadore a Feltre, è costellata da un microcosmo di falesie, prevalentemente note agli arrampicatori locali, con alcune eccezioni come la “internazionale” Erto. In questo lavoro che muove dal sito abcDOLOMITI.com, Luca Bridda ci fa scoprire falesia per falesia con la competenza di chi i tiri li conosce come la strada di casa.

di Luca Bridda

Da qualche giorno è disponibile la nuovissima edizione della “GUIDA ALLE FALESIE di Belluno, Alpago, Val Cellina, Feltrino, Valle del Piave” di Luca Bridda, interamente rivista, corretta e assai ampliata rispetto all’edizione 1.0 che era stata pubblicata in piccola tiratura e non pubblicizzata, se non su due forum di montagna e sul sito dell’autore abcDOLOMITI.com
La guida è ora un volume di oltre 160 pagine che descrive 35 falesie e 4 aree boulder. Vi si possono trovare più info, più schizzi, più foto, piantine d’accesso, gradi rivisti su tantissimi monotiri (in un confronto più serrato con i climber di livello 8a-8b-8c), elenchi di vie aggiornati e 4 nuove falesie.
Questa guida è stata creata senza cercare il supporto di una casa editrice, cercando di fare qualcosa di utile, grazie al contributo di tutti gli amici che mi hanno dato informazioni e suggerimenti.
La guida è indirizzata a chi voglia tenere in mano un’opera unitaria e quanto più possibile aggiornata sulle falesie della zona tra Belluno, Feltre, Alpago, Longarone, Val Cellina e Valle del Piave. Alcune falesie sono assai famose e chiodate in maniera moderna, altre sono note quasi solo ai local, un po’ fuori mano, alle volte con attrezzatura da valutare in loco, sicuramente da riscoprire e magari da riattrezzare.
Contenuti: Parete dei Falchi, zona boulder di Soverzene, Passerella, Socchèr, Val Gallina, Mas-le Masiere, zona boulder del Mas, Le Rosse, Rif. Settimo Alpini, Malcom, Palazzetto di Longarone, Terrazza sul Lago, Cornolade, Quantìn classica e nuova, Ronce, Polpèt alta e bassa, Cajàda, Carota, Val d’Oten, Erto Big e No-big, Casso, Compol, Cellino, Parete dei Sediei, Stretto delle Gote, Rif. Pordenone, Podenzoi, Igne, Fonzaso, area boulder della Val Scura, Tarzan Wall, Ceresera, San Mamante, Val Bruna, area boulder di Claut, le Perine (Feltre), Fadalto Basso, Monte Teverone, Torrente Maè.
La guida sarà disponibile su Amazon nella prima metà di aprile.

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GUIDA ALLE FALESIE di Belluno, Alpago, Val Cellina, Feltrino, Valle del Piave
di Luca Bridda (seconda edizione riveduta, corretta e ampliata)
164 pagine, anno 2017, b/n
Euro 17,5
In vendita su www.amazon.it

Eugenio Cipriani lo “scalatore” entusiasta

Intervista di Carlo Piovan

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust).

E’ sufficiente vedere come brillano i suoi occhi, furbi e sornioni, quando li scopre dal binocolo che ha da poco utilizzato per scovare possibili linee di salita su una parete rocciosa, per capire che la famosa citazione dello scrittore francese gli calza a pennello.

Sempre entusiasta e positivo nonostante le fatiche, di Sisifiana memoria, a cui si presta per aprire nuovi itinerari; si racconta in questa intervista, parlandoci dell’ultima guida realizzata sulle pareti della Val d’Adige veronese.

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In tempo

di Carlo Piovan, Emiliano Zorzi, Saverio D’Eredità

Alla fine è rimasta lei in copertina, la Sfinge! alta ed enigmatica con il suo occhio protetto dall’evidente tetto, in posizione baricentrica tra Carnia e Giulia.

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Nelle ultime ore prima di andare a dormire, l’attività su whats app era stata piuttosto frenetica nel decidere l’immagine di copertina, poi la decisione e l’indomani l’annuncio ufficiale di Andrea (Gaddi, edizioni Alpinestudio)

Ci siamo. Una nuova era. Una volta fu Guida dei Monti d’Italia. Oggi si passa a Il grande alpinismo sui monti d’Italia. Una collana edita in co-edizione CAi alpine studio. Un volume all’anno per i prossimi 15 anni. Questo è il primo!

La sensazione è la stessa di finire una via lunga e impegnativa in cui sono passati in pochi e che “pochi”: Ettore Castiglioni, Attilio De Rovere, Mario Di Gallo, Gino Buscaini.

I tempi cambiano e lo stile e le scelte devono misurarsi con un modello di accesso alle informazioni che nel ventunesimo secolo diventa immediato e globale soppiantando la storica divulgazione enciclopedica; pertanto anche il tempo messo a disposizione degli autori non è più lo stesso del secolo scorso ed il processo d’invecchiamento delle informazioni al mondo odierno viaggia a bordo di uno space shuttle.

Una salita impegnativa e ricca di incognite, dove abbiamo sbagliato strada, abbiamo litigato tra di noi, abbiamo preso il temporale in parete, ci si è sgretolato in mano qualche appiglio e dove abbiamo anche rischiato di dover pensare  a rinunciare perchè non riuscivamo a passare. Ma come nelle storie più belle, quando il tempo era solo per l’azione, quando l’idea di bivaccare nuovamente in parete spaventava, abbiamo fatto quello che ci viene meglio: il gioco di squadra.

Un lavoro di più squadre, una di punta: Emiliano, Saverio, Carlo e una di supporto, composta da tantissime persone che ci hanno aiutato e che troverete citate puntualmente nella guida.

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Gli autori da sinistra: Carlo, Saverio, Emiliano

Grazie all’esperienza accumulata nei lavori editoriali precedenti, ad un pizzico di incoscienza ed al lavoro di squadra eseguito magistralmente, siamo riusciti ad arrivare in cima in “tempo”.

Riflessione durante la discesa

Accettando questo lavoro, ci siamo trovati incosapevolmente ad essere gli apripista per una nuova importante collana, che a differenza dalle precedenti gloriose monografie della Monti d’Italia è una selezione di vie e giocoforza ha comportato l’onere della selezione. L’aiuto su quale criterio adottare è arrivato dalle peculiarità di queste montagne, che coprono l’estremo est della catena alpina italiana e dalla loro affascinante diversità; dove convivono gli ambienti bucolici e solari delle Carniche con le più severe e verticali pareti delle Giulie, le brevi scalate su splendido calcare a rigole e le lunghe ascensioni di mille metri rivolte a nord. Il criterio di scelta è venuto da se, ovvero comprendere tutte le varie tipologie di itinerari presenti procedendo con ordine geografico, dalle vere e proprie pietre miliari dell’alpinismo alle belle classiche di media difficoltà,  dalle impegnative vie moderne attrezzate a fix, alle grandi ascensioni squisitamente alpinisitche, dai percorsi rilassanti e piacevoli, agli itinerari dimenticati, cercando di toccare ogni gruppo montuoso.

Un volume che vuole essere un invito alla scoperta di questi luoghi, dove ognuno, leggendo (pratica ormai in disuso!) fra le righe della guida e le pieghe della montagna, possa trovare il terreno più adatto e non un semplice passare distratto fra una via e l’altra.

Buona scoperta o riscoperta, di queste terre di confine.

 

Miopia bianca

di Carlo Piovan

A mio parere, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

J. Saramago, Cecità.

Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico, recita un antico adagio. Ed è quello che ho immediamente pensato quando ho letto la notizia dell’annuncio del potenziale sviluppo del comparto scistico di Sella Nevea sul versante dell’altopiano del Montasio.

http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/ricerca?tags=sci&sort=pubdate&sortDir=desc&page=1

Notizia, che cade in una stagione magrissima di coltre bianca, in cui siamo stati abituati a vedere tristi scene di lingue di neve creata artificialmente in mezzo ad un paesaggio dominato da varie gradazioni di giallo.

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Cinquanta sfumature di ghiaccio

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Di Carlo Piovan e Maurizio Caleffi

La passione è la condizione opposta all’azione, sotto la quale fisico e anima si plasmano e caratterizzano.

Dare voce a questo dualismo non è cosa facile, il più delle volte si tende ad agire tralasciando il racconto e la condivisione del vissuto; se poi è lo scenario dell’azione ad essere velocemente mutevole, come può esserlo una parete di ghiaccio, non resta molto tempo per la parola.

Chi si misura con il lato “freddo” della montagna, ovvero l’acqua nel suo stadio solido, sa bene quanto muti il terreno di gioco nell’arco di poche ore e come l’azione: veloce, sicura ed efficacie, spesso diventi la chiave del successo.

È proprio in queste ore passate a muoversi su un terreno freddo, ostile e pronto a mutare, che la passione cresce e si alimenta come brace in un camino, pronta a bruciare e condividere il suo calore quando queste donne e questi uomini aprono a noi tutti i loro racconti.

Adam, Andrea, Benigno, Claudio, Daniele, Eleonora, Ettore, Nicola, Martino, Maurizio e Monia attraverso racconti, letture e foto, condivideranno le ragioni della loro, apparente, inspiegabile passione.

Inspiegabile, perché chi non conosce il lato nord di una parete, non trova apparente motivo valido per affrontare sotto zero e spesso lontano dal sole, strutture fragili, ostili e dall’umore assai volubile.

Il ghiaccio, fenomeno costituito da elementi invisibili: idrogeno, ossigeno, aria e freddo, è materia viva che si muove, si trasforma e rende ogni salita sempre diversa.

Lascia passare, respinge e cancella le tracce del tuo passaggio, dando la possibilità a chi viene dopo di trovare un terreno sempre nuovo. Raffredda la pelle, ma alimenta la passione.

Ogni colpo ben affondato di piccozza, dona sensazioni tattili incredibili; con l’olfatto, come un cane,ne puoi sentire l’odore e seguirne la traccia.

Forse a qualcuno, a volte, parla pure…

Noi ci parliamo!

Le montagne di Kugy

di Saverio D’Eredità

Scendemmo nel pomeriggio ormai tardo per le pietraie riarse della Velika Dnina, lungo una linea diretta di ghiaioni veloci e rullanti. Sostammo quindi in prossimità di grossi massi quando diventò impellente l’esigenza di svuotare le scarpe delle miriadi di sassi raccolti nel cammino.
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“La faccia di quelli veri” – ovvero Riccardo Bee, l’ultimo (?) dei classici

Rampegoni,  incontra gli autori del libro “Riccardo Bee – Un alpinismo titanico” Venerdì 27 febbraio 2015 Monfalcone ore 20.30  Galleria Civica

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan In un epoca in cui si soffre il cosiddetto “diluvio di informazioni”, in cui ogni particolare, ogni attività, impresa, fallimento, o banalissima vita quotidiana rimane sovraesposto (e talvolta travolto) dalla continua offerta mediatica, “disseppellire” storie è quanto meno meritorio. Se, per di più, si tratta di storie “minime” di personaggi “grandi” la sfida oltre che affascinante si fa anche ardua. Come fare a raccontare un uomo tanto schivo, umile, riservato (tanto da non lasciare che poche righe in un foglio di appunti dell’impressionante mole delle sue scalate) e che al tempo stesso ha lasciato un segno inconfutabile in quel “lato selvaggio” delle Alpi orientali che sono le Dolomiti Bellunesi?

È questo lo sfondo che ha caratterizzato il lavoro di Marco Kulot e Angela Bertogna, goriziani in trasferta tra le valli del bellunese, con l’idea di riesumare frammenti di una storia nascosta eppure profonda e molto umana, quella di Riccardo Bee, esponente di una storica stagione dell’alpinismo dolomitico nel cuore degli anni ’70 e del grande cambiamento. Una storia umana, e ci piace sottolinearlo due volte, dal momento che normalmente le vicende degli alpinisti riguardano quasi esclusivamente pareti, exploit, gradi, ritirate, successi e quasi sempre imperniate attorno al super ego di personaggi che quasi rifuggono la società. La grandezza (e bellezza) di Bee sta invece nell’esser stato innanzitutto un uomo, con una famiglia, una professione, una vita fatta di amici, scorribande, ragazzate e momenti toccanti, una vita come tante in cui la montagna entrava a dar valore ad ogni giorno. A renderlo speciale. Bee-web Questo è il Bee che emerge dalle narrazioni, dai ricordi, dai particolari raccolti con pazienza da Marco ed Angela, componendo un mosaico di voci di amici, parenti, compagni di cordata quasi che ognuno potesse restituire lo spessore dell’uomo Bee e portarci a capire il suo alpinismo. Un alpinismo “titanico” come viene definita in maniera immediata e pregnante dagli autori, nel pieno solco della tradizione classica eppure portando avanti una ricerca quasi indecifrabile al tempo che pure oggi – come tutte le cose grandi- emerge in maniera netta. Era forse l’ultimo o tra gli ultimi dei classici, Riccardo Bee con la sua energia spontanea, contribuì con la sua attività alpinistica a quella rivoluzione silenziosa che Messner definì nel suo famosissimo libro VII grado, come la rottura di un tabù e l’inizio dell’arrampicata libera e pulita. Le sue prime salite si collocano nel solco di ascensioni del calibro del diedro Casarotto allo Spiz di Lagunaz (1975) , Pumprisse al Fleischbank (R. Karl 1977)  la via dei Piazaroi alla Cima della Madonna (Manolo, Daniele, Simoni 1978),via del Pesce alla parete sud della Marmolada (Koller – Sustr 1981), spesso su pareti con accessi e discese molto più complesse, fino a compiere la sua “rivoluzione” con quello che si può definire il suo capolavoro; la via aperta in solitaria al pilastro nord-ovest dell’ Agnèr, tra 19 ed il 20 luglio 1982, 700 m, VI e A1 oggi dichiarato fino al VII. Con le sue ascensioni Riccardo seppe trovare dietro l’angolo lo Yosemite agognato dalla nuova generazione di arrampicatori che in quegli anni viveva l’eco della rivoluzione inziata oltre oceano e portata in Italia oltre che dalle testimonianze di “chi ci era stato”, dagli scritti teorici di Giampiero Motti che apparivano sulla Rivista della Montagna. Con i pochi mezzi, artigianali eppure affinati da una severa preparazione di ogni salita, Bee ha affrontato quelle pareti ciclopiche eppure sfuggite al grande flusso della competizione dolomitica. Il suo nome (come le sue vie) si incrocia ad altri grandi dell’epoca come Messner o la fortissima scuola di polacchi che cominciavano a visitare le Alpi. Con discrezione eppure lasciando una traccia indelebile. Ad oggi le vie di Bee rimangono pochissimo ripetute e temute. Pensare che molte di quelle furono aperte o ripetute dallo stesso in solitaria o in inverno da la dimensione del personaggio, scevro da agonismi o rincorse semplicemente concentrato su una ricerca interiore. Il tutto con una certa ironia e modestia, se lo stesso Riccardo schivava pose o atteggiamenti da protagonista, sintetizzabili in quella battuta detta di ritorno dalla “titanica” invernale alla via Italo-Polacca al Burel (con 5 bivacchi nell 1974; 1150 mt di parete di V, VI e artificiale…). “Ora facciamo la faccia di quelli veri!” disse davanti all’obiettivo. Come fosse un alpinista della domenica, di ritorno da una bella gita o una bravata. L’elenco delle vie non rende giustizia se non altro perché esse rimangono spesso inavvicinabili, difese da avvicinamenti decisamente fuori moda e su pareti in cui il tempo si calcola in giorno piuttosto che ore o tiri di corda. Dialogheremo con gli autori cercando di capire le motivazioni e di restituire ancora un pezzo della storia (sconosciuta) dell’alpinismo dolomitico ma che non teme i confronti con le grandi e più rinomate realizzazioni dell’epoca.

Leggi Dolomiti, scali granito

Di Carlo Piovan e Fabrizio Rattin

Ultime curve dentro la stretta valle scavata dal torrente Canali, il paesaggio si apre dolcemente sulle Pale di San Martino, già pregusto quella solidissima e verticale dolomia, quando l’auto gira bruscamente verso sinistra prendendo a tutta velocità un rondò.

Spock, prepari i propulsori, facciamo un nuovo 
salto nell'iperspazio
Curvatura 9.2 

L’auto romba dentro una lunga galleria, quando ne usciamo trovo una luce diversa, meno pallida, i contrasti tra il verde di faggi, abeti e l’azzurro del cielo,  assumono toni più scuri e marcati come la roccia di queste montagne.

Come un Giano bifronte, lasciato alle nostre spalle il chiaro calcare del Monte Totoga, ci troviamo di fronte a pareti scure dalle geometrie spigolose. Si potrebbe veramente credere in un salto spazio temporale di centinaia di km più a ovest, se non fosse che siamo in piena regione dolomitica con la sola differenza, che oggi per progredire in alto, invece di cercare tacche e buchi impareremo a fidarci dell’aderenza dei cristalli e ad incastrare mani e piedi in regolari fessure. Non gneiss, non porfido e nemmeno serpentino, ottimo granito che nulla ha da invidiare ai più noti delle Alpi Centrali. Come, forse, avrete capito ci troviamo nel gruppo dei Lagorai nella Valle del Vanoi tra gli abitati di Caoria e Canal San Bovo. Sebbene questo ambito geografico sia prevalentemente caratterizzato dalla presenza di porfido, il nodo di Cima d’Asta e del Rava è formato da pareti di ottimo granito, in particolar modo le strutture del Monte Turgion e della Val di Scala.

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Le placche stupende di Isabella

Le prime esplorazioni

Il merito di aver scoperto questo mondo sospeso, fra calcari e porfidi va riconosciuto a Flavio Veronese.
Flavio vede il Turgion per la prima volta nel 1983 e ne rimane affascinato, lo studia col binocolo e gli pare un osso duro, vorrebbe scalarlo ma gli mancano cose essenziali: innanzitutto l’allenamento perché non arrampica da una decina d’anni, poi un compagno all’altezza della situazione, infine un trapano. L’allenamento si fa, il trapano arriva nel 1990, continua a mancare il compagno. Nell’attesa chioda una cinquantina di vie a Schievenin. Nel maggio 1993 Alfredo Pozza, guida alpina di fresca nomina, e Flavio Veronese parcheggiano al km 1.6, entrano nel bosco e perdono di vista la montagna. Gira e rigira, finalmente sbucano dal lussureggiante fogliame primaverile e attaccano alla cieca una parete boscosa. E’ il Turgion? Chissà? E se non è lui? Bho? Speriamo bene! Guida tu che sei una guida! E cosa vuoi che guidi se quì ci si vede cinque metri? Salgono cinquanta metri, ne traversano trenta a sinistra e trovano un mare di placche: si! E’ il Turgion. Lasciano in parete alcuni segnali, scendono a corde doppie in un bellissimo diedro, nel bosco si lasciano dietro un numero impressionante di ometti e poi vanno col binocolo dall’altra parte della valle per cercare di capire dov’erano finiti. Ha inizio così “La storia infinita”, una via di 6b, salita dal basso, che all’epoca è destinata a terminare sulla rampa mediana e sarà completata, solo 11 anni dopo dall’allora quattordicenne Fabrizio Rattin.
 
Le placchette mimetiche

Trovata la montagna bisognava tener lontani i concorrenti, E come? Le placchette luccicano al sole e si vedono a due chilometri! Un bel bagno di pittura grigia o marrone e le piastrine spariscono come inghiottite dalla montagna; ti accorgi dello spit quando ce l’hai a un paio di metri. La faccenda ha tenuto botta cinque anni poi, un cordino di sosta, bianco, non è sfuggito agli occhi esperti di Bellotto e Maccagnan, e da allora è iniziato il pellegrinaggio dei primierotti. Brava gente questi, arrivano tutti gli anni a primavera, un po’ come le rondini, loro però lo fanno per allenarsi e poi tornano sulle Pale.

Negli anni si aggiungono altri compagni d’avventura: Gianluca Martini, Filippo Cenedese, Luiz Lamparelli, Corrado Dri, Michele Argenti, Bruno Crosato, Alberto Boscolo, Tiziano Albertella, Marisa D’Incau, Giorgio Zambon, Franco Roverato, Fabrizio Rattin, e tanti altri.

Il 2 Giugno 1996 Lamparelli e Veronese completano “Pais dos brinquedos”, il paese dei balocchi, prima via d’arrampicata a raggiungere la cima e, il 6 giugno Francesco Gherlenda e Veronese vanno a ripeterla. Verso la fine, sulla cengia del boschetto, in alto sulla parete sud, si scoprono inseguiti da un incendio che sale velocissimo dal bosco sottostante (da allora Bosco del fuoco). Mancano centocinquanta metri alla Mentina, duecento all’uscita; metà di parete e metà di bosco, in parete c’è fumo, nel bosco c’è anche il fuoco. Impossibile uscire per la cima perché il fuoco è proprio là che sta dirigendosi, impossibile la ritirata sulla via di salita. Resta la fuga controvento sulla Rampa alta; rimane un’incognita: da dove parte il fuoco? Si dà per scontato che sia a sud, e se… sudovest? Meglio non pensarci. I due scendono a rotta di collo per le cenge dei camosci, divorano il Boal dei salti e arrivano alla strada stabilendo un primato di velocità in discesa: circa 40 minuti dalla cengia del boschetto alla strada. Due ore dopo i versanti sud e sudovest del Turgion sono avvolti dalle fiamme e restano impraticabili per mesi.

Si ripiega allora sulla parete est dove in una giornata umidiccia si sale il “Castigo di Dio” poi si esplora la val di Scala dove vengono scalate la prima e la terza parete, infine si effettua il giro completo della Salina. Negli anni seguenti il Turgion è letteralmente passato al setaccio ma si trova il tempo di esplorare anche qualcos’altro: Precipizio, Cucù, eccetera. Queste esplorazioni portano al tracciamento di molte vie rimaste incompiute e che ora sono in fase di lento completamento.

Verso la fine del millennio Eugenio Cipriani con suoi compagni traccia alcune vie sulla prima parete della Val di Scala: roccia stupenda, attacco in tre quarti d’ora partendo dal km 1.

Alla fine del 2004 sono presenti, tra finiti e non finiti, circa 50 itinerari. Di questi, una quarantina riferibili all’associazione Pio istituto di Argenti, Veronese, Dri e compagni ed una decina, localizzati in Val di Scala, a cura di Cipriani & co.

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Tiri finali di Isabella
Granitomania
Chiacchierando con Fabrizio Rattin

2004-2014…già dieci anni son passati da quella  prima intensa estate sul Turgion, quante scorribande e quanti ricordi, un mondo tutto nuovo per me appena uscito dalla scuola media. Flavio è stato fin da subito un ottimo maestro, che dopo un periodo di apprendistato mi ha da subito messo in prima linea ad imparare il mestiere dello “spittatore”.

Nel 2004 si era da poco cominciata l’ esplorazione della parete della salina ma solo ora mi rendo conto delle vera potenzialità di questo muro cosi facilmente accessibile. Nel giro di qualche anno nascono “qualità convenienza e cortesia”,”zio tibia”, il bellissimo “spigolo del pompiere”, le vicine “lavoro minorile”, “asso di picche”, “elefante felice” e “officine del del gas”.

I lavori per la costruzione del tomo paramassi, ha spostato la nostra attenzione sugli interessanti satelliti verso canal san bovo, sul primo,secondo,terzo spigolo, sulle  “pareti del lago che non cè” e di Paperopoli, dove con non poche fatiche nascono delle nuove linee molto interessanti in ambiente selvaggio.

Nel 2010 Flavio comincia “amen”, la sua ultima via, un icona che qualche anno dopo diventerà una classica segnando anche “un passaggio del testimone” nei miei confronti, finendola con Renè Canton nel 2011.

Da sempre amante del mio territorio, da tempo mi balenava in testa l’ idea di un meeting di arrampicata sulle pareti del Turgion per valorizzare la mia vallata e soprattutto il grandissimo lavoro di Flavio che solo ora comincia ad essere compreso e apprezzato.

Conosco Alessio Conz nel 2011 durante la stesura della sua guida di arrampicata del Lagorai e da subito scaturiscono nuove sinergie, e cosi nel maggio 2012 nasce Granitomania, il primo meeting di arrampicata sul granito del Vanoi.

Tutto questo è stato possibile grazie alla lungimiranza e apertura mentale dell’amministrazione comunale che ha da subito creduto in questo progetto, elargendo un contributo per la sistemazione di una decina di vie multipich e per il meeting.

Nel 2013,Alessio ed io fondiamo l’associazione Lagorai climbing a.s.d. e con l’idea di lanciare il sito, viene chiodata la nuova falesia della salina con una ventina di monotiri tra cui alcuni molto belli, ancora una volta  grazie al contributo economico del Comune coadiuvato dai preziosi lavori di disbosco e pulizia colturale della forestale alla base delle pareti.

Dopo questa breve carrellata si arriva al 2014,dove avviene un ulteriore ampliamento della falesia ed il restyling di altre vie lunghe a cura di Lagorai climbing; vengono inoltre effettuati i lavori di sistemazione degli accessi alla falesia e il parcheggio a cura della Comunità di valle con fondi destinati al “progetto falesie” del primiero-vanoi.

Nel mese di maggio ha avuto luogo la terza edizione di granitomania che, complice l’ottima meteo, è stato un bel successo,con l’arrivo di una settantina di climber tutti entusiasti.

Da allora il Turgion e la salina hanno visto un continuo e costante aumento dell’affluenza di appassionati.

L’ultima via nata risale a qualche settimana fa, una nuova chicca sulla parete della salina…molto spazio per linee nuove, molte vecchie linee di Flavio da riportare a nuova luce, un infinità di lavoro da fare e ancora tanto amore da dare a questo luogo e alla mia vallata.

Chissà dove andrà a finire il Turgion!!

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4° tiro di Amen

Come, Dove, Quando

Le pareti si trovano nella sinistra orografica della Valle del Vanoi in corrispondenza del km 1,6 della strada che da Canal San Bovo conduce a Caoria. La quota è circa 760 m s.l.m. la sotto alle pareti, 1230 m s.l.m. la cima del Turgion che è la parete più alta. La maggior parte delle pareti interessanti è esposta a sudovest e il sole non manca anche in dicembre, dalle 10 – 11 alle 14 circa, a seconda della via scelta.

L’ambiente: montagna o palestra? Il Turgion e le circostanti pareti, ancorchè di bassa quota e con vie protette a fix, restano comunque delle montagne e come tali vanno affrontate; considerarle grandi sassi scalabili con una somma di monotiri sistemati uno sopra l’altro potrebbe comportare il dover pagare prima o poi un prezzo elevato. Questo è un posto ingannatore; dopo i primi due tiri l’immagine che se ne può avere è ancora quella della falesia ma, proseguendo verso l’alto, l’ambiente diviene progressivamente alpino. Attenzione a non trovarsi con un temporale nel Boal dei salti: se la pioggia è forte e la faccenda va un po’ per le lunghe il canalone diviene un pericoloso torrente che trascina sassi e tronchi.

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Sui diedri iniziali di Regolarizzazione delle Badanti

L ’arrampicata si può praticare quasi sempre, migliori rimangono le mezze stagioni.

Relazioni di alcune salite