Viaggio a Uqbar

di Saverio D’Eredità

“Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia.” (J.L.Borges, “Finzioni”)

Verso la fine degli anni ’90 sulle pareti del Winkel Mario Di Gallo disegna due itinerari di ispirazione “borgesiana”. Pur diverse come tipologia di arrampicata, queste due vie hanno in comune la caratteristica di dipanarsi lungo linee effimere, appena intuibili. O forse inesistenti.

Alcuni anni fa, circa a metà della via “Rosacroce” smarrimmo improvvisamente la traiettoria di diedri e fessure, perfettamente scolpiti, della parte bassa per trovarci a cercare indizi in un mare di placche bombate ed imperscrutabili. Forse non fummo abbastanza attenti, o forse era questa la ragione del nome. Ci rimase il dubbio. Come di un sogno di cui ricordi qualcosa ma che più ci pensi e più ti sfugge. Rispetto a Rosacrcoe, “Viaggio a Uqbar” conserva lo stesso fascino surreale che proviene dall’immaginario del grande scrittore argentino, svolgendosi in senso apparentemente opposto alle linee naturali della parete. In effetti, quando a pochi metri dalle certezze offerte dai regolari diedri della “Guerrino Di Marco” ci si trova in equilibrio su queste placche delicate viene da pensare che tutto questo sia un assurdo gioco senza senso. La tentazione di darsi alla fuga è forte. Ma per trovare Uqbar bisogna rinunciare alle certezze e offrirsi all’immaginazione. Scoprendovi un’alternativa possibile. La grande placca di metà via, dove due fessure parallele consentono una traversata non facile, ma possibile riassume bene il senso della via e il fascino di queste scalate “surreali”.

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Erico Mosetti sui diedri iniziali di “Rosacroce” – foto S.D’Eredità

Questo pezzo di roccia – che insieme alla Chianevate e al Bila Pec possiede la roccia forse migliore che si può trovare in Friuli – offre salite di grande valore e sicura soddisfazione. Difficile non innamorarsene e altrettanto difficile resistere alla tentazione di tornarci ancora una volta. Non staremo a fare la contabilità, ma ci soffermeremo ancora una volta, increduli e riconoscenti sulla cengetta che come un salvacondotto porta fuori dalla parete. O sul grande altopiano sommitale, dove ci si risveglia come da uno strano contorto sogno che ci appare improvvisamente lontano. Ad ognuna si legherà un ricordo. Un giorno di compleanno, le chiacchiere in sosta con un amico, un tiro di corda particolare (sempre lo stesso, uguale nel tempo, che si ripete) e un piccolo errore. Cose senza importanza.

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Andrea Fusari sul breve traverso in placca del quarto tiro di “Viaggio a Uqbar” – foto S.D’Eredità

A ben vedere, su questa parete, non c’è una linea più ideale delle altre, come nei racconti di Borges è difficile capire quale mondo sia reale, se Uqbar o Tlon, e chi sta parlando di cosa o per conto di chi. Che ricorda che nell’arrampicare un po’tutto sia effettivamente possibile seppure non logico. E quindi, in fin dei conti, nemmeno così importante.

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In uscita dal tiro chiave di “Viaggio a Uqbar” – foto S.D’Eredità
Viaggio a Uqbar – Quota 2208 del Cavallo di Pontebba (parete Nord Est)

Una delle più belle salite del gruppo del Cavallo, aperta da M.Di Gallo e P.Pedrini nel 1995 segue una linea apparentemente non naturale nel centro della parete, ma che man mano svela una sua logica intrinseca alla ricerca di movimenti estetici su roccia di ottima qualità. Leggermente meno impegnativa della vicina “Rosacroce” anche se diversa come scalata, prevalentemente su placca tecnica e di equilibrio. Parzialmente attrezzata a spit alle soste e lungo il tiro chiave (2 spit e un provvidenziale lungo cordone che permette di assicurarsi sul passo più impegnativo), offre comunque eccellenti possibilità di protezione a friend di ogni misura. La via incrocia in due punti la classica “Guerrino” e quindi la possibilità di deviare in caso di necessità. Discesa (comoda) per la via Schiavi o la normale del Cavallo (preferibile ad inizio stagione).

Difficoltà: V, VI, due passi di VII-

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Sul penultimo tiro della via “Guerrino Di Marco” – foto S.D’Eredità

Succede, ogni tanto

di Saverio D’Eredità

Succede, ogni tanto. Di rado, ma succede. Che trovi una via da scalare dal primo all’ultimo tiro senza pensieri o paure, ma solo con la curiosità di sapere come sarà il prossimo, se la roccia sarà ancora così bella, generosa, multiforme. Che ti invita alla scoperta. Che ti dà dei segnali, ma non troppi e starà a te interpretare. Non farti prendere dall’ansia. Una soluzione si trova. Un metro a destra o uno a sinistra, non conta poi tanto se sotto di te i compagni non ti mettono fretta e la giornata scorre via leggera, con questo sole che scalda appena – lo apprezzi di più quando il vento che insiste a levigare questa prua si tace un istante. Succede, si. Che anche se siete tanti – è vero, anche stavolta l’abbiamo buttata in gita sociale: pazienza, per cambiare la Storia ci sarà tempo un’altra volta – e ci sarà da aspettare poco male, si approfitta per raccontarsi qualcosa, prendersi per il culo o osservare le grandi pareti attorno come una volta – e come vorremmo fosse sempre.
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La Torre di Babele – foto S.D’Eredità
Incuneata nel caotico, fantastico mondo dei Cantoni di Pelsa, la Torre di Babele mantiene un fascino discreto. Prendetela e mettetela al centro di una qualunque scena dolomitica: non sfigurerebbe certo. Però si vede che non ci tiene tanto. Le due sorelle terribili, la Venezia e la Trieste stanno lì a guardia della valle dei Cantoni, mostrando i loro profili. La Torre le lascia fare, ti lascia vedere questo spigolo affilato ed elegante senza strafare. E allora arrampicarsi lungo questa linea diventa un gesto quasi naturale.
Non ci è mancata l’avventura. La trovi in fondo ad un passaggio dove osservare bene la sequenza degli appigli come per risolvere un piccolo quesito logico, nel dosare bene l’attrezzatura, nel cercare di stare bene anche sospesi su una piccola cornice di pochi centimetri. Certe volte basta poco.
Succede, sì, ogni tanto. Non spesso,che poi ci si abitua male. E magari così si apprezzano di più queste giornate. L’importante è ricordarsene. Come diceva Kurt Vonnegut – “Quando siete felice, fateci caso”.
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Il bel diedro di quinto più nella parte alta della via, dopo la cengia mediana – foto S.D’Eredità
Torre di Babele, spigolo Sud, via Soldà
Una classica, ma non troppo classica, su una torre minore solo perchè confusa tra le altre bizzarre forme dei Cantoni di Pelsa, ma che in realtà appare elegante e slanciata. Sconta la minore visibilità rispetto alle vicine vie sulle ben più rinomate Torri Venezia e Torre Trieste, ma non per questo è ignorata. La Soldà risale con arrampicata elegante e fluida lo spigolo sud, su roccia ovunque ottima ed appigliata, oltre che ben proteggibile. Lungo la via si trovano soste e alcuni chiodi di passaggio, l’orientamento all’inizio non è scontato ma con logica si trovano i passaggi migliori. Molto bella la parte superiore in particolare i due tiri sopra la cengia mediana. Raggiunto l’intaglio che divide la cima vera e propria dal Pulpito di Babele si discende con 5 doppie in un orrido camino sul versante opposto.
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Relazione sulla nuova edizione di Quartogrado – Dolomiti Or.li vol. 2 oppure su
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Il tiro chiave – una breve fessura leggermente strapiombante, in grande esposizione – foto S.D’Eredità

Dieci anni fa, Luca

di Saverio D’Eredità

Luca era uno che salutava. Che fosse lungo lungo il sentierino che sale allo Zacchi, ad una virata qualunque sugli altipiani del Canin o su un affollatissimo “Pellegrino” in un giorno di neve – da sempre, i migliori – Luca salutava. Ma non come tutti – quel saluto di sfuggita, strappato tra i denti, come un automatismo o consuetudine. No, Luca era uno che si fermava, a salutarti. In montagna ci si saluta quando si incrocia qualcuno. E’ una delle poche cose che veramente differenzia l’essere in montagna dall’essere al piano. Questa sorta di “rarità” – anche se avrai già incrociato decine di persone – del rapporto umano, è (ancora) un’esclusiva propria dell’andare per monti. E Luca questa specialità sapeva rispettarla sempre. Anche se era nel pieno della sua sgambata di allenamento e avrebbe potuto fumarti con il passo che aveva, invece no: si fermava anche solo due secondi per un saluto e anche un come va?

L’ho incrociato poche volte – troppo poche, mi verrebbe da dire – ma questa cosa mi è sempre rimasta. Non il curriculum – pazzesco – non la lista di prime salite o prime discese che pure siamo sempre qui a snocciolare ogni qualvolta si ricorda un’alpinista famoso. No, ogni volta che capita di parlare di Luca, o ricordarlo in qualche maniera (tra le righe di una guida in cui il suo nome compare vicino a scalate futuristiche su ghiaccio, o anche solo alzando lo sguardo verso quella capannina sul Buinz che porta il suo nome), a me viene sempre da dire – Luca Vuerich era uno che ti salutava. E magari ti chiedeva come va e si sprecava in un commento – anche sul Pellegrino, anche in una mattina di allenamento, ma senza l’isteria della tutina perché a lui come te, gitante qualunque, piaceva salire al Lussari nei giorni di neve che non puoi fare altro se non farti una bella sudata per poi con maggior piacere sederti da Jure, guardare i vetri appannati e la bufera e le stradine che scompaiono e ordinare uno jagertee.

Questo stesso giorno, dieci anni fa Luca Vuerich se ne andava a seguito di un incidente mentre scalava sotto il Prisojinik. Probabilmente uno, se non il, maggior talento alpinistico friulano degli ultimi vent’anni. Uno che attraverso le sue scalate, ma vorrei dire anche e soprattutto il suo modo di interpretare la montagna, ha fatto sempre respirare il lato migliore dell’alpinismo. Una perdita ancora non rimarginata. Una traccia ancora presente.

Perché sarebbe bello che qualche volta ricordassimo gli alpinisti non con quella noiosa lista di “prime”, ma per quello che erano come persone innanzitutto. E allora sarebbe da ricordarlo così. Luca Vuerich, un bravo ragazzo. Uno che in montagna, se ti incontrava – te che non eri nessuno – ti salutava. Sempre.

Il fuoco dell’anima – Andrea Di Bari con Luisa Mandrino

di Saverio D’Eredità

“L’incontro con la Montagna ha cambiato la mia vita”, “Il mio sogno era arrampicare” “L’arrampicata ha dato un senso alla mia esistenza”. Quante volte avremo letto nelle innumerevoli, ridondanti biografie di alpinisti e climber queste frasi? Quante di queste storie, in fin dei conti, si assomigliano, senza che possano trasmettere il vero pathos che è poi l’essenza del narrare?

Bene, se siete anche voi annoiati da una letteratura di montagna conformista e appiattita, dove personaggi che – specie nel mondo attuale – hanno ben poco di interessante a parte talento e – evidentemente – una grande disponibilità di risorse (economiche e non), leggetelo, il libro di Andrea Di Bari scritto a quattro mani con Luisa Mandrino (ed. Il Corbaccio, 2018). Perchè nella storia di uno dei più importanti ed influenti scalatori italiani, venuto su nella piccola borghesia di una borgata romana, si trova forse un significato più sincero di ciò che l’arrampicata può rappresentare nella vita di un ragazzo. Continua a leggere

Tra-monti di Mare – nuova via sul Pupo in Marmarole

di Gianmario Meneghin (Ghin)

Bello sarebbe poter fare una via Nuova con uno dei tuoi più cari amici, ma quando uno di questi tuoi amici va avanti,puoi solo serbare nel cuore il ricordo delle cose fatte assieme,fatiche,soddisfazioni,rischi calcolati ,pericoli scampati ,giornate passate assieme ad allenarsi e serate a raccontare e a raccontarsi.

Un modo che la gente come noi usa per ricordare un amico è dedicargli una via Nuova in montagna e così ho pensato di fare io per ricordare Alessandro Marengon “MARE” come lo chiamiamo, Mare è andato avanti assieme ad Enrico Frescura facendo il canalone Oppel sul monte Antelao.

Aprire una via Nuova sul Pupo (di Baion per i baruffanti di Domegge e di San Lorenzo o di Lozzo per i mosite) era una cosa che avrei voluto sempre fare,un po’ perche è una guglia stupenda nel cuore delle Marmarole e un po’ perché è molto vicino alla baita costruita da mio padre a Pian dei Buoi dove sono cresciuto e dove passo molto del mio tempo libero. Ricordare Mare ha messo assieme le cose

Aiutato da mio cognato Giancarlo Dalla Fontana, alpinista ed ex membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, senza dimenticare il suo ruolo di Vice Rettore dell’Università di Padova, ho portato il materiale fino alla base della parete e poi in autosicura durante due sabati pomeriggio e un giovedì rubato al lavoro ho chiodato dal basso questi 7 tiri protetti in maniera sportiva.

É sicuramente una via senza pretese ma il tiro del tetto dopo la cengia mediana e la partenza di quello dopo se passati in libera possono essere”ingaggianti”.Non sapevo come chiamare questa via ma durante un tramonto proprio mentre ero appeso sul tiro del tetto mi ha fatto scegliere per “TRA-MONTI DI MARE…” a chi lo conosceva lasciamo l’interpretazione….

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Marmarole Gruppo Ciastelin

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Via “Tra-Monti Di MARE”

Dedicata a Alessandro Marengon (MARE)

 

Notizie generali

Il “PUPO”che sia chiamato di Bajon, di San Lorenzo o di Lozzo è rappresentato da una guglia di circa 150 metri dal inequivocabile forma nel cuore delle marmarole che sovrastano il Pian Dei Buoi e la zona del rif.Bajon.

Conteso fra i due comuni (Domegge e Lozzo) è stato (ahimè) ceduto nel 1953 dal Comune di Domegge al Comune di Lozzo in cambio di pascoli,resta in ogni caso il simbolo sia del Pian dei Buoi che Di Bajon.

Avvicinamento e punti di appoggio

Per strada carrozzabile dal Comune di Lozzo di Cadore (BL) si segue per 12 km la strada asfaltata a una corsia,(che in luglio e agosto è a senso unico alternato si sale dalle 9 alle 13 e si scende dalle 14 alle 17 e per il resto degli orari è a doppio senso)Arrivati al Pian dei Buoi si può optare per andare verso il rif.Ciareido lasciando la macchina nel parcheggio alla base della strada che porta allo stesso,oppure si può andare al rif. Bajon per strada carrozzabile sterrata.

Se salite verso il Ciareido poco prima dello stesso trovate bivio che girando a sinistra porta tramite un pezzo di mulattiera al sentiero che sale verso destra per il pupo e le altre pareti(ometto),circa 40 minuti.

Se salite dal Bajon prendete il sentiero C.A.I.272 che dal rifugio va verso il Pupo ,seguite il sentiero alto che riporta verso Pian dei Buoi e poi tagliate su a sinistra per tracce di sentiero circa in un ora siete alla base

Relazione tecnica

La via è chiodata interamente a spit da 10 mm con aggiunta di un chiodo e una clessidra,le soste sono tutte a spit con catena e anello di calata,nei tiri piu facili le protezioni sono un pò piu distanti ma volendo si può integrare con friend medi.

Attacco della via targhetta con nome

  1. 30 metri 6 spit+clessidra quarto grado
  2. 15 metri 4 spit partenza di quinto grado poi quarto più
  3. 20 metri 5 spit + chiodo bong 6a
  4. 15 metri 3 spit partenza di quinto poi quarto grado
  5. 15 metri 10 spit partenza molto strapiombante7a+/7b poi 6b+/6c
  6. 25 metri 11 spit partenza impegnativa 7a/7a+ poi 6b
  7. 30 metri fino alla cima 6 spit 6a

Discesa

La discesa può essere fatta giu per la via di salita fino alla cengia mediana poi camminando verso sinistra faccia alla parete fino in forcella,oppure con due doppie per il versante nord.Ci si abbassa verso la forcella su di uno spit con maglia rapida proprio sulla cima e per alcuni metri fino a trovare la prima calata con sosta a catena,da questa calandosi verso destra con la faccia alla parte dopo una ventina di metri si trova la seconda catena su una evidente cengia e da li con una calata da 40 metri fino in forcella poi per facili roccette fino alla base del pupo(primo grado).Usare corda da 80 o gemelle per le doppie a nord.Tutte le soste della via sono con catena e maglia rapida grossa,avevo lasciato un moschettone a ghiera sulla ultima sosta in cima per le doppie e qualche brillante scienziato lo ha già rubato…stramberie.

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Estasi e tormento

di Saverio D’Eredità

Ci sono strade che ti portano giù senza che tu te ne accorga. Lo capisci davvero quando avverti che le gambe non spingono più e l’aria si fa più leggera sul viso. Quando la mente si sgombra e il cuore rallenta. E tutto è in qualche maniera come dovrebbe essere. Semplicemente perfetto. Quell’istante è la ricompensa del sacrificio. La spiegazione plausibile ad ogni tua rinuncia. È la ragione per cui. È tutto quello che serve.

Eravamo dunque giunti alla fine delle montagne. Profili indistinti di valli e di dorsali emergono, nel chiarore del giorno che si espande. Sprofondi di valli delle quali più non ci curiamo di dare un nome. Ci sovrasta, ovunque, il Sassolungo. Ultimo frammento della regione dolomitica, faraglione arenato nei docili altipiani dell’Alpe di Siusi.
Eravamo giunti alla fine delle montagne e forse non solo. Pure in questa mattina leggera e luminosa grava la sensazione che qualcosa volga alla fine. È un pensiero che cerchi di scacciare come mosche e invece ritorna. È una maglietta appiccicosa di sudore. Un rumore bianco.
Finiscono le montagne, come pare stia già finendo quest’estate. In questi ultimi giorni lo potevo sentire dentro ogni mattina andando a lavoro, nell’odore di terra che pareva marcire, di campi schiantati dal caldo o da qualche temporale abbattuto senza pietà su alberi innocenti. Continua a leggere

The Blue Zone – nuova via in Creta di Mimoias

di Alberto Giassi

Qualche anno fa mi trovavo sulla parete della Creta di Mimoias per ripetere “Affinità e divergenze”, una delle linee più belle di questa poco nota parete carnica. Poco nota, ma senza dubbio tra quelle che riserva la roccia migliore, in un angolo particolarmente pittoresco e nascosto, ma di una bellezza che ti rapisce. Nei momenti di sosta lungo la via mi guardavo attorno chiedendomi se su una parete così bella ci fosse ancora spazio per una piccola avventura in apertura.

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Il tracciato della via

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Spesso disegno linee immaginare, ma poi nel concreto le lascio li dove sono, forse per paura di rimanere deluso. Quest’estate siamo tornati a scalare in creta di Mimoias con Andrea Polo e “Pierin” Piero Surace e rivedendo la parete mi sono deciso. Appena una settimana dopo ero nuovamente alla base con macchina fotografica e binocolo, per vedere se potesse essere una buona idea oppure no. In un giorno di meteo – come spesso quest’estate – “ballerino”, complice l’entusiasmo irrefrenabile di Pierin siamo saliti con armi e bagagli e abbiamo cominciato. Neanche a dirlo, la parete ci ha salutato con una lavata ciclopica….

“eh bon toccherà tornar!”

Ormai la giostra era partita. Lasciamo nascosta la ferramenta e scendiamo. Due settimane dopo, grazie ad un allineamento astrale stravagante torniamo su, questa volta in tre: il sottoscritto, Pierin e Lorenzo Michelini. E, come da tradizione, con il meteo sempre incerto…

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Alberto Giassi in sosta

Salgo fino al punto raggiunto la volta prima e faccio salire i compagni. Tocca a Pierin dare sfoggio della sua arte arrampicatoria utilizzando i suoi chiodi fatti in casa e posizionando gli spit. In sosta gli amici se la ridono… il colore della roccia è azzurro come il cielo terso. Ma solo per il momento.
Infatti, quando tocca a me salire l’ultimo tiro devo muovermi il più veloce possibile: ovviamente il bel cielo blu che ci accompagnava ora è coperto e comincia gocciolare. I miei compagni di cordata mi raggiungono: giusto il tempo di organizzarci per la doppia che comincia a piovere. Per ironia è proprio la maledetta pioggia che ci ha perseguitato in quest’avventura a suggerirci il nome da dare alla via. Calandoci, infatti, ci accorgiamo che la roccia, bagnandosi, rivela un fantastico colore bluastro che come un alone si espande nella parete. Una magia che solo la pioggia ha potuto svelare, in fondo un piccolo premio alla nostra costanza. Battezziamo quindi con “Blue Zone” questa porzione di parete che ci ha lasciato la possibilità di disegnare la nostra linea.

Creta di Mimoias – Avancoropo N/E mt.2066

The Blue Zone

Primi salitori: Alberto Giassi, Piero Surace, Lorenzo Michelini – estate 2019

Lunghezza: 110 mt

Difficoltà: 6b (gradi da confermare) /S2

Note: la via attacca 50 mt a dx di “Affinità e Divergenze” e risulta attrezzata con spit da 10mm. Tutte le soste sono attrezzate con 2 spit e cordone, anche per calata.

Per accessi, schizzo della via e discese: vedi guida cartacea E. Zorzi, S. D’Eredità, Alpi Carniche Occidentali, 2018, ed. Alpinestudio, pag. 50.

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Never…Robon

di Emiliano Zorzi

Pur avendo per anni, studiato, immaginato e un po’ accarezzato l’idea di poter realizzare una linea di scalata accessibile, per difficoltà e impegno “di testa”, su quella sorta di santuario degli dei (dell’arrampicata intendo…) che è la parete del Robon, alla fine pensavo che mai (“never”– da qui la presenza di questo avverbio nel nome di questa via divisa in due atti, con intervallo nel mezzo) avrei potuto realizzarla. Alle volte pensando che le difficoltà sarebbero state non consone al personaggio e che in qualche modo ne sarebbe uscito un percorso non consono a quell’Olimpo calcato solo da degli dei “intoccabili” (vari dei quali ho la fortuna di conoscere personalmente: persone tutt’alto “intoccabili” o intrattabili, ben inteso. Fisicamente “intoccabili” per il sottoscritto sono le prese delle loro vie!).
Quello che mi aveva sempre stuzzicato, nel corso della stesura della guida sulle Giulie, dei sopralluoghi fotografici sul Robon e della raccolta delle informazioni su questi percorsi “top”, era il fatto che per quanto compatto ed impressionante sia questo muro di calcare giulio, le vie presenti si snodano nei settori evidentemente più splendidi e repulsivi e terminano nel punto in cui le difficoltà “mollano” pur se la parete continua ancora. Vie frutto di prestazioni tecniche e di “testa” fuori dal comune. Vie su cui è richiesta la prestazione top ed una buona dose di coraggio anche al ripetitore.
Proprio per questo motivo, una tortuosa ma logica linea immaginaria si dipana, senza essere stata considerata, proprio in mezzo ai due settori (“basso” e “alto” o Pilastro Marisa) e con la possibilità di scalare le rocce del Robon dalla base alla cima. Tutto questo, comunque, era rimasto per anni nel cassetto delle intenzioni, finché, a ferragosto, durante una giornata di “pascolo” arrampicatorio senza pretese, il nostro accademico preferito ha ri-vangato (non so se per qualche motivo telepatico) l’idea di poter tracciare sul Robon una via “abbordabile” e dalla spittatura sicura e rassicurante anche per i cuori pavidi. Presto nasce l’accordo per andare dopo pochi giorni a vedere… Continua a leggere

SS 125/Orientale Sarda – 3/il gran finale

di Saverio D’Eredità

Continuiamo l’aggiornamento sulla spedizione in terra sarda, sempre ammesso che ve ne importi qualcosa e rassicurandovi sul fatto che questo sarà l’ultimo bollettino: a pezzi (fisicamente e moralmente) l’armata nordestina ripiega nelle desolate lande padane. Mettete da parte la bile: ci stiamo già ingrigendo a lavoro e passiamo le pause a rivedere foto di roccia e di mare. Io, per dirvi, sono talmente preso male che stamattina mi sono svegliato con l’ansia di non aver fatto i compiti per le vacanze. Dato che ci siamo mossi piuttosto a casaccio e tempi, modi e stili son stati dettati più da poppate, pappette e tempi di gonfiaggio di galleggianti che da reali obiettivi sportivi, concludiamo con un resumè generale e disordinato di cose fatti e persone.

Jerzu – il Castello

Se farete un giro per l’Ogliastra senza per forza di cose intrupparvi nelle falesie di riferimento, sicuramente vi capiterà di perdervi. No, niente facili romanticismi bohemien: sto proprio parlando di sbagliare strada e di bestemmiare dietro la segnaletica. Insomma, amici sardi, vi vogliamo bene e lo sapete: ma perché volete mandarci sempre a Lanusei da qualunque punto dell’Ogliastra uno si trovi e soprattutto, perché Jerzu ha più uscite del G.R.A? Tra un cartello accuratamente nascosto dalla vegetazione e una freccia mozzata, più di una volta abbiamo allungato trovandoci in luoghi inusitati. Se questa è una strategia di attrazione turistica, la trovo interessante per quanto rischiosa. Continua a leggere

SS 125 Orientale Sarda / 2 – il giorno dell’Aguglia

di Saverio D’Eredità

Prologo – Settembre 2013

Dopo quattro giorni abbiamo il passo e gli occhi dei reduci. Risaliamo lentamente il Bacu, cercando di sfuggire al sole implacabile sotto magre ombre di lecceti. L’ultimo sorso d’acqua è finito stamattina e per ore ci siamo nutriti del turchese delle acque della Cala Goloritzè, tanto azzurre e tanto fresche da darci l’illusione di poterci dissetare al solo sguardo. Ore passate in attesa che l’Aguglia si vestisse di luce per specchiarsi nelle acque della sua Cala. Ore passate in contemplazione del più bell’obelisco di calcare del Mediterraneo.
Raggiungiamo l’ombra di due olivastri secolari con passi lenti e strascicati. Ci concediamo una breve pausa. Poggiamo a terra gli zaini, la cui composizione ha ormai perso ogni controllo. I sacchetti della spazzatura penzolano dalle cinghie laterali. Un pentolino mi perfora da ore un rene. Ma ormai non ci faccio più caso.
Dovrebbe mancare poco. Questo il mio pensiero che, per stavolta, tralascio di condividere con Graziella. Sono 4 giorni che le dico che manca poco a qualcosa e siamo ancora qua. Abbiamo sete, eppure riusciamo ancora a riempirci di stupore per la bellezza di questo luogo. Al di là di quel crinale c’è il Golgo, il punto di ristoro, una colossale bevuta ma anche la fine di questo sogno sospeso. Graziella incrocia il mio sguardo languido, posato verso il mare e l’orlo del bacu.

“Ci torneremo” mi dice mentre poggia lo zaino “magari quando troverai qualcuno per scalare l’Aguglia”

Bastano queste poche parole per ridestarmi dal trance in cui ero caduto. La sete è presto dimenticata, nemmeno sento più il manico del pentolino trafiggermi il costato.

“Si, torneremo.  Ma andiamo ora, dovrebbe mancare poco” – le dico, sorridendo convinto stavolta. Perché come tutti i reduci, la nostra promessa è sempre il ritorno.

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