60 anni di chele in parete

di Carlo Piovan

Mi dicono che sessant’anni per un uomo è l’età della profonda maturazione, l’età in cui non ha più paura o remore di dire quello che pensa, l’età in cui può nuovamente stringere tra le braccia una nuova vita, con la leggerezza d’animo di chi ci è già passato.
Ma cosa sono sessant’anni per un gruppo di persone che dal 1957 hanno deciso di condividere, nello spazio della montagna e nel tempo di molte generazioni, la passione per l’arrampicata? Continua a leggere

Annunci

In Giulie, per antiche vie

di Saverio D’Eredità

L’estate del 2013 fu quella in cui mezza Val Raccolana andò a fuoco. Per 40 giorni e 40 notti bruciarono incessantemente i suoi fianchi scoscesi, i boschi di pino abbarbicati, i pascoli estremi e le rocce precipiti. Il fuoco divorava senza posa ogni angolo di quella valle, mangiandosi ettari su ettari, lambendo qua e là le case, scomparendo per poi riapparire altrove, o più in alto. Ogni tanto la puzza di bruciato sconfinava alle pianure; la potevi sentire persino a Udine, in quelle sere estive in cui le brezze di monte portano frescura ai palazzi infuocati. Ma in quei giorni erano nuvole di cenere, inquietanti come certe brutte notizie che arrivano a turbare le ore di ozio, le passeggiate serali e i pensieri delle vacanze. Sentivi quell’odore acre, penetrante, selvaggio e al tempo stesso moribondo, che occupava senza vergogna le strade fuori dal centro, tra le villette e i parchi, spodestando con la violenza di un invasore teneri sentori di glicine pendenti da giardini. Altre volte vedevi la nube grigia spargersi piatta ed inquietante, a mezz’aria tra i costoni delle montagne, dilagare lenta come un fiume di morte sopra le valli. Le montagne dimenticate ci facevano ricordare così, la loro assenza. Continua a leggere

In contemplazione del Mistero

di Nicola Narduzzi

“Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
eppure ancora tutta l’esperienza è un arco attraverso cui
brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
per sempre e per sempre quando mi muovo.”
(A. Tennyson, Ulysses)

Chiudo gli occhi. Penso a una parete, penso a quella parete: il mio frutto proibito. La sogno, come si sogna il sole nell’ora buia che precede l’alba. La desidero, sapendo che il desiderio non verrà appagato. L’ho anche sfiorata, conservando però sempre la consapevolezza che non sarei mai arrivato al suo cuore. Continua a leggere

Visto di Transito

di Saverio D’Eredità

In fondo potrebbe essere giusto così. Perché prima o poi – lo sapevo – il momento di dover fare i conti con le mie paure e la mia inveterata tendenza ad assumere atteggiamenti pusillanimi e codardi sarebbe pur arrivato
A questo punto tornare indietro sarebbe forse possibile, certo. Magari un po’complicato. Di certo, sarebbe tremendamente imbarazzante.
Quindi, a conti fatti, potrebbe anche essere giusto così. Una volta tanto assumermi le mie responsabilità, senza alternative o opzioni. Messo all’angolo da me stesso e dall’ineluttabilità della mia condizione. Ma se devo dirla tutta, l’unica cosa che non mi sarei aspettato è di provare questa stranissima, insolita, calma. Continua a leggere

I tre spigoli della Tofana e quell’alpinismo intramontabile

di Saverio D’Eredità

L’anno è il 1946. Nell’Italia che lentamente si ricostruisce, le mani degli alpinisti tornano a toccare quelle rocce troppo a lungo proibite. E mentre una generazione passa la mano, le nuove leve si fanno avanti a colpi di scalate prestigiose e sempre più spinte. Il Gruppo degli Scoiattoli è già attivo da alcuni anni, ma la guerra ha fortemente condizionato la loro attività. Qualcuno non è tornato. Le montagne, invece, sono rimaste mute spettatrici di un immane tragedia. Continua a leggere

Le potenti creste della Cima dei Preti

di Saverio D’Eredità

Potenti le creste della Cima dei Preti! Da qualunque parte abbia osservato questa montagna due aspetti hanno sempre catturato il mio sguardo. Le sue grandi creste e le inconfondibili lastronate calcaree del versante nord est. Le prime non sono semplici linee spartiacque, ma possenti nervature che risalgono al vertice della vetta come spine dorsali di colossali draghi cristallizzati nell’atto del salire. Ogni volta che ho provato a misurare gli sviluppi mi sono scontrato con gli inganni delle prospettive e della profondità delle loro radici, affondate nelle valli invisibili. Le imponenti lastronate inclinate ne accentuano invece le drammaticità, lasciando sempre spiazzati circa la loro reale inclinazione e conferendole un tono quasi enigmatico. Continua a leggere

UN GIORNO DA LEONI – Alex MacIntyre e la nascita dell’alpinismo leggero e veloce

di Saverio D’Eredità

Ci sono personaggi che attraversano la storia precorrendo i tempi e prevedendone gli sviluppi. Non sono propriamente dei veggenti, ma sicuramente persone dotate di un particolare intuito e sensibilità. Troppo spesso si confondono innovatori, semplici interpreti e figure che invece sono già proiettate nel futuro. Per uno strano gioco del destino queste ultime hanno in sorte di non poter vedere realizzate le proprie visioni, quasi che le Parche che tessono le fila secondo la mitologia greca si prendessero gioco di loro, con una sottile perfidia. Continua a leggere

Aldo Zammatio Sestogradista autodidatta

In occasione della novantesima primavera di uno dei fondatori del gruppo rocciatori Gransi, vi riportiamo nel clima dell’alpinismo dolomitico del dopoguerra, attraverso l’affascinante storia del “Coco”.

di Carlo Piovan; intervista del 18/12/2013

La storia è piena di autodidatti che hanno cambiato il mondo: George Washington, Leonardo da Vinci, Galileo, Guglielmo Marconi solo per citarne alcuni. Determinazione, grande entusiasmo e assoluta tenacia, sono le caratteristiche che accomunano questi uomini. Continua a leggere

Oltre la paura

Un passo più avanti

Per un inquadramento storico della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo

di Saverio D’Eredità

La bellezza delle opere della Natura può generare nell’animo umano due tipi di sentimenti ugualmente forti e contrastanti. C’è chi di fronte ad uno spettacolo naturale prova timore, un ancestrale timore che fu quello dei nostri avi, e quasi cerca di rifuggire la Natura “orrida” che lo minaccia. E chi quel timore, quella paura, riesce a trasformarla in desiderio di scoperta. Curiosità. Avventura.

La nord della Cima Grande di Lavaredo appartiene alla categoria dei “monumenti” naturali. Una spettacolare lavagna gialla e grigia di dolomia stratificata, quasi sfacciata nella sua spropositata verticalità che ha saputo e sa anche provocare le più diverse reazioni agli occhi degli alpinisti. Certo, ci sarà ancora chi – vedendola – non potrà nemmeno comprendere le ragioni che possano spingere un uomo a scalarla – lei, l’oltraggio alla gravità, lei che ridicolizza la misera struttura fisica dell’essere umano.

Ma c’è e ci sarà ancora chi in quel muro giallo vedrà dei colori ammalianti, una sequenza di movimenti via via più intensi, esposti coinvolgenti. E saprà andare oltre la paura.

Cordate sulla Hasse

Quando nel 1958 la cordata di Dieter Hasse, Lothar Brandler, Jorg Lehne e Sigi Low attaccò la via sembrava fosse tutto già scritto, sulle Nord. Scemato il polverone della corsa alla prima, nessun ancora sapeva guardare il futuro. Forse, una volta scaricato il fardello di una “prima assoluta” i tempi erano di nuovo maturi per dare spazio alla creazione. Così Hasse seppe cogliere di nuovo la sfida di quella lavagna. Andando nel suo cuore giallo, là dove si annida la paura.

La storia della salita è avvincente, ne emerge il carattere forte e determinato di Hasse vero trascinatore della salita e forse lo scalpore che genera questa scalata è troppo calamitato dall’apparente forzatura della linea, dall’uso del chiodo a pressione, dal concetto di profanazione. Ma in realtà la via dei 4 tedeschi è tutt’altro che forzata: essa segue i punti deboli, concatenati tramite traversi in massima esposizione per agganciare quella “scala rovescia”, sogno ed ossessione di generazioni di alpinisti, simbolo della realtà “contraria” delle Lavaredo. Ne scaturisce un vero capolavoro, che segna i tempi, aprendo e chiudendo al tempo stesso un’epoca. Un po’di dati: 180 chiodi usati, 14 a pressione – non tanti se si pensa a dove i tedeschi sono saliti! – chiodatura a tratti precaria tra i cubetti e le scaglie malferme delle Lavaredo. Le difficoltà, in libera, sarebbero poi state valutate di VIII+ (da Kurt Albert, il primo a scalarla in libera), mentre all’epoca ci si ferma al VI/A3. Ma già con le prime ripetizioni il valore dell’impresa emerge in tutta la sua evidenza. Dopo la ripetizione di Maestri, pochi giorni dopo la prima, sono Couzy e Desmaison a scomodare – per la prima volta! – il numero “VII” per la classificazione di questa salita. L’impressione, al di là delle polemiche, è che i 4 tedeschi abbiano spostato effettivamente il limite un passo avanti. La storia successiva è nota: la Hasse-Brandler viene considerata erroneamente l’antesignana delle “direttissime” che sarebbero poi diventate l’obiettivo della “créme” alpinistica degli anni’60. Una storia intensa, ma breve.  Ma con gli anni’90 e 2000 il valore di questa salita torna alla ribalta, prima con Albert e poi con l’allucinante prestazione di Alex Huber. In free solo. Al di là di ogni opinione, questa salita rimane impressa e segna, ancora una volta, un passaggio. Ancora una volta là, sulle Tre Cime.

A voi il racconto del nostro amico Nicola Narduzzi, che ha saputo trovare, sotto quella parete, la motivazione che sta nella paura. E che rende l’alpinismo ogni giorno una storia nuova. Continua a leggere

1974

di Saverio D’Eredità

Mi portò un pacco di vinili in una busta di carta con un foglietto scritto a mano

To feed your free spirit

La mia amica aveva la passione per i messaggi un po’criptici ed allusivi e dal canto mio la domanda era più che altro come poter ascoltare quei vinili non avendo alcun supporto per farli girare, quindi più prosaicamente le chiesi di farmi una copia cd che non si sapeva mai.

La partenza per l’Erasmus a Bruxelles stava diventando quasi come il saluto prima di partire per la naja, ed in un certo senso lo era, comparato ai tempi moderni. L’unico problema era far stare le robe per i primi 3 mesi senza sforare il limite bagaglio di Ryanair. Tempi moderni, appunto. C’erano molte cose passate che stavo portando in quel borsone, fossero libri o cd o magari maglioni che non avrei più avuto il coraggio di mettere. In questo senso quei polverosi vinili dal consolante fruscio si inserivano benissimo. Tra gli album in quella busta di carta spiccavano Led Zeppelin IV, un Pearl di Janis Joplin e un paio di Stones quali Sticky Fingers e Exile on Main Street. Tutta roba che sarebbe servita a “nutrire il mio spirito libero”, pubblicata nella prima metà degli anni settanta.

Ma serviva qualcos’altro per alimentare il “mio spirito libero” e così un altro pezzo degli anni settanta, precisamente del 1974, scivolò lestamente nel borsone a discapito di un bignamino di verbi francesi, ovvero la prima edizione della guida “Alpi Giulie” di Gino Buscaini, la cui copertina grigia telata già presentava i segni di un’usura sproporzionata alle effettive realizzazioni alpinistiche. Quante volte era stata nel mio zaino? Tirata fuori e appoggiata a qualche attacco, consultata persino a metà di una cengia. Una guida nel vero senso della parola, quasi un breviario da portare nel taschino per recitarne un salmo a metà salita. Continua a leggere