Polvere e Spit

di Saverio D’Eredità

È sempre rischioso dar peso alle promesse fatte davanti a una birra dopo una giornata di montagna. La fatica accumulata aiuta il seppur lieve tasso alcolico ad entrare in circolo, la rilassatezza fa allentare i freni inibitori della parola e, se la compagnia è giusta, è facile ci si sbilanci parecchio.
La giornata era partita con il clamoroso pacco rifilatomi dal socio poche ore prima e che come conseguenza ebbe una rabbiosa ed improvvisata salita al Pacherini. Da lì, con il provvidenziale consiglio di Claudio, mi rintanai da solo fin sulla Croda del Sion. La salita si compì come una seduta psicanalitica, confermandomi ancora una volta l’utilità delle “solitarie su cime solitarie” come indispensabile equalizzatore degli umori. L’annata fin lì avara di soddisfazioni stava accumulando delle scorie e come al solito mi ritrovavo a far i calcoli con la lista degli obiettivi irrealizzati.

Non fu del resto un caso il fatto di incrociare Andrea al rifugio mentre serviva ai tavoli. Attesi la fine del turno e la birra fu solo una logica conseguenza. Di sorso in sorso lasciammo roteare la girandola dei sogni sulle mille salite che avremmo voluto fare nello scampolo di stagione che ci rimaneva e, tra tutte, la mitica Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone esercitava su di noi un irresistibile fascino. Il Pinnacolo! Come non averci pensato prima! Fummo rapiti dall’euforia di quella salita tanto agognata, quasi fosse un nostro personalissimo omaggio ad un grande delle Giulie. Il Pinnacolo! L’obiettivo dell’anno era stato individuato. Brindammo al nostro sogno e riprendemmo la strada del fondovalle, con la testa già altrove. Continua a leggere

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Giorni inutili

di Saverio D’Eredità

C’è sempre una cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire da Chamonix. Esco di casa, ancora senza colazione (perché la facciamo al bar, l’ultima mattina, “per non sporcare che abbiamo già messo a posto”) e vado a spedire le cartoline. So che può sembrare retrò come cosa, ma ci sono persone cui ancora piace ricevere le cartoline. Non fosse altro che per prolungare l’attesa del rientro e, una volta rientrati, stupirsi ancora dei luoghi che qualcuno dei nostri amici o parenti ha visitato. È una cosa vintage, la cartolina, ma secondo me funziona ancora. Le foto di Whatsapp, per dire, mica le appendete al frigo.
È un momento un po’malinconico, quello delle cartoline. Pensi al viaggio che hai da fare, le ore di autostrade, pedaggi, caselli e brutture varie o come non farsi prendere dalla tristezza pensando a tutto quello che ancora avresti voluto fare. La classica sindrome ben rappresentata nel spot “Costa crociere”, con la gente che piange alla cassa del supermercato. Il classico turista che se ne va e torna alla sua vita piatta, insomma. Niente di più standardizzato.
Cammino spedito lungo Rue Payot verso le Poste Centrali e mentre do un’occhiata alle pasticcerie e baretti per individuare quello più adatto alla colazione, incrocio gli sguardi di altri turisti o alpinisti diretti chi alla Midi, chi al Flegére o altri ancora al Montenvers. È ancora presto, e su questo versante del Bianco il giorno è un’onda di luce che si spande oltre l’orizzonte delle Aiguilles, mentre la valle dell’Arve è ancora avvolta in ombre di rugiada.
Dai loro sguardi posso intuire smarrimento, indecisione, determinazione. Dalla postura o dall’abbigliamento, dal tipo di zaino o dalla direzione, posso supporre le mete che hanno in programma.
Il polacco con lo zaino più grande di lui stasera andrà a bivaccare da qualche parte sotto il Dru o semplicemente si sposta dal campeggio? E quel tipo col berretto con visiera e la cicca in bocca di prima mattina che non gli daresti niente, non potrebbe invece aver progetti molto strani sulle Jorasses?
C’è il classico soggetto in tenuta d’ordinanza “normale al Bianco” e quelli più squinternati che ti danno sempre l’aria di combinarla grossa, ma è facile trovarli dopo alla Microbrasserie che ancora non hanno deciso. C’è il tipo pulito da “arrampicata plaisir sulle Aiguille Rouges” e facce convinte da ultratrail.
È un po’così, Chamonix. Ci si mescola e ci si confonde. Si fa la coda per le giostre più alla moda o ci si ritrova per caso e da soli in angoli incantati che ti chiedi come-mai-nessuno-qui.
È il riproporsi di un rito, da decenni, che nonostante mode, tendenze, innovazioni sembra trovare ogni volta il modo di rigenerarsi.

C’è un’altra cosa che faccio, l’ultima mattina prima di partire, chiudere casa e consegnare le chiavi. Nel baretto ben individuato, seduto nell’angolino con qualche burrosissima brioche e la voglia di un caffè vero, rileggo la guida. Sì, lo so che sono un fanatico, ma meglio questo di altri fanatismi, credo.
Ripercorro le vie salite, segno quelle che la prossima volta mi sentirò in grado di fare, scovo altre che non avevo considerato.
Perchè lo spigolo Nord della Blaitière dev’essere un vione, e forse la Contamine al Dru se siamo in forma possiamo pensarci. Mi piace sfogliare voluttuosamente le prime pagine, quelle di introduzione storica, quelle normalmente ignorate all’inizio perché presi dalla foga di compilare i listoni, pianificare orari, giornate, materiali e strategie. È in questo momento che assumono una loro dimensione, quasi riesca a vederle in prospettiva.
Dai Ravanel e Lépiney a Mummery, da Young e Knubel avanti fino a Terray e Contamine, Rebuffat e poi gli inglesi. I primi spit di Piola e gli exploit di Profit e Gabarrou. Altri nomi di ignoti su cime meno note che eccitano la fantasia. Le rocce che hai toccato, le doppie buttate nella rabbia o nella fretta, rinunce e piccole soddisfazioni ritrovano una collocazione. Le metti in fila, le dai un nome e provi a infilarle nello zaino, come materiale indispensabile per il futuro.
Vedi? Abbiamo sbagliato quella mattina sulla Blaitière, ma eravamo sull’antico attacco della Ryan. E quei ragazzi sbucati d’improvviso sotto la cuspide del Peigne, che salivano lo spigolo Nord, avevano ragione a dire che era “6a ma per niente facile”, visto i nomi degli apritori, veri specialisti delle fessure chamioniarde. Ti senti anche tu parte di quella storia. È vero, sei solo un turista, ma cos’era in fondo lo stesso Mummery?
Chiudi la guida, è tempo di saldare il conto, rivedere ancora una volta l’assetto dell’auto stracarica, cercando un equilibrio tra i friends e i giochi di tua figlia. Da sotto il sedile spunta la seconda picca che anche stavolta non è servita.
È fresco stamani. Mentre ripercorro indietro la strada alzo lo sguardo sulle Aiguilles. L’occhio scorge qualcosa di nuovo ed inedito. È scesa la prima neve.
Nei cupi canali battuti dalle scariche per giorni, sulle placche scure, una raggiera di linee si rivela. Un occhio allenato e anche un po’fissato, può intuire possibili traiettorie di discesa o di salita. La ruota riparte. Sorrido. Non conosco un modo più stupido ed eccitante per ingannare il tempo come l’alpinismo. Nient’altro che uno stratagemma per sopravvivere, tenere la mente aperta e non lasciarsi scoraggiare.
Che la cosa bella, in fondo, è proprio lasciarsi ingannare ogni volta da un trucco che già conosciamo. Dopo tutto, diceva Nick Hornby, c’è sempre una prossima stagione.

Chiudo il bagagliaio. Un colpo secco e sta dentro tutto. Cosa riportiamo a casa? A far una lista, ben poco. Era più lunga quando siamo partiti. Dieci giorni fa, al secondo pedaggio pagato e mentre cercavo di divincolarmi tra le auto in ripartenza alla barriera di Milano Certosa mi ero ripromesso che per un po’non ci sarei tornato, a Chamonix. Che mi aveva stufato. Troppi soldi, troppe code, troppo tutto. E invece sono rimasto di nuovo fregato. Perché è qui che ti rimetti di nuovo in discussione. Riparti da zero. La tua presunzione, le tue certezze, la aspirazioni, è più facile che vengano smentite piuttosto che confortate; è il valore della paura, che riscopri. L’essere piccolo non ti fa sentire inferiore. L’essere pavido può essere la tua miglior difesa. L’essere debole la tua maggiore forza.

Ma, in fondo, non stiamo parlando che di giorni inutili. Giorni passati a parlare di fessure e di diedri, di condizioni ed avvicinamenti. Di meteo ed orari. Ma sono questi giorni inutili che ci mancheranno. E allora in queste cartoline che infiliamo nella buca credo che in fondo stiamo scrivendo un po’anche a noi stessi.
Che sia concessa anche a noi, ogni tanto, un’insolita leggerezza. Questo stupore bambino. Questa lucida stoltezza.
Siano concessi a noi questi pensieri lievi, questa stupida euforia. Torneremo domani ai vostri doveri, alla vostre carte, ai vostri conti sempre in ordine – sempre a scapito di qualcuno.
Sia concesso a noi il tempo del silenzio, per dire una parola in meno e pensarne una in più. Testimoni del saccheggio della parola, assuefatti al vuoto dei proclami, alla violenza delle menzogne, portiamo fieramente in mano i nostri giorni inutili.
Le nostre mani sono ruvide e spellate. La pelle racconta una storia con le rughe. In fondo al sacco l’odore dei vestiti da lavare è memoria di giorni vissuti.
Che sia concesso a noi ancora una volta questo privilegio insolito, di tutti il più prezioso. Il privilegio della nostra inutilità.

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Enrico Biasotto e un’alba sul Bianco

La biblioteca di Alessandria

“Secondo me ci siamo troppo imborghesiti
Abbiamo perso il desiderio
Di sporcarci un po’ i vestiti”

Brunori Sas – “Secondo me”

di Saverio D’Eredità

Se provate a cercare “Comici Vano Nero” su Google vi viene fuori poco o niente.
Per affinare la ricerca potete provare varie opzioni, ad esempio scambiando l’ordine delle parole o aggiungendo a seconda Vano+Riofreddo e togliendo Comici (visto che di vie Comici su quella montagna ce ne sono due). Tutto quello che troverete è la scansione di “Google Books” della Buscaini, note biografiche su Comici stesso e una discussione su un noto Forum che è molto rappresentativa dei nostri tempi: si discute tanto ma sul niente, ovvero senza sapere esattamente di cosa si stia parlando.

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Nevee Outdoor Festival 2018

di Saverio D’Eredità

Quando si parla di bambini, gli anglosassoni usano definire le fasi della crescita con alcuni nomignoli. E possiamo dire che anche per il Nevee Outdoor Festival siamo arrivati ai ben noti “terrible three”, i terribili tre. Tre come gli anni di vita di questa manifestazione, ma sarebbe meglio chiamarla festa, che celebra Sella Nevea, le Giulie tutti gli sport “alpini” e non in tre giorni tra le pareti, gli abissi e gli spazi del Canin.

Il NOF è una realtà, ormai da alcuni anni. L’impegno degli organizzatori è spesso invisibile, sebbene tangibile ogni qualvolta mettiamo la nostra corda in catena o troviamo un percorso attrezzato con tabelle e segnalazioni. Dopo tre anni crediamo si sia dimostrato – e anche molto bene – come questo modello di sviluppo delle nostre montagne possa essere vincente e soprattutto aggregante. La strada da intraprendere è stata individuata e crediamo meriti ascolto ed attenzione. In quest’ultimo mese tra Arrampicarnia e NOF si è dimostrato come mettere al centro le attività sportive possa non solo attirare visitatori, ma anche indicare in che direzione (civile, ecologica, inclusiva) si possa frequentare la montagna.

Anche quest’anno il NOF ritorna con entusiasmo, arricchendo il programma di svariate attività dai boulder tracciati con attenzione e pazienza dai ragazzi del Nevee, all’arrampicata sportiva (anche per chi inizia), la speleologia, la mountain bike e…lo scialpinismo. Il patrimonio di innevamento del generoso inverno 2017-2018 ci ha lasciato un bel nevaietto in Prevala dove sarà offerta la possibilità di uno ski-test fuori stagione, mentre tutt’attorno tra slackline, acro yoga e musica non ci si annoia di certo.
Si parte stasera, alle ore 20 presso il Centro Polifunzionale di Sella Nevea con la conferenza “Alla scoperta delle Alpi Giulie: incrocio di parchi, di genti e di animali” in cui interverranno il direttore del Parco Prealpi Giulie Stefano Santi e ricercatori dell’Università di Udine (ricordiamo infatti che buona parte delle attività del NOF si svolge nella pregevole area del Parco). A questo seguirà la conferenza di un personaggio che in un certo senso riassume lo spirito del NOF, Michael Kemeter, un “outdoor-man” a tutto tondo: highliner, climber, base jumper…personaggio eclettico e irregolare, molto interessante e da scoprire.
Domani, sabato 21 luglio ci si disperderà tra macigni, forre e falesie dell’altipiano del Canin per poi trovarsi tutti al Gilberti per il concerto e la presentazione (alle ore 18 presso il Rifugio Gilberti) della nostra guida “Alpi Carniche Occidentali” (ultima occasione!) in cui introdurremo anche il lavoro sulla prossima edizione dedicata alle Giulie.
Infine via alla Romboss Fest.  Una festa dedicata al nostro amico Leonardo Comelli, ispiratore del NOF e il cui spirito rimane sempre presente tra noi, tutte le volte che attacchiamo una parete o ci apprestiamo a scendere con gli sci. C’è sempre una battuta o una “cagada” di Leo da ricordare.Facciamone un’altra Leo

Si chiude domenica con la Canin Sky Race, l’escursione naturalistica con le guide del Parco e tutte le attività che vorrete fare attorno al Gilberti e non solo.

Il programma e tutte le info sono disponibili qui https://neveeoutdoorfestival.com/

Cattura

Arrampicarnia – Annozero

di Saverio D’Eredità

C’era un Patrick Berhault in fuseaux e capello lungo. Un Mauro Corona che prima di diventare giullare in TV faceva il giullare alla base delle vie con i calzettoni di lana ben in vista sopra le scarpette. C’era chi calzava le Mariacher e chi le Mythos. C’erano tanti. Da Manolo a Bassi. Da Beat Kammerlander a Rolando Larcher. C’era  – soprattutto – l’idea che qualcosa di nuovo stesse vedendo la luce
Trent’anni dopo, cosa è rimasto di quegli anni un po’pazzi, ingenui forse, ma pur sempre vitali e a loro modo rivoluzionari? Oggi i capelli lunghi sono stati sostituiti dalle barbe più o meno colte. I colori sono sempre variopinti ma prevalgono l’outfit comodo e il colore pastello. Magari staremo un po’troppo sullo smartphone, ma le birre scorrono sempre a fiumi. Nel frattempo su queste rocce è passato l’alieno Ondra, spit luccicanti e resinati hanno sostituito le vecchie piastrine artigianali, mentre sui pilastri della Chianevate si è sviluppato un invisibile reticolo invisibile di itinerari, sebbene il silenzio rimanga antico.

Sono due storie parallelle ed intrecciate, quella dell’evoluzione dell’arrampicata in Pal Piccolo e dell’apertura di importanti vie sulla grande sud della Chianevate. Per decenni in disparte e frettolosamente derubricate a “pareti friabili” o prive di interesse hanno saputo svelare il loro potenziale proprio in un’epoca in cui man mano si andavano “spuntando” i grandi problemi. Le pareti carniche, a lungo neglette, hanno saputo quindi aspettare le mani e i piedi delle nuove generazioni. Aspettando il momento di poter essere scalate. E se il Pal Piccolo e le sue diverse strutture – ormai note con i fantasiosi nomi affibbiati dalla compagine di alpinisti friulani come De Rovere, Mancini, Bianchi e tanti altri che le hanno fatte emergere – sviluppavano una vocazione sportiva (seppure estremamente esigente: andate a fare Polvere di Stelle oggi con gli spit e pensate a chi l’ha aperta con gli eccentrici…), la Chianevate vedeva fiorire vie sempre più spinte per arditezza di linee ed inflessibilità etica. Si può tranquillamente dire che è lì che l’evoluzione ha visto una accelerata decisa verso quella che oggi è l’arrampicata del futuro: stile tradizionale e grado elevato in apertura.

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Roberto Geromet su “Polvere di Stelle” – foto E.Zorzi

Quando nel 1986 fu organizzato il primo meeting di Arrampicarnia il mondo dell’alpinismo stava subendo una profonda trasformazione. Erano del resto gli anni dei primi Rock Master e sull’onda di quanto avvenuto a Bardonecchia l’anno prima, l’arrampicata nella sua veste “sportiva” stava per stravolgere i parametri  del mondo verticale. Tra chi ne prendeva nettamente le distanze, chi predicava la morte dell’alpinismo, chi invece gridava al futuro, come al solito, la comunità alpinistica tendeva a dividersi.
Pochi forse avrebbero immaginato che la Storia avrebbe fatto il proprio corso in maniera indipendente da giudizi e pregiudizi. E che, come sempre, la Storia avrebbe prodotto sintesi al tempo imprevedibili.
Ci troviamo quindi oggi, nel 2018, a salutare con grande curiosità e soddisfazione questo “annozero” della meeting “Arrampicarnia” che avrà luogo nell’area del passo M.Croce Carnico dal 13 al 15 luglio prossimi. Ed è già una soddisfazione vedere come lo spirito di quegli anni possa essersi tramandato, attraversando le diverse mode e le diverse stagioni, giungendo fino ad oggi con lo stesso entusiasmo. Perché l’alpinismo, alla fine, si fa ancora, come è vero che nel frattempo il numero di monotiri è cresciuto, insieme con le difficoltà. E tutta l’area del Pal Piccolo, da piccolo fiore appena sbocciato si è trasformata nella più grande area di arrampicata di quest’angolo delle Alpi.

Arrampicarnia ritorna quindi, dopo le tre edizioni degli anni 86,87,88, con l’intento di rinnovare quello stesso spirito e soprattutto di riunire la comunità di arrampicatori, eterogenea, colorata e trasversale, alla base del più bel calcare delle Alpi orientali e all’ombra della Creta della Chianevate, questo gigante bianco che festeggia i “suoi” 150 anni, ovvero da quando Paul Grohamann e le sue guide Salcher e Moser ne calcarono per primi la vetta, proprio il 15 luglio del 1868.
Ed è proprio questa ricorrenza che conferisce ad Arrampicarnia un valore più alto e forse simbolico. Se un tempo sarebbe stata un’eresia affiancare l’arrampicata sportiva pura con un simbolo dell’alpinismo classico, oggi invece questi due aspetti possono sposarsi benissimo, come espressioni diversi di un unico spirito. Quello dell’esplorazione, che si declina allo stesso modo sulle grandi cime come in una sequenza di movimenti sui 30 metri di un monotiro, nelle pieghe di una grande parete come su strutture solo all’apparenza “minori” dove l’occhio degli alpinisti ha saputo trovare ancora spazi di conoscenza ed avventura.
Legare i 150 anni della Chianevate al rilancio di un meeting importante come Arrampicarnia potrà forse riunire in un’unica, splendida cornice, le diverse anime di chi, tra vie classiche, sportive, falesie o semplici escursioni vorrà ritrovarsi scoprire ancora una volta le potenzialità di questo gruppo che più di tutti rappresenta la Carnia, nella sua integrità e nella sua introversa bellezza.
Tre giorni che saranno l’occasione per incontrarsi, scalare insieme, spellarsi le dita su qualche monotiro (e sapete bene come anche un certo Adam Ondra abbia trovato pane per i suoi denti da queste parti) o ingaggiarsi sulle grandi vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo carnico. C’è chi potrà aver l’occasione di provare per la prima volta con le Guide Alpine e chi magari chiudere la via dei sogni. Nel mezzo, attività e occasioni di confronto e approfondimento per tutti, dallo yoga alla geologia, il tutto impreziosito da due serate di grande livello con personaggi del calibro di Roberto Mazzilis, Reinhard Ranner, Riccardo Scarian e Alessandro Zeni.  Un “annozero” coi fiocchi, insomma, sperando che questa sia solo l’inizio di una lunga storia.

Per il programma completo andate a dare un occhio al bel sito di Arrampicarnia:

http://www.arrampicarnia.it/

E ci vediamo là!


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Federico Conta su Nouvelle Sensation – foto N.Narduzzi

Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

Cibo per marmotte e dialoghi con stambecchi

di Emiliano Zorzi

(Articolo pubblicato su “Bivacco sotto la Rocca” – settembre 2017)

Questo articolo tratta della gestazione e realizzazione della va “Fai Bei Sogni” sul luminoso versante sud dell’Innominata, in bella vista del Rifugio Corsi. Il nome, scelto dal vulcanico Fabio, ha a che fare con un libro di cui non so nulla né ho indagato sulla motivazione della scelta; più pragmaticamente ho badato al trasformare in realtà tangibile l’idea (ogni idea è in qualche modo un sogno) di un nuovo percorso sulle rocce dell’Innominata.
Quando mi è stato chiesto gentilmente da Paola di dare un piccolo contributo per il numero di settembre, non mi ci è voluto troppo tempo a pensare che non c’era niente di più adatto ad un notiziario sociale che scrivere qualche riga della piccola-lunga storia collettiva che ha coinvolto per mesi, seppur a spizzichi e bocconi, una gran parte del GAM, di altri amici della sezione e, letteralmente a spizzichi e bocconi, anche le simpatiche marmotte del luogo.
Tutto inizia nel dicembre 2016 quando, complice il tempo “mite” e l’assenza di neve, con Umberto siamo alla ricerca di qualche roccia solare su cui provare a fare qualcosa. Rispolvero quindi una vecchia idea, o meglio abbozzo di idea, riguardante una bella colata scura di ottima roccia sul basamento dell’Innominata. Il resto della via verso l’alto si scoprirà.

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Per il puro piacere di arrampicare

 

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

(P.Handke – Elogio dell’infanzia)

di Saverio D’Eredità

Sento una strana tranquillità, questa mattina. Parcheggiamo l’auto per primi in Val Venegia, proprio davanti ai profili dentellati e sbilenchi dei Bureloni che ancora ombreggiano sui prati freschi di rugiada.
Gli zaini, già pronti dalla sera prima, salgono subito in spalle e ci avviamo spediti. Anche ieri sera, nel prepararli, avvertivo questa singolare calma.

Sul pavimento del disimpegno il tintinnare argenteo dei materiali rompeva il silenzio della casa, ormai un passo nella notte. Per qualche istante mi concentrai sui suoni e sui gesti piuttosto che sulla scelta del materiale. Quante volte avevo già rinnovato questo rituale, ripetendo i medesimi gesti, udito questi suoni, rivolgendo le stesse domande al compagno? Continua a leggere

Memorie di un secondo di cordata

di Saverio D’Eredità

Ecco, ci risiamo.

La corda parte libera nell’iperspazio, priva di protezioni intermedie, disegnando un tracciante perfettamente obliquo lungo una placca compatta, cesellata qua e là di minuscole goccette di pietra, opera di uno stillicidio millenario. A destra, il diedro si inarca con una parabola perfetta. È una visione di ammaliante bellezza e al tempo stesso disperante. Ho atteso qualche istante prima di affacciarmi oltre il bordo del diedrino, sistemato alla meglio su un gradino appena buono per l’avampiede. Sapevo cosa mi attendeva. Lo intuivo dalla debolezza con la quale la corda davanti a me veniva recuperata e dalla sensazione – ancora una volta – di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Del resto, quando ti trovi nelle mani di due soci particolarmente in palla e piuttosto disinvolti sui sesti e sestipiù “da scalare” il tuo destino è già segnato in partenza. Continua a leggere