Rimmel

di Saverio D’Eredità

Lei ha un volto segnato dalla bellezza, una malinconia di pietra e due occhi che sanno guardarti attraverso.
Sfinge, la chiamano. Ma non è che sia cattiva, lei. Non spaventa e non mangia gli uomini, le sue domande non sono tranelli.
Sono gli uomini che un bel giorno si sono accorti di lei, e hanno cominciato a corteggiarla, prima timidamente, poi sempre più sfacciati. E per ingraziarsela hanno disegnato linee sui suoi fianchi larghi, sfiorato il suo viso, cingendone il collo.

Sfinge, la chiamano, forse per quell’aria triste e severa o per lo sguardo sempre perso in un indefinito orizzonte. Sotto il suo occhio una riga di rimmel sbiadito, a sottolineare la malinconia di una ragazza che troppo tardi scopre di essere donna. E che una vita intera le è passata davanti.                               Dev’essere stato forse in quel giorno in cui hanno separato le montagne e aperto le valli, e ammassato sassi a casaccio, dando nomi, dividendo in gruppi, spartendo il territorio. In quel fuggi fuggi generale lei è rimasta lì senza sapere dove andare ed è finita che l’hanno lasciata sola, con un padre troppo severo e una madre possessiva che la tiene incatenata tramite un guinzaglio di creste turrite.

E così la Sfinge è rimasta sola, a cercare la sua vetta gemella. Poca, fra le montagne che conosco, a guardare il nulla davanti a sé. Non troneggia al vertice d’una valle, attorniata da schiere di pretendenti come le regali cime delle Occidentali. E nemmeno si staglia tra guglie e campanili come farebbero le vanitose Dolomiti. Da est la guardano, severe e nobili le Giulie, tra di loro arroccate. Troppo distanti, i chiarori delle Carniche per darle compagnia. La Creta e la Sfinge sono rimaste in mezzo, si saranno dimenticate di loro, quel giorno che hanno fatto le montagne. Forse è per questo che quando si entra nel giardino della Sfinge si ha la netta sensazione di penetrare un luogo arcadico, senza tempo. Capisci subito di dover entrare in punta di piedi e forse per questo quando si lascia la copertura dei faggi alleati ed essa appare in tutta la sua imponenza il passo invece che affrettarsi, rallenta. Bisogna chiedere il permesso, quando si entra nel giardino di una vecchia signora.

La Sfinge della Grauzaria
La Sfinge della Grauzaria

Mi piacciono le vie che nella montagna cercano qualcosa, che la circondano, la attraversano, la esplorano. Che magari non risolvono niente di clamoroso, però sanno cogliere il senso dell’avventura, senza il quale tutto questo gioco inutile sarebbe solo un esercizio meccanico. In fondo, che abbiamo una qualche storia da raccontare.

Ora, non ricordo il momento in cui mi venne in mente di salire la Bizzarro-Simonetti alla parete nord est della Sfinge. Forse perché era una via da controllare o forse perché so di non essere in grado di affrontare i martellanti strapiombi dello spigolo. Però ricordo quando chiesi a Roberto di darmi due dritte, due dritte così, en passant, non perché volessi andarci, solo perché appunto era da dare una controllata alla relazione. E guardò la foto con una punta di soddisfazione, indicandomi quel puntino nero, quella colata scura sotto l’occhio tagliente della Sfinge e sbirciò da sotto gli occhiali, forse anche sorridendo e disse “e lì…lì è il vero passaggio chiave”.

Lo interrogai incerto. Ecco, questa mi giunge nuova perché sapevo di passaggi di sesto, ma sotto; ecco vedi – mi dissi – ho fatto bene a chiedere. E aggiunse “c’è questa placca compatta, non metti molto…anzi non metti niente. Quando siamo andati noi si passava vicino alla fessura poi col terremoto un pilastrino è venuto giù e adesso…”

“Adesso?”

“Bè, lì adesso devi andare…fuori per fuori”.

E mi indicò quel fuori, lo strano giro invisibile dell’uscita, che scompare d’improvviso dalla parete come se ad un certo punto della scena l’attore dal palco decidesse di scendere, o sgattaiolare dietro le quinte senza avvisare. Non chiesi a Roberto nient’altro. C’era un segreto che la Sfinge chiedeva di non rivelare.

La luce filtra da sotto le serrande abbassate. Che ore saranno? Già così tardi? Perché la sveglia? Il mattino nasce sempre con una traumatica eredità e mentre riallaccio le connessioni mentali sfilacciate dal sonno alla veglia, rammento che è giornata di montagna e che sono anche i giorni del solstizio. Non deve essere poi così tardi quindi, penso. Mi concedo ancora qualche minuto di colpevole stiracchiamento prima di sgusciare come un felino dalle lenzuola, passando immancabilmente dal giusto anticipo all’ora tarda.

Poche ore dopo saliamo veloci e leggeri, poche cose nello zaino – troppo poche vorrei dire – e un’ora non consona a certi progetti. Ma tant’è, il nostro principale problema per l’ora successiva sarebbe stato conquistare una buona colazione e la sosta in bagno. È tutto così vicino qui, quasi intimo. Il tetto del rifugio è la casa delle bambole o forse la capanna sugli alberi di infanzie perdute.  Federico, il gestore, ci indica un camoscio solitario che passa le sue giornate alla base della parete. Ci avrebbe giusto lasciato il tempo di avvistarlo prima di scomparire oltre macchie di mughi complici. Trovammo una immediata sintonia con il camoscio e il suo vagare apparentemente senza scopo e per puro piacere personale.

Bizzarro-Simonetti, primi tiri
Bizzarro-Simonetti, primi tiri

Il basamento della Sfinge piomba bruscamente sui prati di un verde brillante sottolineando un contrasto deciso tra l’idilliaco paesaggio del giardino e il mondo dei sassi. Sembra la prua di un galeone incagliato nelle secche.                                                                                                                                                             Sarà per questo stacco netto tra la dimensione orizzontale e quella verticale che approcciandone le rocce un lieve smarrimento coglie, senza che ci sia bisogno di confessarlo, come di una barca che si allontana d’improvviso nel mare aperto, preda delle correnti. Già dopo i primi tiri la traccia di sentiero sembra lontanissima. Quasi invisibile il camoscio guardiano.

Tutta la prima parte della via scorre in un silenzio ovattato, interrotto da pochi comandi e una insolita lentezza che ci pervade. Non quella di una giornata di scarsa forma, e nemmeno per la parsimoniosa cura delle forze sui tiri difficili. Semplicemente veniamo assorbiti dal tempo senza tempo della montagna. Memorizzo un chiodo di passaggio che sembra avere mille anni, un alberello fuori posto dentro una fessura, un lungo camino aperto come una vena dentro la parete. Tutto sembra rimandare ad un posto dimenticato, una civiltà scomparsa. Come una specie di Atlantide riemersa.

Appesi un po’ scomodamente ci concediamo il pranzo alla fine della rampa diagonale che taglia tutta la parete. L’uscita per la classica Gilberti sarebbe lì a  portata di mano, appena un passo a destra.           Eppure ormai siamo in ballo, e nessuno dei due lo propone seriamente. Il giorno, questo lungo giorno d’inizio estate, ci sembra infinito e pieno di possibilità. Sarà perché entrambi a questo punto, vogliamo vedere da vicino gli occhi della Sfinge, andare al cuore della sua tristezza, celato da quella riga nera, una sbavatura di rimmel colata sul viso per una lacrima di troppo.

Un passo in su e uno in là. Andrea scompare dietro uno spigolo dandomi segnali solo attraverso lo scorrimento sincopato della corda tra le mie mani.

A sinistra del profilo netto del naso della Sfinge si apre un diedro sospeso, di roccia chiara e compatta, che offre la parte migliore della salita. Se nella prima parte era il piccolo sentierino a dare la misura della nostra distanza, qui è la parete che rientra a sancire ancor più un distacco. Come se per livelli progressivi ci allontanassimo da qualcosa che nemmeno noi riusciamo a percepire. Sicurezza? Protezione? Certezze? È questa la domanda che ripetiamo alla Sfinge?

il diedro sospeso
il diedro sospeso

Traverso su una lista sottile nella roccia pallida sfruttando alcuni grossi buchi, che sembrano i passi disegnati per terra in una lezione di danza. Come un indizio portano alla lunga fessura che incide questa guancia della Sfinge e suggerisce la strada verso l’occhio.

Non è sempre il grado a dare il valore di una scalata. Oggi, più di altre volte, avverto una sensazione diversa. Quello che sulla carta è il tiro più difficile in realtà è solo un passaggio verso un diverso livello di separazione e lontananza. Il diedro sospeso ci porta dentro l’occhio della Sfinge, dove capiamo che siamo entrati quasi in un’altra montagna.

Traversiamo per le rughe che segnano l’occhio, un grande tetto che si prolunga con quella caratteristica piega rovescia e triste, fino alla base della colata nera.

Rimmel
Rimmel

Andrea sale silenzioso. La placca è compattissima, sembra un muro di asfalto senza incrinature. Gli appigli sono netti, ma rari. Per quanto non estremo ogni movimento deve essere calcolato con grande precisione e senza il conforto di una protezione. Persino le parole sembrano essere di troppo.

Un paio di respiri profondi segnano il ritrovamento di alcuni appoggi sicuri e il rientro temporaneo nell’universo delle certezze.

Un ultimo masso instabile è la porta cigolante da aprire con cura prima di affacciarsi sul lato nascosto. La nostra barchetta approda nel porto di Atlantide.

Cataste di pinnacoli, pareti fatiscenti, ghiaie ammassate a casaccio disegnano il quadro incerto di questa roccaforte caduta in tempi remoti. Sembra il dietro le quinte di un palco, dove travi, funi e casse vengono riposte in maniera caotica.

Era questo il segreto della Sfinge? Rimaniamo perplessi, forse più dall’ora che si è fatta che non dal paesaggio. La Sfinge sembra averci trasmesso un po’della sua malinconia. Ci guardiamo negli occhi dopo aver scrutato la parete soprastante.

Atlantide
Atlantide

“Di lì non andiamo di sicuro!” diciamo all’unisono. Un camino sdentato e gocciolante ci osserva ghignando. Decidiamo di calarci verso un canalone nascosto per aggirare l’aggettante parete terminale. Penetriamo così in questo mondo segreto, invisibile al fondovalle, un livello ancora maggiore di distacco. Quante volte oggi? Dal letto all’auto, dall’auto al sentiero, da questo alle prime rocce, e così via in un succedersi di strati e inclinazioni mentre il giorno man mano si esaurisce, colando come sabbia in una clessidra.

La cima appare oltre una macchia di mughi, all’ultimo. E’ calva e solitaria.

Attorno, altri profili che non saprei dire se di montagne, fluttuavano sulle foschie della sera. Andrea mi raggiunge raccogliendo pazientemente le asole di corda che avevo disordinatamente lasciato per strada nell’ansia della cima.

“E anche per quest’anno abbiamo fatto la nostra via alpinistica!” dice sorridendo.

Ne ero sicuro. Una grande estate era alle porte.

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