Sociopsicopatologia dell’alpinista medio

di Saverio D’Eredità

N.b. Ogni riferimento a fatti, cose o persone non è puramente casuale

Noto con stanchezza, ed una certa noia, che finiamo sempre tutti a parlare delle solite cose. Non me ne sottraggo, anzi, ammetto di fare immancabilmente parte di questo rituale della scrittura di montagna. Che siano i vecchi recit, o i nuovi post, le riflessioni estemporanee o i pensieri poetici, il refrain rimane più o meno simile, salvo rari casi. Il sogno, la scalata, l’incertezza, la paura, il superamento dell’ostacolo, la redenzione, il ritorno.
Questa struttura narrativa, che ripercorre figurativamente i diversi momenti della scalata potrebbe rivelarsi un topos letterario perfino troppo noto, di certo rassicurante, immancabilmente ripetitivo.
Del resto, tornando dai monti, è forte il nostro desiderio di eternare i momenti più intensi e vissuti ed è quasi scontato che si tenda a conformarsi a schemi preordinati, un po’come la scelta della metrica in poesia. L’adesione alla forma ci da sicurezza e in qualche maniera nobilita le nostre gesta.
Così le grandi imprese spesso evaporano nell’arido resoconto di una prestazione, quelle piccole si atteggiano a grandi attraverso false dichiarazioni di umiltà e così via, in una scala più o meno sfumata di consuetudini.
Tuttavia in questo idillio tra uomo e montagna non c’è spazio per il contorno, tutte quelle piccole, persino meschine, attività che ci permettono di liberare il tempo da dedicare alle rocce e ai cieli che affollano i nostri racconti ora di purezza, ora di falsa modestia, di retorica o sprezzante disincanto.
Ad esempio, mi chiedo, perché nessuno menzioni mai le tribolazioni psicologiche che precedono (non parlo dell’attacco di diarrea alla base, quello già fa parte della narrazione tipica!), delle strategie più o meno infime ordite per ritagliarsi “la giornata” o accaparrarsi il socio, dei dibattiti, le estenuanti trattative che sfociano poi nella scelta della via, cima o qualsivoglia attività ludico – ricreativa in ambiente alpino?
Perché se è vero che il nostro immaginario è fatto di quei “giorni grandi” che brillano come pagliuzze d’oro nel secchio di fango e sabbia del quotidiano, è altrettanto vero che quegli stessi giorni hanno il loro “rovescio” in una serie di situazioni tipiche di cui volentieri facciamo a meno di ricordare. Ovvero il clamoroso pacco, la previsione meteo errata, la via cannata, i musi lunghi a casa. D’altronde se non vi fosse questo rischio, non si capirebbe quanto delicata è questa fase e come questa poi in qualche maniera condizioni la nostra felicità, soddisfazione, risoluzione del dilemma interiore che ne segue.

La difficile settimana dell’alpinista medio, infatti, segue parallela il corso dei giorni con le sue oscillazioni simili ai titoli di borsa, nutrendosi di aspettative via via maggiori, cui corrispondono potenziali delusioni.
Il lunedì è il giorno delle possibilità. Tutto sommato la viviamo meglio rispetto alla condizione psicologica di un classico rientro al lavoro. Se è vero che quest’ultimo è il più delle volte traumatico, noi inguaribili sognatori riversiamo tutte le nostre energie mentali verso il successivo fine settimana. Nei ritagli mentali di tempo, tra due chiacchiere e una pausa caffè, si fa spazio alla domanda che ossessivamente riempirà il resto della settimana. Dove andiamo il prossimo weekend? Ma si sa, lunedì è presto. La tendenza meteo è appena tracciata, le braccia stanche dell’ultima via e ancora una leggera fame nello stomaco ci riporta l’appagamento delle fatiche appena trascorse. Il lunedì è un giorno sereno (ma si osservano casi un po’più gravi a dire il vero), in cui scorriamo la lista dei desideri, senza peso, senza ansie. Anche se da qualche parte nel subconscio, una parte di noi sta già tessendo le pericolose trame per i giorni a venire.

Il martedi, come dice il mio amico Biaso, “sei al massimo delle tue potenzialità”. È svanita la stanchezza del passato weekend, come anche tutte le promesse fatte ad ognuno dei tiri più duri del tipo “basta/sono stanco/non ne posso più di passare le domeniche col culo appeso per aria/la prossima a spit/la prossima al mare/basta”. Svaniscono i tentennamenti e la motivazione è alle stelle (del resto, è martedì).
L’arco alpino? Un posto troppo piccolo per contenere i nostri desideri. Stai già guardando ad ovest. Vaneggi sui piloni del Bianco e rifletti come prendere un giorno di ferie senza farlo sapere troppo in giro. Progetti una Bonatti al Capucin, “car-to-car” con prima e ultima funivia. E le Dolomiti? Sarà un gran weekend da parete nord, ça va sans dire! Scorri la lista: Lavaredo se non è freddo, Civetta se asciutta, Marmolada (ah, la Marmolada) ma perché no si potrebbe buttare il naso in Pale, in Sella…e via.
Contatti il pezzo migliore della tua rubrica, caso vuole – ci sta! Sei a cavallo, hai il compagno, la voglia, le idee. Deve essere solo bel tempo. Già, il tempo! Bah, troppo presto per pensarci. Dai un occhio alla tendenza. Buona, peggioramento forse da domenica. Siamo già fuori, pensi. E si riparte.
Intanto comincia una guerra subdola, di cui non fai nome. Una guerra che combatti da solo con un nemico che non sa di esserlo. Sì, perché in realtà noi che non facciamo altro che parlare del nostro “stile”, della idealità, moralità, etica, in realtà siamo socialmente degli essere infimi. Dei cripto-misantropi, che negano il proprio disagio per metterlo in atto. E così – è martedì pomeriggio, il socio c’è, la forma anche, la meta un dettaglio – inizi le tue trame sotterranee per sfuggire al più grande nemico dell’alpinismo: la vita sociale.
Sul tavolo ci sono alcune pericolose insidie. Un aperitivo di compleanno e un pranzo dai parenti. Inizi ad indagare. Sicuro sia questo weekend il compleanno? L’aperitivo è pericolosissimo. Limita l’orario di rientro e pregiudica fortemente la prestazione del giorno dopo. Il tuo progetto “Capucin car-to-car” sfuma. Hai sempre le belle Dolomiti. Magari la Tofana, che è comoda. Intanto pensi, e scansi. Tiri fuori scuse abbozzate. Impegni non meglio identificati. Provi a svincolarti ma piovono messaggi da tutti.
“Ci sei no sabato sera?” Come dire di no. Intanto si profila l’altro grosso rischio. Il pranzo domenicale. Tutto sommato negli anni hai imparato a gestirlo. Ma il sabato è tutto da sfruttare. Fino in fondo. Sempre che non ci sia l’aperitivo. Allora ti informi. A che ora?   Per le 19.30/20 – lo sapevi, è un aperitivo – orario scivoloso. Un attimo e sei in ritardo. “Sempre il solito” ti marchieranno.
Rivedi i tuoi piani, pensi alla via di 10 tiri massimo, corta ed intensa. Il socio cosa dirà? Perché se tira pacco sei finito. Intanto le cose si muovono. Qualcun altro ti chiede “che fai il weekend”. Rimani ancora calmo. È martedì.

Mercoledì è la giornata peggiore. Perché vanno prese le decisioni, bisogna pensare alla logistica, informarsi sulla via, prender accordi e scansare la socialità. La persona peggiore che è in te prende piede, ma stai già oltrepassando la soglia dell’autocontrollo. Nelle pause scorri compulsivo “gallery” e relazioni più o meno affidabili. Qualcuno ci mette 4 ore altri 8. Se sono 8 addio aperitivo, amici, socialità. E metti in conto grandi scazzi il giorno dopo. Ma non eri, tu, uno spirito libero senza condizionamenti, che in fondo basta solo l’esperienza, il godimento interiore, l’uscita sull’altipiano? E il verbo del Nuovo Mattino?
Intanto l’ultima proiezione del modello americano prospetta una saccatura nord atlantica. Forse il tempo non è poi granché. Magari rivedi i piani. Forse il socio si scazza. Aspetta, chi è che voleva fare una vietta tranquilla sabato? Non molli, ma rispetto a martedì la tua situazione è precipitata.

Eri partito con una viona in Civetta e stai già ripiegando sulla Moiazza, ben che ti vada. Per di più oggi non sei nemmeno troppo convinto della tua forma, guardi gli avambracci un po’mosci, ti rendi conto che tra caffè, sigarette e sprizzetti in due giorni ti sei lasciato andare. Meglio fare un giro in falesia.
La sera sei a pezzi. La testa è un caos, non hai scelto la via, il socio aspetta che confermi e intanto velatamente accenna al fatto che vorrebbe “staccare un po’/fare qualcosa di diverso/c’ho un amico che va in Verdon”. Rabbrividisci e scorri i contatti. Il tempo non aspetta per peggiorare e forse non sei nemmeno così in forma. Tra aperitivo e pranzo hai una finestra minima che devi sfruttare assolutamente. In poche parole, sei alla frutta.
Giovedì credi di poterti riscattare ma non sarà poi così facile. Perché il socio la spara alta e tu giochi al ribasso. Il rivale del Verdon lo tenta e tu come minimo devi proporli la sud della Marmolada per assicurarti la sua fedeltà. Cerchi le vie attorno a quelle che ti sta proponendo, la tua motivazione vacilla, guardi le braccia e le vedi flosce. Devi andare in falesia, ma non hai la testa. Stai già pensando alla via, alla successione dei tiri, a quanto presto devi partire per presto rientrare. Provi ad applicarti ma non ci sei. Al terzo monotiro ti appendi e scendi per demoralizzazione. Come farò a salire il tiro duro senza stancarmi?
Non hai più voglia, ti vuoi ritirare, guardi gli altri con distacco e ti ripieghi sulla contemplazione. Forse è ora che tu vada a farti una semplice camminata. Torni a casa triste, sfiduciato, perduto.
Provi a capire se ci sono alternative. Provi a sentire gli altri che non hai considerato i giorni precedenti, ma come in un gioco di specchi trovi dei profili psichici simili se non peggiori al tuo. In definitiva la tua rubrica “montagna” assomiglia alla lista dei pazienti dell’analista, con una galleria di psicopatologie degne di un Oliver Sacks.
C’è l’eterno indeciso (sì, verrei, ma forse ho un concerto, o forse vado al mare. Magari vengo ma facciamo una cosa corta e difficile. Anzi no. Lunga e facile? Senti perché non andiamo a lavorare il grado in falesia che poi ci spariamo il vione il prossimo weekend?).
Oppure il misterioso. Quello che ti dice che non ha deciso e invece ha chiamato in rifugio almeno 3 volte i giorni precedenti e prenotato i posti letto per tutta la settimana.
E questo piccolo compendio di psico-tipi potrebbe continuare con il ravanatore convinto che ti propone una lotta con i mughi con partenza a quota 400, il super top che non si muove se non la via non è di assoluto prestigio, quello con la vena esplorativa che già ti mette in conto una lunga serie di calate di ritirata) se non fosse noioso ed in definitiva controproducente.
Senti di aver bisogno di socialità alpina, di capire come si stanno muovendo gli altri o se questo “loop” è solo tuo. Così con la scusa di “sfogliare un due guide” vai pure in sede CAI e cerchi di tastare gli umori.
Lì trovi la sala d’attesa delle vecchie facce, un compagno di corso cui hai promesso di fare una via e da dieci anni non lo senti. L’escursionista amico che ti guarda con ammirazione per le tua attività alpinistica (ma in realtà ti fa sentire un esaltato con manie di protagonismo). E infine il soggetto più inquietante e pericoloso. L’alpinista d’antan, che con accigliato sguardo kugyano biasima la tua frenetica corsa alla “impalcatura di rampicate” e sospirando ti ricorda che bisogna cercare l’anima della montagna etc etc.
Insieme all’escursionista modesto è il soggetto che è più in grado di mettere a repentaglio la tua sanità mentale. Provi vergogna per la tua ingordigia e non sai più cosa volere: la foto figa su Facebook o l’esperienza interiore?

Le ore successive tutto sommato ti faranno rientrare nei ranghi della tua normalità. Prendendo consapevolezza delle tue paure, dei tuoi limiti e del fatto che non siamo superuomini. I “car-to-car” meglio lasciarli a Colin Haley, e le Nord dolomitiche possono aspettare, come hanno fatto (pare) negli ultimi cento anni. Il socio intanto si è dileguato e tu hai ritrovato una certa disincantata saggezza. Inizi a fare un po’ di conti e ti dici che forse non è l’ultima domenica della storia, che se il tempo si stabilizza ci saranno altre occasioni. E spuntando le opzioni ragioni sul fatto che una è esposta al sole – si può fare a settembre – una non è tanto lunga – si può fare a settembre– una basta partire presto – si può fare a settembre – una meglio essere in forma – meglio farla a settembre.
E mentre settembre magicamente diventa un mese fatto di 7 weekend (ho compagni che stanno esaurendo da due anni la lista di “quelle vie che si possono fare a settembre”) e anche ottobre – statisticamente parlando – sta diventando un mese per ottime scalate, tu stai mollando la presa.

Arriva venerdì e dire che sei uno straccio è un complimento. Occhi scavati, pila di guide e riviste sul comodino (cosa ci fa un numero di “Pareti” sulle scalate in Wenden? Volevi farti del male?), e una ultima, estenuante giornata di lavoro. Con il telefono sempre acceso e le chat aperte in attesa di una risposta dalla rete. La sera prima forse qualcuno avevi agganciato. Forse. Però era l’incerto. E temi a collegarti per ricevere il pacco. Che infatti arriva puntuale. In stato catatonico ti trascini al lavoro e chiedi una camomilla invece del caffè.
Si consuma così la giornata, che sia una inconcludente “riunione di coordinamento”, una fila di clienti o un cantiere dove saltano sempre fuori problemi, il venerdì è la giornata della resa. Spremuto come un limone a fine giornata non hai il coraggio di guardare le chat né il meteo.
A quel punto, ormai prossimo ad uno stato di atarassia in cui cerchi di allontanare da te le emozioni e i dolori, capisci che è il momento di tornare alle sacre letture. Solitamente si osserva proprio in questa giornata un ritorno alle filosofie orientali che nel ristretto mondo dell’alpinismo ci vengono tramandate attraverso alcuni illustri filosofi / asceti dell’arrampicata ai quali, ovviamente, decidiamo di credere su due piedi senza contestare alcunché. Ovvero senza minimamente relativizzare al contesto storico né tantomeno la nostra situazione di stressatissimi, mediocri, occidentali accecati dal desiderio e dall’avidità.
Così all’aperitivo al quale ti presenti stropicciato e senza idee, chiacchieri amabilmente con l’amica alternativa che – saranno almeno due anni – ti parla del suo corso di Ashtanga Yoga e dei benefici che ne potresti trarre per “le tue arrampicate”. Ti fai convincere facilmente, non sai bene se dalla sua capacità persuasiva o dal terzo spritz campari che hai mandato giù con un po’di tartine – e rimanete che “ok, dai, la prossima settimana vengo alla lezione di prova”. Immediatamente ti visualizzi quale novello Heinz Grill nella posizione del Fiore di Loto e il tuo grado è aumentato di 3 volte senza fare nemmeno una trazione. Fenomenale. Pensi già alla prossima stagione.

Al culmine di questa conversione spirituale decidi di aggiungere un altro libro alla pila che vede ben schierati Simpson, Messner, Twight e la biografia di Honnold: Gian Piero Motti. Eh sì, perché del più grande intellettuale della storia dell’alpinismo italiano tu hai una reverenza che sfiora l’idolatria. Quindi divori nuovamente “I Falliti” per ritrovare la tua vera dimensione di uomo senza qualità, e rifuggendo la “gloriuccia da regime” scorri avanti passando da “Arrampicare a Caprie” fino alla dimensione esoterica di “Zero The Hero”. Dove finalmente trovi la tua piena consapevolezza. Scrivendo all’amica alternativa che è stata proprio una bella serata e che magari dopo il corso di yoga potete andare a cena insieme. Ma questo non c’entra.
C’entra il fatto che hai capito tutto (cosa? non importa hai capito tutto) e questi tuoi amici e soci che si accapigliano per il colpaccio del weekend non hanno letto veramente Zero the Hero e la pagina bianca, ma tu sì e allora ti astrai finalmente da questa realtà così gretta e piena di contraddizioni. Perché hai capito tutto, quindi puoi andare a dormire sereno.

È domenica mattina e, non si sa come, ti trovi in un’auto piena di materiale che scorre veloce per la statale superando paesini addormentati e baretti loschi. Alla fine ce l’hai fatta. L’ascetismo alla Motti è durato l’arco di una notte. Il tempo di svegliarsi, scoprire che il tempo è bello (maledetto modello americano!) e – in definitiva – hai una dannata voglia di arrampicare. Alla fine di un giro di telefonate che assomiglia molto a quello di Enzo, il personaggio di un “Sacco Bello” di Verdone che sfoglia l’agenda cercando un amico per andare a Cracovia, è spuntato l’amico insospettabile, quello che pensavi non volesse arrampicare quest’anno o che aveva altri giri e invece ti dice “domani sono libero, se vuoi possiamo fare qualcosa”.
Potresti essere contento, no? E invece sei salito nella macchina dell’amico senza aver discusso della cosa fondamentale: dove andare!
E così mentre discutete se è meglio fare una via a spit o una roba tranquilla di quarto, se sia preferibile quella con l’avvicinamento rapido o la discesa panoramica, superate tutti i bivi delle diverse valli. Praticamente è l’auto che decide, o inconsapevolmente la tua mano sul volante sa già dove svoltare. E così che si arriva al cosiddetto “ultimo bar”, il Rubicone dei piani della domenica. Quello che, una volta superato, vi consegnerà solo alle lande d’oltralpe senza alcuna possibilità di appello. Ovvero alla giornata buttata in vacca.
La decisione finale viene quindi unanimemente affidata ai fondi del caffè o tirando a sorte aprendo a caso la guida e puntando il dito senza guardare.
E solo a quel punto puoi iniziare a preoccuparti veramente.

LUNEDI

Whatsup Messenger
1 chat
MarcoTopClimb”ha scritto (ore 10.02)
“Eilà Vez! Come va? Che hai combinato il weekend alla fine?”

“Boss! Tutto alla grande, dai. Fatto una bella vietta…”(ore 10.03)

“MarcoTopClimb” ha scritto (ore 10.20) 

anneaux-magiquescn1235

“Oh, figata sto granito del Bianco eh! Vai una volta! Alla fine dovevamo andare in Verdon ma abbiamo beccato degli spagnoli super simpatici per strada e ci hanno detto che in Bianco era super e quindi a bomba! In gamba eh! Alla prossima!”

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4 thoughts on “Sociopsicopatologia dell’alpinista medio

  1. omarut 16 settembre 2016 / 20:37

    Mitico :-)… Un autoscatto perfetto di noi “malati” senza alcuna sfocatura! Ahahhahah

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  2. Nicola 21 settembre 2016 / 20:10

    Maledettamente introspettivo.
    Un pò rido.
    Un pò piango.
    Ma dopo rido ancora.

    Prendere atto dei propri problemi è il primo passo per risolverli, ma mi sa che per noi capita spesso scordarseli già al lunedì.

    🙂

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  3. inglassa 29 settembre 2016 / 16:30

    Una foto molto simpatica di voi “alpinisti medi”, stesse problematiche, di intensità differenti, per chi fa anche piccole passeggiate con il gusto di perdersi un pò per le colline ma con la voglia di ritrovare se stessi.

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