Arrampicarnia – Annozero

di Saverio D’Eredità

C’era un Patrick Berhault in fuseaux e capello lungo. Un Mauro Corona che prima di diventare giullare in TV faceva il giullare alla base delle vie con i calzettoni di lana ben in vista sopra le scarpette. C’era chi calzava le Mariacher e chi le Mythos. C’erano tanti. Da Manolo a Bassi. Da Beat Kammerlander a Rolando Larcher. C’era  – soprattutto – l’idea che qualcosa di nuovo stesse vedendo la luce
Trent’anni dopo, cosa è rimasto di quegli anni un po’pazzi, ingenui forse, ma pur sempre vitali e a loro modo rivoluzionari? Oggi i capelli lunghi sono stati sostituiti dalle barbe più o meno colte. I colori sono sempre variopinti ma prevalgono l’outfit comodo e il colore pastello. Magari staremo un po’troppo sullo smartphone, ma le birre scorrono sempre a fiumi. Nel frattempo su queste rocce è passato l’alieno Ondra, spit luccicanti e resinati hanno sostituito le vecchie piastrine artigianali, mentre sui pilastri della Chianevate si è sviluppato un invisibile reticolo invisibile di itinerari, sebbene il silenzio rimanga antico.

Sono due storie parallelle ed intrecciate, quella dell’evoluzione dell’arrampicata in Pal Piccolo e dell’apertura di importanti vie sulla grande sud della Chianevate. Per decenni in disparte e frettolosamente derubricate a “pareti friabili” o prive di interesse hanno saputo svelare il loro potenziale proprio in un’epoca in cui man mano si andavano “spuntando” i grandi problemi. Le pareti carniche, a lungo neglette, hanno saputo quindi aspettare le mani e i piedi delle nuove generazioni. Aspettando il momento di poter essere scalate. E se il Pal Piccolo e le sue diverse strutture – ormai note con i fantasiosi nomi affibbiati dalla compagine di alpinisti friulani come De Rovere, Mancini, Bianchi e tanti altri che le hanno fatte emergere – sviluppavano una vocazione sportiva (seppure estremamente esigente: andate a fare Polvere di Stelle oggi con gli spit e pensate a chi l’ha aperta con gli eccentrici…), la Chianevate vedeva fiorire vie sempre più spinte per arditezza di linee ed inflessibilità etica. Si può tranquillamente dire che è lì che l’evoluzione ha visto una accelerata decisa verso quella che oggi è l’arrampicata del futuro: stile tradizionale e grado elevato in apertura.

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Roberto Geromet su “Polvere di Stelle” – foto E.Zorzi

Quando nel 1986 fu organizzato il primo meeting di Arrampicarnia il mondo dell’alpinismo stava subendo una profonda trasformazione. Erano del resto gli anni dei primi Rock Master e sull’onda di quanto avvenuto a Bardonecchia l’anno prima, l’arrampicata nella sua veste “sportiva” stava per stravolgere i parametri  del mondo verticale. Tra chi ne prendeva nettamente le distanze, chi predicava la morte dell’alpinismo, chi invece gridava al futuro, come al solito, la comunità alpinistica tendeva a dividersi.
Pochi forse avrebbero immaginato che la Storia avrebbe fatto il proprio corso in maniera indipendente da giudizi e pregiudizi. E che, come sempre, la Storia avrebbe prodotto sintesi al tempo imprevedibili.
Ci troviamo quindi oggi, nel 2018, a salutare con grande curiosità e soddisfazione questo “annozero” della meeting “Arrampicarnia” che avrà luogo nell’area del passo M.Croce Carnico dal 13 al 15 luglio prossimi. Ed è già una soddisfazione vedere come lo spirito di quegli anni possa essersi tramandato, attraversando le diverse mode e le diverse stagioni, giungendo fino ad oggi con lo stesso entusiasmo. Perché l’alpinismo, alla fine, si fa ancora, come è vero che nel frattempo il numero di monotiri è cresciuto, insieme con le difficoltà. E tutta l’area del Pal Piccolo, da piccolo fiore appena sbocciato si è trasformata nella più grande area di arrampicata di quest’angolo delle Alpi.

Arrampicarnia ritorna quindi, dopo le tre edizioni degli anni 86,87,88, con l’intento di rinnovare quello stesso spirito e soprattutto di riunire la comunità di arrampicatori, eterogenea, colorata e trasversale, alla base del più bel calcare delle Alpi orientali e all’ombra della Creta della Chianevate, questo gigante bianco che festeggia i “suoi” 150 anni, ovvero da quando Paul Grohamann e le sue guide Salcher e Moser ne calcarono per primi la vetta, proprio il 15 luglio del 1868.
Ed è proprio questa ricorrenza che conferisce ad Arrampicarnia un valore più alto e forse simbolico. Se un tempo sarebbe stata un’eresia affiancare l’arrampicata sportiva pura con un simbolo dell’alpinismo classico, oggi invece questi due aspetti possono sposarsi benissimo, come espressioni diversi di un unico spirito. Quello dell’esplorazione, che si declina allo stesso modo sulle grandi cime come in una sequenza di movimenti sui 30 metri di un monotiro, nelle pieghe di una grande parete come su strutture solo all’apparenza “minori” dove l’occhio degli alpinisti ha saputo trovare ancora spazi di conoscenza ed avventura.
Legare i 150 anni della Chianevate al rilancio di un meeting importante come Arrampicarnia potrà forse riunire in un’unica, splendida cornice, le diverse anime di chi, tra vie classiche, sportive, falesie o semplici escursioni vorrà ritrovarsi scoprire ancora una volta le potenzialità di questo gruppo che più di tutti rappresenta la Carnia, nella sua integrità e nella sua introversa bellezza.
Tre giorni che saranno l’occasione per incontrarsi, scalare insieme, spellarsi le dita su qualche monotiro (e sapete bene come anche un certo Adam Ondra abbia trovato pane per i suoi denti da queste parti) o ingaggiarsi sulle grandi vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo carnico. C’è chi potrà aver l’occasione di provare per la prima volta con le Guide Alpine e chi magari chiudere la via dei sogni. Nel mezzo, attività e occasioni di confronto e approfondimento per tutti, dallo yoga alla geologia, il tutto impreziosito da due serate di grande livello con personaggi del calibro di Roberto Mazzilis, Reinhard Ranner, Riccardo Scarian e Alessandro Zeni.  Un “annozero” coi fiocchi, insomma, sperando che questa sia solo l’inizio di una lunga storia.

Per il programma completo andate a dare un occhio al bel sito di Arrampicarnia:

http://www.arrampicarnia.it/

E ci vediamo là!


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Federico Conta su Nouvelle Sensation – foto N.Narduzzi
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Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

Cibo per marmotte e dialoghi con stambecchi

di Emiliano Zorzi

(Articolo pubblicato su “Bivacco sotto la Rocca” – settembre 2017)

Questo articolo tratta della gestazione e realizzazione della va “Fai Bei Sogni” sul luminoso versante sud dell’Innominata, in bella vista del Rifugio Corsi. Il nome, scelto dal vulcanico Fabio, ha a che fare con un libro di cui non so nulla né ho indagato sulla motivazione della scelta; più pragmaticamente ho badato al trasformare in realtà tangibile l’idea (ogni idea è in qualche modo un sogno) di un nuovo percorso sulle rocce dell’Innominata.
Quando mi è stato chiesto gentilmente da Paola di dare un piccolo contributo per il numero di settembre, non mi ci è voluto troppo tempo a pensare che non c’era niente di più adatto ad un notiziario sociale che scrivere qualche riga della piccola-lunga storia collettiva che ha coinvolto per mesi, seppur a spizzichi e bocconi, una gran parte del GAM, di altri amici della sezione e, letteralmente a spizzichi e bocconi, anche le simpatiche marmotte del luogo.
Tutto inizia nel dicembre 2016 quando, complice il tempo “mite” e l’assenza di neve, con Umberto siamo alla ricerca di qualche roccia solare su cui provare a fare qualcosa. Rispolvero quindi una vecchia idea, o meglio abbozzo di idea, riguardante una bella colata scura di ottima roccia sul basamento dell’Innominata. Il resto della via verso l’alto si scoprirà.

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Per il puro piacere di arrampicare

 

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

(P.Handke – Elogio dell’infanzia)

di Saverio D’Eredità

Sento una strana tranquillità, questa mattina. Parcheggiamo l’auto per primi in Val Venegia, proprio davanti ai profili dentellati e sbilenchi dei Bureloni che ancora ombreggiano sui prati freschi di rugiada.
Gli zaini, già pronti dalla sera prima, salgono subito in spalle e ci avviamo spediti. Anche ieri sera, nel prepararli, avvertivo questa singolare calma.

Sul pavimento del disimpegno il tintinnare argenteo dei materiali rompeva il silenzio della casa, ormai un passo nella notte. Per qualche istante mi concentrai sui suoni e sui gesti piuttosto che sulla scelta del materiale. Quante volte avevo già rinnovato questo rituale, ripetendo i medesimi gesti, udito questi suoni, rivolgendo le stesse domande al compagno? Continua a leggere

Memorie di un secondo di cordata

di Saverio D’Eredità

Ecco, ci risiamo.

La corda parte libera nell’iperspazio, priva di protezioni intermedie, disegnando un tracciante perfettamente obliquo lungo una placca compatta, cesellata qua e là di minuscole goccette di pietra, opera di uno stillicidio millenario. A destra, il diedro si inarca con una parabola perfetta. È una visione di ammaliante bellezza e al tempo stesso disperante. Ho atteso qualche istante prima di affacciarmi oltre il bordo del diedrino, sistemato alla meglio su un gradino appena buono per l’avampiede. Sapevo cosa mi attendeva. Lo intuivo dalla debolezza con la quale la corda davanti a me veniva recuperata e dalla sensazione – ancora una volta – di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Del resto, quando ti trovi nelle mani di due soci particolarmente in palla e piuttosto disinvolti sui sesti e sestipiù “da scalare” il tuo destino è già segnato in partenza. Continua a leggere