Memorie di un secondo di cordata

di Saverio D’Eredità

Ecco, ci risiamo.

La corda parte libera nell’iperspazio, priva di protezioni intermedie, disegnando un tracciante perfettamente obliquo lungo una placca compatta, cesellata qua e là di minuscole goccette di pietra, opera di uno stillicidio millenario. A destra, il diedro si inarca con una parabola perfetta. È una visione di ammaliante bellezza e al tempo stesso disperante. Ho atteso qualche istante prima di affacciarmi oltre il bordo del diedrino, sistemato alla meglio su un gradino appena buono per l’avampiede. Sapevo cosa mi attendeva. Lo intuivo dalla debolezza con la quale la corda davanti a me veniva recuperata e dalla sensazione – ancora una volta – di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Del resto, quando ti trovi nelle mani di due soci particolarmente in palla e piuttosto disinvolti sui sesti e sestipiù “da scalare” il tuo destino è già segnato in partenza.

Delegarti la scelta della via può essere visto come un attestato di stima. Dall’altra ricorda tanto le esecuzioni che avvenivano ai tempi del sultano. Una piccolo nastro di seta con il quale il condannato doveva – elegantemente- darsi la morte. Scegli tu, quindi: le alternative sono spalmi tecnici su fessure svase “made in Carnia” oppure compatte lavagne di stirpe giuliana, scevre di appigli e ricche di impercettibili rughe. Un quadro interessante anche per il più sadico dei masochisti. Di vie classiche neanche a parlare. Il Mose risponde lapidario “roba da scalare”. Appunto, a saperlo fare!
Quindi se la mattina ti incammini seguendo i due personaggi di cui sopra i quali si giocano a dadi il comando della cordata sarei già a conoscenza di due certezze: che stai andando a fare una arrampicata di prim’ordine. E che soffrirai come un cane.

P1040460
Arrampicata sostenuta su diedri e fessure – Rosacroce, parete Nord Est della Creta di Pricot, foto N.Narduzzi

Giro l’angolo, tolgo il friend e mi sottopongo al massacro. Due urlacci giusto per creare un po’di atmosfera e via, avviando un duro negoziato tra due fazioni ugualmente toste: ora con i piedi puntati in placca, ora con le mani sul fondo del diedro. Sempre e comunque, sgraziatamente.
Ricordo che questa storia delle vie dure va avanti già da un po’ ed era iniziata con quella di “farsi un’idea”. Che in sé era anche un punto di partenza filologicamente corretto per un amante della storia dell’alpinismo. Cercare di ponderare l’impegno e la valutazione di una scalata basandosi su una serie di riferimenti di difficoltà e tipologie di vie diverse. Non fa una piega, vero? Nonostante mi collocassi nella più classica categoria dei “quartogradisti” se volevo essere un buon relazionatore non potevo farmi mancare una giusta dose di esperienza su difficoltà superiori. Con l’amorevole sostegno dei compagni più bravi, un po’di volontà, stretta di chiappe e nessun problema con l’autostima.

***

Inizialmente l’avevo preso come un viaggio-premio. Di quelli che senti di meritarti dopo aver sfangato anni nelle retrovie, tra inqualificabili cataste di sfasciumi che hai persino avuto il coraggio di definire “interessanti”, foreste di mughi e tanto amore. Ma sono quelle le giornate che ti hanno riempito, forgiato, appassionato. E che, in fondo, ti daranno una mano nei momenti peggiori.

Quando è cominciato l’andazzo, a dire il vero, pensavo sarebbe stata una parentesi. Lo penso tuttora, anche se ne ho aperte e chiuse diverse: tonde, quadre, graffe. Del resto non ho mai capito nulla di matematica. Forse perché in fondo ci stavo prendendo gusto, o perché la cosa da “farsi un’idea” stava diventando una strada diversa. Il piccolo, non trascurabile, particolare era la velocità con la quale i compagni miglioravano rispetto alla mia. In pratica come trovarsi catapultati dall’era del 56k a quella del 4G in una stagione. Solo che mentre gli altri iniziavano a viaggiare a banda larga i tuoi progressi si facevano impercettibili, tra innumerevoli ricadute indietro e momenti di sconforto.
È una strana altalena, questa, in cui la tua inadeguatezza viene messa a nudo mentre le tue aspettative salgono. Sicuramente niente di sano per la psiche. Di certo c’è che ho imparato molto. Innumerevoli trucchi, strategie di auto-persuasione, utilizzo fantasioso dei materiali. E molta, molta fiducia nei compagni di cordata. Sarà per questo che li devo considerare per prima cosa, amici.

***

Un temporale serale e un barlume di raziocinio alla fine hanno fatto confluire la scelta in campo neutro e la sensazione di sollievo, quando sbuco nella radura di Baita Winkel, è immediata. Adoro questo luogo, il suo essere defilato eppure accogliente, materno quasi. Ti stringe in un abbraccio confortante, come un’insenatura cui approdare da certe burrasche improvvise. Un piccolo compendio alpino, dove nello spazio di poche centinaia di metri di parete si trova ogni tipo di arrampicata con una varietà di movimenti, situazioni, prospettive che davvero hanno pochi eguali tra queste montagne.

La prima volta che ho fatto capolino qua è stata nella veste più classica del quartogradista: tutti siamo passati dalla “Pesamosca”, che è pur sempre una “Lomasti” e quindi a fine giornata sei pure contento per aver messo nel tuo carnet una via d’autore. C’è una foto che ritrae me ed Emiliano nelle manovre di sosta che sembriamo i due carabinieri: uno muto e serio intento ad armeggiare maldestramente le corde, l’altro con la tipica “mise” dopolavorista (pantaloni di tuta, camiciona a quadretti da periodo grunge e materiale penzoloni) che prende appunti come un amanuense. Quel giorno fummo stupiti dalla qualità della roccia, nonostante i frammezzi erbosi, o forse stavamo già diventando di bocca buona per cui ogni qualvolta un pezzo non rimaneva in mano ne eravamo entusiasti.

***

Inutile urlare ancora. La corda fa angolo per cui più di tanto non posso essere trainato verso l’alto. Anzi, ora che il diedro si inarca bisogna pure muoversi delicati.
Sganciare o no l’ultima protezione?
Il dilemma si ripropone per la centesima volta da quando, con Andrea sul Pinnacolo, rimasi almeno mezz’ora appeso alla sosta cercando un’ispirazione per capire come saltarne fuori. Il suo “cosa ti manca?” rimase storico per le mie orecchie e fu letteralmente la lampadina accesa nel buio della mia ragione. Da allora la tecnica per affrontare i traversi si è affinata e la pazienza di Andrea anche. Infilo le mani sul fondo della fessura, sento mordere la roccia rugosa come denti di un coccodrillo che affondano nella pelle scorticata.
Adoro questo dolore: infilando il pugno alla maniera yosemitica di tornerò a casa con le stimmate da grande scalatore di fessura. Ma, almeno, tornerò.
Adoro questa pietra scolpita, che pare un intarsio di maestri antichi. L’ho ricercata per anni alla stessa maniera con la quale ricerchi certi occhi di donna per strada, o il verso di una poesia di cui ti rimane solo il suono.

20151026_105010
Spallone nord est del Cavallo di Pontebba – tra luce ed ombra la linea di “Gocce di Tempo” – foto S.D’Eredità

L’avevamo scoperta la prima volta su “Gocce di Tempo”, proprio qua, sullo spallone del Cavallo. Quel giorno Andrea mi fece andare avanti, sul “traverso delle gocce”, memore dei melodrammi che si consumavamo ogni qualvolta la via presentava tratti orizzontali. Ricordo il silenzio che si era fatto irreale mentre puntavo le scarpette e stringevo le dita su quella pietra abrasiva che strappava la pelle. Il silenzio forse era irreale perché il cuore batteva senza controllo all’idea di andare avanti ed assumere la responsabilità di portar la cordata oltre il traverso, là dove “indietro non si torna”. Abbiamo ricercato questa pietra mille volte, mille volte quel silenzio che si crea quando senti di fare un passo più in là e l’epicità di quei giorni.
A dire il vero spesso l’epicità era causata da alcuni miei grossolani errori di valutazione. Quella mattina Andrea salì in auto confessando che era “un po’stanchino” (proprio come Forrest Gump) in quanto il giorno prima aveva lavorato al taglio di un grande albero. “Magari meglio far qualcosa di meno fisico?” mi chiese. L’occasione era ghiotta. Per una volta avevo la possibilità di decidere meta e tipologia di via senza sottostare alla regola del più forte. Anche se, ad essere sinceri, con Andrea questa regola non si applica quasi mai.

“Certo! Perché non andiamo a fare Gocce di Tempo? È una via di placca ed è esposta a nord, quindi nemmeno troppo caldo!”

Invece quella parete prende sole già al mattino presto e la via si svolge in buona parte per diedri e fessure atletiche. Il risultato fu che soffrimmo una sete disumana sin dai primi tiri di erba e terra e che all’ultimo passaggio – per la prima ed unica volta in vita mia – vidi Andrea veramente stanco. Gli ultimi 15 metri della via furono estenuanti. Ormai avevamo compiuto anche il secondo traverso e quindi la possibilità di calata era preclusa. Forse per questo i traversi non mi stanno a genio. Da un lato la scarsezza tecnica, dall’altra la debolezza mentale. Una volta fatti la linea è oltrepassata. Là inizia la vera avventura.
Come spesso capita da queste parti è l’ultima parete a riservare l’ostacolo maggiore. È come stare dentro una scatola da cui puoi vedere solo il bordo. Ti sporgi in fuori, riesci a sentire l’aria diversa, vedi le nuvole correre veloci e il vento pettinare l’erba dell’altipiano. Senti la vita, oltre quel bordo, e percepisci quanta fatica hai fatto per auto-escluderti. Sei ancora lì, che annaspi e non riesci ad uscire.
Sbucai dall’ultima ruvida paretina con le mani tagliuzzate e tutti i rinvii e il materiale appeso come un venditore ambulante. Non ho mai fatto troppo caso all’estetica, diciamo.
La sagoma di Andra spiccava in controluce e l’erba dell’altipiano era smossa come un’onda nel mare. “Ma come? Finisce così?!” esclamai. Erba, prati, fiori, idillio. L’altipiano che spazia verso l’orizzonte. Liberi da tutto. La voragine oscura della parete richiusa alle spalle, come le nostre ossessioni.

***

In qualche maniera ne salto fuori. Ripeto una serie di considerazioni a me stesso mentre sopra Nicola e il Mose mi incitano. L’elenco è lo stesso da un po’ a) basta vie dure b) basta traversi obliqui senza protezioni c) Prossimo weekend vado in falesia e mi alleno d) Prossimo weekend potrei stare a casa. Un elenco preciso, tutto da smentire. Qualche volta credo davvero di essere scivolato lentamente nel bipolarismo. Risalgo le roccette miste ad erba, con un automatismo ed una familiarità che mi ricordano qualcosa. Questo è il tipico tiro che mi viene riservato. “Tutto tuo! Tiro di ricerca, vai Sav” – quante volte me l’avranno detto Andrea, Nicola o Carlo?

FB_IMG_1500387152645
Sui diedri ruvidi di Rosacroce – foto E.Mosetti

Tutto sommato se ho l’onore di legarmi alla loro corda è per due motivi: fare da navigatore dalle retrovie e sorbirmi tiri sgradevoli su roccia ed erba, terra e frane. Più il tiro è brutto (esteticamente) più si addice al mio basso profilo. È un modo per valorizzare i talenti, tutto sommato. Eppure questo tiro credo di averlo fatto sul serio e quando osservo la sosta e la successiva fessura ne sono certo: questa è la via dei Finanzieri!
Ci sono giornate che rimangono più a lungo nella memoria. Il giorno che con Carlo salimmo la Finanzieri fu una di quelle. È solo quando la cordata si bilancia, indipendentemente dalla difficoltà o meno di un passaggio, che si raggiunge quell’armonia che – in fondo- andiamo ricercando. Credo salimmo quasi tutto in alternata, tranne il tiro chiave, brillantemente risolto da Carlo. Ma più ancora rimane, di quel giorno, il senso costante di una scoperta. I pochi chiodi lungo la via ci confortavano per quei brevi istanti in cui li potevamo vedere e toccare, per poi lasciare dietro un ricordo e la sensazione di essere sulle tracce di qualcosa. Che quello che si scopriva metro a metro al nostro salire era qualcosa di più di una semplice arrampicata. Qualcosa che senti possa durare più a lungo nel tempo. Era il mio compleanno quel giorno, in cui ebbi l’illusione di aver gabbato il Tempo…

***

Se ci siamo persi, di certo non è stato per colpa nostra. In genere, quando l’impegno scende, cominciano altri problemi. Se prima la parete andava morsa metro a metro lungo quella mitragliata di diedri e fessure senza tregua, ora bisognava capirla. Sedersi un attimo, bere qualcosa e parlare con lei, scoprendone il segreto.
Del resto, se si chiama Rosacroce, un motivo ci sarà. Di sicuro gli apritori alludevano al mistero della Rosacroce, il cui segreto sta nel fatto di far credere che in realtà essa non esista. Più prosaicamente, nel nostro, caso, non troviamo la sosta.
Osservo dall’altra parte del vallone la Torre Winkel. Siamo all’altezza della sua cima, quindi ancora bassi.

20151026_094138
Torre Winkel – foto S.D’Eredità

La Torre Winkel è il riferimento dell’intero vallone. Lo sorveglia come una sentinella ritta in piedi sulla ridotta, il capo un po’chino sotto il peso delle ore di guardia. Come una meridiana, fornisce mute indicazioni sullo scorrere del tempo. L’ombra si è mangiata la nostra parete, ma la Winkel splende ancora al sole. Deve essere pomeriggio fatto, ma l’ora non è drammatica. Non ancora.
Guardando verso la piccola torre ricongiungo i tratti salienti di quel piccolo capolavoro che è la Lomasti. La fessura del secondo tiro, la netta incisione del traverso, lo spigolo giallastro e la parete terminale. Da qualche parte, lì, c’è un chiodo nascosto che segna un sottile confine tra quella che è una “normale” scalata ed un piccolo viaggio nell’ignoto.

***

La sosta era appesa nel posto peggiore di tutta la torre. Sotto il culo sprofondava quel vuoto nauseante e sopra di noi c’era appena qualche ruga da seguire fino in cima. Questa non era una via. Era un viaggio allucinante nella mente di un pazzo furioso. Che motivo c’era di abbandonare la linea sicura di fessure incise nella parete per buttarsi in quel vuoto cosmico? Cosa avrà suggerito la minuscola cornice che traversa verso lo spigolo, ad Ernesto? Me lo chiedevo mentre con le mani infilate nel fondo della fessura puntavo i piedi contro la parete. In quel punto, in quel preciso punto, intuii che stavo chiudendo la porta alle spalle. Che non ero più il quartogradista che ogni tanto si concedeva un lusso, come stappare una bottiglia di Barolo invecchiato o una poltrona in tribuna vip. Stavamo varcando una soglia e lo sapevamo benissimo, quel giorno.
La piccola nicchia erbosa era l’ultimo barlume di normalità. Appena un passo oltre era solo una allucinante visione.
Non sempre una cordata è quel simbolo di concordia ed amicizia che pretendiamo di mostrare. Lo è – anche. Ma ci sono situazioni in cui siamo solo due solitudini che condividono lunghi trefoli intrecciati di nylon.
Mai come quel giorno la nostra cordata fu una somma di individualità. Credo sinceramente che nessuno dei due volesse davvero fare quella via. Non c’era nessun piacere, né alcun ritorno.
Desideravamo solo toccare con le nostre mani il ventre molla paura, sentirne la fame chimica salire fino a vomitare.
Due solitudini che si ritrovavano ad ogni sosta. In quei brevi momenti fatti di comandi secchi e pochi commenti ci sentivamo forti. Sicuri. Un istante dopo eravamo nuovamente naufraghi in quel mare di pietra. Nuovamente soli.
Ci scambiammo i materiali. Ogni gesto era misurato. Quasi trattenevamo il respiro, come se potesse bastare questo a tenerci appesi ai tre chiodini della sosta. Un rinvio mi sfuggi di mano. Mi sembrò quasi che rimanesse sospeso pochi istanti prima di precipitare. Non lo seguii con lo sguardo. Non mi giunse nemmeno il tocco al suolo.
Per tre volte Nicola tentò di partire dalla sosta e per tre volte tornò indietro. Ripeté lo stesso identico movimento senza venirne a capo. Alla terza volta vide un chiodo, nascosto dentro una fessura invisibile da sotto. Era quella la porta d’uscita. Tornò alla sosta. Eravamo insieme, ma l’un l’altro soli. Stavamo assaggiando la carne nuda della paura.
Ci sono poche cose che può fare un buon secondo di cordata. Recuperare il materiale. Essere svelto. Non mostrare segni di cedimento nemmeno alla decima ora di salita. Mantenere il buon umore. Incoraggiare il compagno. Gli dissi che poteva fare con calma. Potevamo fermarci anche mezz’ora. Che potevamo tornare indietro, anche se non lo credevo seriamente.
“Vuoi bere?”dissi alla fine; che domanda idiota, pensai.
Nicola invece non disse niente. Lui era già oltre la paura. Aveva visto il chiodo, sapevo cosa doveva fare. Solo trattenere il respiro un attimo in più. Crederci oltre quello che riteniamo lecito credere.
Non penso che il mio atteggiamento risoluto e controllato possa aver cambiato la nostra situazione. O magari sì. So solo che alla terza volta Nicola passò il chiodo e andò oltre. Il resto fu nuovamente la mia e la sua solitudine, asimmetriche e parallele al tempo stesso.
Quando poggiai le mani sul bordo della cima mi accorsi di respirare di nuovo. Nicola mi raccolse da quel vuoto come un marinaio raccoglie un naufrago tra le onde. C’era ancora un po’di sole, poi la notte inghiottì ogni cosa.
Attorno a noi, attonite, fluttuavano le montagne, naufraghe anch’essa nella sera.

***

P1040475
Traverso sotto il tetto di Rosacroce

E così siamo arrivati alla fine anche di questa. Arrivo in sosta che Nicola già scalpita e il Mose sbuca come una talpa da dentro un buco aperto nella parete. Siamo qui, sotto il grande tetto a strisce gialle e nere, dove tutte le vie convergono come un magnete.
La puoi vedere dalla base, quella lastra inclinata che pare la fiancata di una nave. C’è un gigantesco lichene tondo che spicca un sole disegnato in mezzo alla parete. Sembra che ogni linea punti lì.
Alla base del tetto c’è un balconcino erboso e ricco di piante che pare un giardino sospeso. Crea uno strano effetto aggirarsi tra le piantine e cardi in mezzo alla parete e poi aggrapparsi nuovamente a questa lavagna aggettante.
Questa è una cosa che nei miei sogni si ripropone con costanza. Una montagna bellissima, perfetta, e poi di colpo qualcosa di totalmente spiazzante, deludente, persino banale. Una strada, un giardino, una stanza. Dev’essere qualcosa legato alla disillusione inconscia.
Da destra ritorna la via dei Finanzieri, a sinistra camminando, potremmo ricongiungerci all’ultimo tiro della Guerrino-Di Marco. Forse quel giorno ho riscattato minimamente le mie paure, quando Luca mi chiese di andare avanti, come io l’avevo chiesto cento volte ad altri compagni. C’avevo messo dieci anni, ma alla fine stavo restituendo qualcosa e fu proprio quel qualcosa a darmi una soddisfazione sottile, serena, una volta che agganciai i moschettoni alla sosta e recuperai il compagno. Sempre più credo che più della bellezza dell’arrampicata, della fama di una via o l’importanza di una cima ricerchiamo quest’equilibrio fugace e finale, il senso di consapevolezza ed autonomia che nasce quando andiamo e torniamo di qua e di là della linea.

Traverso, lentamente, sotto il grande tetto: pare veramente la carena di una nave nell’atto di inabissarsi. Come quei sogni che si ripetono altrettanto spesso, di un qualcosa di immenso che si abbatte su di me, come le onde del mare che mi fanno sentire insignificante di fronte alla potenza della Natura.

Pochi giorni fa ho letto una frase di Steve House, che tira sempre fuori delle perle interessanti, ed è uno che apprezzo per come sta cercando di invecchiare con saggezza ed equilibrio.
“Smetterò di farlo quando smetterò di imparare qualcosa, ogni qualvolta vado in giro”.
Probabilmente ha ragione. Questo strano, perverso, gioco, che ruota attorno alle ossessioni e ai propri limiti, che cerca l’attrito, il contrasto tra ciò che si è e si potrebbe essere, tra ciò che non si potrà mai diventare e ciò che cerchiamo di trovare dentro di noi, è insegnamento, conoscenza continua. Dovrebbe mostrarci quello che non siamo invece di quello che crediamo di essere.
In questa parentesi che si apre e si chiude regolarmente, ogni volta imparo. Che sia un trucco dei tanti, o un modo migliore per scalare. Che siano le parole da usare nei momenti difficili o una decisione di prendere senza rancore. Nell’osare quel tantino in più come nell’accettare consapevolmente la propria insufficienza.
Pazienza se non sarò mai un primo. In compenso avrò giorni epici da ricordare, amici da ringraziare e scene memorabili su cui ridere ancora una volta.
Forse un giorno riuscirò, ammesso ne abbia importanza. O semplicemente – come disse Samuel Beckett fallirò ancora. Fallirò meglio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...