Ruggine

di Saverio D’Eredità

Quel chiodo, io, l’ho sempre passato.
Alla faccia dei soloni della falesia, dei benpensanti e dei custodi dell’etica. Se c’è un chiodo si passa, anche se non serve. Anzi, magari è pure peggio perché fa scorrere malamente la corda e sarà una facile scusa per fallire il passaggio. Ma il chiodo si passa. Io passo sempre tutti i chiodi, a prescindere. Per educazione, diciamo. Come salutare le persone che incontri al mattino. Si saluta, sempre. Anche se questo poi qualche volta finisce per creare problemi, come con i vecchi chiodi. Continua a leggere

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Guido Rossa, un uomo

di Saverio D’Eredità

“Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utli non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini.

Non rinunciare alla montagna. E perchè? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo.”

(Gian Piero Motti – I Falliti)

C’è una foto, una foto che mi ha sempre colpito, che ritrae Guido Rossa con la figlia Sabina in braccio. Quella foto che ritrae Rossa in un frammento di normalità – un frammento che acuisce la tragicità della sua fine e la disumanità dell’atto terroristico – ci restituisce l’uomo nella sua totalità. Di padre, lavoratore e, in ultimo, alpinista. Quel frammento che riprende un interno familiare dell’Italia dei primi anni ’60 (lo sfondo di una casa, gli abiti comuni, le grandi mani che sorreggono la figlia) è un’immagine al tempo stesso tenera e fortissima. Un’immagine che per anni ho portato dentro, quasi come un esempio. Perchè da quel giorno, da quella foto, ho sempre pensato che Guido Rossa rappresentasse una figura esemplare. Nel suo essere un “giusto” nel senso più profondo del termine (di una profondità ed una intransigenza che forse oggi risulta incomprensibile), fedele ai propri ideali nella maniera più assoluta e definitiva. Una fedeltà che gli sarebbe costata la vita, fino a quel 24 gennaio del 1979, in cui cadde sotto i colpi delle BR proprio davanti alla porta di casa.

Con la sua opera Rossa dimostrava di poter essere un buon padre, un lavoratore e un sindacalista, impegnato nella lotta per i diritti dei lavoratori ed anche un grande alpinista, senza che le diverse dimensioni della sua esistenza dovessero per forza di cose essere separate in comparti stagni. Ma al contrario contribuissero ciascuna al proprio percorso esistenziale.
Egli dunque è esempio anche di alpinista che vive nella società e per la società. In Guido Rossa avviene infatti, fatto raro, la saldatura tra la dimensione umana e quella alpinistica. Raro ancorchè non esibito, ma professato, nella vita quotidiana, nella radicalità delle sue azioni, nella lucidità del suo pensiero.

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Quella foto, semplice e struggente, restituisce la sua cifra umana (e alpinistica) molto più di altre che avrebbero potuto ritrarlo in azione tra i monti. Perchè Guido Rossa fu alpinista di grande profilo: talentuoso, dotato, ma anche a suo modo anarchico e contestatore (si ricorda una sua scalata della famosa Gervasutti alla Sbarua in abiti da cerimonia). Un “essere alpinista” che realizzò anche nella vita quotidiana. Fino ad arrivare a conseguenze estreme.

In una lettera ad un amico alpinista scrisse:

Da ormai parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicini l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse, anche a noi stessi) dell’andar sui sassi. Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato premio) un paradiso di vette pulite perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi ed ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta milioni muoiono di fame!
Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro […]. Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perchè, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sino ad ora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso […].

Guido Rossa arrivò dunque ad una conclusione radicale, forse definitiva, non tanto sull’attività alpinistica in sè, quanto nel senso da darvi e nel come questa stessa passione dovesse essere mezzo e non fine di una piena realizzazione di sè stessi e nella società in cui si vive. Pochi altri, nella storia dell’alpinismo, possono dire di aver completato questo percorso umano ed esistenziale. Uno tra tutti, Ettore Castiglioni. Ed è per questo, forse, che la sua figura può stare sullo stesso piano di tanti altri, ben più noti, personaggi che pur avendo compiuto eccezionali imprese non hanno saputo esprimere come lui il significato profondo dell’essere alpinista.

Wurstel e spaghetti in salsa bordolese.

di Carlo Piovan

Piaciuta la via?

Si bella, più dura del dichiarato

Immaginavo ma il Brix non ha sgradato?

No anzi..

Quindi VI?

Un sei un po’ incazzoso

6a? 6b?

Sti gradi francesi! In idioma italico orami dimenticato e vilipeso da questo tempo senza cultura si direbbe “sesto sostenuto”

I gradi francesi sono il riferimento europeo, se non mondiale, per l’arrampicata

Insomma la classica fessura un po’ stronza dai

Vuoi parlare ancora il volgare o è il caso di imparare l’inglese

Bah riduttivo e fuorviante

Va a dire a uno 6a e si butta su quella fessure pensando ad un tiro di falesia

C’è un problema di preparazione prima che di lingua

Aspetta, innanzitutto i gradi UIAA sono di scuola teutonica ma soprattutto stai mescolando la traduzione con la grammatica

Da questo mattiniero scambio di opinioni, ho pensato sia il caso di fare un po’ di chiarezza sull’annosa questione della valutazione delle difficoltà che spesso si riscontra nelle relazioni.

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La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

60 anni di chele in parete

di Carlo Piovan

Mi dicono che sessant’anni per un uomo è l’età della profonda maturazione, l’età in cui non ha più paura o remore di dire quello che pensa, l’età in cui può nuovamente stringere tra le braccia una nuova vita, con la leggerezza d’animo di chi ci è già passato.
Ma cosa sono sessant’anni per un gruppo di persone che dal 1957 hanno deciso di condividere, nello spazio della montagna e nel tempo di molte generazioni, la passione per l’arrampicata? Continua a leggere

In Giulie, per antiche vie

di Saverio D’Eredità

L’estate del 2013 fu quella in cui mezza Val Raccolana andò a fuoco. Per 40 giorni e 40 notti bruciarono incessantemente i suoi fianchi scoscesi, i boschi di pino abbarbicati, i pascoli estremi e le rocce precipiti. Il fuoco divorava senza posa ogni angolo di quella valle, mangiandosi ettari su ettari, lambendo qua e là le case, scomparendo per poi riapparire altrove, o più in alto. Ogni tanto la puzza di bruciato sconfinava alle pianure; la potevi sentire persino a Udine, in quelle sere estive in cui le brezze di monte portano frescura ai palazzi infuocati. Ma in quei giorni erano nuvole di cenere, inquietanti come certe brutte notizie che arrivano a turbare le ore di ozio, le passeggiate serali e i pensieri delle vacanze. Sentivi quell’odore acre, penetrante, selvaggio e al tempo stesso moribondo, che occupava senza vergogna le strade fuori dal centro, tra le villette e i parchi, spodestando con la violenza di un invasore teneri sentori di glicine pendenti da giardini. Altre volte vedevi la nube grigia spargersi piatta ed inquietante, a mezz’aria tra i costoni delle montagne, dilagare lenta come un fiume di morte sopra le valli. Le montagne dimenticate ci facevano ricordare così, la loro assenza. Continua a leggere

In contemplazione del Mistero

di Nicola Narduzzi

“Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
eppure ancora tutta l’esperienza è un arco attraverso cui
brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
per sempre e per sempre quando mi muovo.”
(A. Tennyson, Ulysses)

Chiudo gli occhi. Penso a una parete, penso a quella parete: il mio frutto proibito. La sogno, come si sogna il sole nell’ora buia che precede l’alba. La desidero, sapendo che il desiderio non verrà appagato. L’ho anche sfiorata, conservando però sempre la consapevolezza che non sarei mai arrivato al suo cuore. Continua a leggere

Visto di Transito

di Saverio D’Eredità

In fondo potrebbe essere giusto così. Perché prima o poi – lo sapevo – il momento di dover fare i conti con le mie paure e la mia inveterata tendenza ad assumere atteggiamenti pusillanimi e codardi sarebbe pur arrivato
A questo punto tornare indietro sarebbe forse possibile, certo. Magari un po’complicato. Di certo, sarebbe tremendamente imbarazzante.
Quindi, a conti fatti, potrebbe anche essere giusto così. Una volta tanto assumermi le mie responsabilità, senza alternative o opzioni. Messo all’angolo da me stesso e dall’ineluttabilità della mia condizione. Ma se devo dirla tutta, l’unica cosa che non mi sarei aspettato è di provare questa stranissima, insolita, calma. Continua a leggere

I tre spigoli della Tofana e quell’alpinismo intramontabile

di Saverio D’Eredità

L’anno è il 1946. Nell’Italia che lentamente si ricostruisce, le mani degli alpinisti tornano a toccare quelle rocce troppo a lungo proibite. E mentre una generazione passa la mano, le nuove leve si fanno avanti a colpi di scalate prestigiose e sempre più spinte. Il Gruppo degli Scoiattoli è già attivo da alcuni anni, ma la guerra ha fortemente condizionato la loro attività. Qualcuno non è tornato. Le montagne, invece, sono rimaste mute spettatrici di un immane tragedia. Continua a leggere