La linea o la cima?

di Saverio D’Eredità

Se pensate che i gruppi whatsup di mamme e colleghi di lavoro siano una piaga sociale, bé, non conoscete quelli degli sci alpinisti. Credete che siano semplicemente un luogo virtuale di scambio informazioni, invece rapidamente si trasformano in sedute di ascolto per gente psicolabile, generatrici di effetti destabilizzanti sulla vostra psiche e sull’armonia della vostra esistenza. Perché capita (raramente, a dire il vero) che non ci state pensando affatto, all’uscita del weekend, magari sto giro mettete a posto casa, o che so, una corsetta e basta. Magari una gita in una città d’arte. E ti piomba invece addosso il fanatico della powder a tutti costi, subito incalzato da un “uphill hero” che rilancia con i suoi “1500 D+ ”. Dalla Slovenia a Chamonix. Senza vergogna e senza pietà per te, i tuoi affetti, e quella parvenza di stabilità mentale che stai tanto cercando.
Stavolta, si dirà, è per una giusta causa. E la colpa è di quel soggetto con gli occhiali da ghiacciaio stile Hermann Buhl che sta smadonnando su per il pendio. Mi sembra giusto così, i freeride bisognerebbe farseli dal verso giusto. Non al contrario. Del resto se per freeride “si indica l’attività fuoripista in neve fresca, avente scopo ludico e la ricerca del senso di libertà; per la risalita si utilizzano gli impianti e a volte, per brevi tratti, le ciaspole, le pelli di foca oppure l’elicottero” noi allora o non ci abbiamo capito niente, o potremmo dire di essere dei veri contestatori.
Fighetti.
Se non siete buoni a guadagnarvi le vostre curve statevene a casa. E tutto questo perché, anche il giorno della gita, non eravamo in grado di rispondere ad una domanda di fondo: è più importante la linea o la cima?
Che andava a finire così, io lo sapevo. Dal giorno in cui Marco ha aperto la chat “Missione Piovan” con il nobile proposito di celebrare degnamente l’addio al celibato di Carlo, ma con il subdolo intento di scavare due giorni di “tritaggio” senza pietà da qualche parte nell’arco alpino.

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Discesa dal Voerderer Daunkopf – Alpi di Stubai foto L.Brigo

 

Che andava a finire così si sarebbe capito dai primi due messaggi, quando uno ti dice “forse ho solo due giorni” e l’altro – il Biaso, chi se no – ti risponde “Marbrees”. E avanti così passando in rassegna tutti i resort possibili da La Grave a Kitzbuhel, da St. Anton ai couloir del Sella, e sempre col Biaso che ogni due ti butta les Periades, Argentiere, Brenva o Glacier Ronde. No, capite che è una vita impossibile. E alla fine quasi ci eravamo persi per strada il motivo – far festa ad un amico, perdio! – e allora perché tutti questi problemi? Insomma, la linea o la cima?
Diciamo che è stato una sorta di esperimento sociale. Butta dentro una chat 8 scialpinisti/freerider fanatici, dagli uno scopo qualsivoglia e vedi cosa succede. Aggiungici provenienze differenti, tempi risicatissimi tra lavori e famiglie, e vediamo chi va fuori di testa per primo. Anche se in realtà, fuori di testa lo siamo un po’tutti. E poi diciamolo su che era solo una scusa per giustificare un’assenza prolungata da casa – e quando ci ricapita!
Che andava a finire in casino, anche si sapeva. Tra momenti di totale irragionevole euforia (Marbrees!Spalla di Entreves!), ad altri di cupa depressione (“Oh fioi, se non nevica cazzo facciamo”?) siamo arrivati in qualche modo in questo angolo delle Alpi che in realtà è proprio al centro, scoprendo che tra le Dolomiti e il Bianco non ci sono delle anonime colline. Portarsi dietro corde imbraghi, viti, picche e ferraglie come dovessi fare il Nanga Parbat in invernale quando hai ben che ti vada 36 ore. E ovviamente poi trovarsi in parcheggio che “sì la parrucca bionda per il Carlo ce l’abbiamo” e “io ho messo la sgnappa nel tè” però – cazzo- le pelli i guanti e il magnare?
Un po’come adesso che stiamo affacciati sul bordo del pendio con le bocche impastate le gambe dure e forse un accenno di diarrea. E la sensazione, angosciante, di essere in un posto anche giusto magari, ma dalla parte rovescia. E che di quattro sciatori di buono forse ne facciamo uno. Per le foto, intendo. Che si viene per le foto, alla fine no?
Insomma, la linea o la cima? Sta domanda me la faccio da quando stamattina ho visto questa pala tutta venature di neve e salti rocciosi e allora ogni piano ponderato di uno scialpinismo confortevole e molto austriaco nello stile, è andato letteralmente a farsi fottere. Come al solito ti si chiude qualcosa nello stomaco e nella testa, qualcosa che è fuori dal tuo controllo e forse proprio per questo tenti di controllare. Quel pendio sospeso non può non essere sciato.
Insomma, dopo due giorni con questi matti io non ho ancora risolto il dilemma della linea o della cima, so solo che lo sci genera questa specie di regressione infantile che si ripete ogni volta. Riguardatevi i vostri scatti prima di scendere, vedrete sorrisi tirati e mutande piene: fatte quattro curve siete già delle scimmie urlatrici con i pugni alzati “Grande vecchio, prossimo giro nord della Tour Ronde!”.
Che razza di imbecilli. Mi sa che alla fine linea o cima, polvere o crosta, la scusa era quella di trovarsi con questi specie di folli e la nostra ossessione scoprendo che è proprio la stessa per tutti, e allora ti senti un po’meno solo e un po’ meno folle. E tra la cima e la linea mi sa che scelgo la seconda che è un po’come l’amicizia. Una traccia che pare ripetersi infinite volte.
Che poi alla fine l’importante, come dice il Biaso, è tritare. Tritare sempre.

Dove la città finisce

di Saverio D’Eredità

Certo che è una cosa strana, la neve. Perché per metà sicuramente è scienza, qualcosa che trovi in certi libri che lo spiegano, ma che io non sono mai riuscito a leggere, o capire. Però per l’altra metà è un qualcosa che sfugge. I più romantici ti dicono che è il mistero della Natura, altri che in verità basta studiare di più, ma io sostengo che sia fondamentalmente culo. Certo, ci sarà qualcuno che ti verrà a spiegare che quello che tu chiami culo in realtà è sapiente dosaggio di osservazione, esperienza e memoria. Però nulla mi toglie dalla testa che una percentuale – che può anche essere minima – è culo. Oppure un senso di cui non abbiamo consapevolezza, ma che alla prova dei fatti funziona. Un po’come intuire il momento in cui scolare la pasta.

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Una cosa stupida

di Saverio D’Eredità

Palline.
Palline che sfrecciano e si srotolano a raggiera sul pendio, intrecciandosi e disperdendosi, senz’altra meta se non il nulla.
“Qua mi pare ripido”
“Già”
“Ma ripido tipo Huda Palica o meno?”
“Tipo. Forse di più”
Perché per noi l’Huda è un po’il riferimento per tutte le discese un po’più incazzate. C’è un “più del Huda” e un “meno del Huda” e attorno a questo asse valutiamo le nostre capacità e ambizioni.
Intanto, palline.
Palline che partono da sotto i miei scarponi, lanciandosi verso l’imbuto del canale e svanendo in questo latte freddo, come non fossero mai esistite.
Una volta di qua rotolavano corpi di uomini, uccisi per un motivo tanto inafferrabile quanto invece tangibile era la paura nei loro cuori. Avrei dovuto pensare a questo, durante questa lunga ora accovacciato dentro la cornice della forcella, che come un’onda gelata ci sovrasta ed avvolge.

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Lezioni di sloveno

di Saverio D’Eredità

Per comprendere a fondo un’arte bisognerebbe studiarne altrettanto approfonditamente l’ambiente e le circostanze che ne hanno permesso l’emersione e lo sviluppo. In questo senso per capire davvero il blues si dovrebbe girare per le strade di New Orleans, così come sarebbe stato interessante poter visitare le botteghe di Firenze ai tempi di Giotto. Perché l’arte è sempre il prodotto della storia, dei costumi, delle tradizioni e dei talenti che si sviluppano in dato momento in un certo luogo.
Parafrasando, per comprendere appieno ciò che ha permesso all’alpinismo sloveno di formare alcuni tra i più grandi esponenti dell’alpinismo moderno e diventare una vera e propria scuola, è necessario calarsi nella cultura e nei luoghi che costituiscono quella sorta di fertile humus che ne ha permesso lo sviluppo.
Sono spesso questi i pensieri che mi accompagnano quando mi trovo a camminare verso gli attacchi delle vie sulla Nord del Triglav o di ritorno da un giretto a quel parco dei divertimenti per alpinismo invernale che è il Passo Vršič. Se la “Stena” è il terreno ideale d’estate per sperimentare le grandi vie d’ambiente e muoversi su centinaia di metri di parete, il passo rappresenta invece una sorta di campo scuola per approcciare percorsi, tecniche e metodi su neve e ghiaccio. Continua a leggere

Il Canale dell’Altrove

di Saverio D’Eredità

E’ un po’come quando un giorno decidi di rompere gli indugi e bussare al tipo/a della porta accanto per andare a bere fuori qualcosa. Vi siete incrociati mille volte sul pianerottolo e in ascensore e a parte “buongiornobuonasera” non vi siete detti altro. Ma magari è una persona interessante. Magari diventate amici o chissà. Ecco quel canalone è proprio quello “della porta accanto” che guardi sempre, ma chissà perchè alla fine non ti sei chiesto nemmeno come si chiama.

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Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

Il “Batti”, il “Biondo” e la Creta

Introduzione di Saverio D’Eredità

Non è proprio terra di sci ripido, la Carnia. O almeno, tra le tenebrose ed affascinanti Giulie e la spettacolarità dei canali dolomitici più rinomati, ancora una volta le Carniche soffrono una certa marginalità che le fa talvolta – colpevolmente- sparire dall’atlante mentale ora di chi arrampica, ora di chi scia. Non sono molte né molto note le discese ripide (un tempo dette estreme) delle Carniche. La morfologia stessa del terreno si presta più allo scialpinismo classico (e qui in effetti le Carniche non deludono) che non al ripido propriamente detto, quindi gli adepti di questa disciplina spesso devono lavorare di fantasia, trovando però stimoli in molte di quelle pale inclinate o pendii aperti che caratterizzano le Carniche.  Continua a leggere

Luci e prospettive

di Saverio D’Eredità

Primi, non lo saremo mai. Per incapacità o più spesso per indolenza. Ultimi, invece, lo saremo sempre. Se non per scelta, almeno per vocazione.

Raramente sono arrivato puntuale ad un appuntamento e appartengo alla categoria di quelli che i titoli di coda, al cinema, li vedevano fino all’ultimo nella sala buia. Certo, più spesso devo ammettere di non aver saputo cogliere l’attimo. Di essere arrivato dopo.

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27/08/2016

Sarà capitato a tutti di farsi assorbire dai pensieri durante un ascensione, talvolta il flusso è talmente forte che la voglia di cristalizzarli nel tempo diventa una necessità, senza pretesa di assunzione al cielo dei poeti, ma solo perchè si sente il bisogno di fissarli e condividerli. Vi proponiamo una riflessione che ruota attorno ad un luogo, carico di significati. C.P.

di Marco Lavaroni

A volte scrivo.
Di solito, dopo un po’, mi pento.
Ma oggi, con queste gambe indolenzite, il fiato che rantola, e il cuore che salta “fra l’aorta e l’intenzione” (…), l’andatura e’ lenta e c’e’ troppo tempo per pensare.

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“Amici per sempre” – nuova via sulla Nord della Cima Verde

di Saverio D’Eredità

Prendi l’auto e vai in una valle, una valle che conosci da sempre e di cui credi di sapere già tutto. Guarda in alto le pareti. Cosa ti viene in mente? Non pensarci, non serve. Lascia che te lo dicano loro. Soltanto guardale con occhi nuovi. Non cercare niente. Dimentica tutto, butta all’aria, libri, tracciati, riviste e consigli. Trova e basta. Il segreto è tutto lì. Lasciati stupire.

La Nord del Montasio sovrasta la Saisera con la sua architettura squadrata e severa. È forse la più cupa e incazzata nord di tutte le Giulie. Non c’è un solo metro di parete che conceda qualcosa all’occhio dei cacciatori di linee. Continua a leggere