Le potenti creste della Cima dei Preti

di Saverio D’Eredità

Potenti le creste della Cima dei Preti! Da qualunque parte abbia osservato questa montagna due aspetti hanno sempre catturato il mio sguardo. Le sue grandi creste e le inconfondibili lastronate calcaree del versante nord est. Le prime non sono semplici linee spartiacque, ma possenti nervature che risalgono al vertice della vetta come spine dorsali di colossali draghi cristallizzati nell’atto del salire. Ogni volta che ho provato a misurare gli sviluppi mi sono scontrato con gli inganni delle prospettive e della profondità delle loro radici, affondate nelle valli invisibili. Le imponenti lastronate inclinate ne accentuano invece le drammaticità, lasciando sempre spiazzati circa la loro reale inclinazione e conferendole un tono quasi enigmatico. Continua a leggere

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UN GIORNO DA LEONI – Alex MacIntyre e la nascita dell’alpinismo leggero e veloce

di Saverio D’Eredità

Ci sono personaggi che attraversano la storia precorrendo i tempi e prevedendone gli sviluppi. Non sono propriamente dei veggenti, ma sicuramente persone dotate di un particolare intuito e sensibilità. Troppo spesso si confondono innovatori, semplici interpreti e figure che invece sono già proiettate nel futuro. Per uno strano gioco del destino queste ultime hanno in sorte di non poter vedere realizzate le proprie visioni, quasi che le Parche che tessono le fila secondo la mitologia greca si prendessero gioco di loro, con una sottile perfidia. Continua a leggere

Aldo Zammatio Sestogradista autodidatta

In occasione della novantesima primavera di uno dei fondatori del gruppo rocciatori Gransi, vi riportiamo nel clima dell’alpinismo dolomitico del dopoguerra, attraverso l’affascinante storia del “Coco”.

di Carlo Piovan; intervista del 18/12/2013

La storia è piena di autodidatti che hanno cambiato il mondo: George Washington, Leonardo da Vinci, Galileo, Guglielmo Marconi solo per citarne alcuni. Determinazione, grande entusiasmo e assoluta tenacia, sono le caratteristiche che accomunano questi uomini. Continua a leggere

Oltre la paura

Un passo più avanti

Per un inquadramento storico della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo

di Saverio D’Eredità

La bellezza delle opere della Natura può generare nell’animo umano due tipi di sentimenti ugualmente forti e contrastanti. C’è chi di fronte ad uno spettacolo naturale prova timore, un ancestrale timore che fu quello dei nostri avi, e quasi cerca di rifuggire la Natura “orrida” che lo minaccia. E chi quel timore, quella paura, riesce a trasformarla in desiderio di scoperta. Curiosità. Avventura.

La nord della Cima Grande di Lavaredo appartiene alla categoria dei “monumenti” naturali. Una spettacolare lavagna gialla e grigia di dolomia stratificata, quasi sfacciata nella sua spropositata verticalità che ha saputo e sa anche provocare le più diverse reazioni agli occhi degli alpinisti. Certo, ci sarà ancora chi – vedendola – non potrà nemmeno comprendere le ragioni che possano spingere un uomo a scalarla – lei, l’oltraggio alla gravità, lei che ridicolizza la misera struttura fisica dell’essere umano.

Ma c’è e ci sarà ancora chi in quel muro giallo vedrà dei colori ammalianti, una sequenza di movimenti via via più intensi, esposti coinvolgenti. E saprà andare oltre la paura.

Cordate sulla Hasse

Quando nel 1958 la cordata di Dieter Hasse, Lothar Brandler, Jorg Lehne e Sigi Low attaccò la via sembrava fosse tutto già scritto, sulle Nord. Scemato il polverone della corsa alla prima, nessun ancora sapeva guardare il futuro. Forse, una volta scaricato il fardello di una “prima assoluta” i tempi erano di nuovo maturi per dare spazio alla creazione. Così Hasse seppe cogliere di nuovo la sfida di quella lavagna. Andando nel suo cuore giallo, là dove si annida la paura.

La storia della salita è avvincente, ne emerge il carattere forte e determinato di Hasse vero trascinatore della salita e forse lo scalpore che genera questa scalata è troppo calamitato dall’apparente forzatura della linea, dall’uso del chiodo a pressione, dal concetto di profanazione. Ma in realtà la via dei 4 tedeschi è tutt’altro che forzata: essa segue i punti deboli, concatenati tramite traversi in massima esposizione per agganciare quella “scala rovescia”, sogno ed ossessione di generazioni di alpinisti, simbolo della realtà “contraria” delle Lavaredo. Ne scaturisce un vero capolavoro, che segna i tempi, aprendo e chiudendo al tempo stesso un’epoca. Un po’di dati: 180 chiodi usati, 14 a pressione – non tanti se si pensa a dove i tedeschi sono saliti! – chiodatura a tratti precaria tra i cubetti e le scaglie malferme delle Lavaredo. Le difficoltà, in libera, sarebbero poi state valutate di VIII+ (da Kurt Albert, il primo a scalarla in libera), mentre all’epoca ci si ferma al VI/A3. Ma già con le prime ripetizioni il valore dell’impresa emerge in tutta la sua evidenza. Dopo la ripetizione di Maestri, pochi giorni dopo la prima, sono Couzy e Desmaison a scomodare – per la prima volta! – il numero “VII” per la classificazione di questa salita. L’impressione, al di là delle polemiche, è che i 4 tedeschi abbiano spostato effettivamente il limite un passo avanti. La storia successiva è nota: la Hasse-Brandler viene considerata erroneamente l’antesignana delle “direttissime” che sarebbero poi diventate l’obiettivo della “créme” alpinistica degli anni’60. Una storia intensa, ma breve.  Ma con gli anni’90 e 2000 il valore di questa salita torna alla ribalta, prima con Albert e poi con l’allucinante prestazione di Alex Huber. In free solo. Al di là di ogni opinione, questa salita rimane impressa e segna, ancora una volta, un passaggio. Ancora una volta là, sulle Tre Cime.

A voi il racconto del nostro amico Nicola Narduzzi, che ha saputo trovare, sotto quella parete, la motivazione che sta nella paura. E che rende l’alpinismo ogni giorno una storia nuova. Continua a leggere

1974

di Saverio D’Eredità

Mi portò un pacco di vinili in una busta di carta con un foglietto scritto a mano

To feed your free spirit

La mia amica aveva la passione per i messaggi un po’criptici ed allusivi e dal canto mio la domanda era più che altro come poter ascoltare quei vinili non avendo alcun supporto per farli girare, quindi più prosaicamente le chiesi di farmi una copia cd che non si sapeva mai.

La partenza per l’Erasmus a Bruxelles stava diventando quasi come il saluto prima di partire per la naja, ed in un certo senso lo era, comparato ai tempi moderni. L’unico problema era far stare le robe per i primi 3 mesi senza sforare il limite bagaglio di Ryanair. Tempi moderni, appunto. C’erano molte cose passate che stavo portando in quel borsone, fossero libri o cd o magari maglioni che non avrei più avuto il coraggio di mettere. In questo senso quei polverosi vinili dal consolante fruscio si inserivano benissimo. Tra gli album in quella busta di carta spiccavano Led Zeppelin IV, un Pearl di Janis Joplin e un paio di Stones quali Sticky Fingers e Exile on Main Street. Tutta roba che sarebbe servita a “nutrire il mio spirito libero”, pubblicata nella prima metà degli anni settanta.

Ma serviva qualcos’altro per alimentare il “mio spirito libero” e così un altro pezzo degli anni settanta, precisamente del 1974, scivolò lestamente nel borsone a discapito di un bignamino di verbi francesi, ovvero la prima edizione della guida “Alpi Giulie” di Gino Buscaini, la cui copertina grigia telata già presentava i segni di un’usura sproporzionata alle effettive realizzazioni alpinistiche. Quante volte era stata nel mio zaino? Tirata fuori e appoggiata a qualche attacco, consultata persino a metà di una cengia. Una guida nel vero senso della parola, quasi un breviario da portare nel taschino per recitarne un salmo a metà salita. Continua a leggere

Le montagne di Kugy

di Saverio D’Eredità

Scendemmo nel pomeriggio ormai tardo per le pietraie riarse della Velika Dnina, lungo una linea diretta di ghiaioni veloci e rullanti. Sostammo quindi in prossimità di grossi massi quando diventò impellente l’esigenza di svuotare le scarpe delle miriadi di sassi raccolti nel cammino.
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“La faccia di quelli veri” – ovvero Riccardo Bee, l’ultimo (?) dei classici

Rampegoni,  incontra gli autori del libro “Riccardo Bee – Un alpinismo titanico” Venerdì 27 febbraio 2015 Monfalcone ore 20.30  Galleria Civica

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan In un epoca in cui si soffre il cosiddetto “diluvio di informazioni”, in cui ogni particolare, ogni attività, impresa, fallimento, o banalissima vita quotidiana rimane sovraesposto (e talvolta travolto) dalla continua offerta mediatica, “disseppellire” storie è quanto meno meritorio. Se, per di più, si tratta di storie “minime” di personaggi “grandi” la sfida oltre che affascinante si fa anche ardua. Come fare a raccontare un uomo tanto schivo, umile, riservato (tanto da non lasciare che poche righe in un foglio di appunti dell’impressionante mole delle sue scalate) e che al tempo stesso ha lasciato un segno inconfutabile in quel “lato selvaggio” delle Alpi orientali che sono le Dolomiti Bellunesi?

È questo lo sfondo che ha caratterizzato il lavoro di Marco Kulot e Angela Bertogna, goriziani in trasferta tra le valli del bellunese, con l’idea di riesumare frammenti di una storia nascosta eppure profonda e molto umana, quella di Riccardo Bee, esponente di una storica stagione dell’alpinismo dolomitico nel cuore degli anni ’70 e del grande cambiamento. Una storia umana, e ci piace sottolinearlo due volte, dal momento che normalmente le vicende degli alpinisti riguardano quasi esclusivamente pareti, exploit, gradi, ritirate, successi e quasi sempre imperniate attorno al super ego di personaggi che quasi rifuggono la società. La grandezza (e bellezza) di Bee sta invece nell’esser stato innanzitutto un uomo, con una famiglia, una professione, una vita fatta di amici, scorribande, ragazzate e momenti toccanti, una vita come tante in cui la montagna entrava a dar valore ad ogni giorno. A renderlo speciale. Bee-web Questo è il Bee che emerge dalle narrazioni, dai ricordi, dai particolari raccolti con pazienza da Marco ed Angela, componendo un mosaico di voci di amici, parenti, compagni di cordata quasi che ognuno potesse restituire lo spessore dell’uomo Bee e portarci a capire il suo alpinismo. Un alpinismo “titanico” come viene definita in maniera immediata e pregnante dagli autori, nel pieno solco della tradizione classica eppure portando avanti una ricerca quasi indecifrabile al tempo che pure oggi – come tutte le cose grandi- emerge in maniera netta. Era forse l’ultimo o tra gli ultimi dei classici, Riccardo Bee con la sua energia spontanea, contribuì con la sua attività alpinistica a quella rivoluzione silenziosa che Messner definì nel suo famosissimo libro VII grado, come la rottura di un tabù e l’inizio dell’arrampicata libera e pulita. Le sue prime salite si collocano nel solco di ascensioni del calibro del diedro Casarotto allo Spiz di Lagunaz (1975) , Pumprisse al Fleischbank (R. Karl 1977)  la via dei Piazaroi alla Cima della Madonna (Manolo, Daniele, Simoni 1978),via del Pesce alla parete sud della Marmolada (Koller – Sustr 1981), spesso su pareti con accessi e discese molto più complesse, fino a compiere la sua “rivoluzione” con quello che si può definire il suo capolavoro; la via aperta in solitaria al pilastro nord-ovest dell’ Agnèr, tra 19 ed il 20 luglio 1982, 700 m, VI e A1 oggi dichiarato fino al VII. Con le sue ascensioni Riccardo seppe trovare dietro l’angolo lo Yosemite agognato dalla nuova generazione di arrampicatori che in quegli anni viveva l’eco della rivoluzione inziata oltre oceano e portata in Italia oltre che dalle testimonianze di “chi ci era stato”, dagli scritti teorici di Giampiero Motti che apparivano sulla Rivista della Montagna. Con i pochi mezzi, artigianali eppure affinati da una severa preparazione di ogni salita, Bee ha affrontato quelle pareti ciclopiche eppure sfuggite al grande flusso della competizione dolomitica. Il suo nome (come le sue vie) si incrocia ad altri grandi dell’epoca come Messner o la fortissima scuola di polacchi che cominciavano a visitare le Alpi. Con discrezione eppure lasciando una traccia indelebile. Ad oggi le vie di Bee rimangono pochissimo ripetute e temute. Pensare che molte di quelle furono aperte o ripetute dallo stesso in solitaria o in inverno da la dimensione del personaggio, scevro da agonismi o rincorse semplicemente concentrato su una ricerca interiore. Il tutto con una certa ironia e modestia, se lo stesso Riccardo schivava pose o atteggiamenti da protagonista, sintetizzabili in quella battuta detta di ritorno dalla “titanica” invernale alla via Italo-Polacca al Burel (con 5 bivacchi nell 1974; 1150 mt di parete di V, VI e artificiale…). “Ora facciamo la faccia di quelli veri!” disse davanti all’obiettivo. Come fosse un alpinista della domenica, di ritorno da una bella gita o una bravata. L’elenco delle vie non rende giustizia se non altro perché esse rimangono spesso inavvicinabili, difese da avvicinamenti decisamente fuori moda e su pareti in cui il tempo si calcola in giorno piuttosto che ore o tiri di corda. Dialogheremo con gli autori cercando di capire le motivazioni e di restituire ancora un pezzo della storia (sconosciuta) dell’alpinismo dolomitico ma che non teme i confronti con le grandi e più rinomate realizzazioni dell’epoca.

La linea dell’instabilità

di Saverio D’Eredità

Le estati ci restituiscono la cifra del tempo che passa. Esse sono la misura delle altre stagioni, la loro base ritmica. Ne regolano lo scandirsi ed il fluire.

Da bambini tornavamo dalle estati con le ferite di giochi pericolosi a stento nascosti ai grandi e rimarginate lentamente dalla salsedine. La nostra pelle portava il segno di soli implacabili. Sembravano tutti più grandi e diversi i nostri amici alla fine delle estati, e noi soltanto credevamo di rimanere bambini. Alla fine delle estati conservavo sempre una conchiglia dove si diceva si potesse sentire il suono del mare.

Arriva sempre questo momento, alla fine di ogni estate, in cui guardo indietro e misuro il tempo passato. Quale sarà stavolta la conchiglia raccolta sulla battigia? Quale il suono del suo mare? E quali ferite porteremo sulla nostra pelle, destinate forse a sbiadire ma mai ad essere cancellate?

Mai come quest’anno l’estate è stata densa di inquietudini, attraversata costantemente da una linea di instabilità nell’atmosfera e nei nostri animi. Sempre tesi a qualcosa che non siamo riusciti a raggiungere, sempre in partenza sconfitti. La linea dell’instabilità ha minato le nostre effimere certezze, distrutto rapporti, insinuato dubbi. Ricordandoci che quella che crediamo essere forza è sola una forma diversa di fragilità.

Per la prima volta ho cominciato ad odiare questa passione. A detestare me stesso, persino, questo rimanere perennemente distratti, perennemente altrove con lo sguardo in un eldorado che solo a noi è dato sapere. Affamati di una fame insaziabile che altro non è che un’altra forma di ossessione cui noi stessi ci assoggettiamo.

Perché hanno percorsi strani, le montagne, che scendono dalle vette e attraversano le nostre vite come una linea inquieta o forse un semplice, vitale desiderio di spazio. E di bellezza. Che nasce nei frammenti, nelle intercapedini della vita, negli scarti del tempo. Oggi mi chiedo, dove è finita quella bellezza?

Da un mese ogni tentativo di “fare” qualcosa si arena per un motivo o un altro. Insistiamo con la nostra ingordigia, buttiamo al vento soldi, impegni, amori e premure. Facciamo chilometri alzandoci di notte per poi finire a bestemmiare il tempo, dio o la società. Giuriamo che sarà l’ultima volta e ritorniamo dal nostro pusher. Passa un mese di distanza, quasi di rigetto. Vorrei che finisse questa inutile estate, queste inutili attese, vorrei tre mesi di pioggia, vorrei non sapere di aver perso altre occasioni.Occasioni, opportunità, lista delle cose da fare. Dove è finita quell’ingenuità, quella felicità di essere soltanto stanchi e pieni di vita?

Finché una sera non attraverso la strada di una città dai mille ritorni, dove ogni volta cerco di ricucire le cose daccapo. E sento che qualcosa non torna. Che senza rendermene conto, avevamo smarrito quella bellezza. Che saremmo arrivati alla fine dell’estate scoprendoci più grandi, forse addirittura più vecchi, come i nostri compagni di una volta.

Sono stato troppo a lungo lontano dalle Giulie, lontano dalla fatica poco gloriosa dei suoi ghiaioni e dei suoi rientri eterni che sembrano finire nel centro stesso della terra. Non si scende mai presto a valle, da una salita nelle Giulie. Così mi rassegno ad infilare la pila frontale nella patella dello zaino con la consapevolezza che non si tratta del solito prudente rituale quanto di uno strumento necessario.

Dodici ore. Questo è il tempo prefissato. Perché se  i solstizi sono trionfo e declino, il tempo degli equinozi segna la stasi, un equilibrio fragile tra giorno e notte. Tregua armata tra ombre troppo lunghe per non intimorire e luci troppo piene per non essere rincorse. Dodici ore per percorrere le cenge del Fuart semplicemente per attraversare una montagna nel senso più naturale eppure inusuale: in orizzontale, come se ad attirarci non fosse l’altezza, ma lo spazio, la conquista di una sponda e non di un punto.

La Cengia degli Dei si snoda come un serpente che freme tra le pieghe delle pareti del Fuart, accartocciandosi, stiracchiandosi, allungandosi per 4 km ad anello attorno alla montagna. Troppe volte l’abbiamo adocchiata, scrutata, addirittura usata, dandoci appuntamenti ogni volta rimandati per obbedire ad altri richiami. Lei ci ha aspettato sempre. Negli anni ne ho visitato singoli pezzetti, raccolto tesserine di un mosaico mai completo.

Basteranno queste dodici ore? La sera precedente i calcoli si fanno sempre più complessi. Di sicuro non saremo in grado di completare il giro in giornata, partendo da casa. Si insinua l’idea di una rinuncia, ancora una volta preda della fissazione che qualcosa debba per forza essere finito, concluso, “fatto”. Perché? Non è questa la bellezza che cerco. Le cenge, diceva Kugy, ci dicono sempre qualcosa. E forse anche adesso quella linea sospesa, del tutto effimera eppure esistente che prepotentemente torna nei desideri vuole semplicemente invitarci.

Il giorno è solo un riflesso di altri cieli mentre ci districhiamo tra i massi ciclopici della gola nord est e la nostra cengia è una promessa di vite parallele. Abbiamo deciso di attaccare da questo lato per affrontare da subito il tratto saliente e forse più impegnativo, ovvero la frana che ha cancellato il pendolo di Comici. Forte di consigli e ricognizioni a distanza non fatichiamo a trovare il punto di calata. Nel silenzio che precede ogni partenza butto le corde e mi lancio senza rimpianti nel cono buio della parete.

Da subito gli dei invocati da Kugy si rivelano poco simpatici e così come a Comici 80 anni fa riservano anche agli alpinisti di oggi un paio di sorprese sgradite. Se a Comici era toccato inventarsi l’acrobatico pendolo per rintracciare la linea interrotta della cengia, a noi lo sgradevole compito di affidarsi ad una corda non troppo sicura appesa a chiodi altrettanto datati, in mezzo ad una frana gialla nel cuore invisibile della parete. Non esattamente il posto dove vorrei passare altre dieci volte, mi dico, mentre con cautela valuto se tirare la corda, trazionare la scaglia instabile o appendermi ai chiodi arrugginiti.

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(Il traverso franato – foto Saverio D’Eredità)

Del resto, anche Comici nel suo racconto della prima traversata della cengia esprime le nostre stesse umanissime preoccupazioni di oggi.

“Prima di abbandonarci al chiodo si è sempre un po’titubanti…Non si tocca il chiodo per vedere se tiene, ma lo si accarezza quasi per dirgli, “mi raccomando eh!non saltar fuori” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Mi piace, ritornando alle Giulie, riprendere quasi per devozione certe vecchie pagine che pure un giorno mi portarono qua. Quasi a cercare un ricongiungimento, una linea ereditaria tramandata da padri e figli che costante si rinnova tra queste pietre incolori, nel desiderio di bellezza che di generazione in generazione portiamo con noi.

Una volta transitata la cordata oltre l’interruzione guardo nuovamente la ferita aperta in questo pezzo di montagna. Forse gli dei vogliono chiudere il transito perché nulla di quello che ci sta attorno sembra poter resistere a lungo. Riprendiamo la linea della cengia, dopo una successiva calata e un primo assaggio della tenuta delle vecchie gloriose pedule sulle rocce lisciate dall’acqua. Come si conviene a certi ritorni, infatti, ho infatti portato con me due cose vecchie e forse inutili.

La prima di queste è un paio di vecchie pedulette. Nel fare lo zaino stavo rimuginando se sarebbe stato più comodo procedere leggeri con le scarpe basse ma con la prospettiva del penoso pattinare sulle ghiaie infide o se affidarmi a pedule più pesanti ma meno precise. Quanti problemi inutili. Girandomi verso l’angolo della cantina le vecchie pedule della Keyland, testimoni di tutti i peggiori ravani di queste montagne, imploravano anch’esse una degna chiusura. Pazienza se le scuciture laterali e la gomma ormai indurita mi avrebbero fatto soffrire e non sarebbero state da catalogo. Diventiamo più sentimentali in certe occasioni.

Infatti la seconda, immancabile, è la guida Buscaini. Infilata all’ultimo nella tasca dello zaino, visibilmente fuori posto nel consueto cesello di peso ed efficienza. Eppure poco prima di chiudere il portabagagli ho avvertito un senso di smarrimento e ingratitudine nel vederla abbandonata in auto. La copertina di tela lisa ormai al limite del presentabile mi guardava come a dire “come, dopo tanti anni in cui ti ho lasciato immaginare questa via non me la fai vedere?” Tradito dal sentimento la guida è scivolata clandestina nello zaino. Non avrei dovuto giustificarmi con i compagni: mi sarebbe bastato sobbarcarmi anche la corda per permettermi il lusso di quei grammi inutili.

Avanzo sulla cengia come se conoscessi questo percorso da sempre. È cammino scostante che invita e ricaccia. La cengia si ritrae e si allunga, mantenendo sempre una sua traccia geologica. Il Batti e Stief seguono a ruota e dopo poco troviamo il giusto ritmo tra conserve fantasiose e prudenza necessaria.

Scorriamo attraverso una serie incalcolabile di camini, gole, pilastri a canne d’organo. Ognuno suggerisce una via, un’uscita, una prospettiva nuova. Noi passiamo attraverso.

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(Cengia degli Dei – foto Marco Battistutta)

“Restiamo estasiati per lo spettacolo imponente della parete nord del Jof Fuart, tutta un dedalo di camini, canaloni, pareti, che si perdono di noi nell’ignoto (…) giriamo: di meraviglia in meraviglia! È un viaggio fiabesco attraverso un mondo sconosciuto” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Non è più un mondo sconosciuto quello che attraversiamo. Lo abbiamo visto da lontano, dissezionato nelle relazioni, immaginato dalle foto. Siamo forse delusi? Abbiamo davvero perso lo stupore e quindi la bellezza?Eppure anche noi come Comici e Cesca corriamo di sperone in gola, anche noi ci affrettiamo nel girare l’angolo, nel volere seguire e riprendere di volta in volta la narrazione claudicante della nostra cengia.In realtà la fantasia di Kugy aveva superato l’indizio naturale suggerito dalla montagna: ce ne accorgiamo man mano nel riacciuffare una terrazza più alta o più bassa. La cengia vera e propria non è che in pochi tratti di maggiore continuità. Ma forse Kugy e Comici avevano intuito qualcosa di diverso.

Le Giulie sono montagne di passaggi. Più che di forme o profili esse sembrano esprimersi nella transitorietà, nell’essere porte tra dimensioni diverse. I fori naturali aperti tra le pareti, come inattesi varchi tra versanti altrimenti inconciliabili. Gli squarci delle forcelle come corridoi tra luce ed ombra. I sottili cammini delle cenge a lasciar presagire qualcosa di inafferrabile.  Nelle Giulie non scaliamo, ma passiamo attraverso.

La gola nord ovest è il punto in cui la geologia ha deciso di mescolare le carte e confondere gli uomini. Una fuga di cornici si diparte dal fondo della gola a raggiera sul fianco della montagna. Sembrano volerci ingannare ma è solo un gioco di prospettiva. Prima di calarci nella gola osserviamo bene il versante che come spesso capita appare invece chiarissimo se osservato da lontano. Bisogna infatti semplicemente seguire la continuazione naturale della cengia che ora viene troncata da un rientro di strapiombi per poi riprendere oltre il solco della gola, regolare e sicura.

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(Cengia degli Dei: calata nella gola Nord/Ovest – foto Marco Battistutta)

“Quando nelle ore di ozio, che pure contano talvolta più che la gioia della vetta conquistata al balzo e subito trascorsa ce ne stiamo guardando tutti quegli spigoli illuminati ficcando lo sguardo nell’ombra delle pieghe più recondite (…) allora le cenge cominciano a raccontare, sotto voce, in confidenza, donde vengono e dove vanno, a rivelare il fascino e la grandezza sublime delle loro vie segrete che portano al cuore della montagna” (J. Kugy, Dalla vita di un alpinista)

Girato l’angolo della Cima de Lis Codis il sole esplode potente e io sento che qualcosa sta per finire. Non avremo tempo per terminare il giro, la legge dell’equinozio si impone. Le ore declinano oltre una linea di orizzonte e la cengia si stende ancora avanti a noi come un ponte sospeso verso la forcella Mosè. Mi volto indietro, credo di aver dimenticato qualcosa, che il tempo sia corso troppo rapidamente anche stavolta mentre la sera piomba veloce su questo versante del Fuart. In basso la Spragna è già avvolta di ombre, sento l’odore di terra che raffredda a preparare l’inverno. Non sarà questo l’ultimo ritorno. Procediamo veloci poi di nuovo una serie di interruzioni quasi mi stizziscono. Incerti sono anche i cammini degli dei, evidentemente. Una calata in doppia un traverso un’altra calata e ancora alla ricerca di un passaggio che non esiste se non nella fantasia di chi ha immaginato questa via.

La realtà è una grezza lotta su terra verticale e polvere. Per un attimo ho la tentazione di deviare verso rocce forse più pulite ma incredibilmente esposte a destra, quando una cordicella penzola e mi invita a barare. Nel polverone mi tiro su a braccia per la corda e raggiungo la sosta.

“Era la sera del 7 settembre 1930, quando io e l’amico Cesca dopo aver girato completamente la Cengia degli Dei discendevamo a rotta di collo dal rifugio Pellarini a Valbruna per il timore di perdere il treno e più ancora per la smania di annunciare al dott. Kugy che avevamo realizzato il suo sogno (…) già vedevamo la soddisfazione brillare nel suo sguardo” (E.Comici, Alpinismo Eroico)

Era davvero questo il sogno di Kugy, davvero questo il suo alpinismo? Non credo. Forse chiudendo gli occhi quella sera “herr doktor” pensò che  – sì – l’ultimo segreto delle sue Giulie era stato svelato, ma con un velo di tristezza, rammarico quasi. Non per una via che egli non avrebbe mai realizzato, ma proprio per quel senso di mistero che si andava sempre più assottigliando.

Ho sempre pensato, ripercorrendo queste tracce, in tutte le vie di Kugy e delle sue guide, che la vera essenza di quell’alpinismo si celasse in un andare per monti semplice, naturale; un alpinismo puro nel vero senso della parola. Non per i chiodi, i gradi e i materiali e nemmeno per gli ideali, che in montagna non hanno senso di esistere. Quell’alpinismo si esprimeva semplicemente nel  lasciarsi guidare dalla montagna, dalle sue linee più semplici, in un gioco leale e rispettoso. Come diceva Motti, l’alpinismo di Kugy e ancora più la sua prosa erano di un romanticismo “ingenuo e fanciullesco”. Avevamo cominciato anche noi così. E oggi tutto ciò sfuma nella rincorsa del prossimo obiettivo, orfani della meraviglia.

Come rispondendo ad un accordo tacito ci distanziamo per percorrere l’ultimo centinaio di metri che ci separa dalla porta d’uscita, la Forcella Mosè. La corda ritorna nello zaino di Stief cosicché che posso avviarmi leggero io e le mie cose inutili sulle infide ghiaie inclinate sull’imbuto scuro della gola. Spargo, al mio passaggio, una pioggerellina di sassi verso il basso. Le vecchie pedule sono alla frutta. Semi aperte e scorticate, vedranno credo solo questi ultimi passi. Spero la guida mi tenga compagnia ancora qualche altra volta.

Gli ultimi passi mi riconsegnano alle ombre del versante meridionale. Conosco questa luce, questo incidere quasi ritardato a voler rimandare una decisione. È il pomeriggio delle Giulie che si stende sulle pareti più alte. Mi basterà? Sarà questa la conchiglia che mi riporterà il mare dell’estate? Ho quasi paura di domani, di incontrare i vecchi compagni. Di scoprire che potremmo essere meno bambini.

Tocco la forcella facendomi largo tra un branco di camosci che mi guarda infastidito. Prendo il tempo che mi rimane per scrutare la prosecuzione della cengia che oggi non ci è dato cercare. Sarà nuovamente il momento delle frontali, di boschi che si chiudono in rumori strani. Di ombre, che non vorremo guardare dietro di noi.

La cengia continua, forse. Non ne sono del tutto certo e sorrido pensando che anche per i nostri padri questa sia stata un’altra illusione. Come questo ritorno, che in fondo non è. Perché non puoi tornare in un luogo da cui non sei mai partito.

Sirene

di Saverio D’Eredità e Carlo Piovan

Sirene – Parte prima

In tempo di guerra

Le finestre rimanevano aperte, com’era oramai un’abitudine, in quell’inizio estate del 1944. Il suono della sirena si alzava come un lamento lento, lontano, ma crescente e non c’era tempo se non per avvolgere il pane in un panno e precipitarsi per le scale, sobbalzando per il tremore delle pareti, ascoltando attoniti il muggito delle bombe che sibilano nell’aria, di echi di morte tra appartamenti svuotati, come se un gigantesco verme stesse scavando il ventre stesso della terra. La prima scossa era sempre la peggiore.

Poco più in là, oltre l’orizzonte di pianure fumanti, si alzavano ancora immote le montagne. Eppure anch’esse sembravano cupe, come le facce della gente di fronte all’ennesimo rastrellamento. Camion che arrivano vuoti e ripartono pieni. Spari e silenzi.

Anche le finestre della casa del Vecio erano aperte, ma altre erano le sirene che lui ascoltava in quei giorni. Da qualunque angolo lo guardasse, in qualunque situazione, dovunque lui alzasse gli occhi nella Cortina che si preparava alla quinta estate di guerra, le sirene del Pilastro non smettevano di intonare il loro canto.

Non era lui ad osservare la parete, ma la parete stessa a interrogarlo. Come una conversazione che solo loro potevano intendere, il Vecio e il Pilastro si parlavano.

“Quando verrai a trovarci?” sembravano dire quelle pietre cangianti dal grigio al rosso al giallo al nero. Un caleidoscopio di calcari che rinnovava ogni sera il suo invito. Eppure il Vecio sapeva, aveva visto tutto. La montagna sembrava avergli rivelato ogni indizio. Ora non restava che comporre il mosaico.

“Nano” come era soprannominato Romano Apollonio, uno dei più promettenti Scoiattoli in quel periodo, era appena rientrato da una licenza del servizio di leva militare. Ormai la guerra sembrava la condizione permanente della gente, sebbene si avvertisse nell’aria qualcosa in arrivo. I tedeschi stessi sembravano aver perso quella sicurezza dei primi mesi di occupazione. I rastrellamenti si erano fatti più crudi ed intensi.

Aveva sognato a lungo le sue montagne, il Nano.

Le immaginava nell’enrosadira del tramonto, o nelle prime giornate di estate alle Cinque Torri, odore dei crochi che spuntano dalla neve e prime scalate. Ma sapeva di non essere in grado di affrontare niente di impegnativo al momento. Nessuno lo era, lo si leggeva nelle facce dei compagni, dei pochi rimasti, dei pochissimi tornati. Perché le montagne erano gioia, erano libertà, e quella libertà quella gioia mancava da troppo tempo.

Però il Vecio – ah! – lui non mollava un colpo. Era difficile schiodarlo quando si piantava un’idea in testa.  Lo incontrò per caso, una sera rientrando a casa. A dire vero il Nano sperava che accadesse qualcosa per non tornare in caserma, un qualsiasi espediente per rimandare ancora, sperare …

Ci pensò il Vecio a distrarlo. Sembrava parlasse come niente fosse accaduto. Come se tutti quegli anni fossero passati su binari paralleli, la guerra, la morte, i compagni persi appartenessero ad una altra dimensione. Ascoltava le sirene, il Vecio.

Gli raccontò del primo tentativo, nel 1943 con Igi Menardi e un secondo nel luglio del 1944 naufragato in partenza a causa di un temporale. Ci volle poco, alla fine, a convincere Nano se a cantare erano le sirene…

 Scoiattoli veci, nani e schiene di muli…

13 luglio 1944, all’alba di una Cortina ancora sotto il dominio germanico ed in pieno secondo conflitto mondiale, Ettore Costantini e Romano Apollonio conosciuti dai loro compagni del gruppo rocciatori Scoiattoli come Vecio e Nano, si muovono veloci verso la parete sud della Tofana di Rozes, più precisamente verso il secondo dei pilastri, il più verticale e repulsivo con quella grande fascia gialla centrale.

La linea sembra fatta apposta per essere scalata. Una lunga, regolare, fessura taglia come un’incisione di bisturi le possenti placche basali, infrangendosi contro una sfuriata di tetti e muri giallastri aperti come una ferita nel cuore della parete. E oltre questa nota dissonante, ancora fughe di diedri, camini, fessure nella vertiginosa altezza del pilastro. La linea perfetta.

In paio d’ore raggiungono il punto massimo raggiunto nei due tentativi precedenti. Ettore si trova alla base della fessura che taglia tutta la parete nera, prima di raggiungerla bisogna superare una decina di metri di rocce gialle e friabili che costituiranno le prime difficoltà della giornata. Ricorda Romano

Ci aspetta, ora, una fessura nera torva e minacciosa, solcata da parecchi tetti … La roccia, per fortuna, permette l’uso dei chiodi e così, con duro lavoro, e l’uso di questi ultimi, il Vecio riesce a superare i primi tre tetti.”

Si ritrovano a mezzogiorno alla base della fascia gialla e strapiombate.

Racconta Ettore:

“è mezzogiorno, mangiamo un boccone ammirando la bella parete tutta gobbe e soffitti che abbiamo sopra di noi. Lo spuntino è breve, ho fretta di attaccare, la roccia è rossa e assai friabile e quindi devo avanzare molto cautamente. Molti chiodi si staccano appena non hanno più su il mio peso; altri devo solo appoggiarli in qualche buco sperando che non mi facciano qualche brutto scherzo; la difficoltà è sempre al massimo grado.”

La cordata di scoiattoli prosegue lentamente, tra colpi di abile chiodatura e qualche slancio di coraggio. Del resto, allenati com’erano a quel genere di scalata, i due cortinesi non temevano certo le ore appesi alle staffe e a martellare chiodi.

Ettore: “… mi attacco con le mani al di fuori dell’orlo del tetto su un buon appiglio e lascio andare i piedi nel vuoto sperando di poter salire a forza di braccia; mi alzo mezzo metro poi appoggio un chiodo in fessura, gli do un paio di colpi di martello aggancio la corda e mi lascio andare … “

Romano:  “ Attento Salto! . Stringo spasmodicamente la mano attorno alla corda ed aspetto li strappo, forse fatale per entrambi. Invece, nulla. Poi, sento la sua voce più calma: Molla tutto! “

Così è vinto il primo tetto, Vecio prosegue lungo verticalissimi muri gialli fino a che una placca bianca di tre metri ne blocca la progressione, tanto da fargli dubitare di poter proseguire. Un placca breve ma liscissima che lo separa da un diedrino che lo condurrebbe sotto il secondo tetto. Nano da dei suggerimenti da sotto e gli fa avere un chiodo spuntato, che forse può essere risolutivo per superare quello specchio.

Ettore lo appoggia in un buco, quel tanto che gli basta per alzarsi e piantarne un secondo nella fessurina strapiombante del diedro. Ancora qualche metro e raggiunge il secondo tetto dove è costretto a sostare scomodamente sulle staffe.

Con non poca fatica superano anche il secondo tetto e raggiungano la cengia che definiranno il più bel posto di tutta la parete. Sono le venti ed il bivacco è inevitabile.

I due scoiattoli si preparano a passare la notte. Prima di dormire discutono della via e delle difficoltà superate, Ettore ha ben chiaro che il tratto più duro deve ancora arrivare.  Quella che diventerà la famosa e temuta “schiena di mulo” incombe sopra le loro teste.

La notte passa senza disturbi, alle sei Ettore è nuovamente attaccato alla roccia.

Ettore: “ In poco tempo, raggiungo la base della parete dello strapiombo, salgo tre o quattro metri piantando dei chiodi poco sicuri. Sono a metà degli strapiombi e non riesco a proseguire perché la corda non scorre, deve essersi attaccata da qualche parte. Sono obbligato a fermarmi là e aspettare Romano.”

Romano: “ Col martello raddrizziamo i pochi chiodi che ci restano e, poco dopo, il Vecio è già alle prese con una fessura, che minaccia di rovinare da sola tutti nostri progetti. I chiodi non ne vogliono sapere d’entrare e gli appigli microscopici e, da un quarto d’ora, sta lavorando per piantare un chiodo, che gli permetta di superare un forte strapiombo di un paio di metri. I chiodi entrano si e no un centimetro o due e poi, sotto il colpo di un martello un po’ più forte sono finiti così. Ad un tratto, mi dice: « Io tento tutto per tutto O la va, o la spacca! » “

Ettore: “Appena arriva lui cerco di proseguire, ma i chiodi non attaccano; alcuni hanno già raggiunto il ghiaione alla base della parete. Mi viene un‘idea: tra la grande schiena e la parete c’è una fessura troppo larga per piantare i chiodi, perciò stacco alcuni sassi dove la roccia è friabile, li incastro nella fessura legandovi attorno dei cordini cosi posso proseguire arrivando in un camino alto sessanta metri. […]

Romano: “ il Vecio sembra un felino in agguato, è tutto rannicchiato e si prepara allo scatto finale. Si alza rapidamente e riesce ad afferrare un appigli, sul quale, con sforzo sovrumano, si solleva. In quel momento, la staffa si leva e mi passa alle spalle fischiando. […] Poco dopo tocca a me, e mi accorgo che il Vecio aveva ragione. È questo il tratto più difficile della via e, se non ci fosse stata la provvidenziale corda fissa, non so come avrei fatto a raggiungerlo”

Ancora un camino non facile e poi inizia la lunga traversata verso sinistra, fino a che Romano vede sparire il Vecio dietro un spigolo, dal quale poco dopo arriva un urlo liberatorio “La vetta è qua. Abbiamo vinto”.

Ancora un centinaio di rocce facili per poi uscire velocemente sulla cima del pilastro.

Alle due del pomeriggio del quattordici luglio 1944, Ettore Costantini “Vecio” e Romano Appollonio “Nano” concludono l’apertura di quella che diventerà una delle più belle vie di VI° delle Dolomiti.

In tempi in cui venivano commessi tra i più grandi crimini contro l’umanità e in cui molti coetanei dei due Scoiattoli morivano per i motivi più folli, sembra quasi paradossale che due giovani andassero volutamente a prendersi dei rischi per salire una parete. In realtà come tutti gli alpinisti cercavano solo di vivere in modo più intenso la vita; quell’intensità che Romano si portò sicuramente dentro fino alla fine della sua purtroppo, breve esistenza. Richiamato al servizio militare non farà più ritorno da quella folle guerra.

Il pilastro oggi – Rfilessioni storiche

Con la fine delle ostilità e il ritorno alla normalità, quello che oggi definiremmo un “exploit” della cordata cortinese trovò rapidamente la giusta considerazione nell’ambiente alpinistico. Non a caso, ancora oggi la salita di Costantini e Apollonio rientra pienamente nel “Pantheon” delle salite di sesto grado immancabile nel curriculum di ogni dolomitista e non solo. Anche se si tratta di una scalata ultranota, abbondantemente ripetuta, ripulita e chiodata nonché stagliata nello skyline più bello di Cortina, merita aggiungere alcune considerazioni per collocare questa via nel suo contesto storico.

Della guerra si è già detto. Di fatto si trattò di un periodo di particolare “calma” alpinistica gioco forza condizionata dalla chiamata alle armi di un’intera generazione e dalla difficoltà di muoversi in un’Europa devastata. Il pilastro quindi appare come una cometa isolata in un periodo tragico non solo per la comunità alpinistica e riaccende l’attenzione dei pochi scalatori “abili”. Viene facile collocare questa salita a fianco di altre note vie del periodo d’oro del 6° grado dolomitico, prima fra tutte la “Comici-Dimai” alla Nord della Grande di Lavaredo. In un teorico e del resto mai del tutto condiviso “curriculum di riferimento” le due salite rappresentano una tappa obbligata anche per i moderni climber. Un viaggio nella storia ma anche e soprattutto su due stupende linee che con grande logica vincono due pareti a loro modo e al loro tempo “impossibili”. 11 anni dividono le due salite: anni di guerra, certamente, ma anche anni in cui “infranto” quel muro dell’impossibile che aleggiava sulla Nord delle Lavaredo si susseguiranno diverse salite che hanno segnato l’epoca d’oro del 6° grado in Dolomiti. Difficile ed ingiusto fare anche solo una scelta delle più significative. Basterà ricordare le “risoluzioni” di Cassin sulla Nord della Cima Ovest delle stesse Lavaredo come sullo spigolo della Torre Trieste. O ancora l’impresa di Vinatzer sulla Marmolada, dello stesso Comici di ritorno in Lavaredo tra la Piccola e lo Spigolo Giallo, o sulla misteriosa Cima d’Auronzo. E infine la caduta, una ad una delle maggiori e più naturali linee sulla Nord Ovest della Civetta. Un comune denominatore di tutti questi “capisaldi” dell’alpinismo classico è comunque quello di seguire, seppure su difficoltà sempre più sostenute linee il più possibile naturali che offrissero comunque all’arrampicatore un suggerimento nella vastità e severità dei versanti scelti. Fessure, diedri, spigoli o aree traversate venivano sempre meglio e con maggiore astuzia collegati tra loro a formare linee di salita ancora oggi stupefacenti. Sulla Nord della Grande il “grande passo” fu fatto soprattutto nell’idea di affrontare una parete così verticale ed esposta e con un uso se non sistematico quantomeno abbondante delle tecniche di artificiale.

Si tratta di un passaggio importante nella storia dell’alpinismo dolomitico che infrange la percezione della parete impossibile e rende gli alpinisti molto più determinati e smaliziati nell’affrontare pareti di quel genere. Tuttavia, volendo cercare una sorta di continuità con il passato la salita di Comici e dei Dimai ancora sfrutta una serie di linee naturali nella sezione di parete più articolata e fratturata, sul suo margine destro dove le colate nere di dolomia più lavorata e meno strapiombante sono più continue ed evidenti. Quella linea era stata strenuamente inseguita dai Dimai e infine raggiunta con l’apporto di Comici. La Nord della Grande è ancora una salita “naturale” seppure artificiale nella realizzazione.

Undici anni dopo gli Scoiattoli, nel silenzio e nello sconforto della guerra che devasta l’Europa, riprendono quella ricerca ma con due essenziali differenze. La prima, seppur apparentemente meno importante, è quella della scelta della parete. Il Pilastro è una struttura rocciosa imponente e definita, ma non una cima né una torre. È parte di una parete vasta, complessa, articolata, imponente e solenne come un tempio in cui i diversi pilastri si alzano quali enormi colonne, eppure illuminata dal sole. Niente a che fare con le tenebrose Nord ossessione di alpinisti pur sempre fedeli al “credo” della vetta.  Una parete rappresentava un problema solo se questa rappresentava il versante di una cima, torre o guglia che si voglia.

Ma il Pilastro? Ecco quindi che Costantini ed Apollonio spostano l’attenzione dell’alpinismo dalla pura vetta alla “parete” quindi al “problema”. Un passaggio forse non totalmente percepito. Non è un caso, infatti, che la grandiosa parete all’epoca vedeva ben poche tracciati sulle sue rocce. Il lungo, avvolgente ed avventuroso giro della cordata Dimai-Eotvos, la “diretta” di Stosser (in linea con l’epoca del resto lungo il percorso più logico e diretto verso la vetta) e la Julia, una via tutt’oggi misteriosa e poco ripetuta, che già sposta l’attenzione sulla parete pur tendendo a salirla nella sua massima altezza, opera anch’essa del lungimirante “Vecio”. Dopo il Pilastro cadono con sorprendente rapidità tutte le strutture “minori”, gli ormai celeberrimi spigoli oggi meta quasi esclusiva degli scalatori (raggiungere la cima anche solo per la Dimai è ormai questione da intenditori …). Primo, Secondo (quello a lato del pilastro) e Terzo Spigolo vengono saliti in impressionante successione tutti nell’estate del 1946! Come se si fossero accesi i riflettori la Tofana rivela man mano ai suoi pretendenti nuovi ed invitanti linee e ancora continua a farlo …

Secondo e altrettanto importante passaggio è quello della linea prescelta. Se è vero che il Vecio e Nano sfruttano per buona parte la linea più naturale data dalla lunga e regolare fessura grigia in basso e dalla successione di camini e diedri dalla seconda cengia in su, bisogna rilevare il coraggio nel “buttarsi” in mezzo ai gialli e per giunta tra i tetti della parte centrale. Non c’era ancora una via in Dolomiti all’epoca che superasse strutture strapiombanti così pronunciate. In Lavaredo Comici e Dimai si erano trovati a confrontarsi con piccoli strapiombi su una parete di per sé strapiombante ma con numerosi punti di riposo. Lo stesso Cassin sulla Ovest sfrutta con astuzia i punti deboli letteralmente attraversando la parete (un solo passaggio, sul muro giallo prima del traverso è paragonabile). Solo Carlesso forse, sia sulla Trieste che sulla Valgrande era riuscito ad anticipare l’epoca moderna con vie di grande visione e coraggio nell’affrontare pareti aperte e con pochissimi compromessi. Si trattava nel caso di Cassini e Carlesso di singoli tiri che permettevano di risolvere il problema più ampio della salita della parete. Nel caso del Vecio e del Nano invece i due si buttano nel cuore del problema, la fascia gialla, che per l’epoca rappresentava ancora uno scoglio psicologico non indifferente. Niente fessure, né diedri né camini: Costantini sale con abilità quegli 80 metri sfruttando le sue doti di chiodatore, ma anche azzardando singoli passaggi in libera con la tecnica del “o la va o la spacca” ed altrettanto bravo era Apollonio nel recuperare i chiodi, preziosissimi. I due tiri tra i due tetti sono già nell’era moderna: parete apertissima, esposta con fessure esili e passaggi obbligati ancora oggi valutabili di 6° pieno. I due tetti poi rappresentano anche due porte “chiuse” ad un’eventuale ritirata che dalla seconda cengia in poi diventa assai problematica anche oggi. La schiena di mulo, che costituisce il tratto forse più duro in libera per continuità e interpretazione del tiro (soprattutto al giorno d’oggi in cui la tecnica di camino sta man mano scomparendo dai manuali…) rientra però nell’ordine delle strutture che gli alpinisti del primo Novecento già conoscevano. Forse per questo il Vecio, pur consapevole che quel budello strapiombante sarebbe costato sudori e fatica, sapeva che la via non poteva che passare da lì. La tecnica dei sassi incastrati “artificialmente” invece era ben nota e anche esponenti più moderni come Don Whillans e Joe Brown sulla Blaitiere l’avrebbero adottata… venti anni dopo!

Ecco quindi che il Pilastro proietta l’arrampicata dolomitica nella nuova dimensione moderna. Apre la stagione delle direttissime per linea, tecnica, perseveranza: affronta i problemi al di là della vetta  e della struttura. Impone la direttiva alla parete e non viceversa. Un passaggio epocale.

Come i grandi festival del cinema sono passaggio obbligato per i registi in cerca di affermazione, altrettanto è per il Pilastro che riceve le visite dei migliori scalatori del dopoguerra. La prima, per questione di orgoglio, non può che essere ancora degli Scoiattoli. Ghedina e Lacedelli che avrebbero poi stupito – sebbene  non convinto – la comunità alpinistica alcuni anni dopo con la ripetizione lampo della Bonatti al Capucin nonché con la prima della Scotoni, sono i primi a tornare sul Pilastro. In giornata. Dopodiché il Pilastro è il turno dei “foresti”. Erich Abram nel 1951 e Hermann Buhl nel 1952 firmano la terza e la quarta salita. La Costantini – Apollonio arriva dunque alla ribalta che merita. Anche ad ovest. La considerazione è infatti tanto alta che questa via diventa il “test” utilizzato da due promettenti e ormai discretamente famosi ragazzi lombardi. Si tratta di Bontatti, Mauri, che nell’inverno del 1953 affrontano il Pilastro in versione invernale. Ma se per Bonatti e Mauri il primo tentativo (interrotto per una nevicata a circa metà via) è solo un allenamento prima di spostarsi sulle Nord di Lavaredo, sono sempre due monzesi della nuova generazione quali Oggioni ed Aiazzi, a mettere a segno la prima invernale in 3 giorni dal 16 al 18 marzo.

Nei decenni successivi il Pilastro rimane un riferimento mentre attorno è tutto un fiorire di linee sempre più spinte. Saranno di nuovo gli Scoiattoli di casa a spostare in avanti il limite, nel culmine dell’epoca delle direttissime e delle lunghe permanenze in parete guadagnando metro su metro i settori più inaccessibili. A destra, in una impressionante sezione gialla, sono Lorenzi, Menardi, Michielli, Gandini e Zardini in 5 giorni nel 1963 ad aprire la via “Paolo VI”. La scalata è quella in voga all’epoca. Artificiale spinta, grande opera di chiodatura, esperienza e intuito nel seguire i pochi punti deboli di una parete repulsiva, sulla quale la libera oggi è valutata 7b! Impresa notevole, pochissimo ripetuta negli anni successivi, oggi rivalutata dopo la (parziale e assai parsimoniosa) riattrezzatura dell’estate 2013. Poi sarà il turno delle nuove leve come Leviti con la sua Gilles Villeneuve che segue parallela la Costantini-Apollonio in piena parete e di Da Pozzo che nel 2005 apre la bellissima Sognando l’Aurora. Difficoltà spinte, spittaggio obbligatorio e grande esposizione sono gli ingredienti che fanno delle vie di “Mox” dei capolavori moderni.

Ma una classica non è mai per caso. La Costantini-Apollonio potrà forse subire la concorrenza delle linee moderne dove predomina la ricerca della difficoltà e della bella roccia, magari attrezzando a spit soste o tiri per rendere accettabili i margini di sicurezza, ma la via dei due Scoiattoli è ancora un passaggio obbligato. Ne sono prova le “stratificazioni” di chiodatura che si possono osservare ancora oggi a dimostrazione che se è vero che il Vecio e Nano erano ancora figli dell’epoca del chiodo come strumento di progressione, questo non è stato disdegnato nemmeno dai ripetitori. I vetusti fasci di cordini che avvolgono massi o adornano i chiodi d’antan, penzolando dai tetti gialli lasciano ancora interdetti, nell’epoca della sbandierata “sicurezza”. Sono ancora tanti i pellegrini della dolomia che passano ad omaggiarli non disdegnando di chieder loro pazienza e un piccolo aiuto. Attorno al Pilastro sono fiorite non solo vie, ma anche discussioni. “Valorizzazione” a spit o tradizione ferrea? A Cortina si è discusso e si discuterà ancora ad ogni spit tolto o discretamente aggiunto. Gli alpinisti vi torneranno, sempre e comunque, chiedendosi ancora come si fa a passare quel dannato tratto della Schiena di Mulo.

Una classica non è mai per caso…

Continua…. Sirene/2

Bibliografia: Luciano Viazzi, Le Tofane biografia di una montagna, ed. Manfrini 1983.