Di piccoli gesti, silenzi e pigrizia

Pensieri sparsi di una reclusione

di Nicola Narduzzi

Dicono che durante questi giorni di quarantena dobbiamo riscoprire i piccoli gesti. Penso sia una delle cose più sensate da fare, suppongo, visto che praticamente ogni altra cosa è vietata e per chi come me vive in un appartamento le occasioni di fare qualcosa di interessante sono davvero limitate.

Il mio piccolo gesto riguarda il solo affacciarsi ad una finestra, o forse sarebbe meglio dire alla finestra. Non una qualunque, bensì quella che mi ha visto crescere per anni da bambino e ora mi vede, spero, da uomo adulto. Sul suo davanzale ho passato lunghe ore da bambino, chiuso in quella che allora era la mia cameretta, appoggiato alla ringhiera per leggere o anche solo per guardare le montagne. Sì, perché una persona qualsiasi potrebbe pensare che Fagagna, dolcemente adagiata sui primi rilievi collinari nel cuore del Friuli, non abbia niente a che fare con le montagne, mentre in realtà esiste un filo invisibile che le lega. Le montagne sono distanti, tuttavia fanno parte della quotidianità di tutti noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Delimitano il nostro orizzonte quotidiano come in un grande abbraccio, dalle solari montagne di Piancavallo protese verso la laguna veneziana all’immenso scivolo del monte Nero e poi ancora, più giù, verso le alture del Carso che poi si perdono diventando Istria.

Dalla finestra, dicevo, passavo interi pomeriggi ad ammirare la mia personale metà di orizzonte: quello che dal contrafforte franoso del Cjampon si spingeva fino a Piancavallo. La vita però prosegue nel suo costante divenire e quella vista non ha più segnato le mie giornate. La finestra è rimasta chiusa, uno velo di polvere si è posato sul balcone per oltre dieci anni ed io, crescendo, me ne sono dimenticato. Ci sono voluti dieci anni ma alla fine sono tornato a casa. Con un filo di eccitazione ho riaperto quella finestra, per rimanere deluso subito dopo. Il panorama che mi ha accompagnato da bambino non c’era più, coperto da quegli alberi che una volta erano poco più che arbusti. Forse per questo l’ho ignorata fino ad ora.

Eppure, non serviva tanto; solo un po’ più di attenzione alle piccole cose della vita, quelle che la frenesia della quotidianità soffoca, per scoprire che in realtà quella vista non se n’è mai andata. Che alcune montagne si vedono ancora, bastava solo essere meno superficiali per notarlo. Ieri sera ho passato di nuovo tanto tempo appoggiato a quella ringhiera, mentre il sole calava sull’orizzonte arrossando le creste delle montagne. La quarantena ha anche degli effetti positivi suppongo: ha portato il silenzio. Per chi va in montagna il silenzio è un elemento comune, qualcosa di quasi scontato. Il silenzio di casa, però, ha tutto un altro sapore. Al tempo stesso rilassante ed inquietante. Come se il mondo stesse trattenendo il fiato, in attesa di un deus ex machina che ci riporti alla normalità. Ho guardato a lungo le nuvole correre veloci, mentre il vento faceva ondeggiare i rami ormai carichi di gemme. Soffiava il vento del nord, quello che rende ogni cosa più nitida, spazzando via quell’umidità che accompagna le giornate di primavera in Friuli. Per un momento ho sperato che spazzasse via anche la pigrizia.

Avevo iniziato la quarantena pieno di buone intenzioni, desideroso di sfruttare al meglio questa pausa imposta dall’alto. Invece questa maledetta pigrizia che da sempre mi accompagna ha avuto ancora una volta il sopravvento. Le giornate passano così, svogliatamente, tra il lavoro al pc e un’altra puntata dell’ennesima serie Netflix di cui, diciamolo, non me ne frega un cazzo ma che mi aiuta a lasciar scorrere lunghi blocchi di tempo senza impegnare troppo la testa. Eppure, ne avrei di cose da fare. Sono due anni che devo dipingere la ringhiera del terrazzo, quando mi ricapiterà un’occasione migliore? Mi ero anche riproposto che fosse il momento giusto per affrontare qualche classico del passato, riducendo finalmente quella pila di mattoni sulla libreria, ormai ricoperta di polvere. Dopo quasi due settimane, però, Cent’anni di solitudine rimane sul mio comodino, ancora intonso.

C’è poi quel racconto che giace da mesi ormai in un foglio sulla scrivania, incompleto. Si intitola “Rumore di fondo” e parla di nuvole e tramonti, di grandi pareti e di quelle linee sottili che ci uniscono. Vorrei che fosse una storia di storie, tutte nate da una foto oppure, forse, dai sorrisi in essa raffigurati. Avrei tempo, tanto tempo, per poterla completare e invece rimane solo un insieme di pensieri sparsi, scarabocchiati malamente. Cerco di giustificarmi ripetendomi che in parte è dovuto alla paura di pensare, perché in questi giorni che definiscono un’epoca il rumore di fondo non è dato dal richiamo di una parete, bensì dal timore per quello che verrà dopo, che questo mondo profondamente sbagliato, ma comunque nostro, stia giungendo al termine.

Nel dubbio stasera passerò ancora del tempo alla finestra. Magari il vento stavolta mi aiuterà.

SellaGrubia

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