Il Diedro Infinito

di Saverio D’Eredità

Prologo

Come il pane o la poesia

Che silenzio che c’è qui. Che silenzio tra queste rocce, ultime a difendere la luce di un giorno che man mano svapora. Il buio risale dal profondo del terra. Procedo piano. Una pietra, smossa, precipita senza far rumore quasi fosse senza peso. Mi sento leggero anch’io, o forse sono solo svuotato e quella che sento è semplicemente fame. C’è un piacere sottile a percorrere con lentezza questi ultimi tiri, come a voler conservare un ricordo più a lungo di altri.
D’improvviso l’aria si riempie di una luce riflessa. “Guarda”, dico ad Andrea che sta rollando una meritata cicca di fine via. È l’ora in cui il sole giunge a riscattare l’altra faccia del diedro dall’ombra millenaria cui sembra condannata. Pochi istanti prima del tramonto a dar vita a queste pietre senza significato, se non per i nostri occhi e le nostre mani che oggi le sfiorano e le osservano. Lo spigolo del diedro, illuminato, si staglia come una prua nel vuoto e forse solo ora prendiamo coscienza di dove ci troviamo. Il Cozzolino, il diedro infinito, è ormai dietro di noi. Continua a leggere

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In contemplazione del Mistero

di Nicola Narduzzi

“Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
eppure ancora tutta l’esperienza è un arco attraverso cui
brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
per sempre e per sempre quando mi muovo.”
(A. Tennyson, Ulysses)

Chiudo gli occhi. Penso a una parete, penso a quella parete: il mio frutto proibito. La sogno, come si sogna il sole nell’ora buia che precede l’alba. La desidero, sapendo che il desiderio non verrà appagato. L’ho anche sfiorata, conservando però sempre la consapevolezza che non sarei mai arrivato al suo cuore. Continua a leggere

Alta pressione

di Saverio D’Eredità

Arriva il giorno che poi ti fermi. Che qualcosa si inceppa. La corsa, per un istante, s’arresta. Tutto si fa di silenzio. Ed attesa.
Succede che non ti va più, che tiri indietro l’ago e ne hai abbastanza. Pure lei sembra stanca. Qui nemmeno quel po’di neve s’è accumulata. Le pietre sono nude. Ricoperte appena da una patina di ghiaccio e pochi centimetri di polvere bianca. La montagna sembra saccheggiata, come se non fosse rimasto più nulla di un’antica bellezza. Nulla più del tesoro nascosto.

Il bello di essere una cordata è forse anche questo. Guardarsi negli occhi e dirsi che basta così. Per oggi. Per quest’anno. Forse per un po’. Dirselo senza recriminazioni e giochi di parole. Anche se è una fottuta cengetta di ghiaia facile e appoggiata che ti vergogni quasi a dirlo e ti guardi attorno cercando una scusa. Il tempo? La neve? I ramponi? Qualcosa. Ma una scusa non c’è. Hai tirato indietro l’ago, tutto qua. Continua a leggere